La commedia e la lingua napoletana nel cinema italiano: i film, i protagonisti, 100 anni di successi

il cinema napoletano
Un excursus sulla storia del cinema napoletano, dialetto che più degli altri, così come per la musica, ha saputo fondersi alla perfezione con la settima arte. E poi uno sguardo particolare a quegli autori e attori che con le loro pellicole hanno raccontato momenti ed eventi legati alla storia di Napoli e della sua gente. Dai fratelli Eduardo e Peppino De Filippo a Totò e Nino Taranto, da Vittorio De Sica, napoletano d’adozione, ma che proprio sulla città partenopea ha firmato i suoi film più belli; al moderno modo di concepire Napoli, di Massimo Troisi e Vincenzo Salemme, che hanno saputo descrivere una Napoli contemporanea, lontana dai soliti cliché. E ancora tanti altri protagonisti, come il simpatico Enzo Cannavale, il genere di denuncia sociale anni ’70, o l’aberrante Gomorra (2008) di Matteo Garrone, che descrive gli scempi della classe politica attuale collusa con la mafia.

1. L’avvento del cinema a Napoli: dagli inizi del secolo scorso all’epoca fascista

A inizio del secolo scorso, a Napoli l’invenzione del cinematografo venne accolto con parecchie novità, come una ventata di novità nell’ambito dello spettacolo. L’entusiasmo del pubblico incoraggia dunque, la nascita di case cinematografiche come la Tina film e la Polifilm. La Vesuvius film esporta le proprie pellicole in America, a beneficio della numerosa comunità italoamericana. La produzione è ancora ad un livello artigianale, più che di industria della cultura, si parla di “manifattura”. Nel primo decennio del secolo scorso le realizzazioni napoletane vanno dal primo corto Il ritorno delle carrozze da Montevergine (1900) di Roberto Troncone, a Tarantelluccia sorrentina e ’O pazzariello d’a Pignasecca, con storie passionali, duelli, eruzioni del Vesuvio ambientate nello scenario naturale del Golfo. Contemporaneamente in città si incominciano a pubblicare riviste specializzate: “Il cinematografo”, “Café Chantant,”, “Il programma”.  Intorno al 1910 il cinema italiano comincia ad attraversare un periodo di crisi, dovuto alla forte concorrenza straniera che offre un prodotto più rifinito. I proprietari delle sale inventano, allora, una nuova formula di intrattenimento, in cui la proiezione si alterna ad esibizioni di comici, fantasisti e cantanti. Il connubio tra cinema e canzone si rafforza in questi anni, creando un divario tra la produzione partenopea – legata ad una cultura locale con realizzazioni di storie di guappi, storie strappalacrime e pianti di mamme – e quella nazionale che si orienta sui kolossal storici come Gli ultimi giorni di Pompei. A Napoli la figura del regista non è ancora consolidata, perché non è consolidata questa nuova forma d’arte sentita dal pubblico come una sorta di commedia in movimento, un genere più “basso” del grande teatro partenopeo, della sceneggiata corale. I pionieri del cinema partenopeo assommano in un’unica figura regista, sceneggiatore, produttore e distributore. Successivamente il regista è coadiuvato da uno sceneggiatore che a volte è anche attore. Raffaele Viviani è attore e sceneggiatore di Sperduti nel Buio, mentre Francesca Bertini è aiuto-regista oltre che attrice protagonista in Assunta Spina. Con l’avvento del fascismo poi, le cose non andranno tanto meglio. Le leggi censorie proibiscono l’uso del linguaggio dialettale, a favore di una solenne italianità del testo, e la sceneggiatura di storie ambientate in situazioni di degrado sociale o economico. La Dora Film, per arginare la censura fascista, apre una succursale in America: la Dora Film of America. Negli Stati Uniti le pellicole censurate in Italia, come Le geste del brigante Musolino, riscuotono un enorme successo nella comunità italiana. L’introduzione del sonoro nei film coincide con una vera industrializzazione dell’arte cinematografica ed, infine, la creazione degli stabilimenti di Cinecittà nel 1937, trasforma la crisi partenopea in vera paralisi della produzione. La censura impedisce in tutta la penisola la libertà di espressione, evidente anche nella cinematografia. Dagli anni Trenta in poi a Napoli non si produce quasi nulla, tranne pellicole che attingono al repertorio musicale partenopeo con storie d’amore laceranti. Al contrario nel campo letterario si notano dei fermenti, portatori di una successiva rinascita culturale, ancora lontana: Natale in casa Cupiello (1931) di Eduardo De Filippo; Tre operai (1934) di Carlo Bernari; Angelici dolori (1937) di Anna Maria Ortese. La cinematografia nazionale, che segue il filone celebrativo del regime o quello asettico dei “telefoni bianchi” è acritica. Le uniche espressioni artistiche che si differenziano dalla massa, sia a livello nazionale che a livello locale, sono le pellicole girate dai fratelli Eduardo e Peppino De Filippo, tratte dalle opere del loro teatro umoristico. Se ne registrano otto nel solo quinquennio 1935/39, per poi continuare anche durante la seconda guerra mondiale con In campagna è caduta una stella (1940), Non ti pago o A che servono questi quattrini, del 1942.

Francesca Bertini - Assunta Spina (1915)
Siamo agli albori del cinema, dietro l’attrice e diva dell’epoca Francesca Bertini, si riconosce la Napoli di cent’anni fa. Una rara foto di scena dal film “Assunta Spina”, addirittura del 1915.
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La Napoli cinematografica di Eduardo e Peppino era reale e pura, priva di cattiveria, perché tratta dalle loro piecè teatrali e da quel teatro umoristico che ha reso immortali i due fratelli. Qui in una scena del film “A che servono questi quattrini?” del 1942.

2. Il dialetto entra nel cinema italiano, la nascita della commedia napoletana

Con la fine delle ostilità belliche, il secondo dopoguerra deve affrontare un’Italia smarrita, lacerata, divisa e soprattutto povera. I film diventano coscienza critica della collettività, con estrema aderenza alla realtà contemporanea, testimoni delle problematiche più scottanti dell’immediato dopoguerra: disoccupazione, emarginazione, miseria e degrado dei quartieri suburbani. Il linguaggio attinge al linguaggio dialettale, gli attori sono presi dalla strada e recitano su scenari naturali, non realizzati in studio. La cinematografia napoletana intravede subito il guizzo di una corrente che in seguito si trasformerà in uno dei filoni più riusciti della filmografia napoletana e non: il neorealismo. Pioniere di questo genere è Roberto Amoroso, geniale e ingegnoso, che esordisce nel 1947 con Malaspina, una storia tratta da una canzone dell’epoca. In realtà, la prima pellicola neorealista, ambientata a Napoli, è però considerata ’O sole mio, del 1945, ispirata alle Quattro giornate, del regista Guglielmo Gentiluomo. Seguono Paisà di Roberto Rossellini (1946) con uno degli episodi girato a Napoli, Proibito rubare di Comencini (1948) con un realismo già definito un po’ rosa e Campane a martello del 1949 di Luigi Zampa, con Eduardo De Filippo. A questo genere si riconduce anche la pellicola di Renato Castellani Due soldi di speranza del 1952.

2.1. I protagonisti: Eduardo De Filippo

Un genere a sé, derivato dalla tradizione teatrale dialettale e fusosi con l’arte letteraria, trova la sua magistrale espressione con il grande Eduardo De Filippo in Napoli milionaria del 1950 e Napoletani a Milano del 1952, film che riecheggiano i tempi della guerra e della miseria del dopoguerra, temi già espressi da Rossellini e dal binomio De Sica-Zavattini. Eduardo considerava, per la sua opera, l’arte cinematografica di tono minore in confronto alle possibilità espressive offerte dal teatro, anche se la settima arte lo ha comunque sempre affascinato sia come autore che come interprete. E i due capolavori sopracitati sono un memorabile esempio di come l’arte teatrale di Eduardo, potesse risultare molto efficace anche nell’ambito cinematografico.

2.2. I protagonisti: Vittorio De Sica

Alla letteratura attinge un altro grande artista, ciociaro di nascita, ma napoletano di adozione: Vittorio De Sica con L’oro di Napoli, del 1954 tratto dall’opera omonima di Giuseppe Marotta. Ma anche come attore ha modo di lasciare una traccia indelebile nella commedia e nella lingua napoletana, con “Pane, amore e…”(1955), il terzo film delle avventure del suo esilarante maresciallo dei carabinieri. Ambientato a Sorrento, città peraltro amatissima dallo stesso De Sica, che nei periodi estivi era solito passarvi qui le vacanze e ritemprarsi dopo le fatiche artistiche, il film ha modo di entrare di diritto nella storia del cinema italiano, per alcune scene memorabili:  quella in cui De Sica e la Loren ballano il mambo; e quella in cui lo stesso De Sica canta “Torna a Surriento”, vero e proprio capolavoro della canzone partenopea. Oltretutto il film risulterà essere il campione di incassi della stagione 1955. De Sica poi, amava profondamente Napoli e i napoletani. I napoletani lo chiamavano pomposamente “Signor De Sico” e ogni volta che tornava a Napoli lo accoglievano con il riguardo e il calore riservati a un parente importante: anche se era nato in Ciociaria, De Sica fu sempre considerato napoletano per il suo profondo legame con la città in cui aveva passato gli anni della fanciullezza. A Napoli realizzò alcuni dei suoi film più belli e più amati: L’oro di Napoli, Il giudizio universale, l’episodio Adelina di Ieri, oggi, domani, Matrimonio all’italiana. Napoletana era Sophia Loren, l’attrice che plasmò e diresse in film straordinari. Napoletano era il dialetto di molti dei suoi personaggi popolari, che disegnava con grande maestria e naturalezza. Come pure napoletane erano le canzoni che cantava con quel suo filo di voce intonatissima e calda, da fine dicitore. E a Capri e Positano amava rifugiarsi, quando aveva un pò di tempo libero tra un set e l’altro. Incantato da Positano, nella stessa cittadina, aveva anche comprato e rimodernato una sontuosa villa a picco sul mare.

2.3. I protagonisti: Totò, Peppino De Filippo e Nino Taranto

E poi c’erano Totò e Peppino De Filippo, da soli o in coppia, che avevano la napoletanità verace nel sangue, dipinta sulle loro maschere dalla fame atavica di un popolo che si riconosceva in questi due splendidi volti e magistrali attori. Erano forse l’anima più popolare e più vera di Napoli, due attori che hanno saputo unire tragico e comico, buffo e paradossale, fame e voglia di rivalsa, come esponenti di un popolo alle prese con i propri difetti e i suoi tanti pregi. E in questo morboso e amorevole rapporto con la propria città, ai due non gli è da meno l’altrettanto grande Nino Taranto, forse l’attore che anche nel linguaggio cinematografico è rimasto più legato alla sua terra. Le sue caratterizzazioni dell’italiano medio degli anni ’50, ben prima di Sordi, erano sempre intrise di napoletanità e accompagnate da un profondo accento napoletano, benché italianizzate nel linguaggio. Nonostante esigenze di lavoro ( cinematografiche soprattutto) lo obblighino per un periodo ad avere anche un domicilio a Roma, Nino Taranto sceglie di risiedere per tutta la vita stabilmente nella sua Napoli: fu forse l’unico a optare per tale scelta. L’affetto dei napoletani verso di lui era incondizionato, in particolare ne erano apprezzate le sue doti umane, la simpatia, la modestia e specialmente lo sconfinato amore per la sua città. “Io devo molto a Napoli e ai napoletani– dichiara in un’intervista del 1959- perchè Napoli mi ha dato il cuore e i napoletani mi hanno capito e mi hanno dato la forza di andare avanti. E sento che per me è un dovere portare avanti il nome di Napoli…Più passano gli anni e più mi convinco di essere veramente napoletano: mi piacciono i maccheroni, vorrei fare cose particolarissime ad ore inimmaginabili ma non me lo permettono, divento sempre più superstizioso e, grazie a Dio, mi ritengo fortunato”.

2.4. Il cinema “napoletano” di denuncia sociale: Zampa, Rosi, Squitieri

Accanto ai casi dei grandi attori, che mantengono alto l’orgoglio della napoletanità, si sviluppa pian piano un’altra corrente cinematografica che, partendo dal neorealismo del dopoguerra, e seguendo i tumultuosi cambiamenti della società napoletana, matura una viva coscienza critica nei confronti di una rapace classe dominante, politica e imprenditrice, che intreccia i propri interessi con quelli della malavita. Il film non documenta soltanto la realtà, ma diventa denuncia, critica del sistema corrotto. Di questa tendenza, significativo è Processo alla città del 1952 di Luigi Zampa, regista tra i più osteggiati e contestati dalla classe politica del tempo, che già aveva denunciato in Anni difficili il malgoverno siciliano. Alla realtà napoletana attinge un giovane regista, Francesco Rosi che, con La sfida (1958), trae spunto da un episodio di cronaca per denunciare le attività malavitose della città. Il film è anticipatore di uno dei suoi capolavori Le mani sulla città del 1963, realizzato in piena ricostruzione edilizia e che oggi sembra sinistramente profetico per lo scempio ambientale annunciato e per l’intreccio tra potere e malavita. Sulla violenza della criminalità insiste un altro grande regista partenopeo, Pasquale Squitieri con Camorra del 1972, a cui fa seguito I guappi del 1974. In questa pellicola, con la guida di Michele Prisco, il regista realizza un drammone a fosche tinte, dove l’assunto base è la guapperia come naturale correttivo alle ingiustizie sociali. A questo genere, che ha avuto un enorme riscontro di pubblico, si riconducono anche Napoli Violenta (1976) per la regia di Umberto Lenzi, I figli non si toccano (1978), sino a arrivare al più recente Il Camorrista, film che segna l’esordio come regista di Giuseppe Tornatore nel 1986. Il protagonista del film, tratto liberamente dal romanzo omonimo del giornalista-scrittore Giuseppe Marrazzo, è ’o professore, soprannome di don Raffaele Cutolo, capo della “Nuova camorra organizzata”. Con un’angolazione diversa, meno violenta e più ironica, è svolta l’analisi del sottobosco della città – che pullula di figure sinistre che vivono nell’illegalità sotto una facciata di normalità – in Mi manda Picone, film del 1983 del regista sardo Nanni Loy. «…un film di una durezza e di una forza straordinarie in cui la cronaca si confonde volentieri con la favola, o comunque con la fantasia… ».

2.5. Gli anni ’80: i casi di Enzo Cannavale e di Massimo Troisi

Siamo ormai in pieno anni ’80, lo scempio edilizio si è pressocchè concluso: le “Vele” di Secondigliano sono l’emblema di una ricostruzione che ha deturpato Napoli più della guerra. Sono anni che vedono l’ultima grande speculazione edilizia realizzata con i soldi per la ricostruzione del post-terremoto del 1980: quartieri dormitorio sorgono in tutta la cinta suburbana, privi di centri di aggregazione sociale, di verde, di strutture commerciali adeguate. È, però, anche il decennio che vede nascere una avanguardia di registi che abbandonano il filone “Napoli violenta”, per realizzare pellicole ambientate proprio in queste nuove realtà suburbane, analizzate e denunciate con la puntualità di un cronista. Solo che Napoli ha bisogno di ritornare alla commedia brillante, ha bisogno di essere nuovamente raccontata con il sorriso, benchè abbia, inutile negarlo, mille problemi di natura sociale ancora, ahimè, irrisolti.

Un’icona del cinema partenopeo di questi anni è Enzo Cannavale, una delle anime più autentiche di Napoli, spesso utilizzato come spalla di lusso. Scoperto artisticamente da Eduardo De Filippo, è stata una presenza fissa nella commedia all’italiana negli anni ’70 e ’80,  facendo spesso coppia con Bombolo e raggiungendo la visibilità del grande pubblico accanto a Bud Spencer nella celebre serie di Steno, Piedone, nei panni del bonario brigadiere Caputo. Il suo personaggio del napoletano di animo buono e un pò sfortunato colpì il pubblico, con la perla della pellicola “32 dicembre”(1988) di Luciano De Crescenzo, ruolo che gli valse il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista, in una magistrale interpretazione. In questi anni però, sale alla ribalta Massimo Troisi. La sua formazione artistica è teatrale – era l’elemento portante del trio “La Smorfia” – e quando approda al cinema nel 1981 come regista della pellicola Ricomincio da tre, i produttori non gli danno molto credito. Il successo, invece, è incredibile e immediato. Troisi è il portavoce di una nuova comicità, un neorealismo ironico, a volte amaro, che si identifica con una nuova generazione di giovani napoletani, quella del post-terremoto. Con Scusate il ritardo, uscito due anni dopo, Troisi si aggira nella Napoli del dopo-terremoto, nei panni di un disoccupato. Nella sua ultima opera da attore, Il postino (1994), Troisi giunge, con un’interpretazione straordinariamente accorata, ad una piena maturità artistica. Su di lui e sul quasi contemporaneo Vincenzo Salemme, val la pena soffermarci e aprire un capitolo a parte, anticipando ora qui, che a loro due si deve la nascita della moderna commedia napoletana, e di una maniera nuova di intendere Napoli e la napoletanità, lontana dai soliti cliché e dai classici luoghi comuni.

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Sophia Loren e Vittorio De Sica sul set del capolavoro di Dino Risi, girato a Sorrento, “Pane, amore e…”(1955), uno dei massimi capolavori del cinema italiano. Le scene più famose furono girate sul lungomare e nella piazzetta di Marina Grande e videro come comparse alcuni abitanti del vecchio borgo.
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Sopra la panchina dove si riposavano Vittorio De Sica e Sofia Loren, la comunità di Marina Grande ha voluto murare un’opera in maiolica, per non dimenticare la loro lunga permanenza per le riprese del film.
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Peppino De Filippo e Totò, anime di Napoli: due attori di straordinaria bravura, che in coppia, in ben 16 film hanno regalato interpretazioni memorabili e pellicole rimaste nella memoria collettiva. Su tutti si stagliano i fratelli Caponi di “Totò, Peppino e la malafemmina”(1956), il loro capolavoro.
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Aberrante, crudo, realistico, “Le mani sulla città”(1963), di Francesco Rosi descrive lo scempio ambientale ed edilizio degli anni ’60 a Napoli e l’intreccio tra potere e malavita.
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Scoperto artisticamente da Eduardo De Filippo, Enzo Cannavale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 è stata una delle presenze fisse della cinematografia italiana di quegli anni. Dall’accento spiccatamente napoletano, ha caratterizzato perfettamente i vizi e le virtù del napoletano medio, buono, sfortunato, altruista. Un grande artista.

3. La moderna commedia napoletana: Troisi, Salemme e Gomorra

3.1. Troisi e Salemme: quando il napoletano gioca con i cliché. Il fallimento del Siani cinematografico.

Napoli è tra le città più belle e difficili del mondo, con una attenzione costante da parte dei media nazionali e una serie di “leggende” e dicerie verosimili che l’accompagnano da sempre.
Ma come è possibile?
Vuoi che il napoletano, come lingua e come cultura, sia un prodotto di esportazione, vuoi che i grandi rappresentanti del teatro prima, del cinema, poi, hanno giocato molto sui cliché, che nel tempo si sono andati a creare. Questo ha fatto sì che si alimentassero e cristallizzassero. Ma la visione di intendere Napoli, che ne hanno dato Massimo Troisi e Vincenzo Salemme, è assolutamente sui generis, guardando il passato e anche il presente cinematografico. Nel 1953 nasce Massimo Troisi, solo 4 anni più tardi Vincenzo Salemme. Entrambi hanno percorso la strada del teatro e del cinema. Il primo, dal Centro Teatro Spazio a La Smorfia, ripercorre i drammi della Napoli che cavalca gli anni ’70 e gli ’80, ironizzando su una politica assente, il dramma del lavoro sommerso (un lavoretto…. guarda la mano), il fenomeno devastante dell’emigrazione. Il secondo affiancherà il grande Eduardo De Filippo e il figlio Luigi. Prima dei grandi successi cinematografici che dall’”Amico del cuore”(1998) in poi, gli spalancheranno le porte del cinema, e in cui racconterà le piccole famiglie borghesi campane e il loro vivere tra tradizione e il veloce cambiamento.
Non è possibile paragonare due artisti così diversi, non vorrei mai. In modalità diverse, questo è sicuro, entrambi attingono al loro presente (che troppo spesso assomiglia ancora al nostro) con una ironia schietta, diretta, cattiva, quasi gotica. Tipica dell’animo napoletano, che ironizza su tutto, soprattutto sulle sue piccole e grandi disgrazie, perché in fondo “Basta ‘na jurnata ‘e sole” come cantava Pino Daniele. Giocare con i cliché che immobilizzano la città e la cultura napoletana, trasformarli, banalizzarli, per renderli più sopportabili a tutti quelli che li vivono. Ironia sottile, curata, un mix vincente, che al botteghino sicuramente porta sempre risultati e risate, ma anche possibilità di riflettere sulla situazione sociale della città partenopea. Con la morte di Troisi poi, Vincenzo Salemme è rimasto l’unico vero artista ad intendere nella maniera giusta Napoli, con una visione classica, ma nello stesso tempo innovativa. Se la maggior parte delle sue opere cinematografiche, sono tratte dalle commedie ( di successo ) che recita in teatro, è pur vero che ad oggi, la sua maniera di rappresentare Napoli rimane la più autentica e reale, in un cinema in cui è rimasto forse l’unico e ultimo baluardo, l’ultimo esponente della commedia napoletana, nata con i fratelli De Filippo, e che ha visto come ultimi eredi lui e Troisi, purtroppo scomparso troppo presto. Per la verità il comico e cabarettista Alessandro Siani ha provato a rinverdire un pò i fasti del passato, ma i suoi film ideati su una realtà basata sui classici cliché vecchi di secoli, pur favorendo il pubblico e gli incassi, si sono rivelati un fallimento dal punto di vista qualitativo. Meglio ha fatto infatti Salemme, ad esempio,con il suo E fuori nevica… del 2014, spumeggiante commedia brillante attraversata interamente da battute esilaranti e situazioni che oscillano tra l’assurdo e il paradossale, e in cui Salemme è affiancato da caratteristi di primo livello come Carlo Buccirosso, Nando Paone e Maurizio Casagrande. Viceversa il film di Siani, Si accettano miracoli (2015), di qualche mese successivo si è rivelato troppo debitore nella ricerca della risata, per risultare anche veritiero, in un contesto pieno zeppo di luoghi comuni, che non fanno bene a Napoli e alla napoletanità. Ci si aspetterebbe dunque molto di più, da un attore, Alessandro Siani, che si è sempre, mal celando tale impressione, considerato erede di Massimo Troisi, ma che ancora non ne ha saputo ripercorrere le gesta. Forse in futuro, chissà!

3.2. Gomorra, il film di denuncia che ha sconvolto le coscienze

Ma non solo commedia brillante, perché Napoli purtroppo non è soltanto allegria e spensieratezza, ma anche disagio sociale e criminalità organizzata. Il più importante film dell’ultimo decennio è dunque “Gomorra”(2008), diretta dal regista romano Matteo Garrone, traduzione cinematografica dell’omonimo best seller di Roberto Saviano, considerato unanimemente, il libro-denuncia più implacabile di questi ultimi anni. Entrambe le opere sconvolgono le coscienze: non si argomenta più sui palazzinari collusi con la malavita e il politico, si va oltre, si penetra nelle viscere della corruzione della malavita napoletana, diventata imprenditrice, che investe nel nuovo oro: la monnezza. Intere aree della Campania sono contaminate da rifiuti tossici che stanno già penetrando nelle falde acquifere, come dichiarato in un rapporto NATO. È il disastro ambientale più grave ed irreversibile perpetrato in Italia ai danni di una regione, per opera non più di una classe politica locale, ma che coinvolge interi settori della economia legale nazionale. La camorra, la guerra tra gli “scissionisti” di Scampia e i boss della zona, sembrano perfino piccole cose, di fronte all’orrore di questa catastrofe che scuote le coscienze. Sia l’opera letteraria che la trasposizione cinematografica devono essere viste, lette e sviscerate dai giovani, perché è soprattutto a loro che è diretto il grido di Saviano che con la denuncia ha messo in gioco la sua vita.

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Il vero grande erede di Totò e di Eduardo, Massimo Troisi è forse l’artista napoletano più amato di sempre. La sua sfolgorante carriera cinematografica ha toccato l’apice al suo dodicesimo film, con il capolavoro celebrato in tutto il mondo de “Il postino”(1994), ma che purtroppo fu anche la sua ultima fatica artistica: morì 12 ore dopo la fine delle riprese stroncato da un infarto.
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Cresciuto artisticamente sotto l’egidia di Eduardo e del figlio Luca, Vincenzo Salemme è oggi uno degli attori e autori italiani più prolifici sia in teatro che al cinema. I suoi film sono stabilmente premiati da un grande successo di pubblico, in commedie spensierati, brillanti, che disegnano una Napoli lontana dai classici cliché a cui eravamo abituati.
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La locandina del film “Gomorra” del 2008, diretto da Matteo Garrone. Il film di denuncia più implacabile e veritiero dell’ultimo decennio. non si argomenta più sui palazzinari collusi con la malavita e il politico, si va oltre, si penetra nelle viscere della corruzione della malavita napoletana, diventata imprenditrice, che investe nel nuovo oro: la monnezza.

Domenico Palattella

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