Le commedie di Eduardo nel cinema italiano. La sua impronta profonda e la sua presenza costante nel cinematografo.

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Il grande Eduardo è stata una presenza costante e profonda nel cinema italiano, adattandosi ai sapori delle diverse stagioni, dai telefoni bianchi al neorealismo, fino alla commedia all’italiana. Attore e regista di straordinario talento, è riuscito anche nel cinema a trasmettere la sua immensa classe di commediografo e drammaturgo di eccelso valore.

Per capire l’importanza che una leggenda come Eduardo, ha rivestito nel mondo del cinema, basterebbe solamente citare il 1951, e precisamente il maggio di quello stesso anno, quando al festival di Cannes, l’Italia portò in concorso, all’importante kermesse internazionale, la versione cinematografica di “Napoli milionaria”, la struggente commedia teatrale di Eduardo, che egli stesso diresse e interpretò anche per il cinema. La pellicola fu accolta da scroscianti applausi, carichi di commozione e di ammirazione: quella era l’Italia del neorealismo che stava affascinando il mondo. Chi crede, dunque, che Eduardo ( De Filippo, ma basta anche solo Eduardo ) sia stato un uomo di teatro e basta, si sbaglia. Ha lasciato un’impronta profonda anche nel cinema, certo partendo molto spesso, però, dalle sue commedie teatrali, ma innervandole e rendendole pienamente adattabili ai modelli interpretativi del cinematografo, totalmente diversi rispetto a quelli del palcoscenico. Nel 1954 , l’amico Vittorio De Sica lo volle in uno degli episodi de “L’oro di Napoli”, dove si esibisce nell’ultimo episodio, nella superba caratterizzazione del professore, maestro di vita e di saggezza, esperto nell’arte del pernacchio, entrato nella memoria collettiva. In realtà Eduardo frequentava i set fin dagli anni della Cinecittà fascista: “Il cappello a tre punte”, interpretato insieme al fratello Peppino e diretto dal miglior regista dell’epoca, Mario Camerini, fu il maggior successo della stagione 1934/35, ed aprì ad entrambi i fratelli le porte del cinema. Eduardo fu regista di cinema molto spesso. Per una sua regia del 1958, “Fortunella”, definito “un film felliniano senza Fellini”, con Giulietta Masina e Alberto Sordi, Nino Rota compose il tema, che anni più tardi gli avrebbe fatto vincere l’Oscar per le migliori musiche per “Il Padrino”. Il percorso di Eduardo nel cinema continua ancora in pieni anni ’60, quando trasformò il suo “Le voci di dentro”, in un film con le star del momento, Raquel Welch e Marcello Mastroianni, dal titolo “Spara forte…più forte…non capisco”, ritagliandosi per sè il ruolo dello zio pazzo che comunica con il mondo esterno solo attraverso i fuochi artificiali. Il primo e unico caso in cui Eduardo, non utilizza per il cinema, il titolo originario della commedia da cui è tratto il film. Ma non solo, i suoi lavori teatrali ispirano anche i suoi illustri colleghi: due dei must dell’accoppiata Loren-Mastroianni, diretti da Vittorio De Sica, “Matrimonio all’italiana”“Ieri, oggi, domani”, vedono proprio Eduardo come co-sceneggiatore e co-soggettista. Il primo dei due film altro non è che la rilettura del capolavoro eduardiano, “Filumena Marturano”, peraltro già portata al cinema qualche anno prima per la regia dello stesso Eduardo, e con la sorella Titina nel ruolo del titolo; il secondo film, diviso in tre episodi, vede nell’episodio più memorabile, quello ambientato a Napoli, la mano di Eduardo come sceneggiatore, nella pellicola che peraltro trionferà alla notte degli Oscar.

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Il grande Eduardo nei panni del professore, maestro di vita e di saggezza dal film “L’oro di Napoli”(1954), il capolavoro di De Sica.

Accostarsi dunque, alle commedie, o meglio alla “Commedia” di Eduardo de Filippo significa attraversare la memoria di un individuo (piccolo frammento dell’animo umano), il cambiamento della società, la decadenza e perdita di coscienza. L’autore nella sua lunga carriera scrive circa 40 commedie, una buona parte delle quale riadattate e proposte anche per il cinema, quasi tutte invece riproposte almeno una volta in televisione, dallo stesso Eduardo. Verranno divise in due parti chiamate Cantate dei Giorni Pari, intesi come quelli fortunati differenziandoli da quelli negativi : Cantate dei Giorni Dispari. Dispari è il giorno storto,infelice, il senso e la visione pessimistica delle cose. Esempi chiari si riscontrano in 3 particolari commedie scritte tra il “45 e il 48” che completano una trilogia da romanzo e che sono, probabilmente, il massimo dell’Eduardo commediografo e drammaturgo. E’ proprio nel dopoguerra che Eduardo prende coscienza del suo pensiero, della sua visione di Napoli e dell’Italia. Per Eduardo il Dopoguerra è l’inizio di una guerra. La si combatte dal profondo dell’animo, fatta di sogni confusi (Le voci di Dentro), strane presenze (Questi Fantasmi!), denaro nei cassetti (Napoli Milionaria!). Tre commedie riproposte per il cinema, dallo stesso Eduardo, tre vette della sua carriera d’autore, proprio per il forte messaggio di fondo che riescono ad esprimere. Il protagonista che accomuna le tre commedie è l’agnello sacrificale. Messo in mezzo, deportato, indebitato,accusato e accusatore, sognatore e consapevole. Vittima della società che lo circonda, preda di chi gli sta intorno (l’occhio accusatore). Napoli è lo sguardo di Eduardo. Nella celebre battuta di Napoli Milionaria! «adda passà a Nuttata» infatti non assume soltanto un attesa di guarigione della povera figlia malata, ma l’alba di un giorno nuovo, la speranza di una ricchezza d’animo e di una stima reciproca ormai persa. La speranza, il senso della commedia stessa è un messaggio che prima rivolge alla sua Napoli ma che poi varca il confine, arriva al mondo, a tutti coloro che hanno subito e che aspettano che passi la notte. Rimanendo sempre fedele all’ambiente, alla dialettica e alla profonda umanità del suo teatro, l’autore arricchisce i suoi testi di magia, prestigio e ambiguità. Così come Questi Fantasmi! Davvero si fa fatica a credere che il «becco» sia realmente ignaro dell’identità dello scaltro «spettro».
Tale commedia testimonia il sodalizio tra Eduardo e Pirandello, sodalizio che si rispecchia nell’uso comune di personaggi. Si può quindi parlare anche di un certo “Pirandellismo” ( che peraltro Eduardo aveva conosciuto, assieme a Titina e Peppino, e che gli aveva esortati a proseguire la loro strada nel campo teatrale ) in merito proprio alla necessità delle illusioni, al pensiero negativo dell’impossibilità di arrivare alla conoscenza definitiva d’una persona, la cosiddetta duplicità interpretativa. Per il resto Pirandello e De Filippo sono mondi diversi. In questo modo gli accadimenti scenici non risolvono le domande che il pubblico si pone sulla realtà dei personaggi, su quello che pensano in quel dato momento,sull’ambiguità dei caratteri, ma l’ambiguità dipinta sulla flemmatica e fredda staticità del volto è costantemente tradita da occhiate sfuggenti e insinuanti. Alla fine non è importante sapere se l’uomo «ci è o ci fa» ma è fondamentale sapere a cosa è costretto a fare pur di sopravvivere e non negare nulla alla donna che ama. In Napoli Milionaria! abbiamo una realtà nuda e cruda, in Questi Fantasmi! situazioni ambigue, uomini/spettri, per finire poi, nel mondo fantastico e visionario di Alberto Saporito de Le voci di dentro. Quest’uomo cade vittima di un equivoco, colpa del suo stesso sogno, delle sue stesse visioni, a tal punto di ritrovarsi incapace di comprendere se sta ancora sognando o se è nella realtà. Solo alla fine comprenderà il rifiuto della parola del suo compianto Zi Nicola, e la convinzione della perdita della morale e stima dell’essere umano. Per «Jovine, Lojacono, Saporito», si creano dei rifugi scenici, a guardare quel che rimane dell’uomo, ad assistere lo spettacolo dei valori umani ormai perduti.
Ritmi, luoghi e tempi, precisi. La scena cambia da povertà assoluta a ricchezza ostentata, dalle ombre e spaventi di un palazzo spettrale, al tranquillo rito del caffè pomeridiano, alla confusione tra sogno e realtà in una soffitta colma di sedie e statue e fuochi d’artificio.
Una giostra. Umana e universale. Eduardo ci avverte che non è possibile privarsi della propria personalità e autenticità, delle proprie convinzioni e decisioni, altrimenti si finisce col diventare schiavi della società e dei suoi sistemi di repressione. Come per i massimi autori del teatro moderno (Pirandello, Checov, Ibsen), l’uso della propria città o terra natia è sempre stato spunto ed ambiente delle loro vicende. Partendo così sulla scena con un luogo ben preciso, fino ad arrivare a un risultato che può essere la visione negativa dell’esistenza, premonizioni di una rivoluzione, o al cambiamento dell’uomo. Da “Uomo di Teatro”, per Eduardo erano fondamentali i riferimenti tradizionali.
La sua città, i suoi riferimenti patriarcali, la conoscenza di nuovi autori, sono gli ingredienti della sua innovazione (Napoli, Scarpetta,Pirandello). Gli autori contemporanei dovrebbero avere le spalle coperte dalla nostra tradizione (Commedia dell’Arte) per il bene dell’innovazione: sentirsi liberi di raccontare con semplicità e concretezza allo spettatore, mostrando personaggi esemplari, autentici, che si intreccino nella storia come la vita stessa si intreccia giorno per giorno, trasformandosi in una infinita commedia. Dunque, l’eredità eduardiana, è una di quelle che scotta, difficile da manipolare, perché frutto di un lavoro mentale di Eduardo, figlio dei suoi tempi, ma nello stesso tempo assolutamente attualissima ancora oggi. La sua è una filosofia dei tempi odierni, perfettamente ancorata alla realtà sociale di Napoli, e perché no, anche di tutto il meridione italiano. Il suo pensiero e il suo teatro si fanno capire perfettamente anche in Australia, perché Eduardo parla un linguaggio universale, carico di umanità e profondamente critico verso la realtà sociale del suo tempo ( che poi è anche il nostro ). Adottò il parlato popolare, conferendo in questo modo al napoletano la dignità di lingua ufficiale, ma elaborò una lingua teatrale che travalicò napoletano ed italiano per diventare una lingua universale. Non vi è dubbio che l’azione e l’opera di Eduardo De Filippo siano state decisive affinché il “teatro dialettale”, precedentemente giudicato di second’ordine dai critici, fosse finalmente considerato un “teatro d’arte”. Quando nel 1981 fu nominato senatore a vita, per aver illustrato con la sua arte la patria nel mondo, dall’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, Eduardo dichiarò davanti alla platea del Senato: “Io sarò al Senato quello che sono stato sia nella vita, sia nelle commedie. È per quello che ho scritto che mi lusingo abbiano voluto compensarmi con la nomina a senatore. Quindi lo sapevano e lo sanno che io sono per il popolo”. L’essenza di un uomo che ha amato, che ha sofferto ( alcuni gravi lutti familiari, come la morte della figlia Luisella nel 1960, poi quello della moglie Thea Prandi nel 1961, e quello di Titina nel 1963), e che ha trovato in suo figlio Luca, la sua ancora di salvezza e di vita: “Senza mio figlio forse io… scusate… me ne sarei andato all’altro mondo tanti anni fa. E io debbo a lui il resto della mia vita. Lui ha contraccambiato in pieno. Scusate se io faccio questo discorso e parlo di mio figlio. Non ne ho mai parlato! Si è presentato da sé. È venuto dalla gavetta, dal niente, sotto… il gelo delle mie abitudini teatrali”.

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Eduardo De Filippo insieme al figlio Luca in una foto di inizio anni ’80. Luca ha saputo degnamente raccogliere l’eredità artistica del padre e più in generale della famiglia De Filippo, comprendendo anche gli altrettanto grandi zii, Peppino e Titina.

Il cinema di Eduardo De Filippo, non si riduce a semplice teatro filmato ma a corpi, volti, sguardi, dettagli anche apparentemente insignificanti, capaci però di regalarci un’emozione, dandoci infine l’illusione di veder scorrere la vita di ognuno di noi piuttosto che essere muti spettatori passivi di fronte a uno spettacolo che il giorno dopo è presto dimenticato. L’arte di Eduardo De Filippo… come la vita, arriva e lascia il segno. Otto film in particolare, forse più degli altri cinquanta della sua estesa carriera cinematografica, vanno evidenziati. Vanno evidenziati, non perché siano i migliori, forse sì, ma non è questo il punto, ma perché sono quelli in cui più prepotentemente e più chiaramente esprimono il suo pensiero di vita, il suo modo di intendere l’arte e la realtà circostante, il suo realismo sociale intriso di umanità, di carica psicologica, di vitalità, di profondo pensiero. Non solo trasposizioni cinematografiche tratte dalle sue commedie teatrali, ma anche commedie ( e che commedie ) scritte appositamente ed esclusivamente per il mezzo cinematografico, e per il quale dedica quasi tutto il suo tempo nella prima metà degli anni ’50. Vedremo un pò come questi film segnino un punto di raccordo, un trait d’union, tra l’Eduardo- teatrale e quello cinematografico, anzi vedremo come il cinema abbia conferito alle sue commedie addirittura maggior vitalità, frutto di una minuziosa opera di adattamento, operata dallo stesso Eduardo, del prodotto teatrale verso il mezzo e il metodo cinematografico. La possibilità di adattare il testo in spazi più ampi, anche e soprattutto in esterni, e spesso nella Napoli dei quartieri spagnoli, quella più verace, più sanguigna, più pura, quella che Eduardo aveva vissuto. La mera elencazione di questa selezione di otto film, aiuterà a rendere chiaro, quali sono le pellicole da tenere in considerazione per questo studio sull’Eduardo grande attore di cinema e geniale autore di commedie.

• Napoli Milionaria ( Italia 1950, b/n, 102 min.) di Eduardo De Filippo. Con Eduardo De Filippo, Leda Gloria, Totò, Delia Scala e Titina De Filippo.

• Marito e moglie ( Italia 1952, b/n, 90 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Eduardo De Filippo, Titina De Filippo e Tina Pica.

• Ragazze da marito ( Italia 1952, b/n, 93 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Eduardo De Filippo, Titina De Filippo, Peppino De Filippo, Anna Maria Ferrero, Delia Scala e Carlo Campanini.

• Cinque poveri in automobile ( Italia 1952, b/n, 101 min. ) di Mario Mattoli. Con Eduardo De Filippo, Titina De Filippo, Aldo Fabrizi, Walter Chiari e Aldo Giuffré.

• Napoletani a Milano ( Italia 1953, b/n, 101 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Eduardo De Filippo, Anna Maria Ferrero, Frank Latimore e Laura Gore.

• Questi fantasmi ( Italia 1954, b/n, 95 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Renato Rascel, Maria Frau, Ugo D’Alessio e Franca Valeri.

• Sogno di una notte di mezza sbornia ( Italia 1959, b/n, 90 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Eduardo De Filippo, Pupella Maggio e Pietro De Vico.

• Spara forte…più forte…non capisco! ( Italia 1966, col. 100 min. ) di Eduardo De Filippo. Con Marcello Mastroianni, Raquel Welch ed Eduardo De Filippo.

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Con Napoli Milionaria! il suo capolavoro, Eduardo offre uno specchio che ha il potere di riflettere una realtà alterata dagli individui e dietro la quale si annida il vuoto più profondo. E’ un’invito a meditare sul pericolo che il denaro, assunto come valore dominante, possa svuotare di senso ogni azione umana. La fortuna dell’opera fu immediata. Una volta conclusa la prima rappresentazione, nel 1945 al Teatro San Carlo di Napoli, Eduardo stesso raccontò che “scese il pesante velario, ci fu silenzio ancora per otto, dieci secondi poi scoppiò un applauso furioso e anche un pianto irrefrenabile, tutti piangevano e anch’io piangevo. Io avevo detto il dolore di tutti”. Napoli Milionaria voleva invitare a ricostruire non soltanto il paese, distrutto dai bombardamenti, ma soprattutto gli uomini e la loro coscienza. Il passato non doveva essere cancellato, ma scolpirsi nella mente e nel cuore di tutti diventare un monito per l’avvenire. Due battute di Gennaro/ Eduardo danno la chiave di tutto il discorso “La guerra nun’è finita”“A’ da passà ‘a nuttata”. C’erano ancora da combattere nemici interni, come il disordine, la violenza, la corruzione e arrivare così, dopo tanti giorni bui, a costruire tutti insieme un paese nuovo, autenticamente democratico, in cui tutti avessero il giusto, dove il potere operasse alla luce del sole, senza intrighi e senza arroganze. Era un messaggio profondamente ottimistico, un appello agli uomini di buona volontà a lavorare tutti insieme per un futuro diverso e migliore. la commedia di Eduardo esprime la necessità di un riscatto morale e del recupero dei valori fondanti della vita: l’amore, l’onestà, la solidarietà, il rispetto della legge. Valori eterni che le guerre travolgono, quando corruzione, degrado morale, criminalità, smodata avidità di denaro e potere, prevalgono sul diritto a vivere nel mondo secondo giustizia e senza discriminazioni. L’opera che inserisce definitivamente Eduardo, fra i grandi autori del ‘900. La successiva riduzione cinematografica, dato il grande successo di pubblico e critica, e dato che Eduardo lavora stabilmente anche nell’ambito cinematografica, vien da sé. Nel 1950 Eduardo con l’aiuto dello sceneggiatore Piero Tellini. rimette mano al testo teatrale e lo trasforma in una rievocazione più ampia, che illustra dieci anni di vita e storia napoletana, dal ’40 al ’50, un «diario napoletano di cose accadute nel mondo ieri, oggi… domani?», come recita il sottotitolo. Nello sforzo di farne «autentico cinema e non soltanto teatro filmato», Eduardo elimina dalla commedia alcune scene e ne aggiunge altre. Nel cast rimangono diversi interpreti storici, talvolta in parti differenti che in teatro; Titina De Filippo, per esempio, deve rinunciare al ruolo della signora Jovine perché in cinema ci vuole un volto più fresco: interpreterà un personaggio secondario, donna Adelaide, mentre Amalia, la moglie del buon tranviere, avrà il volto di Leda Gloria. Al film partecipano altri grossi nomi, come Carlo Ninchi nella parte del brigadiere e il regista Mario Soldati nel ruolo del ragionier Spasiani. L’apporto fondamentale alla pellicola lo dà Totò, chiamato a interpretare il personaggio, inesistente nella commedia originale, di Pasquale Miele, «uomo da affittare», capro espiatorio a pagamento di reati e magagne altrui, un antenato del francese Malaussène, protagonista dei romanzi di Pennac. E con la versione cinematografica, la commedia ci guadagna, la ricostruzione della vita dei vicoli di Napoli dal 1939 al 1945, coi fascisti tedeschi e poi gli alleati è ben descritta da Eduardo. Efficace è anche il racconto della dolente umanità e del degrado sociale che ha portato la guerra nelle case di tutti. L’unico film in cui i due grandi amici Eduardo e Totò, appaiono insieme: Totò poi, è sensazionale nella gag della pagnotta da cui tira fuori la pasta, la carne, il contorno, la forchetta, la saliera e il tovagliolo. Quando nel settembre 1950 fu proiettato in Italia, il fim si rivelò come un successo di pubblico e di critica. Venne però accusato da alcuni settori politici, che trovarono eco sui giornali, di avere diffamato Napoli e il suo popolo. Così ribatté Eduardo:«Certi giornali hanno scritto che io denigravo Napoli. Ma io […] i “bassi” li ho ripuliti. Eppoi cosa deve fare l’artista se non “denunciare” uno stato di cose? Questo è il nostro compito. Io non ho denigrato Napoli, ma in altri film farò vedere com’è veramente, farò vedere gli interni, farò vedere tutta la realtà di Napoli. […] La miseria c’è veramente. E io la denuncio.» Il 21 aprile dello stesso anno il film viene presentato, in concorso con altre tre pellicole italiane, al festival del Cinema di Cannes. Dopo una prima di gala, il 29 giugno, esce nei cinema di Parigi, dove rimane in programmazione quattro settimane. All’inizio del 1952 uscirà anche in Belgio, Germania, Argentina e successivamente in Brasile, Uruguay, Stati Uniti, Inghilterra, Unione Sovietica e in altri paesi dell’Europa orientale. Il film ebbe grande successo internazionale e contribuì a far conoscere l’opera di Eduardo anche fuori d’Italia.

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Sul set del film “Napoli milionaria”(1950), avvenne l’unico incontro cinematografico tra i due grandi artisti, Totò ed Eduardo. La loro era una solidissima e umanissima amicizia fraterna, nata sulle scalcinati assi del palcoscenico, e proseguita per sempre. Totò, per l’amico Eduardo lavorò gratis nel film, ed Eduardo per sdebitarsi gli scrisse una commossa lettera di affetto e regalò alla moglie di Totò, Diana, una preziosa collana di perle di Bulgari.

In Marito e moglie, del 1952, Eduardo invece, cuce insieme due episodi interpretati entrambi da lui stesso, dalla sorella Titina e dalla grande Tina Pica. Il primo episodio è tratto dalla novella Tonio di Guy de Maupassant, dove Eduardo è un pover’uomo paralizzato che è costretto dalla moglie avarissima a covare le uova in sostituzione di una chioccia; il secondo episodio, invece, è tratto dal suo atto unico del 1932, Gennareniello, che ad oggi rimane uno dei suoi atti unici più riusciti. Il protagonista è Don Gennarino, che vive con una moglie gelosa, una sorella rimasta zitella, un figlio scemo. L’unica boccata d’aria per la sua fantasia sono le chiacchierate con la bella dirimpettaia, suscitando le ire di gelosia della moglie. I due episodi, così distanti fra loro, rappresentano due diversi spaccati dell’universo coniugale. Eduardo sperimenta due stili altrettanto lontani anche per la regia. Ben più vicina alle sue corde, con quella vena comica, familiare e commovente, la storia di Don Gennarino. Tanto più sorprendente, dura e raccapricciante quella del primo episodio, che gira tutta in esterni in un paesino alle falde del Vesuvio con i modi del neorealismo, sulla scia dei capolavori del genere. A quel tempo Eduardo, nella prima metà degli anni ’50, un pò per vocazione, un pò per una maggiore liberta di espressione, decide di volersi misurare in tutti i ruoli del cinema, tralasciando per la prima e unica volta il teatro. Marito e moglie, infatti appartiene al biennio 1952/53, in cui ha persino rinunciato alla stagione teatrale, per dedicarsi appieno al cinema, e ciò sarà un leit-motiv del primo quinquennio degli anni ’50.

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Eduardo e Titina sul set del film “Marito e moglie”(1952), composto da due atti unici, uno tratto da un racconto di Guy de Maupassant e l’altro da un atto unico dello stesso Eduardo.

Il suo impegno nel cinema di quegli anni è frenetico, ma non per questo povero di qualità. In quello stesso 1952, Eduardo è nelle sale con un’altra sua creatura, Ragazze da marito. Per l’Italia sono gli anni della rinascita e il cinema vive un momento d’oro. Questo film in particolare è molto atteso dal pubblico. Tutta la stampa lo annuncia con grande risalto. A otto anni dalla brutta rottura del 1944, infatti, per la prima volta tutti e tre i fratelli De Filippo recitano nuovamente insieme, l’uno accanto all’altro. Il cammino comune però, non sarà troppo lungo, ma in quei giorni nulla ancora si sospetta e la pellicola sembra la prima tappa dell’avvenuta riconciliazione in famiglia. Peppino, lo stesso anno, ha inaugurato l’irresistibile collaborazione con il principe De Curtis in Totò e le donne. Eduardo, incuriosito dal mezzo e attirato dalle possibilità di guadagno di cui ha necessità per la ricostruzione del Teatro San Ferdinando a Napoli, si dedica totalmente alla settima arte. Insieme a Titina ( come già anticipato sopra ), per un paio di stagioni non forma compagnia in teatro e sforna un film dopo l’altro. Ragazze da marito è la sua sesta regia cinematografica. Per la prima volta la storia non arriva da un testo preesistente, ma da un soggetto originale scritto da Age e Scarpelli. Un film che mette l’accento sulla facile corruttibilità della burocrazia statale, che ebbe, ovviamente, parecchie noie in sede di censura. Durante le riprese Eduardo e Peppino ripresero a litigare, ciò nonostante il film è piacevole, una commedia agro-dolce dai toni moralistici, che si regge tutta sulla bravura dei tre fratelli De Filippo e dell’ottima regia di Eduardo. E’ la storia di Oreste Mazzillo ( Eduardo ), irreprensibile impiegato ministeriale. Pur di soddisfare le ambizioni della moglie ( Titina ) e portare le loro tre figlie in vacanza a Capri a cercar partito, si lascia convincere dall’arruffone Giacomino ( Peppino ) a compiere un’illegalità. Ma è in agguato una beffa del destino, che gli farà persino perdere il posto di lavoro.

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In “Ragazze da marito”(1952) avviene la “reunion” tra i due fratelli Eduardo e Peppino, dopo la storica litigata del 1944. Con loro anche la sorella Titina, che ha sempre fatto da tramite tra i due talenti di famiglia,

Uscito nell’autunno del 1952, altra tappa fondamentale nella carriera cinematografica di Eduardo, è rappresentata dal film Cinque poveri in automobile, diretto da Mario Mattoli. Il suo cast di grande richiamo, Eduardo, Titina, Aldo Fabrizi e Walter Chiari, lo farà diventare uno dei maggiori incassi dell’annata. La guerra è finalmente lontana e il cinematografo è lo svago prediletto dell’Italia della Ricostruzione. Per Eduardo De Filippo, ormai noto in mezzo mondo grazie al successo internazionale delle sue opere, è il secondo anno che non forma compagnia, così impegnato a sperimentare tutti i ruoli della settima arte: attore, regista e sceneggiatore. Quì infatti, Eduardo è nel folto pool di sceneggiatori, insieme alla sorella Titina, ad Aldo Fabrizi e ai giovanissimi Monicelli e Steno. La storia di questi quattro amici ( Eduardo, Titina, Fabrizi e Chiari ), poveracci, che vincono alla lotteria una fuoriserie e decidono, prima di venderla, di usarla un giorno per uno con l’obiettivo di mettersi in mostra, chi di fronte alla figlia o una ragazza, chi di fronte ai colleghi o ai paesani; è tratta da un’idea originale di uno dei padri del neorealismo, Cesare Zavattini. Sin dal 1934, racconta Zavattini, accarezzava il progetto di raccontare, con i toni della commedia, le tentazioni del successo e della modernità e i conseguenti rischi di perdita d’identità. Questo tema, sia pur in toni più leggeri, è ben descritto nel film. Curiosità: il quinto poveraccio del film è un tizio che si butta sotto la macchina di lusso sperando in un risarcimento.

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I quattro amici che vincono una macchina di lusso alla schedina, nel film “Cinque poveri in automobile”(1952), non sono altro che Eduardo, Titina, Aldo Fabrizi e Walter Chiari: praticamente i maggiori divi dell’epoca. Grande successo di pubblico per un bel film nato da un’idea del grande Cesare Zavattini.

E poi arriva il 1953, l’anno di Napoletani a Milano, la seconda opera di Eduardo De Filippo, pensata appositamente per il cinema e non presa in prestito dal repertorio teatrale e letterario: e con che risultati! Tra riflessioni sociologiche di attualità e idee surreali, ma riuscite, come un tram da Posillipo a Piazza Duomo in quel di Milano ( sketch qui proposto ); Eduardo-regista mescola nel cast divi e volti presi dalla strada. Commedia amara, ma forse la migliore opera cinematografica di e con Eduardo De Filippo, il quale dimostra di essere una star di primo livello anche nel cinema, e peraltro nel genere “impegnato”. Intenti moralistici sui rapporti dei meridionali trapiantati al nord, che si sviluppa in modo efficace e originale, senza chiudere gli occhi alla realtà. Quello che rimane, è un film che parla al cuore, che sfiora le corde della poesia, e un Eduardo, che pur essendo grande come regista, dimostra che come attore non c’è nessuno che lo batte: sublime! La trama si sviluppa sull’asse Napoli-Milano, e narra di un gruppo di venti napoletani, che spacciandosi come parenti di cinque persone morte nel crollo della loro abitazione, guidati da don Salvatore Aianello ( Eduardo), si presentano a Milano ai padroni della società per chiedere un indennizzo. Verrano assunti in fabbrica e durante uno sciopero e la successiva autogestione si conquisteranno anche la stima dei colleghi del Nord, salvando la società dal fallimento. Gustoso affresco di un’Italia ormai remota e pur sempre attuale in alcuni tratti suoi caratteristici, come l’essere costretti a sopravvivere calpestando la propria dignità personale, accettando quotidianamente i soprusi che la vita impone e,anzi, aggiungendone di propri, fino a far sì che vittima e carnefice si confondano irrimediabilmente. Il grande Eduardo De Filippo ha confezionato un film che se non è un capolavoro, poco ci manca, che fa riflettere senza annoiarsi e divertirsi senza sbracamenti di risa continui. Questo film fu accusato a suo tempo da soloni intellettualoidi di essere infarcito di luoghi comuni – i meridionali guappi, ignoranti e straccioni che ingannano e vivono a sbafo dei settentrionali probi, istruiti e ricchi – ma, in realtà, donava allo spettatore uno spaccato dell’Italia del dopoguerra che si arrabattava per costruire un avvenire migliore e più onesto per le generazioni future. La figura del “sindaco” del quartiere, magistralmente interpretata dallo stesso De Filippo, rappresenta quel factotum, pseudo tuttologo, che umanizza ed eleva a comunità una folla di individui, la cui bestialità va di pari passo con la miseria e il degrado, figli prediletti entrambi della speculazione edilizia e della totale assenza di un’entità statuale. Come non vedere in quel personaggio il farmacista che prescrive la medicina che curerà gli acciacchi, talvolta non solo fisici del paziente di turno, il prete che assolve i fedeli dalle loro piccole e grandi malefatte, il maresciallo che mantiene l’ordine e il giudice che fa rispettare le leggi, figure presenti e care a molti abitanti di sperduti paesi dell’Italia meridionale fino a qualche decennio fa , laddove il concetto di Stato era offuscato da quello di tribù. Napoletani a Milano, rappresenta ciò che eravamo, che ha prodotto poi ciò che siamo diventati nel bene e nel male. Il finale da due cuori e una capanna è un grido di speranza di quell’Italietta meno salottiera e pretenziosa di quella di oggi ma più operosa e protesa all’avvenire. Quel treno che unisce Milano e Napoli è la ragion d’essere di una nazione, il segno tangibile che uno Stato per essere tale non potrà mai essere una compresenza accidentale e arruffona di popoli diversi in un fazzoletto di territorio. Il film ottenne scroscianti applausi alla XIV edizione del festival di Venezia, ed è stato segnalato tra i 100 film italiani da salvare, proprio per il suo grande valore culturale.

Per il successivo Questi fantasmi del 1954, e ovviamente tratto dalla sua omonima commedia teatrale, Eduardo si ritaglia per sè esclusivamente il ruolo del regista, affidando la parte principale, cioè quella di Pasquale Lojacono, a Renato Rascel. Inizialmente offerto a Totò ( che come caratteristiche sarebbe stato più adatto ), Eduardo dichiarò di non aver potuto interpretare lui stesso al cinema il personaggio della sua commedia poiché aveva bisogno di un volto fresco e nuovo. Questa testimonianza risalente alla prima del film, basterà da sola ad inquadrare, la grandezza dell’opera di Eduardo e di questa riduzione cinematografica definita un “Eduardo senza Eduardo”, che ha un pò spiazzato il pubblico.

“La sera della presentazione di Questi fantasmi a Milano, Eduardo De Filippo nel discorsetto tenuto prima del film disse simpaticamente bastargli il pensiero che, come risultato di tanti anni di sforzo indefesso e coscienzioso, il pubblico italiano abbia la sicurezza che, ogniqualvolta entra in un teatro dove lavora un De Filippo, troverà sempre almeno uno spettacolo. E anche stavolta trova uno spettacolo. Sfondando gli angusti confini del palcoscenico, Eduardo si è sbizzarrito ad amplificare smisuratamente il quadro della sua spiritica farsa, trasportandoci in uno di quei nobili e immensi palazzi decaduti di Magnanapoli, e l’estro, l’animazione, la fantasia con cui ha saputo condurre e articolare entro il nuovo spazio la statica trama teatrale, senza perdere fiato e mordente, è una prova che la sua regia cinematografica non ha più paura di niente.
Perché qui De Filippo si presenta esclusivamente come regista, abbandonando ad altri il suo personaggio e la sua creazione. Eduardo senza Eduardo! Non credo che occorra ancora raccontare al lettore cosa succede in Questi fantasmi, mezzo ridevole e mezzo patetica storia di un povero diavolo il quale, non potendosi pagare una pigione, accetta di entrare in un grande appartamento che il proprietario non riesce ad affittare perché nel popolino del quartiere corre la credenza che ci siano gli spiriti. E infatti Pasquale Lojacono ce ne trova uno, per fortuna benefico, che gli imbandisce polli arrosto e gli fornisce biglietti da mille, e invece non è altri che un ricco signore, bene in carne e affatto fantasma, il quale escogita quel trucco per potergli insidiare la moglie; perché gli spiriti hanno sempre dato volentieri una mano agli amanti, come Boccaccio spiega nella novella di Gianni Lotteringhi” (Sacchi).

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Eduardo dirige Renato Rascel nel film “Questi fantasmi”(1954), ovviamente tratto dall’omonima commedia teatrale.

Sia pur tornando preminente nella carriera di Eduardo, il genere teatrale, l’attore napoletano non abbandonerà mai il cinema, almeno fino al 1966. l’anno del suo ultimo film. Nel 1959, Eduardo è al cinema con Sogno di una notte di mezza sbornia, una delle commedie ( e dei film ) meno note di Eduardo, e perciò molto preziosa. Eduardo, ancora una volta, sorprende e spiazza il pubblico. Il film è volutamente e chiaramente teatro filmato, la commedia è recitata sul palcoscenico di un teatro. Si tratta dunque di una commedia ripresa cinematograficamente, e non la sua vera riduzione cinematografica. Una scelta stilistica, che spiazza il pubblico, ma che ne decreta anche il suo successo nelle sale, e che conferma una volta per tutte Eduardo, come eccelso interprete anche sul grande schermo. Per gli estimatori di Eduardo, un saggio minore e poco conosciuto della sua arte, ma non per questo meno bello.

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Una scena tratta dal film “Sogno di una notte di mezza sbornia”, spassosissima commedia di e con Eduardo. Curioso, l’espediente di riprodurre la commedia per il cinema, esattamente com’era in teatro, non nascondendo la sua chiara origine teatrale. Da vedere!

L’ultima esperienza cinematografica di Eduardo è quella tratta dal suo capolavoro “Le voci di dentro”, testo tra i più riusciti del drammaturgo, un pò incongruamente ribattezzato per il cinema, Spara forte, più forte…non capisco!, datato 1966. Prodotto dalla Master Film, di Marcello Mastroianni, e che vede lo stesso attore nel ruolo del protagonista, la storia racconta la vicenda pirandelliana dello scultore Alberto Saporito, artista svagato che vive con un vecchio zio un pò matto ed autistico che si esprime solo sparando botti. Mastroianni è felice di affidarsi alla regia dello stesso Eduardo, che esaspera i toni grotteschi della vicenda cercando di renderla più cinematografica. Per sè Eduardo si ritaglia il ruolo dello zio matto, che disgustato dall’umanità, comunica col suo prossimo servendosi esclusivamente di botti e fuochi d’artificio. Un’operazione commerciale che non andò benissimo, ma ciò a Mastroianni, che produsse il film, importò ben poco: “a distanza di anni non conta più l’incasso, contano i ricordi, le esperienze, e per me fu un grande onore…essere diretto da Eduardo”.

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Marcello Mastroianni ed Eduardo De Filippo durante le riprese del film “Spara forte, più forte…non capisco”(1966). Tra di loro, oltre ad una forte e profonda amicizia, c’era anche profonda stima. Fu proprio Mastroianni a voler essere diretto da Eduardo, peraltro in un film tratto da una delle più riuscite commedie eduardiane, “Le voci di dentro”.

Domenico Palattella

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