Il dialetto nel cinema italiano

il dialetto nel cinema
Nella gloriosa storia del cinema italiano, una è la lingua utilizzata, ma decine sono i dialetti che si sono susseguiti sul grande schermo. Campanilismo, regionalismo, un’Italia multiforme e multietnica è stata ed è quella del cinema. Volti e voci inconfondibili e dall’inequivocabile accento. Le mille facce dell’Italia cinematografica dagli anni ’40 ai giorni nostri.

Dopo l’abulico periodo fascista, finita la seconda guerra mondiale, nel cinema esplose il “Neorealismo” portato al successo da De Sica, da Rossellini e da Visconti. Il cinema dunque, scende in strada e reagisce al quindicennio circa di abulico cinema controllato dalla dittatura fascista, raccontando storie autentiche, plausibili. Non solo, sullo schermo si parlò anche in un modo nuovo, più vicino alla lingua viva, e i dialetti che dal fascismo erano sempre stati tenuti in posizione subordinata vennero ora, spesso, in primo piano. Gli unici scampoli nel periodo fascista,di regionalismo, di dialetto si erano verificati con le trasposizioni cinematografiche delle commedie teatrali dei fratelli De Filippo, ma tutto ciò era stato come un lampo nel deserto. Il “nuovo” cinema si apre invece al dialetto, al campanilismo, al regionalismo. Saggiamente insomma, il cinema italiano si indirizzò al genere che aveva a che fare più da vicino con gli italiani stessi, con la loro cronaca locale e regionale prima ancora che nazionale e in chiave prevalentemente umoristica.

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Aldo Fabrizi in “Vita da cani” nel 1948 afferma che “Siamo tutti italiani”, niente di più vero, ma intanto il dialetto è entrato prepotente nel cinematografo.

Ma anche se il dialetto è entrato nel cinema italiano, ribadisce Aldo Fabrizi che “Siamo tutti italiani” nel film Vita da cani del 1948, ripetuto come un tormentone per tutta la pellicola, quasi a voler affermare, che sia pur tra tanti dialetti diversi, il cinema nazionale è uno solo. Tuttavia, tra gli anni 40 e 50, le lingue sullo schermo sono parecchie e si oscilla tra il genovese di Gilberto Govi e il siciliano stretto di La terra trema di Luchino Visconti. Lo stesso Fabrizi bisticcia in romanesco con la fruttarola Anna Magnani in Campo De’Fiori e si reca sulla spiaggia di Ostia, insieme ad Ave Ninchi e Peppino De Filippo a creare scompiglio in un’assolata giornata di metà agosto nel film La famiglia Passaguai. E  Totò intanto, per colpa di un diavolo veneto fa il Giro d’Italia, e in nome della sua verace napoletanità, qualche anno dopo, si infila bonariamente gli spaghetti fumanti in tasca perchè nessuno glieli porti via. In Napoletani a Milano di Eduardo De Filippo, seguito da I milanesi a Napoli con Ugo Tognazzi, c’è invece l’incontro tra due mondi tanto lontani, Napoli e Milano, il sole e la nebbia, il caldo e il freddo, modi di vivere la vita agli antipodi, ma che riescono ad integrarsi discretamente. Ma pure tra sudisti non scorre buon sangue.
Basta pensare a I Prepotenti e al suo sequel, in cui i partenopei di Nino Taranto, si rimbeccano con i romani di Aldo Fabrizi. Però quando si trovano a Milano a litigare con un meneghino, si difendono l’un l’altro, quasi a voler rivendicare una sorta di gemellaggio Roma-Napoli contro la frenetica e ricca Milano. Se voi avete i soldi, noi abbiamo il mare. E il Vittorio De Sica maresciallo, non può fare a meno di tornare nella natìa Sorrento, nel terzo capitolo delle avventure del maresciallo dei carabinieri, Pane, amore e…quasi a voler simboleggiare la vitalità e il calore dell’arco napoletano e dei napoletani, la terza pellicola acquista il colore, mettendo da parte il fascinoso bianco e nero. Ma le cadenze e le espressioni dialettali ormai impazzano sull’italica celluloide: dal “casanduoglio” (antica parola napoletana) usata da Totò in Miseria e Nobiltà per chiamare il salumiere, all’accento lumbard di Franca Valeri, la Cesira del Segno di Venere. E sempre il principe Antonio De Curtis sulle tracce della Malafemmina , con la complicità di Peppino de Filippo, scambia un ghisa meneghino per un generale tedesco. Sul vernacolo, Alberto Talegalli, alias, il Sor Clemente, ci costruisce una carriera, al pari del caratterista Guglielmo Inglese, che a dispetto del cognome, recita in pugliese strettissimo. Più che dei campanelli, l’Italia è il paese dei Campanili. Non a caso il primo gioco collettivo trasmesso dalla Rai si chiama Campanile sera, in cui i concorrenti del nord e del sud si sfidano a suon di domande e prove atletiche. E invece, il primo grande successo televisivo sarà quel Musichiere, che dal 1957 al 1960 allieterà e unirà tutti gli italiani da nord a sud, con il divertente gioco sulla musica italiana condotto dal grande e sfortunato Mario Riva, il primo show-man a tutto tondo della nostra tv. Ma sarà proprio la televisione a fornire agli italiani una lingua comune, con tutti i guai che questo comporterà come profetizzato da Pier Paolo Pasolini. E proprio il regista di Accattone darà nuova dignità al linguaggio del sottoprolerariato romano. Intanto però sul piccolo schermo Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi sbertucciano in un caleidoscopio di dialetti, il Viaggio lungo la valle del Po di Mario Soldati.
Siamo alla fine degli anni 50. Per dimostrare che Il Bel Paese è davvero unito, Sordi in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo, sogna un lavoro a Milano, tra “panettun” e “barbun” e addirittura in Venezia, la luna e tu, insieme a Nino Manfredi, Marisa Allasio e Riccardo Garrone, recita in perfetto veneto. Intanto verso la fine del decennio Vittorio De Sica, Peppino De Filippo, Nino Taranto, Antonio Cifariello, Maurizio Arena, Ugo Tognazzi e altri grandi attori si godono le vacanze “cinematografiche” tra Ischia, Capri e Taormina. Negli anni 60, Vittorio Gassman, detto Er Pantera in L’audace colpo dei solito ignoti, cerca addirittura di imparare il milanese dalla cocotte Vicky Ludovisi con esiti comici, ma quando veste l’uniforme del soldato settentrionale Giovanni Busacca in La grande Guerra commuove critica e pubblico. In fondo Gli Italiani sono brava gente come recita l’omonimo film di Giuseppe De Santis. Nel decennio dei ’60 c’è Nino Taranto, solerte funzionario di dogana barese doc in Totò contro i quattro; una Monica Vitti, ragazza con la pistola dal caldo sangue siculo; la coppia Franchi & Ingrassia, che diventano il simbolo per eccellenza della Sicilia che si affaccia sul continente; e la splendida Napoli verace e colorita descritta da De Sica in Ieri, oggi, domaniMatrimonio all’italiana, che con l’aiuto della premiata coppia Loren-Mastroianni arriverà a conquistare Hollywood.

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Alberto Sordi vigile urbano sogna di essere trasferito al nord a Milano, a lavorare. Riesce nell’intento ma poi gli viene il magone: in fondo era meglio Roma. Tutto ciò nel film “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo”(1956).

Arrivano poi gli anni ’70 e l’Italia, per citare l’apocalittico film di Steno, sì è rotta. Giancarlo Giannini da Mimì Metallurgico a Gennarino Carunchio duetta con la nordica e bionda Mariangela Melato.
Gian Maria Volontè, grazie al suo immenso talento, passa con disinvoltura dal meridionale Capo della omicidi di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto al settentrionale cottimista Lulù Massa di La classe operaia va in Paradiso. Sia quella di Giannini sia quella di Volontè sono lingue inventate, non corrispondenti a una vera parlata regionale, frutto di un decennio di conflitti e di riflessioni. Il paese è un casino, come quello immaginato da Fellini in Roma, una babele di accenti e lingue, ma è anche malinconico nel suo  Amarcord romagnolo. Lina Wertmüller, va su e giù per lo stivale con Tutto a posto e niente in ordine.
Ma un film L’albero degli zoccoli che racconta la vita in una cascina bergamasca vince la palma d’oro a Cannes nel 1978. A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, arriva poi la cadenza pugliese di Lino Banfi, l’ultimo grande dialetto italiano, che nei decenni precedenti non era proprio riuscito a trovarsi il suo spazio. E poi c’è Bombolo, che raccoglie l’eredità romana e romanesca di Aldo Fabrizi; e il grande Enzo Cannavale che ha la scritta “Napoli” sulla fronte. Con gli anni 80 si Ricomincia da tre. Massimo Troisi con la sua parlata inconfondibile sbanca i botteghini, (anche se qualche lumbard vorrebbe i sottotitoli). Tornano le caratterizzazioni regionali, dal terrunciello Diego Abatantuono al padano Renato Pozzetto, da Si ringrazia la Regione Puglia per averci fornito i milanesi al mitico “cummenda” Zampetti.

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Il fenomeno “cinematografico” degli anni ’80 è Massimo Troisi, considerato il “vero” erede di Totò e di Eduardo. Uno dei figli più degni della città partenopea, il suo napoletano è fortemente accentuato, eppure conquistò anche il pubblico delle più remote valli del nord Italia.

Negli anni a venire, oltre all’immortale romanesco, si paleserà la comicità toscana, prima con Roberto Benigni e Francesco Nuti, poi con Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello e Massimo Ceccherini sul finire degli anni ’90 e l’inizio dei 2000. Quel Ciclone di Pieraccioni che si abbatte sulla assolata campagna toscana di fine secolo, è una delle più belle e riuscite pagine di cinema moderno, con un successo di pubblico davvero mostruoso. E il folletto Pieraccioni da quel momento in poi entrò di diritto nel cinema che conta. Il cinema scherza anche sulla lega lombarda con i transilvani Giovanni e Giacomo che chiedono al dracula terrone Aldo cosa sia una “cadrega” e vanno in giro per lo stivale nel successone Tre uomini e una gamba. E poi vi è Incantesimo napoletano in cui uno scugnizzo si comporta come un perfetto “bauscia”. Non mancano comunque esperimenti più radicali in termini linguistici da Sangue Vivo, parlato in salentino a La capagira recitato in barese, da Totò che visse 2 volte di Ciprì e Maresco a Nuovomondo di Crialese, sino ad arrivare al recente Gomorra e alla serie tv Romanzo Criminale che riporta in auge lo slang delle borgate romane con espressioni diventate un cult. E poi c’è Rocco Papaleo che con i suoi primi due film da regista Basilicata coast to coastUna piccola impresa meridionale, si auto nomina ambasciatore della meridionalità italiana nel mondo. O ancora Ucco De Santis, il comico e cabarettista pugliese, che con Non me lo direMi rifaccio il trullo sembra aver preso in mano l’eredità pesante e scottante del “pugliese” di Lino Banfi; ancora più di Checco Zalone, che in pratica nelle sue opere cinematografiche, tende sempre a fuggire dalla Puglia, direzione nord, piuttosto che raccontarla da dentro.

Insomma il dialetto è il vero e proprio motore in grado di muovere il cinema italiano, che rimane sì uno, ma ricco di colori, come se fosse un arcobaleno. Chiudo dunque con una frase di Ennio Flaiano, che descrive un pò l’essenza di ciò che rappresenta il dialetto nel nostro cinema:

“L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori, viceversa il dialetto è la lingua degli attori”.

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Arriva poi “Il ciclone”(1996) di Pieraccioni, che come un vero e proprio ciclone in carne e ossa polverizza tutti i record del cinema italiano fino a quell’anno. La sua verve toscana, pungente, dissacrante ma amena di volgarità conquista il pubblico di tutta Italia.

Domenico Palattella

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