Cinecittà: la “Hollywood sul Tevere”. L’epopea della Dolce Vita italiana. Le ragioni del boom.

Walter Chiari insegue Tazio Secchiaroli
Walter Chiari insegue il fotografo Tazio Secchiaroli in via Veneto a Roma, nel 1957. Chiari si stava sedendo al tavolino di un caffè in Via Veneto con Ava Gardner quando adocchiò Secchiaroli e si mise a inseguirlo; la foto venne scattata da un altro paparazzo, Elio Sorci. Secchiaroli inventò il cosiddetto giornalismo d’assalto, in cui le celebrità venivano fotografate all’improvviso e contro la loro volontà, e divenne uno dei principali narratori della Dolce Vita. E’ la foto simbolo della Dolce Vita romana, insieme al bagno di Mastroianni e della Ekberg nella Fontana di Trevi.

1. Le ragioni del boom di Cinecittà

In principio è CINECITTA’. Quei 15 anni, dal 1950 al 1965, che appassionano e sconvolgono Roma, che la fanno tornare per un breve, intenso periodo il centro del mondo, la città dei divi ( nazionali e internazionali ) e dei grandi registi, delle notti mondane, dei tormentati amori ( come quello tra Walter Chiari e l’attrice americana Ava Gardner ), del divertimento ad ogni costo, delle megaproduzioni con migliaia di comparse e capricci delle star, non nascono da un’improvvisa ubriacatura collettiva, ma hanno ragioni ben precise. E’ infatti un singolare concorso di circostanze a rendere possibile, o più esattamente inevitabile, quella stagione straordinaria. Sogni ed emozioni, in questo caso, affondano profonde radici nella realtà. Un humus in cui si trovano stratificazioni eterogenee di provvedimenti legislativi, privilegi fiscali, geopolitica, business, mode, meteorologia, competenze tecniche in libero gioco, naturalmente con il fattore umano. Ma tutti questi elementi resterebbero inerti, non scatenerebbero nessuna reazione chimica, se non intervenisse il grande catalizzatore: Cinecittà. Nel dopoguerra il centro di produzione cinematografica più grande d’Europa, una delle opere volute dal fascismo a propria gloria, completato nel 1937 e ridotto per buona parte in rovine durante il conflitto, sta timidamente tornando a produrre. Qualche titolo per inquadrare meglio il sentimento del tempo: Sciuscià di Vittorio De Sica e Paisà di Roberto Rossellini nel 1946, Vivere in pace di Luigi Zampa nel 1947, Fabiola di Alessandro Blasetti nel 1948, Riso amaro di Giuseppe De Santis, che fa di Silvana Mangano un’icona, nel 1949. Tra il ’48 e il ’49 gli americani cominciano a scoprire i vantaggi di produrre in Italia con Il principe delle volpi, che ha nel cast Orson Welles e Tyrone Power, il cui matrimonio con Linda Christian è uno dei primi avvenimenti mondani che attirano a Roma la stampa e l’attenzione internazionale. Dalla loro unione nascerà poi. la figlia Romina, destinata ad una carriera di successo nella musica leggera italiana. Proprio nel 1949 si concretizza uno dei più importanti fatti all’origine del boom. La crisi in cui ancora si dibatte il cinema italiano, infatti, provoca una protesta inedita e clamorosa: nel febbraio del 1949 “attori, registi, produttori e maestranze si radunano in Piazza del Popolo per invocare la salvezza del cinema italiano. Si vedono Anna Magnani, Vittorio De Sica e altri che gridano: aiutateci, salvate il nostro cinema!”. L’invocazione, in realtà, ha un obiettivo ben preciso: il sottosegretario al Cinema e allo Spettacolo Giulio Andreotti. E dal governo, questa forma di protesta, ottiene in breve diversi risultati. La cosiddetta legge Andreotti 958/1949, stabilisce per il cinema italiano una serie di provvidenze ispirate a un certo protezionismo. Alle sale impone, per esempio, un numero minimo di giorni all’anno di programmazione per i film italiani, ma offre alle compagnie straniere il diritto di circolazione per un film estero senza necessità di deposito ( derivante dalla precedente legge Andreotti, che imponeva per i film stranieri circolanti nelle sale italiane, un deposito di due milioni e mezzo di lire, da parte del produttore straniero ) in cambio di ogni film prodotto in Italia con almeno una certa percentuale di maestranze italiane. L’efficacia dell’influenza legislativa ha dimostrazione provata: in primis “costretti dal declino del mercato interno, e dall’obbligo di depositare i profitti europei in conti presso banche nazionali, a decentrare parte della produzione in Europa, gli studi di Cinecittà sembrano gli unici del vecchio continente che possano in qualche modo reggere il confronto con i mezzi americani”. E infatti, il primo kolossal americano girato a Cinecittà è datato 1950, ed è Quo vadis?, in cui il legame con le maestranze italiane è affidata all’attrice Marina Berti. Come seconda prova, ne abbiamo una puramente statistica, ma giacché la storia è fatta anche di numeri, questa è quella che taglia la “testa al toro”: nel 1948 il 77% degli incassi cinematografici in Italia e statunitense, ma la percentuale scende sotto il 50% già nel 1954. La legge prevede anche credito agevolato e aiuti economici ai film, in proporzione agli incassi, e quindi incentiva la produzione di opere che cercano il consenso del pubblico. In ogni modo la legge Andreotti ottiene un importante risultato: il cinema italiano si rimette in moto.

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Marcello Mastroianni e Anita Ekberg asserragliati da una baraonda di paparazzi, alla presentazione del film “La Dolce Vita”, nel 1960. Il film simbolo dell’epoca d’oro di Cinecittà e del cinema italiano.

Anche la detassazione offerta dal fisco statunitense agli attori americani che lavorano o risiedono in Europa, può essere ascritta alle ragioni economiche del boom di Cinecittà, probabilmente le meno appassionanti. Si diceva già nel 1953: “tutti hanno la sensazione che Roma sia sull’orlo di un fantastico boom cinematografico…l’opinione degli esperti è che ci sarà un grosso aumento di produzioni internazionali fondato sui milioni di dollari congelati che le grosse case cinematografiche americane non possono trasferire negli Usa e sono costrette a utilizzare in Europa…infatti i costi di produzione in Italia sono inferiori a quelli di Hollywood e il fisco americano concede enormi vantaggi ad attori e registi e a qualsiasi altro americano che lavorino all’estero, specialmente se prendono la residenza in un paese straniero”. Un’altra considerazione da fare, è che il mercato cinematografico europeo è sempre stato il più importante per le compagnie statunitensi, per cui ad esempio, nei primi anni ’60 i ricavi di Hollywood arrivano a dipendere per oltre il 40% dall’estero, e l’Italia occupa una posizione di rilievo, che giustifica gli sforzi per mantenervi una presenza costante di lavori hollywoodiani all’interno di Cinecittà. Citando dati dell’ANICA, l’Associazione italiano dei produttori cinematografici, è stato notato che “tra il 1957 e il 1967 le compagnie americane hanno speso circa 350 milioni di dollari per acquistare film italiani e per partecipare alla loro produzione, e per produrre i propri film in Italia”. Quindi in Italia, una tradizione cinematografica locale e culturalmente robusta emerge più o meno intatta dalle rovine del fascismo e crea, grazie all’ampia protezione e ai sostegni governativi, l’alternativa più efficace e radicata a Hollywood, di tutta Europa. Anzi, almeno per il ventennio che va dal 1950 al 1969, Hollywood sembra essere in stato di subordinazione nei confronti di Cinecittà, il cinema italiano sembra essere dunque il centro del mondo cinematografico, con la qualità dei suoi autori, dei suoi attori e dei suoi mezzi a basso costo. L’Italia del boom economico e della Dolce Vita dunque, è la regina del cinema mondiale di questo breve ma intenso periodo. E’ anche il periodo in cui il cinema italiano fa scuola nel mondo: le massime dive del cinema mondiale sono italiane, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano e Sophia Loren; De Sica, Rossellini e Visconti portano il cinema nelle strade, tra la gente comune, con il neorealismo; Blasetti rispolvera e fa resuscitare il vecchio film a episodi; Anna Magnani vince l’Oscar per La rosa tatuata, nel 1955; Walter Chiari appassiona il gossip mondiale con la sua folle e travolgente storia d’amore con Ava Gardner; mentre Marcello Mastroianni con la sua aria sorniona, pigra e malinconica conquista Hollywood. Insomma è in questo contesto storico che si muove e si celebra il cinema italiano nel mondo.

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Audrey Hepburn e Gregory Peck in uno dei primi kolossal americani, girati e ambientati a Roma, “Vacanze romane”(1953), uno dei primi film che mettono in risalto il mito di Cinecittà.

Naturalmente non è solo questione di soldi. I soldi e le normative che ne dirigono i flussi rappresentano solo la premessa per il successo di Cinecittà. Il centro di produzione, rapidamente riorganizzato dopo le vicissitudini degli ultimi due anni di guerra, offre teatri di posa e spazi già pronti, adeguati anche per riprese complesse. A costi interessanti, dato che la manodopera è a buon mercato, comunque molto inferiore, in termini economici, a quella di Hollywood. Dal punto di vista economico, infatti, era un vantaggio per i produttori americani, che spendevano molto meno che a Hollywood, e per gli italiani, che si assicuravano un lavoro di lunga durata e ben pagato. Il dollaro significava benessere. Beneficiarono della nuova situazione alberghi, ristoranti, locali notturni, negozi eleganti di Via Condotti e “paparazzi”. Tra Via Veneto e piazza di Spagna, fino a Trastevere, nasceva la Dolce Vita. Infatti un’altra attrazione irresistibile, in questo caso più che per i produttori, per registi e attori, che hanno spesso l’ultima parola nella scelta del luogo in cui girare, è il fascino di Roma. Un fascino duplice: da una parte le bellezze monumentali e storiche della città. Molti divi, in trasferta di lavoro, prendono in affitto sontuose ville sull’Appia antica. E alcuni produttori incaricano gli autisti che vanno a prelevare gli attori all’aeroporto di compiere un lungo giro al ritorno, per suscitare la loro meraviglia. Dall’altra le tentazioni dei locali notturni e di una mondanità che, in limiti geografici ben circoscritti, si sviluppa quasi ininterrottamente per tutto l’anno, con una breve sospensione durante il più caldo periodo estivo, ovvero un temporaneo trasloco nelle località di villeggiatura, da Capri a Taormina, da Positano a Ischia, dove non di rado vi si organizzava anche qualche film di quelli ritenuti “balneari”, e nei quali primeggiava il re del gossip anni ’60, il grande Walter Chiari. Le star, incuriosite o supponenti, arrivano come delle vere conquistatrici: si portano bauli pieni di vestiti, kleenex e aspirina. E vengono accolte con tutti gli onori che i conquistati tributano ai conquistatori graditi. Abitano nei grandi alberghi di via Veneto o nelle megaville prese in affitto. A Roma Audrey Hepburn trova marito, Anita Ekberg incontra Fellini, Liz Taylor si innamora di Richard Burton e si avvelena, Ava Gardner e Anthony Franciosa litigano per colpa di Walter Chiari, mentre Marcello Mastroianni fa il bagno vestito nella fontana di Trevi, insieme alla biondona Anita Ekberg. Le notti della capitale si animano con risse, finti suicidi, scenate di gelosia. La ricchezza, l’abitudine al lusso, i capricci da vere dive, l’alcol, gli amorazzi passeggeri sono il pane quotidiano dei rotocalchi. In realtà, i produttori hanno altre buone ragioni per scegliere Cinecittà e accontentare così attori e registi. Intorno a Roma è possibile trovare scenari spettacolari ed eterogenei, adatti alle più diverse esigenze di ambientazione previste dal copione, e il clima mite consente le riprese in esterno per quasi tutto l’anno, con evidenti conseguenze di risparmio. Qualche precedente tentativo di impiantare produzioni in un paese come l’Inghilterra, più omogeneo per ragioni linguistiche e culturali, fallisce proprio per ragioni climatiche. In alcuni casi, perfino, sono rilevanti i danni alle scenografie, che marciscono rapidamente a causa dell’umidità. In breve, a Cinecittà e, ovviamente, ancor più a Roma, si innesca un meccanismo che si autoalimenta: tutti vogliono essere là, dove ci sono i personaggi più importanti. E i personaggi più importanti vanno là, dove tutti vorrebbero essere: “per la prima volta si può essere una superstar senza andare in America”. Importante alleato di questo meccanismo, caratteristico dello star system, è il giornalismo di gossip, che trova proprio nello speculare sistema circolare della Dolce Vita la sua prova più clamorosa: la stampa periodica è la prima fonte di lavoro e di ispirazione per La Dolce Vita di Fellini. Ma dopo l’uscita del film, e anzi perfino durante la lavorazione, i settimanali si fanno concorrenza nell’andare a trovare i luoghi reali celebrati nel film, in un cortocircuito fra reale e racconto filmico che trasforma la Dolce Vita e La Dolce Vita, la vita quotidiana e la sua interpretazione filmica in un unico, inestricabile groviglio narrativo. Il giornalismo di gossip partecipa dunque attivamente al mito della Roma della Dolce Vita: la bella attrice che sposa il ricco produttore ( Loren e Ponti/ Mangano e De Laurentiis ), i numerosi latin lovers ( Chiari, Brazzi, Mastroianni, Gassman, Arena ), gli amori tormentati, fasti e nefasti delle grandi produzioni cinematografiche, le curiosità più o meno legittime sulla vita privata delle star. Tutto ciò concorre a far diventare Roma, in brevissimo tempo, la “Hollywood sul Tevere”, producendo ventisette kolossal e centinaia di altri film, nell’arco di un quindicennio, dal 1950 al 1965, in un continuo viavai di registi e attori di prima grandezza. Il 1950 è l’anno del primo kolossal interamente prodotto a Cinecittà: Quo vadis?. Il 1965 è l’anno dell’ultimo kolossal del periodo, La Bibbia, prodotto da Dino De Laurentiis. In mezzo una marea di film nazionali, la nascita della commedia all’italiana, e il cinema italiano che almeno fino agli inizi degli anni ’70 continuerà a fare scuola nel mondo. Questa era la Roma dell’epoca: centinaia di attori, migliaia di comparse, giornalisti, fotografi, nobili, sogni di gloria, vanità, tradimenti, passioni, eccessi e un continuo viavai di registi e star di prima grandezza di cui si contemplano il carisma e il fascino, e si mettono a nudo le piccole debolezze e meschinità dell’animo umano.

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Richard Burton e Liz Taylor a Roma, negli anni della Dolce Vita. I giornali scandalistici dell’epoca impazzano su un ipotetico diamante perfetto regalato da Burton alla bellissima Liz Taylor, proprio nella famigerata Via Veneto.

2. Via Veneto e la Dolce Vita: divi stranieri e divi nazionali

E’ qui dunque, che tutto comincia. Perché è qui che tutto succede. Tutto potrebbe succedere. E qualche volta viene fatto succedere. Via Veneto, il predestinato ombelico della Dolce Vita, in sinuosa discesa da porta Pinciana a piazza Barberini, con i suoi grandi alberghi, i dehors dei caffè sempre più affollati, gli orgogliosi ippocastani, nulla ha del pittoresco romano per turisti. La vocazione di via Veneto come centro mondano e intellettuale della città si manifesta già tra la prima e la seconda guerra mondiale, con una predominanza della matrice culturale. Una comunità di giornalisti, scrittori, pittori, intellettuali, snob e perdigiorno, cui si affianca negli anni quella di gente del cinema, sempre più numerosa, secondo rituali che rispettano una precisa geografia, segnata dal diverso colore degli ombrelloni dei caffè e dall’invisibile confine che separa i due lati della via. Ai riferimenti spaziali si aggiungono anche quelli temporali: i rituali seguono orari ben noti a ciascuna delle cerchie che si sovrappongono e si avvicendano in quelle poche centinaia di metri. La metamorfosi di via Veneto da centro intellettuale a grande scenario della Dolce Vita viene registrata dai giornali con assidua puntualità. Le memorie e i documenti sull’argomento sono numerosi e vivaci, essenziali per comporre fedelmente lo scenario. La Fallaci ad esempio, registra la vita quotidiana della strada riportando frequentazioni e orari, e scrive: “Alle due del mattino, quando gli intellettuali sono andati a dormire, arrivano col rombo delle automobili da corsa le grandi firme del cinema. Ormai c’è posto per tutti e le fuoriserie si accostano alla riva sinistra di via Veneto, come navi che attraccano ad un porto. C’è la Ferrari di Rossellini, la Jaguar di Raf Vallone, la MG di Kerima, la B21 di Rascel, la Mercedes di Anthony Quinn. Tutti a quell’ora, scendono dalle loro fuoriserie, per andare a bere del whisky. Tutti a quell’ora bevono whisky. Chiedere un caffè o un’aranciata sarebbe considerato segno di grave disdoro”. Questo modo di bere è chiaro indicatore della presenza di attori stranieri. E naturalmente attrici. Anita Ekberg ed Elizabeth Taylor, per esempio, sono celebri per la loro bellezza, i loro amori, e i loro consumi ad alta gradazione. L’alcol diventa un segno di elezione e di stile. Scrive Flaiano: “Nei bar del centro, in questi di via Veneto, chi beve ostinatamente, lo sappiamo, sono forse in tutto un centinaio, e diventano con il tempo oggetto di ammirazione, perché rivelano un’abitudine ai viaggi, al modo di vita europeo. Più che dei viziosi essi si sentono dei privilegiati”. Le ore, che ha la redazione proprio al numero 169 di via Veneto, dedica alla strada un servizio di otto pagine quasi esclusivamente fotografico, con didascalie, brillanti e colorate. Testimoniano il periodo più splendido, prima che sopraggiunga la crisi delle grandi produzioni ( metà anni ’60), e che Fellini, con il suo film, cristallizzi un’epoca, ovvero prima che l’ispirazione diventi manierismo. Humprey Bogart e Lauren Bacall, Anthony Franciosa e Mary Shelley, Anna Magnani e Tennessee Williams, Vittorio Gassman e Anna Maria Ferrero, Lelio Luttazzi e Mamie Van Doren, Walter Chiari e Lucia Bosè, Walter Chiari e Ava Gardner, Maurizio Arena, l’ex re Farouk, Anita Ekberg, Orson Welles, Marcello Mastroianni, Renato Rascel, Kirk Douglas, ma anche Carlo Levi e Jean-Paul Sartre. La Dolce Vita non è solo via Veneto. E non è solo in via Veneto. Fin dai primi anni ’50, i giornali sono attenti al cambiamento, e a Roma, come centro del cinema, non solo nazionale, ma anche mondiale. “In piazza di Spagna quasi una rivoluzione”, racconta “La settimana Incom” nel 1951, spiegando: “fra il baretto esistenzialista di via del Babuino e gli ori settecenteschi del caffè Greco va maturando una rivoluzione del costume mondano e intellettuale”. Altri giornali notano invece il nascente fenomeno di Cinecittà: nel marzo 1952 Ugo Zatterin racconta sulle pagine di “Oggi”, lo sforzo per mettere a punto la pubblicità e la comunicazione del film Quo vadis?, il primo grande kolossal americano prodotto e girato a Cinecittà. E non gli sfugge neanche che il film ha un significato sociale ed economico importante per Roma, che finisce per essere piena di soldati vestiti da antichi romani, ma anche di soldi degli americani venuti a lavorare nella capitale. Gli aspetti economici della Dolce Vita diventano sempre più importanti ed evidenti. Nel 1952, quando stanno per cominciare le riprese di Vacanze romane“Tempo” assegna la cittadinanza metaforica ad Audrey Hepburn e Gregory Peck, che va a raggiungere quest’ultimo nella villa scelta ben lontano dalla città, isolata nel mezzo della campagna dei colli Albani, apposta per evitare gli importuni. Ma due anni dopo, quando Cinecittà si avvia al pieno regime, “Epoca” dedica un’inchiesta agli attori stranieri che non pagano tasse e mangiano spaghetti, scegliendo per l’apertura proprio Gregory Peck che saluta da un treno. L’articolo difende gli attori italiani, che sarebbero scandalizzati dal fatto che i protagonisti dei principali film nazionali presentati alla mostra di Venezia sono tutti stranieri, e usa nel sommario l’espressione “Hollywood sul Tevere”. Nel mezzo del servizio, cade la pubblicità di Ulisse, il nuovo film della Lux Film-Ponti/ De Laurentiis con Silvana Mangano, Kirk Douglas, Anthony Quinn e Rossana Podestà, per la regia di Mario Camerini. Splendida Silvana Mangano nei duplice ruolo di Penelope e della maga Circe, in una delle prime mega co-produzioni Usa/Italia. A parte le agevolazioni fiscali, per gli attori americani uno degli aspetti più interessanti di lavorare a Cinecittà o di venire a Roma è di poter godere di una libertà sconosciuta o dimenticata in America. A Roma, infatti, il controllo dei produttori hollywoodiani si allenta notevolmente. Shelley Winters, per esempio, confessa di invidiare le attrici italiane che “possono mangiare ciò che vogliono senza dover rispondere a nessuno del proprio peso”. E in Italia, proprio nei primi anni ’50, troverà marito, sposandosi con Vittorio Gassman, dal quale avrà anche una figlia: Vittoria. Il matrimonio durerà poco più di tre anni, e ciò alimenterà i giornali scandalistici. Humprey Bogart, nel marzo del 1953, beve con soddisfazione il vino della costa di Ravello. In America sarebbe impossibile: troppo elevati i rischi di diffondere l’immagine di un attore che beve troppo. Una certa attrazione lo esercita anche lo shopping. In questi anni si possono comprare i vestiti delle sorelle Fontana e tanti accessori di ottimo artigianato a prezzi straordinariamente convenienti, e fotografie documentano sui giornali gli acquisti di Lauren Bacall, Sandra Dee, Audrey Hepburn, Liz Taylor. Esce dall’atelier Fontana l’abito di Linda Christian per il matrimonio con Tyrone Power, nel 1949, a Roma, il primo evento mondano del dopoguerra che attira l’attenzione internazionale sulla capitale. Le sorelle Fontana realizzano anche l’abito per le previste nozze fra Audrey Hepburn e James Hanson, ma poi il matrimonio salta perché l’attrice conosce Mel Ferrer. Ancora loro firmano gli abiti della Contessa scalza, il film del 1954 con Ava Gardner e Humphrey Bogart. In quegli stessi anni attirano divi e dive altri nomi storici del made in Italy, come Bulgari e Brioni. Più soldi per il risparmio fiscale, più libertà, buon cibo, buona qualità della vita, un centro di produzione grande e attrezzato come Cinecittà, maestranze e professionisti ( costumisti, direttori della fotografia ) di ottima qualità, bei posti per passare il tempo libero e per incontrarsi con facilità nelle precise coordinate di via Veneto e dei suoi dintorni, in sottofondo un paese che accoglie a braccia spalancate i suoi liberatori e poi conosce i vantaggi del boom economico: Roma rappresenta in questi anni un’attrazione irresistibile. Per questo qui, prima o poi, vengono tutti. Si definisce dunque l’ecosistema della Dolce Vita, in cui, nutriti dal business e dalla presenza sempre più corposa di attori stranieri, si sviluppano casi di simbiosi, dipendenza e parassitismo. Al rapporto simbiotico sono ascrivibili tutti i colleghi e i professionisti del cinema, come pure i giornalisti. I luoghi di appostamento principali diventano, ovviamente, i tavolini di via Veneto, i ristoranti e i locali notturni alla moda.

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Via Veneto, il fulcro della vita mondana dell’Italia degli anni ’50 e ’60, il punto di incontro dei divi nazionali e internazionali che si danno appuntamento nei lussuosi caffè della celebre via romana. I paparazzi sono pronti, appostati, nel tentativo di immortalare i massimi divi dell’epoca.
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In uno dei tanti caffè di Via Veneto, vengono immortalati anche il produttore Angelo Rizzoli, insieme a Federico Fellini e Anita Ekberg, pochi mesi dopo il travolgente successo de “La Dolce Vita”.
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Anche Anna Magnani viene immortalata dai paparazzi, mentre è al tavolino di uno dei caffè di Via Veneto, siamo nel 1960, e la Magnani, già premio Oscar, è la diva italiana per eccellenza.
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Folle di curiosi, paparazzi appostati lungo i bar di via Veneto, questa è la Roma della Dolce Vita, la Roma del boom economico, il fulcro e il centro mondano dell’intero jet set cinematografico mondiale.

3. Le dive della Dolce Vita: Mangano, Loren e Lollobrigida

Il crescente viavai di dive straniere e attrici, o aspiranti tali, che nel dominante perbenismo degli anni ’50 appaiono straordinariamente disinvolte e disinibite, provoca una crescita direttamente proporzionale del tasso erotico di Roma. Scollature, abbracci, gonne corte o ampie e ammiccanti, rapide amicizie, fianchi e seni aggettanti come ardite architetture, ben in evidenza e volentieri esibiti. Mentre Usa e Unione Sovietica, inaugurano gli anni bui della Guerra fredda, un’altra guerra, decisamente più calda, viene combattuta durante la Dolce Vita: quella per la supremazia tra le dive italiane. La progressiva internazionalizzazione dello star-system italiano, infatti, trasferisce tale guerra su scala planetaria. I giornali, ancora una volta, hanno un ruolo essenziale, perché la semplificazione comunicativa della contrapposizione, ovvero del duello, ha un’impareggiabile efficacia, soprattutto perché viene rinforzata dal tasso erotico della sfida. Anche perché la guerra per la supremazia frutta alla momentanea vincitrice contratti hollywoodiani, di conseguenza offre le platee di tutto il mondo e guadagni che fino a qualche anno prima sarebbero stati inimmaginabili. Quindi la bellezza si configura chiaramente, all’interno del sistema cinematografico e di quello dei media, un capitale professionale da mettere a rendimento. Le produzioni che si intensificano a Cinecittà diventano anche una continua occasione per imparare il mestiere e lo stile di vita divistico osservando le star internazionali. E le attrici italiane, grazie all’assidua contiguità, imparano in fretta. Il cinema italiano è la prima fonte di star apertamente caratterizzate in base alla sessualità. Nel 1949, con Riso amaro, Silvana Mangano diventa una star dall’oggi al domani in Europa quanto in America. Giovane, naturale, con un corpo che sprizza sessualità, è inserita nel paesaggio suggestivo delle risaie vercellesi. La vaga somiglianza con Rita Hayworth è la summa del fascino costruito a tavolino, la Mangano offre un’immagine di gioventù e fertilità. La seguiranno Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Lucia Bosé, Rossana Podestà, Claudia Cardinale e alcune altre. Le star italiane sono brune, formose, giovani e intraprendenti. Interpretano parti di popolane e sono un pò grossolane e passionali. Il ritratto di Silvana Mangano in piedi, immersa fino al polpaccio nell’acqua della risaia, con le calze nere a mezza coscia per proteggersi dalle zanzare, e i seni dritti, innaturalmente appuntiti secondo la moda ( e la biancheria ) dell’epoca, oltre a turbare i sonni degli italiani, diventa un’icona di riferimento per la stampa periodica e per le aspiranti dive. Da noi, in Italia, una stella nasce in modo del tutto casuale, dal successo di un film, come Marisa Allasio con Poveri ma belli ( Dino Risi, 1956 ), o addirittura dalla popolarità di una battuta azzeccata, come Gina Lollobrigida ( per la battuta della “maggiorata fisica”, in Altri tempi, Alessandro Blasetti, 1951 ). Dietro non c’è mai nessuna preparazione, nessun lavoro psicologico o pubblicitario di un ufficio stampa, nessuno studio, nessuna preordinazione di produttore. E come nasce, creata dall’improvviso e spesso inaspettato tributo del pubblico, la stella è lasciata libera a se stessa. I film sono fatti unicamente a sua misura e si susseguono freneticamente l’uno all’altro, cinque, sei, otto, dieci in una sola stagione, i produttori si sgozzano tra di loro, con proposte impossibili, pur di ottenere quel nome prestigioso nel cast. La carriera delle dive italiche e la loro immagine pubblica, sono influenzate dal contesto familiare, che non resta confinato dietro le quinte ma finisce esibito sui giornali. Perché continua l’equivoco tra persona e personaggio, e la naturalità del secondo, si riverbera sulla prima, in sintonia con il contesto sociale di un’Italia che deve ancora elaborare culturalmente la crescita sempre tumultuosa del miracolo economico e continua a eleggere come valori la semplicità, la famiglia, perfino la retorica della povera ma onesta gente con i calli sulle mani. In Europa le star cinematografiche non sono semidei bensì simboli e archetipi. Maternità e famiglia vengono esaltate più che nascoste. Mamme, mariti, sorelle, diventano anche l’entourage che sostiene professionalmente l’attrice di successo, la consiglia nelle scelte professionali e la segue nei viaggi di lavoro. E’ il caso, probabilmente non per caso, delle due dive la cui contrapposizione segna gli anni ’50 e adombra tutte le altre bellissime, eccetto l’elegante e sofistica Silvana Mangano: Gina Lollobrigida e Sophia Loren. In realtà, l’affermazione delle due attrici non è perfettamente contemporanea. La Lollobrigida diventa celebre con rapidità sorprendente a partire da Altri tempi, del 1951, e Pane, amore e fantasia, diretto da Luigi Comencini nel 1953, mentre Sophia Loren, la cui contrapposizione con la Lollo è sottolineata dal fatto che nel 1955 la sostituisce in Pane, amore e…, terzo film della serie, emerge attraverso un percorso più complesso, anche per il fatto che a definirne il personaggio concorrono l’eredità popolare napoletana rappresentata dalla madre, l’amore per Carlo Ponti, che è suo produttore come stabilito da un contratto pluriennale, e Vittorio De Sica, che ne raffina il talento dirigendola in ruoli più articolati, su tutti La ciociara, che frutta alla Loren il premio Oscar come miglior attrice straniera della stagione 1960. Tra l’altro, all’antagonismo con la Lollobrigida, si incrocia quello con la Mangano. Finisce sulle pagine dei rotocalchi: “anche la rivalità tra Sophia e Silvana Mangano, che nel frattempo è diventata la moglie del socio di Ponti, Dino De Laurentiis. Una rivalità che provocherà la scissione della società di produzione”. Tuttavia la Mangano si chiama fuori dalla sfida con la metamorfosi del suo eros intensamente popolare in una bellezza elegante e sofisticata, come testimoniano servizi fotografici in scenari lussuosi, dove la Mangano fuma con algida voluttà: un cambiamento in cui si avvertono, indistinguibili, la volontà del marito di sottrarla a ruoli troppo sexy e il desiderio di promozione sociale di lei. Così la guerra fra le due attrici si manifesta nei suoi caratteri peculiari: è Gina Lollobrigida a diventare la prima star a pieno titolo, suggellata dalla vittoria del Golden Globe, come miglior attrice del mondo nel 1961, per l’interpretazione del film Torna a Settembre, uno di quei film hollywoodiani, girati in Italia, e precisamente sulla riviera ligure di levante. La Lollobrigida si fa un nome, già nei primi anni ’50, interpretando formose ragazze di campagna, graziose e dolci ma non sprovviste di forza d’animo e di iniziativa. La Lollobrigida viene tuttavia a poco a poco affiancata da Sophia Loren, più alta e decisamente più giovane, con lineamenti più marcati e una figura più piena. Sophia Loren raggiunge la pienezza di star negli anni ’60, in particolare sull’onda dei film interpretati al fianco di Marcello Mastroianni. La contrapposizione, è però più frutto delle fantasie dei giornali, che una vera e propria rivalità tra le due dive, considerato che tanta millantata rivalità infastidisce sia Gina che Sophia, ma sottrarsi serve a poco. Quando “Epoca” proclama il 1955 “L’anno di Sophia”, invece di dare spazio alle immagini che ne certificano il riconoscimento, pubblica un’infografica malandrina in cui esamina le caratteristiche e le misure vitali della Loren confrontandole con quelle della Monroe e, ovviamente, della Lollobrigida. E proprio una conversazione fra queste ultime offre la misura di come essere la più bella negli anni della Dolce Vita equivale a un riconoscimento globale. Quando la Lollobrigida, richiestissima, si reca a Hollywood, incontra Marylin Monroe, e considerato che la Lollo dovunque vada è assediata da centinaia, talvolta migliaia, di fan,l’attrice americana le dice: “Lo sa che mi chiamano la Lollo d’America?”. Quasi la testimonianza di un primato di bellezza esercitato anche su Hollywood. Il “Time”, addirittura nel 1954, arriverà a pubblicare un articolo il cui titolo recita così: “In Europa Gi-na-Lol-lo-bri-gi-da sono le sette sillabe più famose. È lei la ragazza che, secondo Humphrey Bogart, “fa sembrare Marilyn Monroe simile a Shirley Temple”. Primato che tre anni più tardi esibisce anche la Loren. A Hollywood per girare Desiderio sotto gli olmi, nel 1957, racconta in un articolo scritto per “Oggi”: “Uno dei miei vicini di camerino mi è venuto a trovare e mi ha detto: lo sa, Sophia, che hanno detto che sono diventato rosso, la prima volta che l’ho vista?. Che cosa potevo rispondere? Abbiamo riso tutti e due, poi lui è rientrato nel suo camerino e io sono andata avanti a leggere il soggetto del mio film”. Il nome del vicino era Clark Gable.

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1957-Silvana Mangano a cena con il marito, il produttore Dino De Laurentiis, in una foto del 1957, insieme a Carlo Ponti (marito a sua volta della Loren), il massimo produttore del cinema italiano. Il suo divismo elegante e sofisticato colpisce il mondo.
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1958- E’ il 1958 e la bella attrice italiana Gina Lollobrigida è all’apice della carriera, che la porterà anche a Hollywood. Ha sempre portato i capelli corti o al massimo fin sopra le spalle. Qui al festival di Cannes datato 1958 in versione principesca.
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1958-E’ l’anno delle dive italiane a Cannes. Nella foto la diva per eccellenza, Sophia Loren, circondata dai fotografi, reduce dai successi a Hollywood. Qui la vediamo con un look “regale”, capelli trattenuti da un cerchietto.

4. I latin lovers della Dolce Vita: Brazzi, Chiari, Gassman, Arena, Mastroianni

In una Roma a tasso erotico sempre più alto per le tante dive, attrici e starlettes a caccia di visibilità e di fama, i “latin lovers” italiani si muovono con un certo impaccio, e suscitando il sospetto che la retorica dell’amante latino sia spesso più un mezzo che un fine. Obiettivo: costruirsi o migliorare la carriera cinematografica, e rafforzare l’identità del personaggio-attore. La parte del latin lover, quindi, diventa più o meno astuta comunicazione d’immagine. Più o meno astuta, in realtà, perchè, oltre alle diverse donne di casa, che hanno voce in capitolo nelle questioni di cuore del latin lover, ci sono altre spie significative, vere e proprie smagliature in una strategia di costruzione del personaggio decisamente approssimativa. Ad amori e flirt fanno da contrappunto pentimenti, ripensamenti, correzioni di rotta e di tiro. Il latin lover si lamenta con la stampa del ruolo in cui sarebbe stato costretto a entrare, come in un vestito troppo stretto. E se talvolta rivendica il riconoscimento del proprio talento d’attore, desiderio sempre comprensibile anche se in qualche caso francamente ingiustificato, in altri casi arriva a pretendere differenti, improbabili destini, per esempio quello dello scrittore. Ma vediamo i casi più eclatanti. Uno dei divi che interpretano il ruolo di latin lover con maggiore successo è Rossano Brazzi, amatissimo dalle donne di tutto il mondo. Accanto all’attore, definito da “Epoca” il nuovo Rodolfo Valentino, c’è sempre la forte presenza, sia fisica sia simbolica, della moglie Lidia. Anche in questo caso il divismo maschile corre sui giornali: “Purtroppo sono l’uomo più bello del mondo” (articolo apparso su “Gente” del 17 marzo 1965). Un dispiacere che si intuisce non solo di maniera: in altra circostanza, raccontando delle centinaia di lettere che riceve al giorno, nota: “In America mi scrivono anche gli uomini. L’uomo americano vede in me il simbolo del modo latino d’amare, l’uomo che vorrebbe essere nei rapporti con l’altro sesso, ma senza invidia, senza gelosia, conscio della finzione dello schermo. Invece, in Italia, gli uomini non mi possono soffrire. Che cosa fa questo Brazzi, pensano, che non possa fare anch’io? Non parliamo poi della critica. Mi ha sempre rimproverato la faccia che ho”. Un latin lover vero, millantato, invidiato e ammirato nello stesso tempo è Walter Chiari, che attraverso i giornali finisce per trasmettere l’immagine del simpatico malandrino. Anche lui ha accanto una figura femminile familiare, la mamma, che boccia o promuove a mezzo stampa gli amori del figlio. Walter Chiari, cognome d’arte dall’anagrafico Annicchiarico, ha il suo momento di gloria gossipparo quando, nel 1956 si trova a girare “La capannina” ad Hollywood accanto alla fascinosa attrice americana Ava Gardner, tra piante tropicali fatte arrivare appositamente dall’Africa e costumi succinti di Christian Dior. Il film non è una pietra miliare della cinematografia, ma tra il divo italiano e la diva americana, ormai matura, nasce l’amore. I due si fanno vedere insieme così spesso, che alla fine lui decide di affidare alla penna di Oriana Fallaci una lunga confessione intitolata “Non la sposerò e non mi sposerò” ( dall’ “Europeo” del 26 ottobre 1956). La relazione, comunque, continua ancora ( un anno dopo è la Gardner a smentire il matrimonio nel corso di un’intervista), e aiuta la carriera di Walter Chiari, che procede a gonfie vele sia nel cinema che in teatro. Un altro amore appare certamente più importante: quello con Lucia Bosè, con fidanzamento d’ordinanza e rottura alle soglie del matrimonio, così dolorosa che un giornale, esagerando, ipotizza che la bellissima attrice medita di farsi monaca ( “Tempo”, 2 luglio 1953). Altri flirt, fugaci, con Elsa Martinelli, Anita Ekberg, Mina, Valeria Fabrizi e altre innumerevoli conquiste di donne e attrici famose, confermano Chiari nel ruolo del massimo seduttore dell’Italia della Dolce Vita. Celebre la foto di Walter Chiari, che, nel 1957, insegue il paparazzo Tazio Secchiaroli, reo di aver fotografato lui e la compagna dell’epoca Ava Gardner, ad un caffè in Via Veneto. La foto diventerà il simbolo dell’epoca, insieme al bagno nella fontana di Trevi della Ekberg e di Mastroianni. E non è tutto, l’episodio di Walter che insegue e cerca di dare un cazzotto al re dei paparazzi Tazio Secchiaroli, ispira Federico Fellini, per il principale film della storia del cinema italiano di quegli anni, appunto La Dolce Vita. Grande amante, senza cedimenti, soprattutto del suo lavoro di attore, è Vittorio Gassman, atletico, bello, intenso, che alle donne sa far male relegandole sempre al secondo posto. Anche quelle forti, che non temono la dimensione pubblica dell’amore fra attori e, anzi, sanno strumentalizzarla sapientemente. E’ il caso di Shelley Winters, la seconda moglie, sposata negli USA dopo il divorzio dalla prima, Nora Ricci, in Messico, quasi una consuetudine per l’epoca. La Winters, nel 1954, rilascia accuse come schiaffi, furiosa per averlo sorpreso in camerino con Anna Maria Ferrero, particolare che però non cita mai nel lungo articolo che firma su “Epoca”, attaccandolo perchè trascura lei e la figlia Vittoria e annunciando il divorzio, di cui dettaglia le richieste. Anche la Ferrero, dopo sette anni di attesa, quando finalmente giunge l’annullamento dalla Sacra Rota al primo matrimonio di Gassman, si vede ripudiata per ragioni artistiche. La sua colpa? Il rifiuto di recitare in “Un marziano a Roma”, di Ennio Flaiano. Ma per Gassman c’è, alla fine, una redenzione che corregge l’antipatica immagine del grande artista per cui le donne sono solo un’appendice del proprio lavoro: la nascita del terzo figlio ( la seconda è Paola, avuta da Nora Ricci). Si chiama Alessandro, oggi noto attore e regista che ha ripreso le orme del padre. Vide la luce il 24 febbraio del 1965. La madre è l’attrice francese Juliette Maynel. “Alessandro mi salverà dalle donne” dichiara Gassman in un articolo apparso su “Gente” del 10 marzo 1965. Un seduttore la cui carriera non decolla davvero mai, al di fuori del perimetro claustrofobico del latin lover, è invece, Maurizio Arena. Il grande successo arriva presto, quando ha appena 23 anni: è “Poveri ma belli” di Dino Risi, del 1956, in cui interpreta un personaggio molto affine al suo carattere, quasi un alter ego, un giovane romano arrogante che piace alle donne. E lo stesso successo lo avrà nei due successivi seguiti della fortunata serie. Da allora, fra tanti flirt, processi, un quasi matrimonio con Anna Maria Pierangeli, ed un amore chiacchierato con Beatrice di Savoia, il “bullo di Cinecittà” conosce un lungo declino, fino a cercarsi altri destini pretenziosi e curiosi. E infine lui, il divo per eccellenza del nostro cinema, l’attore italiano più conosciuto al mondo: Marcello Mastroianni. Latin lover malgrè soi, playboy che si lascia agire, inguaribile malinconico che si fa trasportare dalla vita come un galleggiante dalla corrente, Marcello Mastroianni è il protagonista della Dolce Vita. Di lui, che è stato il più grande attore italiano di tutti i tempi, e anche l’unico a vincere due Palme d’oro al Festival di Cannes, impressionano l’aria scettica, pigra e sorniona, la capacità plastica di essere uno, nessuno, centomila, di farsi amare da tutte le donne rispettandole, ma rispettando ancora di più la fedeltà della moglie Flora Clarabella, la presenza continua della madre Ida, due figure ricorrenti negli articoli della carta stampata gossippara, mai dimentico della povertà ( era figlio di un falegname), certo che la vita e le sue beffe non vanno prese troppo sul serio. Per Fellini è l’attore prediletto proprio per quell’aria qualsiasi, il viso plasmabile in mille caratteri diversi. E infatti gli affida il ruolo del giornalista della Dolce Vita. Un personaggio abitualmente definito cinico, ma invece, forse, solo irredimibile dalla sua indolente indifferenza. In fondo è probabilmente lui l’icona più autentica del latin lover italiano, in cui si fondono millantato credito, scarsa autostima, inquietante tendenza ai ruoli passivi, da cui magari un giorno si riscuote, quando gli anni d’oro di Cinecittà hanno ormai bruciato il falò della loro vanità, e sul set di “Casanova ’70” (1964), commenta con la severità che ama riservare a se stesso: Mia figlia si vergogna di me. E aggiunge: Per lei non sono un eroe…non sono nemmeno un vero padre, perchè le esigenze di lavoro mi costringono a figurare come un impenitente rubacuori. Mastroianni è stato protagonista di numerose relazioni amorose, ha amato ed è stato molto amato. In gioventù ha avuto una breve relazione con Silvana Mangano. Sul set teatrale di “Un tram che si chiama Desiderio” al Teatro Eliseo di Roma ha conosciuto l’attrice Flora Carabella; tra i due nacque l’amore e si sposarono nel 1950; hanno avuto una figlia, Barbara (1951); si separarono nel 1970 a causa delle numerose relazioni di lui, ma non divorziarono mai ufficialmente. Mentre era ancora sposato, ha iniziato una relazione con l’attrice Faye Dunaway, di 17 anni più giovane, conosciuta sul set del film “Amanti” (1968); la loro fu una relazione intensa, tanto che Faye avrebbe voluto sposarlo e avere dei figli, ma lui, cattolico, si rifiutò di divorziare dalla moglie, e per questo, dopo tre anni, la relazione giunse al termine. Nel 1971, sul set del film “La cagna” ha conosciuto l’attrice Catherine Deneuve, di 19 anni più giovane, con cui ha avuto una relazione dal 1971 al 1975 e da cui ha avuto una figlia, Chiara. Da quel momento ha iniziato alcuni relazioni con altre attrici: Lauren Hutton (di 19 anni più giovane), Ursula Andress, Anouk Aimée e Claudia Cardinale. Nel 1976 ha instaurato una relazione con la regista Anna Maria Tatò, di 16 anni più giovane, con cui ha convissuto fino alla morte.

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Walter Chiari e l’attrice americana Ava Gardner, nel 1956. Il primo amore vissuto sulle riviste di gossip.
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Vittorio Gassman e Anna Maria Ferrero, anche la loro fu una storia d’amore che fece sognare una nazione intera. Il loro legame durò dal 1954 al 1961, sette anni di fila. In questa foto sono ad un evento sportivo, il 3 luglio del 1954.
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Maurizio Arena e Anna Maria Pierangeli, la loro relazione durò dal 1956 al 1958.
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Marcello Mastroianni è insieme ad Anita Ekberg, il personaggio simbolo della Dolce Vita romana, soprattutto per la sua interpretazione nel capolavoro felliniano, “La Dolce Vita”. I giornali scandalistici dell’epoca raccontarono anche di una breve relazione tra Mastroianni e la Ekberg.

5. Fellini, “La Dolce Vita” e i paparazzi

Per un film ambientato a Roma, la scelta più economica sarebbe stata quella di usare i luoghi reali. Tuttavia, per La Dolce Vita non si rivelò la più pratica. Ricorda lo scenografo Pietro Gherardi: “Ormai via Veneto era diventata un luogo troppo affollato e avremmo dovuto girare a notte fonda. Girammo alcune scene dal vivo in macchina, con l’obbligo di non fermarci mai per non intralciare il traffico. Rifacemmo il percorso più volte e sul marciapiede si raccolse parecchia gente”. Dopo molte esitazioni, la produzione si decise: via Veneto venne parzialmente ricostruita a Cinecittà. Le scene dal vero, tuttavia, vennero lasciate per la scena del bagno nella fontana di Trevi: Mastroianni e la Ekberg furono costretti ad immergersi nelle acque gelate della fontana, a fine febbraio, e peraltro alle 4.30 del mattino, l’unico momento della giornata deserto o quasi. Peraltro fingendo di essere in estate, un’impresa epica che Mastroianni tuttavia, ha sempre ricordato con gran divertimento. La ricostruzione di via Veneto, dicevamo, realizzata nel teatro Cinque, viene affidata a Gherardi, che la realizza con la solita cura per i dettagli, a parte una clamorosa differenza: la strada è in piano, invece che in salita. Quando il 6 giugno nella falsa via Veneto c’è un cocktail per tutti quelli che lavorano al film, “a tutti Federico ripete che il cinema non deve copiare la realtà, ma reinventarla; che la Via Veneto di Cinecittà gli piace più di quell’altra e la considera quella vera. Da un certo punto in poi deciderà di fare sempre così: ricostruire tutto”. La via Veneto ricostruita diventa per Fellini il simbolo dell’arte, che deve essere libera da ogni riferimento al reale, da ogni dovere di credibilità, di realismo, di fedeltà a presunti modelli. Per questo, come la sua piccola menzogna, si arroga il diritto di essere falsa per restare fedele al vero dell’espressione artistica. La principale fonte di ispirazione del film di Fellini non è dunque, la realtà, ma la stampa, ovvero la rappresentazione che ne offrono i giornali, in particolare i periodici illustrati. Il fatto che giornali e giornalisti siano tra le fonti più importanti di Fellini è ampiamente accertato. La circostanza che siano la fonte privilegiata, perché il regista non ama frequentare gli ambiti della Dolce Vita, e in ogni caso perché comincia a interessarsi al fenomeno proprio perché ne legge o ne ascolta le vicende, è ipotesi che si avanza sulla scorta delle parole di Fellini stesso, come la via Veneto ricostruita che il regista “considera quella vera”. Ma l’ipotesi non è conclusa e va completata così: i giornali sono la fonte privilegiata che rappresenta e interpreta la realtà della Dolce Vita per il film La Dolce Vita. A sua volta il film trasforma la Dolce Vita nella sua retorica, ovvero in un discorso sulla Dolce Vita, e diventa la principale ispirazione dei giornali che vogliono raccontarla. Dopo il film, alla stampa non interessa tanto raccontare personaggi e fatti della Dolce Vita reale, quanto andare a cercare i luoghi e i personaggi riconducibili al film: di fatto una Dolce Vita di maniera. Dopo l’uscita del film, vengono pubblicati servizi sui paparazzi, e alcuni di loro vengono invitati a scrivere le proprie imprese, primo fra tutti, ovviamente, Tazio Secchiaroli, cui Fellini si è rivolto per avere consigli e materiale fotografico ( tra cui la celeberrima foto di Chiari che insegue Secchiaroli, immortalata dal suo collega Elio Sorci ). Racconta Fellini: “Passai parecchie serate con i fotoreporter di via Veneto a chiacchierare con Tazio Secchiaroli e con gli altri, a farmi rivelare i trucchi del loro mestiere. Come puntavano la preda, come giocavano a innervosirla, come preparavano i servizi su misura per i diversi giornali”. Nel suo ispirarsi a materiale giornalistico, per tornare a ispirare i giornali nella ricerca di luoghi e personaggi di una Dolce Vita ormai ridotta a manierismo, il film di Fellini impressiona per la rapidità con cui si sovrappone e si confonde con la realtà. Anche la sua dissacrante parodia, Totò, Peppino e la dolce vita, del 1962, con Totò e Peppino De Filippo, offre un quadro divertente e realistico della via Veneto della Dolce Vita, con tutti i cliché tipici messi in luce dal capolavoro felliniano: i paparazzi, le risse, i finti suicidi, i cocktail, le orge. Tutto sotto gli occhi dei due grandi clown Totò e Peppino, che grazie alla loro solita libertà d’improvvisazione, sfornano un film che comunque rimane, a suo modo, come specchio di quell’epoca. In ultimo, dopo La Dolce Vita, il termine paparazzo, entra nell’immaginario comune, nel vocabolario, come un vero e proprio mestiere, differente da quello del fotografo o del giornalista. Il successo planetario del termine paparazzo dunque, è significativa testimonianza del sistema circolare che collega la realtà al film e viceversa, con l’insostituibile mediazione dei giornali.

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Una foto di Tazio Secchiaroli, il re dei paparazzi della Dolce Vita romana anni ’60. Sono sue le foto che ispirano Fellini, per la creazione del suo capolavoro.

Domenico Palattella

 

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