Il grande cinema di Ugo Tognazzi: il più “vero” interprete dell’italiano medio. I suoi best films.

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Il grande Ugo Tognazzi nasce come cabarettista di avanspettacolo e raggiunge la notorietà come comico televisivo in coppia con Raimondo Vianello. Il suo debutto cinematografico è datato 1950 e in quarant’anni partecipa come attore a ben 150 film. Alcuni titoli trascurabili si affiancano a parecchie pellicole e prove davvero notevoli soprattutto nella commedia all’italiana di cui è stato uno dei volti simbolo.

1. Ugo Tognazzi: il più “vero” interprete dell’italiano medio

25 anni dalla morte del grande Ugo Tognazzi, la maschera più autentica e reale del vero italiano, interpretato sul grande schermo senza troppi vezzi. Da qui un prezzo alto da pagare, quello di essere uno specchio in cui nessuno si voleva davvero vedere. Tra i cosiddetti “colonnelli della risata” (Nino Manfredi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman) era infatti il più anomalo perché il più normale, e in fondo il più vero. Tutti i grandi lo vogliono: il giovane Ettore Scola ne “Il commissario pepe” (’69), Pier Paolo Pasolini in “Porcile” ( ’69 ), Alberto Bevilacqua ne “La califfa” ( ’70 ). Pupi Avati lo vuole protagonista insieme a Paolo Villaggio ne “La mazurka del barone”, mentre Bernardo Bertolucci lo scrittura per “La tragedia di un uomo ridicolo”, che nel 1982 conquista la Palma d’oro a Cannes. A partire dagli Anni ’70 diventa uno dei volti delle saghe cinematografiche più popolari: “Amici miei” di Mario Monicelli (dal 1975 in poi) e “Il vizietto” con Edouard Molinaro (dal 1978). Nel 1980 Ettore Scola gli cuce addosso il personaggio del produttore dalle velleità intellettuali de “La terrazza”. Artista eclettico capace di fare varietà, cinema d’autore e filmetti di serie B insieme a Raimondo Vianello, fino ai mostri sociali come ne “La donna scimmia” e al tragicomico Conte Mascetti di “Amici miei”. Appassionato di cucina quanto di donne aveva coniato il suo personale motto: “L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina”. Ugo Tognazzi dunque, è stato definito il più “vero” interprete dell’italiano medio. Se Sordi ha rappresentato i difetti della classe media italiana dell’epoca del boom economico e del post boom economico; e Gassman ha rappresentato la borghesia che ambisce a conquistare il potere, ma quasi sempre sopra le righe; Tognazzi ha rappresentato il lato più umano, più sanguigno di quella classe piccolo-borghese che ambisce quasi ingenuamente a scalare il gradino sociale che può portarla verso il benessere, e perciò il più reale e concreto. Tognazzi, il grande Ugo, lo hanno definito in tanti modi ma sempre insistendo su certi aspetti: califfo, dongiovanni, rubacuori, casanova…e lui si difendeva dicendo “Che esagerazione, sono solo un uomo che ama le donne”. Era appassionato di calcio, gaudente e gioviale, amante della buona tavola e della buona pittura. Ha cominciato con l’avanspettacolo e ha vinto al festival di Cannes il premio per il miglior interprete nel 1982. Ha avuto 4 figli, Ricky, Thomas, Gianmarco e Maria Sole, da tre mogli diverse. Il suo volto padano, ma profondamente italiano è apparso in più di 140 film per rappresentare molti aspetti del nostro paese, dagli anni del boom a quelli della crisi e prima ancora il tempo delle divise: dalle marce su Roma alle fughe per le campagne. Nel suo campionario ci sono ballerini stremati dalla miseria e umiliati dalla protervia degli altri, gerarchi goffi, arroganti e anche umani. Omosessuali che non sono macchiette, buontemponi sguaiati e malinconici; maturi signori che non vogliono rinunciare ai piaceri, perché per loro sesso e tavola sono il sostegno che li aiuta a vivere. Tognazzi è stato uno degli ultimi epicurei: spaghetti, signorine, scherzi goliardici e la famiglia come rifugio, e in più l’ombra della solitudine e della malinconia.

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2. Ugo e il cinema

Ugo Tognazzi fa il suo esordio nel cinema nel 1950 con “I cadetti di Guascogna” di Mario Mattoli, ispirato all’omonima canzone di Fragna, Larici e Rastelli, sceneggiato da Vittorio Metz e da Marcello Marchesi (che aveva scritto i testi per la rivista “Viva le donne”, con cui Ugo aveva debuttato nel varietà, stagione ’45-’46). Alla sceneggiatura collaborano perfino Age e Scarpelli. Il film, però, non viene molto apprezzato dalla critica:

«Destinato a palati facilissimi» Gianluigi Rondi
«Offesa rivolta al buon cinema» Renato Morazzani – Pietri
«Vecchio sketch stiracchiato all’inverosimile» Mario Landi

Il pubblico, invece, gradì molto e il film fu settimo per incassi nella stagione 1950-’51. Bisogna dire che negli anni del dopoguerra ci fu effettivamente un travaso di attori e autori dalla rivista o dall’avanspettacolo al cinema, e non sempre le battute, le parodie o gli interi numeri riportati su pellicola avevano l’impatto che in teatro fu innegabile. Anche i critici più severi, comunque, ebbero una nota positiva solo per Tognazzi e Walter Chiari: «coppia indovinata».

Gli anni successivi videro Tognazzi impegnato su tutti i fronti: teatro, televisione, come abbiamo visto, e anche cinema:

1951
– “Auguri e figli maschi” di Giorgio Simonelli, con Delia Scala
– “La paura fa 90”, sempre di Simonelli, con Silvana Pampanini

1952
– “Una bruna indiavolata” di Carlo L. Bragaglia, con la Pampanini

1953
– “L’incantevole nemica” di Claudio Gora, sempre con la Pampanini e addirittura Buster Keaton (da un soggetto dei soliti Metz e Marchesi, sceneggiato da Age e Scarpelli)
– “Se vincessi cento milioni” di Carlo Moscovini, con Milly Vitale
Dal 1954 (l’anno della rottura con la RAI) Tognazzi, dapprima con le sue fide “spalle” teatrali (Campanini e Taranto), poi sempre in coppia con Vianello, gira una quarantina di film in soli sei anni.

Sono anni di superlavoro in film, a volte sgangherati e banali, altre di una demenzialità surreale e moderna, che comunque riflettono bene il clima di quegli anni. Anni di sollievo e voglia di ridere, anche in modo semplice, dopo le privazioni e gli orrori della guerra. Così, allora, ben vengano:

1954
– “Cafè Chantant” di Camillo Mastrocinque, con Alberto Talegalli
– “Siamo tutti milanesi” di Mario Landi, con Carlo Campanini
– “Milanesi a Napoli” di Enzo Di Gianni, con Campanini e Taranto
– “Sua Altezza ha detto: No!” di Maria Basaglia, con Elena Giusti
– “Assi alla ribalta” di Ferdinando Baldi, con Croccolo e Vianello

1955
– “Ridere ridere ridere” di Emilio Antonelli, con Billi e Riva
– “La moglie è uguale per tutti” di Giorgio Simonelli, con Nino Taranto

Nel 1958 torna al cinema con Totò nella “Luna di Steno”, da un soggetto dello stesso Steno e Lucio Fulci, sceneggiato con Sandro Continenza ed Ettore Scola. Pur firmato da egregi professionisti, e con il grande Totò, il film non ottiene comunque critiche troppo positive:

«Totò e Tognazzi stimolano l’allegria maliziosa e scollacciata del solito spettacolo da rivista» Arturo Lanocita
«i due comici si prodigano nel loro repertorio con duetti abbastanza saporiti» Leo Pestelli

E ancora, nello stesso anno:

1958
– “Domenica è sempre domenica” di Camillo Mastrocinque, con Alberto Sordi, Mario Riva e Vittorio De Sica
– “Mia nonna poliziotto” di Steno, con Tina Pica, Billi e Riva, Alberto Lionello
– “Marinai donne e guai” di Simonelli, con Maurizio Arena e la Masiero
– “Il terribile Teodoro” di Roberto Montero, con Nino Taranto e Riva

1959
– “Fantasmi e ladri” di Simonelli, con Riva, la Pica e Talegalli
– “Non perdiamo la testa” di Mario Mattoli, con Franca Valeri
– “Psicanalista per signora” di Jean Boyer, con Fernandel
– “La Pica sul Pacifico” di Roberto Montero, con la Pica e Carotenuto
– “Le cameriere” di Carlo L.Bragaglia, con la Ralli e Valeria Moriconi
– “Guardatele, ma non toccatele!” di Mario Mattoli, con Dorelli e Vianello
– “La sceriffa” di Roberto Montero, con la Pica e la De Mola
– “Noi siamo due evasi” di Simonelli, con Magali Noel e Vianello
– “La cambiale” di Mastrocinque, con Totò, Vianello e Gassman
– “Tipi da spiaggia” di Mattoli, con la Masiero e Dorelli
– “La duchessa” di Santa Lucia di Montero, con la Pica e Maurizio Arena

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Ugo Tognazzi in uno dei suoi esilaranti travestimenti nel film “Tipi da spiaggia”(1959), divertente commedia balneare girata sulle spiagge di Taormina.

1960
– “Genitori in blue-jeans” di Mastrocinque, con Peppino De Filippo
– “Tu che ne dici?” di Silvio Amadio, con Vianello e Fred Buscaglione
– “Il mio amico Jekyll” di Marino Girolami, con Vianello e Croccolo
– “Le Olimpiadi dei mariti” di Giorgio Bianchi, con Vianello
– “A noi piace freddo” di Steno, con Vianello e Peppino De Filippo
– “Un dollaro di fifa” di Simonelli, con Walter Chiari e Carotenuto
– “Il principe fusto” di Maurizio Arena, con Arena e Lorella De Luca
– “I Baccanali di Tiberio” di Simonelli, con Chiari e Tino Buazzelli

Anni pieni di titoli, come si vede, che però così vengono recensiti:
– “I Baccanali”: «tenue pretesto per una serie di episodietti da avanspettacolo, si ride poco nonostante la simpatia per Chiari e Tognazzi»
– “A noi piace freddo”: «immancabile travestimento da donna del solito Tognazzi, si finisce nella farsa più sconclusionata»

1961
– “Femmine di lusso” di Giorgio Bianchi, con Belinda Lee e Chiari
– “Cinque marines per cento ragazze” di Mattoli, con Virna Lisi
– “Sua Eccellenza si fermò a mangiare” di Mattoli, con Totò
– “Gli incensurati” di Francesco Giaculli, con Peppino De Filippo
– “Psycosissimo” di Steno, con Vianello
– “I magnifici tre” di Simonelli, con Vianello, Chiari e Aroldo Tieri
– “La ragazza di mille mesi” di Steno, con Vianello
– “Pugni pupe e marinai” di Daniele D’Anza, con Gloria Paul, Paolo Ferrari, Alberto Bonucci, Franchi e Ingrassia
– “Che gioia vivere” di René Clement, con Alain Delon, Gino Cervi, Rina Morelli e Paolo Stoppa

Anche i film del ’61, ottengono critiche feroci:
– “Psycosissimo”: «consueto repertorio farsesco» e «rispetto a Tognazzi e Vianello, Jerry Lewis sembra avere la statura di un maestro della commedia»
– “Sua Eccellenza si fermò a mangiare”: «senza Totò sarebbe il deserto» e «scherzi volgarucci»
I magnifici tre: «tre comici per non far ridere» «repertorio abusato» Chiari Tognazzi e Vianello

E forse, quindi, non è un caso se proprio in quell’anno 1961 avviene la svolta. Ugo Tognazzi ha trentanove anni, dei quali venti trascorsi su tutti i palcoscenici d’Italia in ogni genere di spettacolo: una bella gavetta! Ha una cinquantina di film al suo attivo… A questo punto, c’è palesemente in lui una crescente insofferenza verso schemi ormai logori. È stanco di indossare maschere scontate, ha voglia d’altro.

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La svolta della carriera di Ugo Tognazzi, “Il federale”, di Luciano Salce, è il film che lo lancia tra i grandi della commedia all’italiana.

Nel 1961 Ugo Tognazzi sceglie di interpretare un film di Luciano Salce senza il fido Vianello. Che succede? È la svolta nella carriera di Tognazzi, che non farà più nemmeno un film con i registi con i quali ha lavorato (e quanto!) finora.

Da solo, senza le abituali spalle comiche, intraprende un nuovo cammino: esce dal cinema macchietta ed entra nella commedia all’italiana, la stagione a tutt’oggi più felice del cinema italiano del dopoguerra. Non è che smetta di far ridere, ma è un riso, scusate la citazione, davvero amaro. È commedia nel senso più vero e fedele alle origini della parola: la commedia che dilettando ammaestra, secondo la formula di ciceroniana memoria, che fa ridere e fa pensare, che insegna qualche piccola verità senza annoiare, tutt’altro.

Siamo del resto in quegli anni Sessanta, in cui l’intera società civile sta cambiando e con la fine del centrismo termina anche la sostanziale rimozione di ogni discorso sul periodo fascista. C’è nella coscienza collettiva la necessità di ricordare e analizzare per poter andare avanti nella costruzione di una società rinnovata e finalmente aperta a grandi forze popolari, finora prive di voce.

Accanto ai grandi affreschi, ai film di tono, per così dire, “alto”, come “Tutti a casa” o “La lunga notte del ’43”, spuntano anche il sorriso e lo sberleffo di Salce e Dino Risi, due registi particolarmente congeniali a Tognazzi.

Ed è “Il Federale”, sceneggiato da Luciano Salce con Castellano e Pipolo, che determina la svolta nella carriera di Tognazzi. Si tratta di un film anche duro, tanto da spaventare il figlio di Ugo, Ricky, allora ragazzo. Il quale ricorda però anche l’orgoglio e il coraggio del padre per la scelta di un film non solo “comicarolo”, ma amaro e profondo, che pure mantiene spunti divertenti. Un film che confermò in Tognazzi l’idea di costruire un personaggio d’ora in poi e non solo una macchietta.

Con Salce, in quegli anni, Tognazzi girerà ancora alcuni più o meno riusciti film, quali:

1962
– “La voglia matta”, sceneggiato con Castellano e Pipolo, con Catherine Spaak e Gianni Garko
– “La cuccagna”, sceneggiato con Vincenzoni, Parise e Carlo Romano, con Donatella Turri e Luigi Tenco

1963
– “Le ore dell’amore”, sceneggiato con Castellano e Pipolo, con Emmanuele Riva, Barbara Steele, Mara Berni

L’altro regista che in quegli anni riuscì a dare a Tognazzi opportunità preziose per la sua rinnovata comicità graffiante fu Dino Risi. Amico e sodale, capace di grande interscambio con l’attore, Risi firma due dei capolavori della commedia all’italiana:

1962
– “La marcia su Roma” scritto da Scola e Maccari, Age e Scarpelli, Continenza e De Chiara, infine amalgamato da Risi, con Vittorio Gassman

1963
– “I Mostri”, soggetto di Age e Scarpelli ed Elio Petri, sceneggiatura di Scola e Maccari, sempre con Gassman.

I due film, ma soprattutto il secondo, segnano un punto d’arrivo nell’evoluzione dell’attore Tognazzi, che ha come antagonista e comprimario il grande Gassman e dà il meglio di sé in una gara di bravura finita senza dubbio con un punteggio di parità. Parità fra due grandi attori e due grandi amici, che si volevano bene e si stimavano profondamente.

«…in condizione di emularsi in una prova di abilità come è quella di trasformarsi ciascuno in una serie di personaggi diversi… Tognazzi davvero sempre più bravo e sorprendente…» Gian Maria Guglielmino

I due film ebbero un successo anche commerciale, specialmente “I Mostri”, che risultò secondo negli incassi della stagione 1963-’64; ebbe anche un’edizione televisiva nel ’77, e nello stesso anno un seguito: “I nuovi mostri”, con la regia di Monicelli, Risi e Scola, su soggetto e sceneggiatura di Age e Scarpelli, Maccari e Zapponi. Appartiene a questo seguito uno dei pezzi memorabili nella carriera di entrambi gli attori: la esilarante rissa nella cucina dell’osteria fra Tognazzi e Gassman.

L’attore lavora ormai a pieno regime, anche tralasciando qui i film che Tognazzi fece come regista:

1962
– “Una domenica d’estate” di Giulio Petroni, con Raimondo Vianello e Annamaria Ferrero

1963
– “Rogopag” di Roberto Rossellini, Ugo Gregoretti, Pier Paolo Pasolini, Jean-Luc Godard, con Orson Welles, Rosanna Schiaffino, Lisa Gastoni, Laura Betti
– “I fuorilegge del matrimonio” di Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani, con Annie Girardot e Romolo Valli
– “Liolà” di Alessandro Blasetti (dall’omonima commedia di Pirandello), con Giovanna Ralli, Pierre Brasseur e Anouk Aimée
– “La vita agra” di Carlo Lizzani (dall’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi), con Giovanna Ralli

Film non banali, film a volte “rischiosi” , per esempio, “I fuorilegge del matrimonio”, girato in appoggio della legge sul divorzio. Ma perché Tognazzi aveva scelto un film che potremmo definire di impegno sociale? Calcolo di professionista esperto o coraggio di uomo essenzialmente libero? Eppure, non fu quello che all’epoca si sarebbe detto un attore “impegnato”. L’impegno di Ugo Tognazzi, forse, stava in un’ostinata aderenza alla realtà o, come diceva lui, all’attualità… in un suo speciale sentimento del tempo, che lo portò in pochi anni, ad aggiungere per sempre, nella grande saga della commedia all’italiana, alla maschera di Sordi, Gassman e Manfredi, la sua straordinaria maschera che sa di scalogno, la cipolla del nord che Ugo amava, una faccia nella quale si coglie da un particolare solo, come uno sguardo obliquo, la piega delle labbra, il modo di tenere la testa, quasi sempre piegata da una parte, la connotazione di un personaggio. Piccole cose, che però sullo schermo danno grandi frutti.

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Un altro degli strepitosi ritratti “italiani” del grande Ugo Tognazzi, ormai lanciato nell’olimpo dei grandi del nostro cinema. Qui è con la giovanissima Catherine Spaak, nel film “La voglia matta”.

Se nella grande stagione della commedia all’italiana Tognazzi ebbe la sua più notevole affermazione professionale con ritratti indimenticabili di qualunquista protervo, marito in crisi o mostro sociale, il suo volto ha però anche rappresentato (pensiamo alla “Vita agra”) quel provinciale pulito, legato ai sapori e ai colori della propria terra, che Ugo in fondo poi era. Il provinciale che nella grande città ancora si sente a disagio, idealista annichilito e coinvolto nei meccanismi di quella società che vorrebbe combattere. Sono gli anni del boom economico, cambiano le condizioni e gli stili di vita, cambiano i valori… E Tognazzi, sempre al passo, sembra disegnare con particolare efficacia un personaggio di piccolo borghese arrampicatore, un po’ per bene e un po’ furbo di necessità… quasi sempre a disagio nei rapporti di coppia, mai in sincronia con i tempi e i desideri della donna, la quale sta profondamente cambiando: lavora e vuole contare di più, chiede la parità dei diritti, fa saltare secolari schemi. E il piccolo uomo Tognazzi arranca, nei film di Marco Ferreri:

1964
– “Una storia moderna: l’ape regina”, sceneggiato da Ferreri con Parise, Azcona, Festa Campanile, Franciosa e Fabbri, con Marina Vlady

1965
– “La donna scimmia”, sceneggiato da Ferreri con Rafael Azcona, con Annie Girardot
– “Oggi, domani, dopodomani”, sceneggiato da Ferreri con Azcona (episodio con Tognazzi: “L’uomo dai cinque palloni”), con la Spaak

1966
– “La marcia nuziale”, sceneggiato da Ferreri con Azcona e Diego Fabbri, con Gaia Germani

Film davvero memorabili, frutto di una collaborazione feconda nata da una grande amicizia personale e un comune amore per la rappresentazione bizzarra di quel tanto di mostruoso che esiste in ognuno di noi. Il primo fu premiato a Cannes, dopo essere stato osteggiato dalla censura italiana. Quasi unanimi le critiche positive. Del resto Tognazzi è ormai riconosciuto un po’ da tutti come grande interprete, anche nel successivo La donna scimmia:

– «Tognazzi, forse alla sua prova più alta» Ugo Casiraghi
– «la migliore prova della maturità raggiunta dall’attore nel controllo delle sue risorse espressive» Vittorio Spinazzola
– «esemplare nella sua ambiguità di uomo medio» Tullio Kezich

Sempre in quegli anni, interpreta anche:

1964
– “Il magnifico cornuto” di Antonio Pietrangeli (da Le cocu magnifique di Crommelinck), sceneggiato da Fabbri, Maccari, Scola e Strucchi, con Claudia Cardinale, Salvo Randone e Gianmaria Volonté

Il film ebbe un inaspettato ed enorme successo commerciale, nonché di critica:

– «Tognazzi si prodiga al limite delle proprie possibilità» Alberto Moravia
– «Partito dalla farsa più guitta, è approdato al grottesco, al dramma più paradossale, alla tragicommedia con ottimi risultati, rivelandosi sempre di più, e qui più che altrove, un attore di consumata scienza e sapienza, pronto ormai ad imprese anche più difficili» Gian Luigi Rondi

1965
– “I complessi” (episodio “Il complesso della schiava nubiana” di Franco Rossi), con Paola Borboni e Claudio Gora

1966
– “I nostri mariti” (episodio “Il marito di Attila” di Dino Risi)

1967
– “L’immorale” di Pietro Germi, sceneggiato da Germi con Alfredo Giannetti, Pinelli e Bernari, con Stefania Sandrelli

1968
– “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi, sceneggiato da Risi con Age e Scarpelli, con Nino Manfredi
– “La bambolona” di Franco Giraldi (dall’omonimo romanzo di Alba De Cespedes), sceneggiato da Giraldi con Maccari, con Isabella Rei

1969
– “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, con Manfredi e la Cardinale
– “Il commissario Pepe” di Ettore Scola (dall’omonimo romanzo di Ugo Facco De Lagarda) sceneggiato da Scola e Maccari, con Silvia Dionisio

Con il film di Ettore Scola Tognazzi, dopo una serie di interpretazioni un po’ di contorno, torna ad essere protagonista assoluto. Il film ottiene un grande successo commerciale e di critica:

– «Interpretazione fra le sue migliori, controllata e acuta» Pietro Bianchi
– «Garbato, misurato, convincente» Claudio G. Fava
– «Dove manca Tognazzi, il film cade di tono» Maurizio Negri

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La locandina del film “Il commissario Pepe”, considerata una delle migliori interpretazioni della carriera di Ugo Tognazzi, tanto dalla critica specializzata quanto dal pubblico. Un delizioso ritratto di un solerte commissario di polizia del nord, costretto a bruciare le prove che potrebbero provocare scandalo , i pesci che cadono nella sua rete sono così grossi che giunge dall’alto l’ordine di insabbiare l’inchiesta, con annessa promozione a vice-questore. Amara, amarissima commedia all’italiana, ma davvero splendida.

Sempre nel 1969 è, insieme all’amico Marco Ferreri, a Pierre Clementi, a Jean Pierre Léaud, ad Alberto Lionello e Ninetto Davoli, in “Porcile” di Pier Paolo Pasolini. Esperienza interessante per Tognazzi, che si sentiva «un analfabeta di fronte a Pasolini e alla sua cultura», ma non tanto da rinunciare ad un giudizio tranchant sul prodotto: «non un grande film».

L’attore è ormai privo di complessi, se mai ne ha avuti, e gioca a tutto campo, sapendo di potersi permettere qualsiasi scorribanda. Partecipa generalmente a film di buon livello qualitativo, come:

1970
– “Splendori e miserie” di Madame Royale di Vittorio Caprioli, sceneggiato da Caprioli con Enrico Medioli e Bernardino Zapponi
– “Cuori solitari” di Franco Giraldi, sceneggiato da Giraldi e Maccari, con Senta Berger
– “Venga a prendere il caffè da noi” di Alberto Lattuada, (dal romanzo “La spartizione” di Piero Chiara) sceneggiato da Lattuada con Chiara, Kezich e Baracco, con Milena Vukotic
– “La Califfa” di Alberto Bevilacqua, (dal suo omonimo romanzo), con Romy Schneider e Marina Berti

1971
– “La supertestimone” di Franco Giraldi, sceneggiato da Tonino Guerra, Ruggero Maccari e Luisa Montagnana, con Monica Vitti
– “In nome del popolo italiano” di Dino Risi, sceneggiato da Age e Scarpelli, con Vittorio Gassman
– “Questa specie d’amore” di Alberto Bevilacqua, (dal suo omonimo romanzo) con Jean Seberg e Ewa Aulin

1972
– “Vogliamo i colonnelli” di Mario Monicelli, sceneggiato da Monicelli, Age e Scarpelli, con Duilio Del Prete

E se, a volte, i film suscitano critiche o riserve, l’attore colleziona i seguenti aggettivi di riconoscimento: controllato, persuasivo, vitalista, straordinario, sarcastico, espressivo, efficace, saporito, esatto, gustoso, corposo, strepitoso…

Ma è ancora con Marco Ferreri che abbiamo le interpretazioni migliori di quegli anni:

1971
– “L’udienza”, sceneggiato da Ferreri con Dante Matelli, con la Cardinale, Gassman, Michel Piccoli, Enzo Jannacci

1974
– “La grande abbuffata”, sceneggiato da Ferreri con Azcona, con Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Andrea Ferreol

1975
– “Non toccare la donna bianca”, sceneggiato da Ferreri con Azcona, con Catherine Deneuve, Mastroianni, Piccoli, Noiret

Film esagerati e paradossali, indimenticabili. Con un Tognazzi in stato di grazia, specie nella Grande Bouffe, in cui come maitre ha nelle sue mani l’arma del suicidio collettivo dei quattro amici, che poi sono come un solo personaggio: la società borghese autodistruttiva, come diceva Ferreri del suo film anticonsumista (e il peggio doveva ancora venire!).

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Una scena del capolavoro di Marco Ferreri, “La Grande abbuffata”. Un quartetto di assi del cinema, affiatati e di eccelsa classe: Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli.

E poi:

1973
– “La proprietà non è più un furto” di Elio Petri, sceneggiato con Ugo Pirro, con Flavio Bucci, Daria Nicolodi, Mario Scaccia, Gigi Proietti

1974
– “Permettete, signora, che ami vostra figlia?” di Gian Luigi Polidoro, con Bernadette Lafont, Franco Fabrizi,
– “Romanzo popolare” di Mario Monicelli, sceneggiato con Age e Scarpelli, con Ornella Muti e Michele Placido

1975
– “Amici miei” di Mario Monicelli, sceneggiato da Pietro Germi, Tullio Pinelli, Benvenuti e De Bernardi, con Gastone Moschin, Philippe Noiret, Adolfo Celi, Bernard Blier, la Vukotic e Duilio Del Prete
– “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” di Pupi Avati, sceneggiato con Gianni Cavina e Antonio Avati, con Paolo Villaggio, Delia Boccardo, Gianni Cavina,

1976
– “Telefoni bianchi” di Dino Risi, sceneggiato con Maccari e Zapponi, con Agostina Belli, Cochi Ponzoni, Maurizio Arena, Gassman
– “Signore e Signori buonanotte” di Luigi Comencini, Nanni Loy, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ettore Scola, sceneggiato da Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Maccari e Pirro, con Senta Berger, Adolfo Celi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Paolo Villaggio

1977
– “La stanza del vescovo” di Dino Risi (dall’omonimo romanzo di Piero Chiara) sceneggiato con Chiara, Benvenuti e De Bernardi, con Ornella Muti, Patrick Dewaere
– “I nuovi mostri” di Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola, sceneggiato da Age e Scarpelli, Maccari, Zapponi, con Gassman, la Muti, Alberto Sordi
– “Casotto” di Sergio Citti, sceneggiato con Vincenzo Cerami, con Jodie Foster, Catherine Deneuve, Mariangela Melato, Placido, Proietti

1978
– “Il gatto” di Luigi Comencini, sceneggiato da Sonego, Augusto Caminito e Fulvio Marcolin, con Mariangela Melato, Michel Galabru
– “Primo amore” di Dino Risi, sceneggiato con Maccari, con Ornella Muti, Mario Del Monaco, Il vizietto di Edouard Molinaro (dalla commedia di Jean Poiret (La cage aux folles) sceneggiato con Poiret, Francis Veber, Marcello Danon, con Michel Serrault

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Michel Serrault e Ugo Tognazzi splendidi protagonisti del film “Il vizietto”, di Edouard Molinaro, uno dei più grandi successi del cinema mondiale. Una co-produzione italo-francese di grande eleganza e grande divertimento.

Negli anni Settanta Tognazzi è sulla cinquantina ed è arrivato al culmine della sua carriera cinematografica, ma si capisce che è inquieto, insoddisfatto. Forse teme di non essersi realizzato pienamente, di essere costretto a ricorrere, talvolta, ai suoi personaggi-macchietta degli anni della giovinezza. Eppure sono anni di film memorabili come “Amici miei” e “Il vizietto”. Con Il vizietto arrivano riconoscimenti anche internazionali, pubblico e critica concordano: la maturità artistica, la finezza della capacità espressiva, il grande equilibrio, che dimostra in parti che potrebbero facilmente scadere nella volgarità e che restano invece interpretazioni da manuale, sono evidenti a tutti.

Tuttavia, anche se mette a segno colpi magistrali, Tognazzi risente, come tutti, del pesante clima venuto a determinarsi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Anni in cui si vive nel cinema una vera e propria recessione: la produzione viene dimezzata, molte sale vengono chiuse, il pubblico resta in casa davanti al televisore che, per la riforma del ’76 e l’apertura ai privati, offre maggiori possibilità di scelta. Ognuno pensa a sé e, dopo il periodo della socializzazione e dell’impegno, si astrae da una realtà difficile da vivere e ancor più da rappresentare. È il cosiddetto riflusso…Una generazione intera sembra non divertirsi più e se ride, ride amaro…

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Il cast del secondo atto della saga di “Amici miei”. Quello datato 1982, con Renzo Montagnani che prende il posto di Duilio Del Prete, e confermati Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret e Adolfo Celi. Grande successo di pubblico.

Sono gli anni di:

1980
– “La terrazza” di Ettore Scola, sceneggiato con Age e Scarpelli, con Gassman, Jean Louis Trintignant, Mastroianni, Serge Reggiani

1981
– “La tragedia di un uomo ridicolo” di Bernardo Bertolucci, con Anouk Aimée, Laura Morante, Vittorio Caprioli, Ricky Tognazzi, Con il quale Tognazzi vince come miglior Attore La palma D’oro al festival di Cannes

A questo punto Tognazzi spera che il premio internazionale gli dia la possibilità di ricevere delle proposte stimolanti dall’estero e che il cinema italiano, (nonostante la crisi) gli riservi ancora una volta un posto di rilievo in una nuova veste, ma Tognazzi non riceve le proposte che si aspettava dal suo rilancio dopo la palma d’oro. E comunque, con il solito entusiasmo e con la capacità di rimettersi in gioco realizza:

1982
– “Amici Miei atto II” di Mario Monicelli con Adolfo Celi Renzo Montagnani, Gastone Moschin e Philippe Noiret, che bissa il successo del primo episodio

1983
– “Scherzo” di Lina Wertmuller con Piera Degli Esposti, Renzo Montagnani, Gastone Moschin
– “Il Petomane” di Pasquale Festa Campanile con Mariangela Melato Vittorio Caprioli

1984
– “Bertoldo Bertoldino e Cacasenno” di Mario Monicelli con Alberto Sordi, Maurizio Nichetti, Lello Arena
– “Dagobert” di Dino Risi , con Carole Bouquet, Coluche, e Michel Serrault
– “Fatto su misura” di Francesco Laudadio, sceneggiato con Bandini e Todini, con Lara Wendel, Ricky Tognazzi, Senta Berger, Ugo Gregoretti, Renato Scarpa

Ma in realtà le occasioni di rinnovamento sono poche, e Tognazzi deve cedere alle leggi del mercato che pian piano diventano nel nostro paese più importanti dei film stessi, dei loro autori e dei loro interpreti. Così stavolta viene trascinato nella monotonia del doversi ripetere e accetta comunque di triplicare le zingarate e i vizietti.

1985
– “Amici miei atto terzo” di Nanni Loy, con Renzo Montagnani Gastone Moschin e Adolfo Celi
– “Matrimonio con Vizietto” di Georges Lautner con Michael Serrault

Subito dopo Tognazzi si trasferisce in Francia richiesto da Cinema e teatro.

1986
– “Hyddish Connection” di Paul Boujenah con Charles Aznavour e Vincent Lindon

A ridargli speranza in patria l’anno successivo sarà Pupi Avati che gli propone “Ultimo minuto”, un film bello sul calcio, con una storia appassionante, attuale e popolare, con un’interpretazione maiuscola di Tognazzi. ciò nonostante non riceve alcuna candidatura in nessun premio nostrano, e inspiegabilmente in un paese di fanatici del pallone il film non avrà grande successo al botteghino.

1987
– “Ultimo minuto” di Pupi Avati, sceneggiato con Antonio Avati, Italo Cucci, Michele Plastino, con Elena Sofia Ricci, Lino Capolicchio, Diego Abatantuono, Nick Novecento

Incassata questa ennesima amarezza, gira i suoi due ultimi film italiani:

1988
– “I giorni del commissario Ambrosio” di Sergio Corbucci (dall’omonimo romanzo di Renato Olivieri) sceneggiato da Arlorio e Frugoni, con Claudio Amendola, Carlo Delle Piane
– “Arrivederci e grazie” di Giorgio Capitani, sceneggiato da Simona Izzo, con Ricky e Gianmarco Tognazzi, Anouk Aimée. …Che sembra davvero un saluto al nostro cinema.

Seguiranno:

1989
– “Tolerance” di Pierre-Henry Salfati con Rupert Everett

1990
– “Tamburi di Fuoco” di Uchkun Nazarov con Murray Abraham, Claudia Cardinale e Massimo Ghini

Prima della morte che lo coglierà il 27 ottobre del 1990: 40 anni esatti di strepitosa carriera cinematografica.

ugo tognazzi 10
Il penultimo film di Ugo Tognazzi, sempre più malinconico, ma da non sottovalutare, “I giorni del commissario Ambrosio” ( 1988 ) è ambientato in una società ancora più cupa e laida di quella di 20 anni prima del commissario Pepe.

3. I best films di Ugo Tognazzi

I cadetti di Guascogna ( 1950 ), di Mario Mattoli. Con Ugo Tognazzi e Walter Chiari. Film d’esordio di Ugo Tognazzi, dove l’attore, già largamente noto al pubblico popolare della rivista e dell’avanspettacolo, trova subito un ruolo da coprotagonista accanto a Walter Chiari, un altra importante personaggio dello spettacolo già apparso in qualche film. I critici però mostrano di accorgersi appena di questo esordio e il nome di Tognazzi ricorre raramente nelle recensioni del film, che peraltro ottenne un consistente successo di cassetta: risultò infatti settimo nella graduatoria assoluta dei maggiori incassi nelle prime visioni per la stagione 1950 – ’51. I primi tre film interpretati da Tognazzi hanno tra gli sceneggiatori Age e Scarpelli,che ritroveremo negli anni sessanta come coautori di opere determinanti nella carriera cinematografica dell’attore. Un altro nome ricorrente, in questo come in vari film successivi, è quello di Marcello Marchesi, che aveva scritto i testi per la rivista “Viva le donne”, con cui nella stagione 1945/46 era inizia tala carriera di Tognazzi nel varietà. In effetti per Tognazzi, nei primi anni cinquanta, il cinema è soltanto un naturale prolungamento e allargamento delle sue prestazioni nella rivista. Si tratta di film di interesse esclusivamente commerciale, considerati dalla critica di allora di serie “G”, dove Tognazzi è raramente presente in ruoli di protagonista maschile assoluto ed è quindi solo occasionalmente citato nelle recensioni.

Il federale ( 1961 ), di Luciano Salce. Con Ugo Tognazzi e George Wilson. Per la prima volta Tognazzi si allontana, in parte, dalle macchiette alle quali sembrava rassegnato, per interpretare un personaggio più complesso, che ha un rilievo anche drammatico. Il film segna comunque una importante svolta nella carriera dell’attore, che confermerà questo nuovo, più alto livello qualitativo nei film successivi diretti dallo stesso Salce. Continuerà però ancora per qualche anno ad alternare i film d’impegno a quelli più dozzinali. Ricordando “Il federale”, negli anni settanta, l’attore dirà che il film fu «il primo passo nella strada giusta»: «Sino ad allora io ero stato soprattutto un comico… Avevo debuttato come comico ai tempi in cui imperavano Totò, i De Rege, Fanfulla, Rascel e Chiari… Chiari era giovane, un bel giovane… Anch’io ero giovane, neppure male… Quindi ero parso sulla scia di Chiari… È con “Il federale” che qualcuno si è convinto che potevo essere realmente un attore, ovvero un comico nel vero senso della parola…».

La voglia matta ( 1962 ), di Luciano Salce. Con Ugo Tognazzi e Catherine Spaak. Il film continua ed approfondisce il tentativo di Tognazzi, iniziato con “Il federale”, di sottrarsi ai cliché più facili per trovare una più qualificante e complessa misura interpretativa. Ancora una volta sono Salce e gli sceneggiatori Castellano e Pipolo a sovraintendere a quest’opera, che la critica considera in effetti più riuscita della precedente. Per trovare un’altra occasione altrettanto importante per la propria carriera, l’attore dovrà poi attendere un altro film di Salce, “Le ore dell’amore”. “La voglia matta”, che esce anche in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti (non senza qualche incomprensione), e anche il primo film (se si eccettua “Il mantenuto”) che l’attore regge pressoché interamente sulle proprie spalle, da protagonista assoluto, senza comprotagonisti o antagonisti maschili. In un primo tempo bocciato dalla censura, il film è stato poi fatto uscire con pochi tagli e alcune modifiche ai dialoghi.
«Un film divertente, scintillante, che sprizza giovinezza; piacerà a più di una generazione. […] Salce dimostra di aver studiato con molta sensibilità un certo ambiente: il dialogo è vero. Alcune situazioni sfiorano gracili, se non proprio facili, stati di poesia. Tognazzi è qui alla sua prova più matura: equilibrato, umano, perfeziona l’attore che era emerso ne “Il federale”. […]».
A.S. [Alberico Sala], Carriere d’Informaziane, Milano, 15/16 marzo 1962.

• La marcia su Roma ( 1962 ), di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. In questo fortunato primo incontro di Tognazzi con Dino Risi, in un film nato secondo alcuni critici sulla scia del successo de “La grande guerra” di Monicelli, Tognazzi ritrova, dopo dieci anni, la coppia di sceneggiatori Age e Scarpelli, che aveva siglato gli inizi della sua carriera e che, da “La marcia su Roma” in poi, sarà alla base delle maggiori riuscite dell’accoppiata Risi Tognazzi. Accanto a Gassman, l’attore trova questa volta un ruolo di fascista che si riallaccia a quello interpretato per Salce ne “Il federale” e che gli consente una intepretazione di tutto rilievo: come la critica non manca di segnalare.
«[…] “La marcia su Roma” si affida alla formula dell’accoppiata di due ritratti opposti e complementari, portata al successo da “La grande guerra”; tra i due interpreti prevale Tognazzi, che dà vita alla robusta macchietta di un infingardo contadino disposto a ogni ribalderia ma non a lasciarsi turlupinare dalla demagogia mussoliniana. […]». Vittorio Spinazzola, Ferrania, Milano, n.1, gennaio 1967, p. 34.

• I mostri ( 1963 ), di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Il miglior film ad episodi della storia del cinema italiano, una serie di gag strepitose che sbeffeggiano l’Italia del boom nello stile dela commedia all’italiana. Il duo Tognazzi / Gassman fa scintille. “I mostri” segna il punto più alto raggiunto da Tognazzi nel film a episodi. Egli ritrova in questa occasione il regista Dino Risi, gli sceneggiatori Age e Scarpelli e l’antagonista Vittorio Gassman, che impegna in una divertente gara di bravura. Il successo anche commerciale di questa film (che secondo V. Spinazzola «entusiasmò soprattutto il pubblico delle prime visioni del Nord» e ottenne il secondo posta nella graduatoria degli incassi nelle prime visioni per il 1963/64), rinverdito e confermato da una edizione televisiva nel 1977, ha determinato la nascita di un altro film, che ne ricalca la formula: “I nuovi mostri” (1977).

Director: Dino Risi
Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, grandi amici fuori dal set, in una scena del loro capolavoro: “I mostri”(1963 ), il più bel film a episodi del cinema italiano.

La donna scimmia ( 1964 ), di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi e Annie Girardot. Il ruolo di Antonio Focaccia, che sfrutta la malformazione di una povera ragazza per arricchirsi è uno dei più cinici mai interpretati da Tognazzi. Il film è uno specchio deformato e surreale della cattiveria del mondo moderno. Un piccolo capolavoro un po’ dimenticato, che all’epoca fece scalpore.

• Il fischio al naso ( 1967 ), di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi e Franca Bettoja. A sei anni da “Il mantenuto”, Tognazzi tenta nuovamente la strada della regia cinematografica, ispirando il soggetto a un racconto di Buzzati e partecipando personalmente al lavoro di riduzione e sceneggiatura svolto assieme alla stessa coppia, Scarnicci e Tarabusi, che aveva impostato “Il mantenuto”. Questa volta all’autore le ambizioni non mancano («Con la descrizione di questa industria della malattia, ho voluto rendere la degenerazione che porta la società dei consumi anche nella scienza, cioè in quella parte della società che dovrebbe invece conservare l’uomo nella sua integrità fisica e psicologica»). Dopo aver protestato per l’esclusione del suo film dal festival di Cannes, Tognazzi riesce a portarlo a Berlino. Per “Il fischio al naso” (e per “L’immorale” di Germi) vince anche la “Grolla d’oro” di Saint Vincent per la miglior interpretazione maschile (perché, «con un progressivo affinamento, ha creato personaggi d’approfondito naso, che hanno dato prestigio ai due film»). La critica, tutta via, in maggioranza, mostra di apprezzare più il lavoro dell’attore che quello del regista. Per giustificare certi scompensi, all’epoca della lavorazione Tognazzi dichiarò: «Avrei voluto fare un film ancora più coraggioso, ma a un certo punto ho dovuto arrendermi, dando retta a una produzione che preferiva un prodotto “sicuro”. […] Il mio intento, realizzato solo in parte, era di applicare una sorta di umanismo nero a cose drammatiche, sgradevoli, vere della vita». L ‘autocritica dell’autore arrivò solo fino a un certo punto; se è vero che egli, anni dopo (net 1972) affermò di ritenere “Il fischio al naso” «in senso assoluto il miglior film diretto da un attore italiano. Rivedere per scrivere. L’unico che non schiaccia l’occhio a nessuno. L’unico senza compromessi.»

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Il secondo film da regista di Ugo Tognazzi, “Il fischio al naso”(1967 ) è tratto dal racconto di DIno Buzzati, e nella sua trasposizione cinematografica, ha classe, sostanza, qualità: un grande Ugo Tognazzi nella duplice veste di regista e attore.

• Il commissario Pepe ( 1969 ), di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi e Silvia Dionisio. Dopo una serie di interpretazioni di contorno, Tognazzi torna ad essere protagonista assoluto. Il fim di Scola ottiene un rilevante successo commerciale e Tognazzi riceve il premio per il miglior attore al X° festival internazionale di Mar del Plata 1970. D’altronde, l’interpretazione di Tognazzi è tra le migliori della sua carriera, controllata e acuta, i costumi di provincia riprodotti senza demagogia, gli aneddoti che costellano l’azione sono spesso saporiti.

• Venga a prendere il caffè da noi ( 1970 ), di Alberto Lattuada. Con Ugo Tognazzi e Milena Vukotic. Continua la serie delle interpretazioni memorabli di Tognazzi come protagonista di film di buon livello qualitativo. Anche l’incontro con Lattuada è fortunato; il film incontra un rilevante successo di pubblico e procura all’attore il premio per l’interpretazione all’XI° festival internazionale di Cartagena (Columbia). Commentando questa sua esperienza, Tognazzi farà anni dopo delle osservazioni utili a capire meglio it suo personaggio, che di film in film ripropone delle caratteristiche costanti: «È un personaggio che mi è piaciuto molto perché il clima, l’atmosfera, il modello di questo personaggio, è la mediocrità. Io riconosco a me stesso molte caratteristiche delta mediocrità, non tutte naturalmente: così le mie, unite a quelle due o tre che caratterizzano in permanenza il personaggio, hanno dato come risultato un annuario, un glossario delta mediocrità umana. Sono sensibile alla mediocrità degli altri, questo mi è sempre servito quand’ero attore comico in rivista: il mio personaggio nasceva sempre da una osservazione della mediocrità della vita e quindi degli uomini. Nel film di Lattuada sono stato affascinato dalla possibilità di costruire un campione di mediocrità, una mediocrità che qui, per di più, è sublimata dal fatto che il personaggio è anche presuntuoso. Quest’uomo non conta niente, è meno che niente, ha solo un progetto mediocre, un comportamento mediocre; tuttavia crede che il suo comportamento sia quello di un personaggio importante. Questo tema mi piace molto. […] “Venga a prendere il caffé… da noi” è stato un film di grande collaborazione con il regista. Lattuada mi ha chiesto di aggiungere al personaggio certi modi di essere, certi “tic”, lui metteva una cosa, io ne mettevo un’altra, uno scambio continuo».

La califfa ( 1970 ), di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi e Romy Schneider. Incontro fortunato di Tognazzi con uno scrittore esordiente alla regia cinematografica, che ha in comune con lui le origini padane. In un primo tempo Bevilacqua aveva pensato di affidare il ruolo del protagonista all’attore americano Anthony Quinn: la scelta di Tognazzi avvenne alla vigilia dell’inizio della lavorazione.

In nome del popolo italiano ( 1971 ), di Dino Risi. Con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Nuovo, fortunato incontro di Tognazzi con Dino Risi, Age, Scarpelli e Vittorio Gassman. Anche “In nome del popolo italiano” contribuisce a rafforzare la popolarità di Tognazzi in Italia e in Francia. Tognazzi interpreta qui il giudice istruttore Mariano Bonifazi, in perenne lotta contro la corruzione dilagante che si scontra con il palazzinaro faccendiere Santonocito, interpretato da un bravissimo Vittorio Gassman. Un film graffiante ed ancora attualissimo, che esalta la bravura dei due protagonisti.

La Grande abbuffata ( 1974 ), di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Marcello Mastroianni e Michel Piccoli. Girare con Ferreri è stato naturale, è sempre naturale… Ferreri ha il talento di farti apparire tutto naturale… Provi a riflettere sut cast… Mastroianni il divo internazionate itatiano, Piccoli il divo internazionale francese, Noiret il divo nazionale francese, Tognazzi il divo nazionale italiano… Quattro attori abituati ad avere il ruolo principale, a dominare… Eppure non c’è stata la minima controversia, non c’è stato il minimo tentativo di sopraffazione o di reazione… […] «Ne “La grande bouffe” abbiamo anche improvvisato, ma accettandoci, collaborando, non tottando, non contrastandoci… lo avevo già lavorato e rilavorato con Ferreri, ma Noiret no, ad esempio… Anche lui, comunque, si è immerso subito nell’atmosfera…» (Ugo Tognazzi in L’Europeo, Milano, 15 novembre 1973, P. 78). «[…] Per creare il mio personaggio, non ho avuto difficoltà perché si trattava di un personaggio che si costruiva dall’interno. Ciò che dovevo rappresentare, era il senso della nausea, quasi il timore di trovarsi di fronte a una impresa che non si riuscirà a portare a termine; dovevo esprimere il dolore, il piacere, il desiderio, cioè dei sentimenti estremamente semplici e naturali. […] Ho proposto io a Ferreri (per il mio personaggio) una morte nella quale al fatto di mangiare venisse ad aggiungersi un gesto sessuale. La morte del mio personaggio, il vero buongustaio, l’uomo che si nutre soltanto della materia e che non ha altri problemi, diventava così ideale: una morte con un orgasmo fisiologico. Ferreri ha accettato la mia proposta senza alcun problema […]».

Romanzo popolare ( 1974 ), di Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi e Ornella Muti. Il “Giulio Basletti” è una delle migliori prove della carriera di Tognazzi, operaio milanese, attivista sindacale e sfegatato milanista, si innamora e sposa la diciassettenne Vincenzina. Guai in arrivo. All’epoca fu un grande ( e meritato) successo di pubblico. Uno dei migliori film di Monicelli.

Amici miei ( 1975 ), di Pietro Germi e Mario Monicelli. Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete e Adolfo Celi. Il film, scritto con e per Pietro Germi, che doveva curarne la regia, è passato a Monicelli dopo la morte improvvisa del primo. “Amici miei” ha avuto uno straordinario successo commerciale: nella stagione 1975/76 si è piazzato al primo posto nella classifica degli incassi nelle prime visioni con quasi 3 miliardi di lire, ed è il secondo film italiano più visto nella storia del cinema. Lo squattrinato conte Mascetti è il ruolo per cui Tognazzi è cinematograficamente più popolare, d’altronde la pellicola ideata da Germi e diretta da Mario Monicelli, è un susseguirsi di trovate e gag ormai divenute culto, vedi l’arcinota “supercazzola”. Con due divertenti seguiti.

amici miei
Il personaggio più celebre della carriera di Ugo Tognazzi, quel conte Mascetti del film “Amici miei”, con la supercazzola, è entrato nella memoria collettiva.

Il vizietto ( 1978 ), di Edouard Molinaro. Con Ugo Tognazzi e Michel Serrault. Capolavoro e grandissimo successo internazionale, il film riesce a mantenersi in abile equilibrio, rispettando con intelligenza ed ironia le situazioni più imbarazzanti e scivolose. Si ride senza vergognarsi […] e ci si diverte senza complessi di colpa per il tema, tale è la leggerezza di mano e l’affettuosità di sguardo con cui è trattato. Ma “Il vizietto” è soprattutto l’apoteosi di due interpreti, il finissimo Michel Serrault (doppiato benissimo da Oreste Lionello), scatenato in un gioco di isteria-malinconia che dà spessore umano ad un personaggio tradizionalmente votato al macchiettismo, e il sornione Ugo Tognazzi, qui al massimo della sua bravura. Con due seguiti.  Dopo l’uscita del film sugli schermi italiani, Tognazzi ha espresso il proprio dissenso sul titolo scelto: «Chiamare vizietto ciò che i diversi possono fare è razzista», ha dichiarato alla stampa, aggiungendo che questa titolo «si ricollega a film semipornografici, quando nel film di Molinaro l’aspetto sessuale non c’entra nel modo più assoluto».

Il vizietto II ( 1980) , di Edouard Molinaro. Con Ugo Tognazzi e Michel Serrault. Resta intatta nel “Vizietto II” la capacità di sceneggiatori e regista di salvarsi dal cattivo gusto, dalla morbosità e dal razzismo, già esibiti nella prima puntata dinanzi a materiali di costume, psicologia e racconto tanto “scivolosi”. Resta pure intatta nello spettatore l’impressione di potersi divertire senza complessi di colpa per il tema dell’omosessualità, tale è la leggerezza di mano e I’affettuosità di sguardo con cui è trattato. Serrault (doppiato molto bene da Oreste Lionello) e Tognazzi sono sempre deliziosi: il secondo ancora più della prima volta, anche perché è l’unico a non aver ceduto alla tentazione di strafare».

La tragedia di un uomo ridicolo ( 1981 ), di Bernardo Bertolucci. Con Ugo Tognazzi e Anouk Aiméè. Il ruolo di Primo Spaggiari è difficile, ambiguo, grottesco e come suggerisce il titolo, un po’ ridicolo. Ma Tognazzi riesce a renderlo alla grande, in questo bel film di Bertolucci, amato da critica e pubblico. L’attore lombardo vinse il premio come miglior interprete maschile al festival di Cannes.

• Ultimo minuto ( 1987 ), di Pupi Avati. Con Ugo Tognazzi e Elena Sofia Ricci. l’ultima interpretazione veramente importante del grande Ugo Tognazzi. Struggente, malinconico, ma grande, grandissimo nel tratteggiare il manager di una piccola squadra di calcio ormai condannata alla B, che riuscirà a salvare appunto all’ultimo minuto. Una favola sul mondo dello sport che avrebbe meritato maggior fortuna. “Ugo Tognazzi tremava nel girare la prima scena con me. Era tesissimo e lì compresi che stava considerando quel film l’occasione per un suo grande riscatto. Le cose andarono diversamente, ma Tognazzi non mancò mai a nessuna proiezione privata. E furono innumerevoli. Era affezionato a questo film in un modo inesplicabile. Eppure non ebbe alcun riconoscimento per la sua interpretazione. Se si rivede quel film oggi, ci si accorge di che errore clamoroso è stato fatto nel negargli un David di Donatello o un Nastro d’argento. Con quell’interpretazione Ugo ci ha davvero lasciato una prova inconfutabile del suo straordinario talento”, Pupi Avati sul film.

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I mille volti di Ugo Tognazzi, protagonista assoluto della cultura italiano del secolo scorso, interpretazioni memorabili, film memorabili e assoluto dominatore di 40 anni di cinema italiano, dalla rinascita post-seconda guerra mondiale, fino alle soglie degli anni ’90.

Domenico Palattella

 

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