Walter Chiari e la tv: il primo grande talento televisivo

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Walter Chiari: il primo grande talento televisivo italiano, il pioniere della satira in tv. Con lui è nato il linguaggio televisivo, ed è stato il primo grande “show-man” del sabato sera italico.

“E’ stato il primo e il più grande talento televisivo. Era un vero intrattenitore: quelli che venivano dal teatro erano ingessati, nessuno aveva la sua naturalezza. E’ piaciuto subito e per lungo tempo ad un target molto vasto, dai bambini ai nonni. In Italia di solito un comico ha una rotazione lessicale di cinquemila parole. Lui invece ne conosceva diecimila. E le sapeva usare, questa era la sua marcia in più” ( Enrico Vaime )

Il testo a seguire è tratto in larga parte dall’opera”Walter Chiari, un animale da palcoscenico” (Mediane editore, 2011), di Michele Sancisi.

“Si muore in tanti modi, ma morire davanti al televisore acceso è da Walter Chiari”. Con questa battuta Aldo Grasso sul Corriere della Sera salutava il 21 dicembre del 1991 la dipartita di un grande protagonista della televisione, del teatro e del cinema italiano del dopoguerra. Amato e osteggiato: accolto con entusiasmo quando c’era da riempire la nuova scatola ancora vuota e lui aveva le idee giuste; schiacciato poi, quando lui era diventato troppo ingombrante per quella scatoletta rimasta piccola. Eppure mai come ora la tv italiana mostra la sua impronta: questa tv “monologante e vaniloquente”, ondivaga e ossessiva, sembra uscita da una delle logorroiche serate in cui Chiari, sul palco, andava a ruota libera. Senonché dietro quel delirio verbale c’era una intelligenza ferrea e rapidissima, c’era una raffinatezza verbale e di pensiero, che oggi in tv è merce rara. “Chiari potrebbe essere il conduttore ideale – scrive sempre Grasso – , lui che era il più incontrollato di tutti”. E possiamo divertirci a immaginare quale “grande vecchio” sarebbe oggi, al pari di un Celentano o di un Benigni. Chissà quale cortocircuito si osserverebbe in quel tubo catodico che nei 20 anni del dopo-Chiari si è liquefatto e destrutturato in un sempre più indefinibile blob di reality-varietà. Una specie di Sarchiapone generalizzato e fuori controllo. Come se un virus degenerativo “walterchiaresco” avesse pian piano contagiato tutto quel mondo fittizio che vive dietro al piccolo schermo. Per Chiari però la televisione non era quel gioco freddo e del tutto distaccato dal reale che è oggi. “Sapeste la difficoltà di far ridere guardando un tubettino nero con quell’occhio di vetro, freddo, freddissimo” diceva. Per lui lo studio televisivo era la prosecuzione del palcoscenico, una variazione del suo lavoro teatrale, sempre basato sul rapporto col pubblico, anche quando si era trovato sui set del suo centinaio di film. “Rifiuto sempre gli applausi e le risate registrate- dichiarava -: davanti alle telecamere ho bisogno almeno di un pubblichetto di 50 persone che, con le sue reazioni spontanee, mi metta in contatto con quell’altro, enorme, che sta a casa, davanti al televisore”. In teatro quel contatto con il pubblico, con il suo pubblico, imprescindibile per l’artista Walter Chiari, c’era ovviamente; sul set in fondo ,a metterlo in contatto con il folto pubblico del cinematografico, c’era la troupe cinematografica impegnata nelle riprese dei vari film; in televisione invece, finché non arrivò il suo genio, mancava il pubblico, mancava la vitalità, elemento essenziale dell’artista e dell’uomo Walter Chiari. Fu lui infatti ad inventare il pubblico in studio, la platea televisiva, richiedendola sempre per i programmi da lui condotti. Fu Chiari quindi a introdurre quel tipo di trasmissione basata sulla presenza della gente che ancora oggi costituisce sempre la più vera essenza della televisione come medium di massa: e fu una rivoluzione, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Fu un pò come quando De Sica, Rossellini e Visconti, inventarono il Neorealismo e portarono così la vita reale nel mondo del cinema; così Chiari, in tv, portò una ventata di realismo, portò il pubblico nello spettacolo. Per gli italiani Walter Chiari fu la fantasia al potere, la fuga in avanti; era colui che li prendeva per mano e li conduceva, per qualche momento, fuori dal binario, fuori dal seminato. In questo era un campione, un eroe nazionale, che ovunque andasse, anche davanti alla platea più fredda e diffidente, riconquistava il favore generale. Anche quando fu incastrato e fu arrestato per quell’assurda storia di droga del 1970, e fu quindi messo ai margini tanto in tv, quanto nel cinema, il pubblico non gli ha mai fatto mancare il suo affetto e la sua riconoscenza. La faticosa risalita nel cinema anni ’70 e nella tv, anche quella commerciale, in mezzo a tanta indifferenza e irriconoscenza della Rai, lo segnarono nello spirito e nel corpo: la batosta maggiore fu la crudele beffa del festival di Venezia, quando aveva già vinto il premio come miglior interprete della kermesse internazionale, e per un’ingerenza politica gli venne tolta, l’ennesimo torto immeritato. Eppure il suo rimane un personaggio familiare, un grande personaggio che tutti conoscono e ricordano con un sorriso amorevole e un poco amaro.

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Il 12 gennaio 1958 esordisce in tv il programma “La via del successo”, con Walter Chiari mattatore: dieci puntate, ricche di sketch comici, coadiuvato dalla sua spalla di sempre, Carlo Campanini.

In televisione Chiari ci arrivò per predestinazione. Il teatro di rivista era un bacino di pesca privilegiato per la neonata Rai che, battezzata il 3 gennaio 1954, non aveva ancora sviluppato un proprio codice “mediologico”. Nel senso che non esiste ancora in quell’epoca pionieristica uno specifico televisivo, un linguaggio del mezzo, che oggi ci sembra naturale. L’esigenza di riempimento del palinsesto ( siamo attorno alle 50 ore settimanali di trasmissione ), la fame di testi e programmi, producono un immediato travaso dai repertori di altri mezzi, principalmente il teatro, in tutte le sue forme. Insomma la tv riproponeva forme di spettacolo e di comunicazione preesistenti, cominciando a selezionare quelle più appropriate alla formazione di un suo standard. Era un periodo in qualche modo anarchico in termini di programmazione. Una situazione, da subito ideale per un tipo come Walter Chiari. Più che un comico, Chiari è un grande affabulatore, la sua forza è quella della parola, del racconto. Questa è in fondo anche la vera natura della tv che, al di là dei cosiddetti ” contenuti”, è sostanzialmente un “oggetto che parla”. A metà degli anni ’50, quando i primi fortunati acquistarono un televisore, questo prese il posto del focolare domestico dinanzi al quale si raccontavano storie, favole e barzellette. Simpatia, capacità di improvvisazione e di “tenere” la scena a comando, erano le straordinarie qualità di Walter Chiari per una televisione che era ancora tutta in presa diretta, quindi con tempi e modalità molto simili allo spettacolo dal vivo. Un’altra carta vincente di Chiari in tv è la cultura, sfoggia infatti, un italiano forbito, ricco di vocaboli, e tante citazioni dei classici del teatro. Nel 1958 esordì sul piccolo schermo, quando gli autori Metz e Marchesi, già sceneggiatori di alcuni film di successo con Walter Chiari, gli confezionarono una rivista televisiva su misura, il cui titolo è tutto un programma, “La via del successo”: 1o puntate ricche di sketch comici, in cui l’attore ripropone le sue collaudate ed esilaranti macchiette teatrali, tra cui quella epocale del “Sarchiapone”. Scrive il critico Aldo Grasso nella sua “Storia della televisione italiana”: “Nello spettacolo agisce un meccanismo autoreferenziale, la tv parla di sé nel tentativo di rafforzare il proprio linguaggio e di coinvolgere maggiormente la platea. Walter Chiari è il perno attorno a cui ruota l’intera trasmissione e, nonostante la sua scarsa familiarità con le telecamere ( spesso non si preoccupa neanche di guardare nella macchina da presa ), viene premiato da un grandioso successo di pubblico”. Il ruolo di Chiari è duplice: presentatore e intrattenitore. E’ lui il grande mattatore che, data la sua tendenza a dilungarsi, toglie inevitabilmente spazio agli altri colleghi, causando qualche malumore. Pochi mesi dopo, tra il 1958 e il 1959, sarà chiamato, insieme all’amico e collega Ugo Tognazzi, come ospite fisso di un nuovo programma, destinato nelle innumerevoli edizioni successive, a fare epoca, il totem di tutta la televisione italiana di sempre, ovvero l’inevitabile “Canzonissima”. Nel 1959 un televisore costa 200.000 lire, Papa Pio XII benedice il nuovo “mirabile” mezzo, dal quale “possono venire sia enormi vantaggi, che gravissimi pericoli”, assegnandole una santa protettrice, ovvero santa Chiara. La Rai ha un milione di abbonati, ma un numero molto più alto di assidui spettatori. Dal palcoscenico di quella prima trasmissione di culto “nazional popolare” il volto, la voce, il personaggio Walter Chiari, entrano profondamente nella memoria collettiva del nostro paese. Il primo grande show-man del sabato sera italiano. Nel 1959 Walter ha già alle spalle molti anni di teatro professionista e più di 50 film, ma il successo televisivo non fa che aumentare la sua grande popolarità. Sempre del 1959 è il suo personale e raffinato “Il teatrino di Walter Chiari” in sei puntate, coadiuvato in scena dalla sua spalla fissa Carlo Campanini e da Bice Valori con la quale dà vita ad irresistibili scenette, come quella di Oronzo e Genevieve. Finalmente le sue qualità di imitatore e di improvvisatore sono pienamente valorizzate. Proprio il buon Campanini ricordava nelle interviste che “Walter era uno difficile da seguire, tanto che una volta fece piangere un’attrice del calibro della Valori, perché in una scenetta in diretta televisiva, continuando ad improvvisare, con vocaboli a raffica, aveva lasciato la partner letteralmente senza parole”. Dal canto suo Chiari non si perdeva certo d’animo nelle situazioni difficili e negli errori, anzi offriva il meglio di sé proprio nell’improvvisazione ( che era comunque frutto di studio e mestiere ). Inoltre aveva ormai un repertorio grandissimo di numeri ben collaudati in teatro da riproporre e adattare perfettamente ai moduli televisivi. Nel 1962 viene reclutato tra le fila della nuova trasmissione di culto della Rai, “Studio Uno”, che resterà una delle più importanti tappe della sua carriera televisiva. E’ però, nella seconda edizione del 1963 che Chiari è il vero mattatore della trasmissione, nella quale racconta l’America che ha conosciuto nei suoi innumerevoli lavori teatrali e cinematografici negli States, e rispolvera i vecchi cavalli di battaglia della sua arte scenica, da solo o in coppia con l’inseparabile Campanini. Siamo dunque arrivati a metà degli anni ’60, e Chiari ha ormai raggiunto la sua piena maturità artistica: in “Storia di un altro italiano”, Walter racconta che in quel preciso momento storico tutto ancora sembrava andare così bene. Infatti Chiari è ormai stabilmente insediato nel pantheon dei più grandi, ed è reduce da un anno particolarmente remunerativo dal punto di vista professionale, prende parte infatti, nel solo 1964 a ben 7 film, con la perla del “Giovedì”, probabilmente il suo miglior film. Gli anni ’60 comunque saranno per lui estremamente prodighi di successi sia in tv che al cinema e in teatro, l’apice della sua fortuna di attore.

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I conduttori della storica edizione di “Canzonissima” del 1968. Dalla splendida voce di Mina, ai deliziosi straripamenti verbali di Walter Chiari, al quale porgeva le battute il grande Paolo Panelli. Un trio rimasto nella storia della televisione italiana.

La televisione italiana ha già compiuto 10 anni, e si è anche sdoppiata con la creazione del secondo canale e gli abbonati sono già arrivati a 20 milioni. Un programma su tutti unisce il pubblico della tv nel 1965, “La prova del nove”, ovvero una delle varianti di “Canzonissima”, una sorta di edizione mascherata del tradizionale programma di punta del sabato sera, abbinato alla Lotteria di Capodanno. Al timone c’è ancora Walter Chiari, spumeggiante più che mai, stavolta in tandem con Corrado e con le gemelle Kessler. Il solito cocktail di canzoni e sketch comici, dei quali Walter è protagonista, che viene seguito da tre quarti di tutti gli spettatori italiani, quasi 15 milioni di persone. Nel 1968, tre anni dopo, quando lo storico programma di punta del sabato sera, torna a chiamarsi “Canzonissima”, Chiari torna da grande protagonista della ritrovata icona televisiva italiana. Fu una storica edizione, che toccò il record di oltre 21 milioni di ascolti medi, forse l’edizione più memorabile di tutte le “Canzonissime”. Al fianco di Walter Chiari, al timone del programma stavolta, ci sono Mina e Paolo Panelli. La struttura del programma abbinato alla lotteria rimane invariata rispetto al passato, tuttavia questa edizione di “Canzonissima”, più che quelle precedenti si configura pienamente sulla fattezze del suo mattatore e conduttore, e sui suoi numerosi straripamenti verbali. L’anno dopo, nel 1969, la coppia Chiari-Mina è ancora confermata al timone di “Canzonissima”, e confermato sarà anche l’ennesimo enorme successo della trasmissione e quello personale di Walter Chiari, ormai idolo delle folle. Tutto va a meraviglia, l’intesa tra Walter e Mina è perfetta e lo show del sabato sera è al suo apogeo.

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Walter Chiari in una foto del 1976 con il piccolo Simone, oggi affermato conduttore televisivo. Simone, beffarda ironia della sorte, nacque l’8 agosto del 1970, mentre il padre Walter, era detenuto in carcere per l’assurda storia dello spaccio di droga, per il quale l’anno successivo venne assolto fin dal primo grado di appello.

Ma la brutta notizia è alle porte. L’anno successivo, nel 1970 scoppia la bomba dell’arresto e del carcere sia per Walter Chiari che per il maestro Lelio Luttazzi, coinvolti in uno scandalo, o meglio incastrati, per una questione di spaccio di droga. Walter, come Luttazzi, sarà assolto dall’accusa di spaccio, già nel 1971, ma certo sembra chiaro a tutti che sia stato incastrato per questioni politiche, per ingerenze politiche, perché era scomodo a qualcuno dei piani alti. Tanto è vero che il grande Walter, che così tanto aveva dato alla televisione italiana, viene messo da parte, e nonostante qualche buon programma, come “Fantastico 2” nel 1981, l’anno in cui fa il suo rientro ufficiale nel sabato sera di Rai Uno, le porte televisive per lui rimarranno sostanzialmente chiuse. C’è però il teatro, suo grande amore; e il cinema che negli anni ’70, seppur quantitativamente non numerose, gli offrirà svariate opportunità di lavoro in una dozzina di pellicole, che ben si stagliano al di sopra della volgarità spicciola di moda nelle produzioni cinematografiche del periodo. Il Walter Chiari cinematografico degli anni ’70, sarebbe oggi da riscoprire, un Walter Chiari post-scandalo del 1970, ma con una gioia in più, quel figlio ( Simone, oggi conduttore televisivo )che nacque mentre lui era in carcere. Sorte beffarda quindi, non gli fu concesso di vivere la più vera e concreta delle gioie che un uomo possa avere, ovvero assistere alla nascita di suo figlio, e questo probabilmente lo segnò enormemente nell’animo.

 

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