Il legame tra cinema italiano e arte: l’avventura delle immagini in movimento

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Il cinema è un’arte performativa dello spettacolo basata sull’illusione ottica di un’immagine in movimento. Comunemente definita la “settima arte” è l’arte che comprende tutte le altre arti: l’evoluzione della fotografia, che a sua volta era stata l’evoluzione della pittura.

L’illusione ottica del cinema, come arte delle immagini in movimento, è cruciale nella storia del XX secolo. Questa illusione ottica si ottiene con 24 fotogrammi al secondo e impressi su pellicola magnetica. Dunque il cinema non è altro che l’evoluzione dell’arte della fotografia, che era stata a sua volta l’evoluzione della pittura, che a sua volta deriva dall’architettura. Il cinema è però la completa evoluzione di tutte le altre arti, la definizione del Maestro giapponese Akira Kurosawa, peraltro rimasta nella storia, aiuterà a definire davvero cosa è l’arte del cinema:

« Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica. » Akira Kurosawa

Il cinema con la fusione in esso di tutte le altre arti ha il potere di creare una “magia”, il pathos, una carica di emozioni che scaturiscono dai suoi vari elementi. Il pathos, che affonda le sue radici agli albori della nostra civiltà, e precisamente nella Grecia classica, patria del sapere occidentale. In Grecia esso corrispondeva alla parte irrazionale dell’animo, mentre oggi con lo stesso termine si fa riferimento proprio alla carica emotiva data da alcune opere artistiche. Il pathos è generato dall’insieme di suoni e immagini che compongono il film. In realtà ognuna delle varie Arti ha un “suo” pathos, e nel Cinema, che è un’unione delle Arti stesse, si ha un insieme di emozioni provenienti ognuna da una di esse. L’immagine del mondo classico nella cinematografia italiana ha caratterizzato la produzione e il dibattito critico fin dall’inizio dell’industria della riproducibilità delle immagini in movimento, sulla scia delle novità apportate dalle avanguardie nelle arti visive tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e della rilevanza assunta nello stesso periodo dall’archeologia come ricerca delle origini e riappropriazione della Storia, in funzione della formazione della identità nazionale. L’ambientazione greco-romana è stata una delle prime ad essere utilizzata: nel 1898 Georges Melies girava Pygmalion et Galathèe. Come dimostrato da Cabiria (regia di Giovanni Pastrone, 1914) – primo kolossal italiano a cui collaborarono anche D’Annunzio e Salgari -, le ricostruzioni storiche furono soggette a due forze non sempre convergenti: l’accuratezza filologica e la spettacolarizzazione della messinscena. La questione del rapporto tra realtà storica e trasposizione cinematografica non fu però circoscritta alle produzioni italiane e ancora nel 1927 la rivista inglese “Close up” pubblicava un articolo di Hilda Doolittle, a sostegno di una linea di essenzialità, di “purezza”, in alternativa allo stile di Griffith e DeMille. All’inizio non tutte le avanguardie artistiche credettero alle potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione. Tra gli scettici, a sorpresa, vi erano i futuristi, seppure si trattò di una circostanza di brevissima durata. Virgilio Marchi, architetto proveniente dal movimento ideato da Marinetti, diventò uno dei più grandi scenografi del cinema italiano (es. La corona di ferro) e la partecipazione degli artisti fu tale da determinare la nascita di un genere “futurista”, uno dei tre su cui si resse la produzione italiana dei primi due decenni del Novecento: il terzo in ordine di rilevanza, dopo quello storico e quello realista.

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La locandina di “Cabiria”(1914), il primo kolossal italiano a cui collaborarono anche D’Annunzio e Salgari, e che segna la prima vera collaborazione tra cinema italiano e arte, nello specifico l’arte della letteratura.

1. La partecipazione di pittori, architetti e scultori nel cinematografo

La partecipazione di pittori, architetti, scultori al lavoro di registi, sceneggiatori, attori, a cominciare da quelli estranei alle avanguardie, fu determinante per lo sviluppo della cinematografia, poiché al di là di ogni dibattito teorico intesero il cinema come occasione di applicazione della propria creatività. A metà degli anni Venti l’insuccesso di Gli ultimi giorni di Pompei di Carmine Gallone e Amleto Palermi determina una crisi del genere storico-archeologico. Un decennio dopo, Gallone lo riprende dirigendo Scipione l’Africano, premiato poi al Festival del Cinema di Venezia del 1937. Nella rappresentazione imperiale di colui che sconfisse Annibale, l’accuratezza nella ricostruzione dell’antica Roma è accompagnata dall’anacronismo dei titoli di testa, che scorrono sui “rilievi traianei” con chiari intenti propagandistici. Nel 1947, un nuovo tentativo fu compiuto da Alessandro Blasetti con Fabiola. Nella narrazione della vicenda della conversione al cristianesimo della patrizia romana, il regista utilizzò sia i parametri già consolidati nei decenni precedenti per gli ambienti romani, sia quelli del neorealismo per le parti relative alla comunità cristiana. La ripresa avvenne nel decennio seguente sulla scia del successo popolare delle produzioni americane girate in Italia (Cleopatra, Ben Hur) e italo-americane (Ulisse di Mario Camerini, con Kirk Douglas e Silvana Mangano). Cinecittà diventa la “Hollywood sul Tevere” ma soprattutto la conseguente disponibilità di costumi e scenografie invoglia i produttori italiani a utilizzare in modo pragmatico e geniale questa congiuntura. Fu l’inizio di un nuovo genere – il peplum – che riprendeva alcune delle caratteristiche di quello d’inizio secolo (es. la narrazione) ma si dimostrò innovativo in virtù della provenienza culturale e professionale dei nuovi registi. Molti dei loro, oggi considerati autori di culto su scala internazionale, provenivano da esperienze nell’ambito delle arti visive e della fotografia, da cui una caratterizzazione di questa nuova era del film storico-mitologico non tanto per la plausibilità della ricostruzione storica quanto per le elaborazioni visive innovative, derivate dalla letteratura e dalle nuove correnti artistiche. A parte qualche esempio di ricerca di verosimiglianza storica (es. Ercole alla conquista di Atlantide, regia di Vittorio Cottafavi, 1961), già la prima pellicola peplum, Le fatiche di Ercole (1958, regia di Pietro Francisci) reinterpreta la Grecia classica, attraverso Hölderlin, Nietzsche, e il rapporto freudiano tra mitologia e psiche. Nel celeberrimo Maciste all’Inferno (1962), il regista Riccardo Freda ambienta la trama nella Scozia del XVII secolo, facendo scendere il protagonista negli abissi terrestri per combattere contro figure rievocanti la mitologia greca in scenari tipici della pittura di Bosch. Mario Bava in Ercole al centro della Terra (1961) utilizza effetti psichedelici. Questi però non sono anacronismi né tantomeno errori; sono invece contaminazioni storico-culturali finalizzate alla realizzazione di un prodotto in linea con le nuove istanze artistiche della società dei consumi degli anni Sessanta e dell’affermazione dei nuovi mass media, prima tra tutti la televisione. Negli anni tra l’Ottocento e il Novecento le arti plastiche attraversano una ridefinizione profonda e l’avvento del cinema avvia un rapporto paritario che farà evolvere entrambi, ancora più di avvenuto con l’invenzione della fotografia. Alcuni artisti, tra cui Kandinsky e Malevic, ipotizzarono la realizzazione di film e Kahnweiler prevedeva una evoluzione del Cubismo nel cinema di animazione. Intanto in tema di utilizzo del cinema come mezzo di comunicazione per costruire e rafforzare l’identità nazionale, dopo il genere storico-archeologico, che richiamava i fasti imperiali romani, si afferma una nuova linea narrativa incentrata sul periodo del Risorgimento, allora anche culturalmente più vicino: il conteso storico, la letteratura e la pittura dell’Ottocento. A volte con articolazioni sorprendenti. In Malombra (1942), Mario Soldati fa riferimento al dipinto Isola dei morti di Böcklin e in 1860 Alessandro Blasetti – il film è del 1934 – utilizza il dialetto in modo non folkloristico, marcandone in modo pressoché esplicito l’essere elemento fondante della cultura popolare italiana.

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“L’Isola dei morti”, di Arnold Bocklin, del 1883, ha ispirato il Maestro Mario Soldati, per il suo film “Malombra”(1942). L’arte che diventa cinema. Il rapporto tra cinema, storia e arte è un classico del cinema di Soldati.

2. I modelli artistici del cinema italiano: il realismo di Verga, Lega, Fattori e Guttuso.

Un primo esempio di convergenza tra arte e cinema in Italia è ravvisabile nel legame tra il realismo della pittura, quella della corrente verista dei Macchiaioli, su tutti Silvestro Lega e Giovanni Fattori, che con i loro dipinti, descrivevano l’ambientazione popolare, meridionale, contadina, dell’Italia di metà ottocento; e quella della letteratura di Giovanni Verga, anch’essa basata sul verismo popolare, soprattutto del meridione e delle campagne. Il realismo giunge a pieno compimento, però nel cinema, con i capolavori neorealisti, grazie alla rivoluzione epocale operata da Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, i quali ripresero l’insegnamento e l’ideologia verghiana, per portare il cinema nella realtà sociale della gente comune, per strada, e descriverne i piccoli e grandi problemi, rendendo così il cinema lo specchio della società. La scoperta che l’elemento realista, che affonda le sue radici in Verga, Fattori e Lega, si coniuga perfettamente con il mezzo cinematografico, sarà una svolta epocale, perché tutto il cinema che verrà dopo di “Ossessione” ( 1943, Luchino Visconti ), “Roma città aperta” ( 1945, Roberto Rossellini ) e “Ladri di biciclette” ( 1948, Vittorio De Sica ), sarà basato sulla descrizione veritiera della realtà sociale dei tempi contemporanei, su tutti la “commedia all’italiana”, destinata a segnare un’epoca. Nello stesso periodo si sosteneva anche l’opportunità che gli artisti partecipassero in modo diretto alla realizzazione dei film. Colui che rappresentò in modo più compiuto questa tendenza fu Renato Guttuso, i cui dipinti, ancora una volta di ambientazione popolare e contadina, apparivano come riferimento ideale per il primo genere cinematografico italiano post-bellico: il Neorealismo. Peraltro Guttuso, massimo esponente della corrente della pittura neorealista, poteva segnare il trait- d’union tra il realismo ottocentesco di Verga e dei Macchiaioli, e quello cinematografico contemporaneo alla sua arte pittorica. Oltre agli esempi di rappresentazione oggettiva e realistica della società italiana dell’immediato dopoguerra, il neorealismo produsse anche esempi di interpretazione onirica ( Miracolo a Milano, 1951, di Vittorio De Sica ) e caricaturale della allora nascente società dei consumi di massa ( Lo sceicco bianco, 1952, di Federico Fellini, con Alberto Sordi ).

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Il quadro “Garibaldi a Palermo”(1861), di Giovanni Fattori è alla base del “Gattopardo” di Luchino Visconti. Da notare come il regista abbia preso spunto, e praticamente sceneggiato questa opera come le altre dell’artista ottocentesco. Il realismo di ambientazione contadina, popolare, meridionale, delle opere di Giovanni Fattori e di SIlvestro Lega, saranno alla base della nascita del Neorealismo cinematografico e del cinema italiano contemporaneo, con riferimento in particolare alla commedia all’italiana.

3. Senso, Il Gattopardo, Policarpo ufficiale di scrittura, La Dolce Vita: i quattro capolavori che fondono in un tutt’uno tutte le Arti

Senso(1954), di Luchino Visconti. Con Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti. Musiche di Franco Ferrara che dirige “Il Trovatore”, di Giuseppe Verdi.

Il Gattopardo(1963), di Luchino Visconti. Con Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale. Musiche di Nino Rota che dirige un valzer inedito di Giuseppe Verdi.

Policarpo, ufficiale di scrittura(1959), di Mario Soldati. Con Renato Rascel, Carla Gravina, Peppino De Filippo. Musiche di Renato Rascel che compone per l’occasione il malinconico pezzo “Il mondo cambia così”

La Dolce Vita(1960), di Federico Fellini. Con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Yvonne Furneaux. Musiche di Nino Rota: la sua colonna sonora è il simbolo di un’epoca della storia d’Italia.

I quattro film, qui sopra elencati, sono quelli che esplicano alla perfezione, meglio di qualunque altra pellicola, la predisposizione del cinema a fondersi con le altre Arti. Sono le uniche pellicole, che sono state paragonate ad un dipinto, per la capacità di descrivere in pochissime immagini l’essenza di un’epoca: per SensoIl Gattopardo, l’epoca di passaggio dalla Sicilia borbonica alla creazione del Regno d’Italia, nel 1861; per “Policarpo, ufficiale di scrittura”, l’epoca della Roma umbertina di inizio novecento; per “La Dolce Vita”, il periodo degli anni ’50 e ’60 italiano, quello del benessere economico. Non solo paragonati ad un quadro d’arte per aver immortalato l’essenza dell’epoca di riferimento, ma anche ineccepibili dal punto di vista storico, e addirittura epocali per le musiche che li adornano. Ora non si sta dicendo, che queste quattro pellicole siano le più riuscite in assoluto della nostra cinematografia, ma di certo però sono tra le migliori del nostro patrimonio cinematografico, anche per la commistione geniale tra le varie Arti: pittura, storia, cinema, letteratura, musica. Parlare di cinema, per parlare anche delle altre Arti, per fondersi in un piatto unico: geniale! Ci voleva, ovviamente, anche la collaborazione di varie eccellenze per poter compiere tale lavoro: ci sono dunque per il lato storico sceneggiatori di eccelso livello, interpreti memorabili, compositori e musiche di memorabile fattura e tre Maestri del cinema come Luchino Visconti, Mario Soldati e Federico Fellini a tirare le redini delle pellicole. Nel 1954, Luchino Visconti, che già aveva segnato una svolta epocale nel cinema con il suo Ossessione, compie un altro capolavoro, esemplare dal punto di vista visivo e ineccepibile dal punto di vista storico, con Senso, film storico a colori. Tratto dall’omonimo racconto di Camillo Boito, Visconti ci mostra la crisi di una società, quella nobiliare, che agisce a fianco della Storia, senza potervi partecipare. Ci racconta gli anni immediatamente successivi alla creazione del Regno d’Italia, quando però Roma non era stata ancora annessa alla nazione, siamo nel 1866. La citazione pittorica e l’impianto letterario furono orientati a una lettura critica di quegli anni, con la deliziosa sequenza della battaglia di Custoza, che iconograficamente, come il resto del film, ricorda i quadri di Lega e Fattori, anzi sembrano essere la versione cinematografica dei loro dipinti, inserendoli dentro una novella di ottima fattura come quella del Boito. La commistione operata dunque, dal Maestro Visconti, ha qualcosa di eccezionale, pensando anche all’estrema eleganza dell’interprete principale, Alida Valli, azzeccatissima, che riflette l’eleganza dei modi e dei costumi di quel tempo lontano. La commistione del cinema con le altre arti, raggiunge però il suo completo compimento, nel successivo lavoro di Visconti, quel Gattopardo, tratto dall’omonima opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che è visivamente il suo capolavoro. E’ anche il film che compie meglio di tutti, il legame tra arte e cinema, tra realismo e storicizzazione. Il cruciale tramonto della Sicilia borbonica, scossa dall’arrivo dei garibaldini, i profondi cambiamenti politici e culturali dell’intera Penisola, il senso di decadenza e di nostalgia, lo sfarzoso impianto scenico, raggiungono l’apice nella lunga e strepitosa sequenza del ballo, che vale come un trattato storico di quegli anni. Se poi vi si aggiunge, il Maestro Nino Rota, che dirige un valzer inedito di Giuseppe Verdi e le memorabili interpretazioni di Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster ( sublime nei panni del Principe di Salina), allora il capolavoro è presto fatto.

In quello stesso periodo, un altro dei Maestri del nostro cinema, che si serve della “settima arte” per illustrare un periodo storico come se fosse un quadro dell’epoca, è Mario Soldati. Questa sua visione trova pieno compimento nel film Policarpo, ufficiale di scrittura, uno dei film più importanti del cinema italiano anni ’50. Magistralmente interpretato da Renato Rascel, Policarpo, ufficiale di scrittura, con la sua comicità discreta, in punta di penna, con il suo umorismo intenerito e commosso, è un film splendido, malinconico, reazionario, come lo fu Il Gattopardo, ma in un diverso periodo storico. Di straordinario valore artistico e culturale, il film è una gustosa rievocazione della Roma umbertina, a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, il ritratto divertito e malinconico di un’epoca di passaggio che infatti passa in un baleno, di tempi antichi ma non vecchi, gli ultimi anni di una visione aristocratica, ma al tempo stesso anche umanistica, romantica, pre-tecnologica della vita. Una splendida miniatura ispirata, una riuscitissima illustrazione brillante e nostalgica dell’Italia della Bella Epoque, così lontana, ma anche tanto vicina alla I guerra mondiale. Ne è eccellente protagonista Renato Rascel, che torna a fare il minuscolo travet come nel Cappotto di Lattuada, aggiudicandosi meritatamente il David di Donatello, come miglior attore protagonista della stagione 1959. La scena molto intima e toccante di Policarpo/Rascel, che mentre è a tavola con il futuro genero e famiglia, canticchia, accompagnato da una chitarra, uno di quei valzer eleganti e malinconici della Belle Epoque, vale come un dipinto dell’epoca. Il valzer, scritto dallo stesso Rascel, è intitolato “Il mondo cambia così”, ed è una delle sue migliori composizioni in assoluto, i primi versi infatti, valgono come un trattato sociologico di quel mondo antico così lontano, ma così affascinante: “Il mondo cambia così, un pò per volta un dì, e ogni cosa che scompare, che passa e muor, mi si porta via un pezzetto di cuor”. Morando Morandini, il decano dei critici cinematografici italiani arrivò a dire, riguardo al film:

“Film amabilmente delicato, malinconico e intransigente, ha la grazia di un’opera di Renoir”

Dell’anno successivo è invece La Dolce Vita, di Federico Fellini, il film simbolo di un’epoca, che coniuga l’arte di una Roma memorabile nella sua grandezza storica, con il cinema d’autore impersonato da Fellini, da Marcello Mastroianni e da Anita Ekberg. La scena del bagno nella Fontana di Trevi, di Mastroianni e della Ekberg, è la copertina del cinema italiano, forse anche del cinema mondiale, e rappresenta già di per sè, il quadro illustrativo dell’epoca. Uno splendido cortocircuito tra cinema e arte, il tutto contornato dalle musiche del Maestro Nino Rota e dalla fotografia di Otello Martelli, un bianco e nero lucente, con sfumature di grigio chiaro. Infatti, se esiste un film nella storia del cinema italiano che può essere paragonato ai grandi capolavori della letteratura, alle massime espressioni dell’arte moderna o alle più complesse partiture di musica classica, ebbene questo è La Dolce Vita. Non è un caso, infatti, che così tanti critici nel corso degli anni abbiano fatto ricorso a paragoni illustri- Joice, Picasso, Proust, Mahler- per inquadrare la gigantesca operazione cinematografica felliniana. Sia la narrazione che lo stile presentano aspetti di formidabile originalità e hanno davvero segnato un’intera epoca, per non parlare poi della loro influenza imperitura sul cinema a venire.

4. Pier Paolo Pasolini: la sua personale commistione tra cinema, Arte e letteratura

Il Maestro Pier Paolo Pasolini rappresenta un caso particolare e certamente il più emblematico del Novecento di come cinema e letteratura possano essere il prodotto alto di un solo autore. Egli riesce a legare il ruolo di scrittore a quello di regista in un rapporto perfettamente circolare. Caso unico in Italia, Pasolini è riuscito ad essere autore di una “scrittura unificata”, come mostra, in particolare con Teorema, quando contemporaneamente gira il film e scrive il testo, lasciando che i due tipi di narrazione interagiscano tra loro. E non solo, sfruttando la “settima arte”, come contenitore per esprimere le altre arti, su tutte la pittura. Nel 1963 con il mediometraggio La ricotta (episodio del film Ro.Go.Pa.G.), Pasolini giunge a uno dei più intensi risultati del rapporto del suo cinema con l’arte, del gusto per l’immagine e della ricerca storica. Qui Pasolini, utilizzando come modello la pittura di Rosso Fiorentino, con la celeberrima opera “La deposizione di Cristo”, sintetizza la propria visione della società capitalistica italiana affermatasi con la modernità. Le tappe della Passione di Cristo, vengono ripercorse anche nel successivo Il Vangelo secondo Matteo”(1965), immensa metafora del sottoproletariato mondiale e anche momento di verifica delle potenzialità liberatorie del Cristianesimo evangelico da contrapporre alla chiesa come struttura. Girato nei luoghi dell’Italia meridionale che più ricordano la Palestina e i luoghi della nascita di Gesù Cristo: infatti le gravine imperiose di Matera, di Ginosa e di Massafra in provincia di Taranto, si prestarono magnificamente a tale progetto.

5. Alberto Sordi: le “Vacanze intelligenti”

Alberto Sordi, con l’episodio “Vacanze intelligenti”, del film corale “Dove vai in vacanza?”(1978), prende di mira l’arte contemporanea, in un film che è un piccolo gioiello dell’arte comica e dissacrante dell’Albertone nazionale. Sordi riesce ad ironizzare con classe e grande maestria, sulla Biennale d’arte di Venezia che aveva appena consacrato le correnti neoastrattiste, concettuali, poveriste e iperrealiste, troppo lontane però, dal gusto del cittadino medio. Sordi dunque, prende di mira un pò tutto l’impianto culturale italiano, negli strepitosi panni di un fruttarolo romano, sempre accompagnato dall’ingombrante moglie ( una deliziosa Anna Longhi ). Tra vacanze snob, diete, tombe etrusche e Biennale, un film intransigente, che diverte con fervido gusto del dettaglio e dissacrante autoironia. Il miglior risultato del Sordi autore, che avrebbe potuto esistere anche come lungometraggio autonomo, dati i suoi 65 minuti di durata, e che lo ergono, di diritto, a mediometraggio a tutti gli effetti.

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“Dove vai in vacanza?”(1978), ep. “Le vacanze intelligenti” di Alberto Sordi. Sordi interpreta e dirige “Vacanze intelligenti”, con il quale riesce persino ad ironizzare, con grande maestria, su un “mostro sacro” della cultura italiana: la Biennale d’Arte di Venezia. Alberto è strepitoso nei panni di un fruttivendolo romano, che insieme alla moglie è coinvolto, dai figli, in vacanze snob, tra tombe, diete e Biennale.

Domenico Palattella

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