Marcello Mastroianni: il gioco della recitazione, il talento della semplicità, le sue passioni d’amore, la sua essenza d’attore.

Marcello Mastroianni era forse l'unico attore italiano che avrebbe potuto trasferirsi ovunque nel mondo. Marcello aveva la solidità dell'emigrante che quanto più cambia paese tanto più resta legato a un suo lessico familiare, a un sillabario di sentimenti che è oggi il patrimonio comune, l'eredità lasciata ai suoi spettatori. Il segreto del suo enorme successo è di aver fatto coincidere il gioco con il lavoro: un talento semplice, umile, ma inarrivabile.
Marcello Mastroianni era forse l’unico attore italiano che avrebbe potuto trasferirsi ovunque nel mondo. Marcello aveva la solidità dell’emigrante che quanto più cambia paese tanto più resta legato a un suo lessico familiare, a un sillabario di sentimenti che è oggi il patrimonio comune, l’eredità lasciata ai suoi spettatori. Il segreto del suo enorme successo è di aver fatto coincidere il gioco con il lavoro: un talento semplice, umile, ma inarrivabile.

Il gioco della recitazione

Per Mastroianni recitare era un gioco, lo ha sempre detto. Un gioco complicato e malizioso che coinvolge, non lascia via di scampo. Più lo fai e più vorresti continuare a farlo. “Il mestiere dell’attore io lo vivo come un gioco meraviglioso. Recitare è quasi meglio che fare l’amore perché è inebriante assumere sembianze, atteggiamenti e psicologie di qualche altro. E’ quello che fanno i bambini. E’ il gioco più antico. E’ il primo gioco che inventiamo quando facciamo finta di essere tu il poliziotto, io il gangster. Io mi nascondo lì, tu fai così. E uno ci crede”. Il gioco implica l’azzeramento del calendario, la paralisi del tempo che gli antichi raffiguravano come un bambino che gioca ai dadi. Forse è proprio questa la sensazione di Mastroianni quando azzardava che i 40 anni della sua carriera passati “giocando” erano trascorsi così velocemente che non gli sembrava di averli vissuti. “Una volta mascherato dietro un personaggio, una volta dietro un altro, io come Marcello Mastroianni quand’è che ho veramente vissuto?”. Ma minimizzava subito. “Non voglio fare l’artista che ha vissuto attraverso gli altri, anche se è un pò così”. Tra il principio di realtà e il principio di piacere che convivono in molti come dei separati in casa pronti a saltarsi addosso e a distruggersi, nell’attore prevaleva decisamente il secondo. Sopraffatto a volte dai sensi di colpa. “Facendo il mestiere dell’attore si imbocca senza rendersene conto una fuga continua. Spesso per vigliaccheria perché non essendo maturi non si ha voglia di affrontare la realtà. E’ più facile vivere storie che appartengono ad altri, raccontare delle favole. Così però si sfugge a un dovere che uno avrebbe verso se stesso, verso gli altri, verso la vita”. In questo continuo scambio di ruoli ci si può chiedere se non gli sia capitato di confondersi tra la vita e la scena. Se i personaggi che prendono possesso dell’attore non abbiano poi bisogno di esorcismi per abbandonarlo. “Alle volte uno si porta dietro dei personaggi perché, da mascalzone, da vigliacco, gli fa comodo. In una certa situazione uno pensa: adesso faccio quel personaggio stravagante, mi presento con questa personalità curiosa. Magari funziona. A chi pensa di essere un pò grigio nella vita può far comodo avere un colore in più, diventare più interessante. Ma se qualche volta l’ho fatto, l’ho fatto scegliendo, non perché mi trascinavo dietro questo fantasma dal quale non riuscivo a liberarmi”. Coinvolto dunque nel gioco ma fino a un certo punto, meglio se l’attore è incapace di critica perché non deve essere troppo consapevole di quello che fa. All’immagine attiva dell’attore d’assalto che assedia ed espugna il copione, Mastroianni preferiva sostituirne una che gli si adatta meglio. “E una specie di innamoramento momentaneo. Il rapporto tra l’attore e il personaggio è un curioso transfert”. Si era trovato nei film di Fellini in una situazione di totale libertà come non aveva mai potuta averla nella vita di tutti i giorni senza incorrere in problemi e contraddizioni insolubili. “Durante la lavorazione de La Dolce Vita vissi in totale libertà e in totale accordo con me stesso, con i miei difetti, i miei vizi, le mie lacune. Non ebbi più timore di mostrarmi quale ero. Mi sentii libero, profondamente libero e felice”. Non costretto dentro ruoli scelti una volta per tutte ma non mai accettati fino in fondo, trovava nei personaggi dello schermo il modo di esprimersi attraverso i suoi limiti, che diventavano le qualità espressive dell’attore. Il vissuto del set era per lui quello più vero. Accettava i ruoli, li viveva bene proprio perché non erano lui, non erano in prima persona, ma erano delle identità provvisorie in cui nascondersi. Solo recitando riusciva a far cambiare di segno al suo malessere. Difficile che Mastroianni perdesse l’aplomb fondato su solide basi ciociare. Solo in un caso era pronto a reagire in maniera vivace: quando lo si voleva far passare per seduttore. Era un’immagine di sé che rifiutava. “Perché chiedere sempre a me delle donne? Io sono pigro per natura, sono stato più colto di quanto non abbia colto. Non ho mai sostenuto il ruolo del seduttore anche se sono sempre stato circondato da bellissime donne. Sono stato piuttosto sedotto. Non mi appartiene proprio questa definizione”. Per lui il seduttore è il tipo eccezionale. Sullo schermo è l’attore con la A maiuscola come Clark Gable e Gary Cooper. Nella vita è quello che sfodera la volontà di conquista, mette in atto una strategia. Mastroianni non aveva dichiarato guerra all’altro sesso, non doveva intrappolarlo né gli interessava mostrare la propria virilità. Con le donne era in uno stato di armistizio permanente, non aveva niente contro di loro fino al punto di essere dalla loro parte e di comportarsi nel rapporto a due senza aggressività. Non ha capito niente di lui chi lo considerava un seduttore. E questo lo sconcertava come se gli anni passati a fare un lavoro sotto gli occhi di tutti fossero passati invano, perché la gente non si era nemmeno accorta di chi c’era dietro le centinaia di maschere che aveva indossato. Ma lui era il primo che giocava su questa contraddizione, che si divertiva a nascondersi dietro la sua aria sorniona. Era imprendibile. Mentre sembrava l’attore meno complicato che potesse esserci, fino alla fine ci si sarebbero potute aspettare delle sorprese. Perché, come diceva lui, che si barricava sempre dietro la sua proverbiale bonomia, dentro c’era tutto. Il centinaio di personaggi che aveva incarnato, l’understatement, l’autoironia, la possibilità di assumere personalità diverse.

Sul set del film
Sul set del film “Otto e mezzo”(1963), splendido alter-ego di Federico Fellini, con il quale instauro un proficuo sodalizio artistico, nonché una profonda e sincera amicizia.
La semplicità di Marcello Mastroianni, capace di conquistare il mondo, pur rimanendo sempre umile e sincero. Il
La semplicità di Marcello Mastroianni, capace di conquistare il mondo, pur rimanendo sempre umile e sincero. Il “suo” personale gioco della recitazione che lo ha reso immortale.

♥ Il talento della semplicità

Se si sfoglia l’album di una carriera affollata di personaggi e di occasioni viene facile attribuire a Marcello i mestieri più disparati: tassista a piazza di Spagna, poliziotto a Rapallo, giornalista a via Veneto. Il suo passato è pieno di storie e di amori. Nonostante la prodigalità con cui si presta a tanti personaggi diversi, attraversa gli avvenimenti della vita e del cinema senza dimenticare il filtro che ha sempre messo tra sé e le cose che succedevano. La semplicità come elemento basilare e cardine del suo stile di recitazione. Non lo avremmo mai potuto vedere nelle vesti dell’eroe. Non sarebbe mai stato né Napoleone, né John Wayne. Quando gli chiesero di fare un film a Hollywood propose di interpretare un cow boy sordomuto. O scherzava su un ipotetico Tarzanhoff ambientato in SIberia. Il rapporto che lo rivela meglio è quello con il suo regista d’elezione Federico Fellini. Il legame tra Mastroianni e Fellini tocca corde molto più profonde di quanto non si creda, anche se era soprattutto un rapporto pubblico, riguardava più i film che la vita privata. Per Fellini, Marcello era veramente l’attore che si manipola, si plasma con un senso di complicità e di reciproco divertimento, perché sa di essere manipolato e sta al gioco. Anche con Marco Ferreri, regista di grande talento e suo grande amico, il meccanismo pressapoco funzionava nella medesima maniera: “La grande abbuffata” è il massimo capolavoro del loro sodalizio. Il segreto di Mastroianni è di aver fatto coincidere il gioco con il lavoro. Si divertiva, non gli piaceva dire “lavoro” perché lavoro significa sforzo, spesso anche competizione. Sostituiva “lavorare” con il francese “jouer”, che gli sembrava più vicino a quello che sentiva, al tipo di impegno leggero e piacevole che era diventato per lui recitare. Un talento semplice, ma anche umile. Un esempio su tutti, nel marzo del 1967, su invito di Renzo Tian, critico teatrale e direttore dell’Accademia di arte drammatica, Mastroianni parla agli allievi in maniera disincantata, scettica, priva di spacconerie e di illusioni, del suo mestiere e della sua vocazione d’attore. Affascina i giovani abituati alle star che esaltano la loro arte, li conquista con la semplicità, con la sua aria bonaria, con il suo fascino, con la sua eleganza di attore d’altri tempi, ma saldamente ancorato alla realtà contemporanea. E dire che nel corso degli anni ’60, Mastroianni è l’attore più pagato, più fotografato e più chiacchierato d’Italia. Il suo caché è secondo solo a quello di Sophia Loren. Rientra in un ristretto gruppo di star internazionali ad alta quotazione, in cui vi sono Albert Finney, Peter O’Toole, Richard Burton, Omar Sharif e pochi altri. La quotazione di Mastroianni, a fine anni ’60 è di 150 milioni di lire a film. Tognazzi ne prende 50, Manfredi 30. Eppure è sempre stato umile, non ha mai voluto, o accettato paragoni, confronti o competizioni con i suoi colleghi, illustri e meno illustri. Negli anni il suo mestiere è diventato sciolto, ricco di accensioni improvvise, di piccole invenzioni che rendono vivi anche i personaggi più stereotipati, di sottotoni che danno carica emotiva ai sentimenti più profondi. Marcello non si smentisce mai, ha sempre un suo modo di parlare agli spettatori. A ogni nuovo film gli chiedevano di fare se stesso e sempre più lui trovava dentro di sé delle cose nuove per arricchire i personaggi senza diventare mai ingombrante, senza sovrapporsi al film o al regista. Sapeva giocare con la disinvoltura di chi si diverte, con la grinta, la tenacia, la solidità che sono il segreto della sue eterna giovinezza, la sua astuzia per non invecchiare. Lavora fino alla fine, anche quando la malattia lo costringe a recitare seduto perché non riesce più a reggersi in piedi ( 1995 ). Ma il palcoscenico e il set avevano su di lui quasi un mistico potere taumaturgico.

Marcello Mastroianni e Cathrine Deneuve, ritenuta una delle coppie del secolo. La loro relazione durò dal 1971 al 1975, e dalla loro unione nacque la figlia Chiara nel 1972.
Marcello Mastroianni e Cathrine Deneuve, ritenuta una delle coppie del secolo. La loro relazione durò dal 1971 al 1975, e dalla loro unione nacque la figlia Chiara nel 1972.
Semplice e sincero anche nelle amicizie. Qui Mastroianni è alla presentazione del film dell'amico Marco Ferreri,
Semplice e sincero anche nelle amicizie. Qui Mastroianni è alla presentazione del film dell’amico Marco Ferreri, “Non toccare la donna bianca”(1974). Marcello Mastroianni, la compagna Catherine Deneuve, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi. Un quartetto d’attori che si ritrova dopo il capolavoro dei mesi precedenti, “La grande abbuffata”. Per la verità il quarto è Michel Piccoli, che nella foto non è presente.

♥ Le sue passioni d’amore

“Mi innamorai di lui quando avemmo sul set il nostro primo incontro romantico…Lui mi prese fra le braccia e ci baciammo”  ( Faye Dunaway)

Il 12 agosto 1950, a 26 anni, sposa a Roma, Flora Clarabella figlia del musicista Ezio Clarabella, autore di opere liriche, operette, musica sinfonica e compositore di musiche per film. Seduttore quasi senza volerlo, Mastroianni è stato però il seduttore per eccellenza del cinema italiano, forse per l’eco suscitato dalla Dolce Vita, forse per la sua proverbiale eleganza. Marcello Mastroianni in effetti è il simbolo stesso dell’italianità, non solo perché ha raccontato il paese attraverso quei personaggi che, con piglio camaleontico, ha interpretato, ma perché il suo fascino, unitamente a quello dei suoi grandi capolavori, ha sedotto il mondo. Fu considerato, suo malgrado, un sex symbol, non a caso ebbe una breve relazione con la divina Silvana Mangano e una lunga storia con Catherine Deneuve (dalla quale nacque la figlia Chiara), ma sul grande schermo tutti lo ricordano infatuato come un adolescente di fronte ad Anita Ekberg che lo invita a tuffarsi nella Fontana di Trevi e partner di Sophia Loren in tantissime pellicole. Di proverbiale eleganza, i suoi personaggi restano un punto di riferimento costante nella moda e per i marchi che celebrano la tradizione sartoriale italiana. Indimenticabili l’abito scuro a due bottoni indossato con camicia bianca e cravatta sottile nera (trend tornato in voga da diversi anni) e l’abito bianco del finale de’ “La dolce vita” indossato con camicia nera. Di mezzo la vestaglia da camera di seta e gli storici occhiali Persol 649 di “Divorzio all’italiana”, l’abito gessato a tre pezzi e i guanti da automobilista di “Matrimonio all’italiana”, l’irrinunciabile cappello (modello Borsalino)che conferisce sempre un’aria distinta durante la bella stagione. Pochi uomini al mondo sono in grado di indossare un frac blu, come quello confezionato dalla storica sartoria Farani di Roma per “Intervista”, perchè in fondo l’eleganza non è mai solo un abito, ma è un modo di fare disinvolto e mai artificioso. Le sue più importanti conquiste, dunque,possono essere riassunte in ciò che segue. Prima di sposarsi con l’attrice Flora Clarabella, nel 1950, la quale gli diede l’anno seguente la primogenita Barbara, Marcello ebbe una breve relazione, nel 1947, con Silvana Mangano, allora diciassettenne e ancora sconosciuta attrice alle prime armi, un pò come lui in fondo. Con la moglie Flora Clarabella, Marcello si separò nel 1970 a causa delle numerose relazioni di lui, ma non divorziarono mai. A metà degli anni ’60, mentre ancora viveva con sua moglie, Marcello rimase folgorato da una giovane attrice americana di grande prospettiva e dalla candida bellezza, di 17 anni più giovane di lui, Faye Dunaway. Tutto risale al 1968, quando, dopo l’esperienza fallimentare della sua casa di produzione ( la Master Film ), per recuperare qualche soldo l’attore accetta di girare in Inghilterra alcuni film prodotti da Carlo Ponti. Uno di questi è “Amanti”, una storia d’amore melodrammatica tra un ingegnere italiano e una turista americana, che vuole nascondere all’uomo di essere malata di leucemia. Quando viene a sapere che il suo amante ha scoperto la verità tenta il suicidio per poi essere ricondotta alla speranza attraverso l’amore. Sia Mastroianni che il regista De Sica si resero conto della bruttezza del progetto ma entrambi accettarono per soldi ( è nota la terribile mania per il gioco d’azzardo di Vittorio De Sica ). Protagonista femminile è la giovane diva americana Faye Dunaway, che in quel  periodo aveva avuto un grandissimo successo nel film Gangster story, storia dei mitici banditi Bonnie e Clyde. All’inizio Mastroianni non viene particolarmente colpito da questa donna che trova fredda e non particolarmente brava, poi a poco a poco il ghiaccio fra i due si scioglie fino a sfociare in una grande passione che la stessa Dunaway, con un certo fastidio da parte del più discreto attore italiano, racconterà nella sua autobiografia con dovizia di particolari e anche qualche invenzione. “Mi innamorai di lui quando avemmo sul set il nostro primo incontro romantico…Lui mi prese fra le sue braccia e ci baciammo: improvvisamente smettemmo di recitare…SIn dall’inizio della mia carriera mi ero imposta di evitare avventure sul set…Ma con Marcello mi fu impossibile”. Nell’autunno del 1968 la passione fra i due divi divampa per la gioia dei cronisti di gossip, che seguono i due amanti nelle loro gite romantiche sul Canal Grande e nelle feste mondane. La moglie Flora ovviamente viene a sapere della storia e litiga furiosamente col marito nella prima grave crisi del loro matrimonio: “Avevo intuito che la Dunaway gli faceva pressioni perché si separasse o divorziasse da me per vivere con lei e sposarla. Pur se dentro di me ero convinta che non l’avrebbe mai fatto, vivevo in una profonda inquietitudine”. Infatti la Dunaway avrebbe voluto sposarlo e avere dei figli, ma lui, cattolico, si rifiutò di chiedere il divorzio alla moglie, e per questo, dopo tre anni, la relazione ebbe termine. Dopo una prima fase di disperazione della Dunaway, che capisce che Mastroianni non lascerà mai la moglie, in un secondo tempo è invece l’attore a inseguire la donna, che nel frattempo sta vivendo altre storie e lo costringe ad uno snervante tira e molla di circa tre anni che lo porta alla disperazione più nera, tra litigi e riconciliazioni a cavallo tra Roma e New York, finché la donna si fidanza con l’attore Harris Yulin. Mastroianni si confida con l’amico Fellini che gli risponde, “Marcellino, la sofferenza è nutrimento”, beccandosi in cambio una lunga serie di insulti. “Il congedo è stato piuttosto duro perché non me lo aspettavo. Al momento dell’abbandono ti sembra una crudeltà femminile e dopo, con il passar del tempo, scopri che è segno di una lucidità che noi uomini non possediamo”. Nel 1971 Mastroianni è al cinema con un film storico dal titolo Scipione detto anche l’africano, in cui Marcello e il fratello Ruggero, esperto montatore e qui alla sua unica esperienza da attore, si trovano a lavorare insieme a Vittorio Gassman e SIlvana Mangano, per la regia di Luigi Magni. Purtroppo Mastroianni si è appena lasciato definitivamente con la Dunaway e piange sulla spalla di Ruggero, mentre Gassman è in preda ai primi segni della depressione che purtroppo lo accompagnerà ancora nella sua vita futura. La Mangano, ex amore di Mastroianni, si trova testimone di questa difficile situazione che porta anche Magni alla malattia. Racconta Mastroianni: “Mentre giravamo passò una mosca. L’operatore…disse Stop! E Gigi Magni: che è successo? C’era una mosca, e la Mangano: senti, era l’unica cosa viva della scena”. Pochi mesi dopo, Mastroianni, ripresosi dalle lacerazioni amorose dei mesi precedenti, si trasferisce in Francia, per girare “Tempo d’amore”, pellicola della giovane Nadine Trintignant, moglie del famoso attore Jean Louis e prima di una lunga serie di registe donne da cui l’attore si farà dirigere molto volentieri. Racconta la tragica storia autobiografica di una coppia a cui muore prematuramente la figlia di pochi mesi. Nella parte della moglie un’attrice francese di quasi vent’anni più giovane di lui, lanciata nel 1963 dal suo pigmalione Roger Vadim, da cui ha anche avuto un figlio, e diventata famosa con grandi registi come Demy, Truffaut e Polansky, nonché simbolo dell’erotismo intellettuale con “Bella di giorno” di Luis Bunuel. E’ figlia di attori, è bellissima, si chiama Catherine Deneuve e avrà un ruolo fondamentale nella vita di Marcello. Sul set di questo piccolo film molto toccante, nella seconda metà del 1971 esplode la passione fra i due. Contrariamente ad altre volte, Mastroianni cerca in un primo tempo di nascondere la relazione alla moglie e consuma la sua storia in albergo, poi quando Flora inevitabilmente lo scopre, decide di trasferirsi con Catherine nel lussuoso appartamento parigino della donna vicino al Trocadero, dove i due fanno la fortuna dei giornalisti glamour che li definiscono come una delle coppie del secolo. E’ la prima volta che Marcello instaura una convivenza al di fuori della famiglia, anche se questo non gli impedisce per un pò di tempo di fare la spola fra Parigi e Roma. E’ lo stesso Mastroianni a voler alimentare la coppia artistica e di vita, proponendo a Ferreri di girare con loro protagonisti un adattamento del racconto “Melampus” di Ennio Flaiano, di cui detiene i diritti. Il film è “La cagna”, un apologo beffardo che racconta la storia di un disegnatore che, rintanatosi su un’isola con il suo cane, costringe l’amante che ha ucciso la bestia per gelosia a sostituirsi all’animale e diventare essa stessa “cagna”. A quest’opera di transizione di Ferreri segue un nuovo importante avvenimento nella vita di Marcello, perché dall’unione con Catherine il 28 maggio 1972 nasce la figlia Chiara, la sua secondogenita. Racconta Flora Clarabella: “Quando la Deneuve rimase in cinta, Marcello mi telefonò…già lo sapevo, l’ho sognato gli risposi…Marcello se lo desideri, puoi separarti o divorziare da me e sposare lei. Lasciamo stare così, va benissimo mi rispose”. Un mese e mezzo dopo il parto della piccola Chiara, Marcello ritrova la Deneuve, peraltro in splendida forma fisica, in “Niente di grave: suo marito è incinto”, in cui due coniugi ben integrati nell’ambiente lavorativo francese, lei parucchiera, lui istruttore di scuola guida, aspettano il loro primo figlio, ma è lui, il marito Marcello a rimanere misteriosamente incinto. Il film è una leggera satira surreale, di sano divertimento. Qui l’idillio d’amore tra Marcello e Catherine è ai massimi storici. Non si può dire lo stesso, due anni dopo, quando sul set de “Non toccare la donna bianca”, iniziano a verificarsi i primi attriti in seno alla coppia, Nel film, incredibile western ambientato tra le macerie del quartiere Les Halles di Parigi, e con stessi amici-colleghi de “La grande abbuffata” ( Tognazzi, Noiret, Piccoli e il regista Ferreri ), di pochi mesi precedente, Marcello ritrova anche la compagna Catherine, che al primo film non aveva preso parte. A fine riprese, però, accade l’impensabile, la storia d’amore tra Marcello e la Deneuve si conclude dopo tre intensi anni di passione. Ancora una volta è la donna a lasciare l’uomo gettandolo nella più cupa disperazione, tanto che lo stesso Ferreri racconta di una gita in barca alle Bocche di Bonifacio col mare mosso e Marcello che grida: “Voglio morire, voglio morire, è meglio farla finita”!” per poi buttarsi su un piatto di pasta col sugo una volta a terra. Mastroianni torna ancora una volta dalla moglie ma manterrà per tutta la vita un buon rapporto con la Deneuve e nel corso degli anni anche con la figlia Chiara che ricorderà: “Abbiamo fatto tante stupidaggini insieme, io e mio padre…stupidaggini che vivendo a Parigi normalmente non fai. Ma siccome lui veniva dall’estero, mi ricordo che una volta siamo stati alla Tour Eiffel ad esempio, non ci ero mai stata e non ci sarei mai andata, come una turista, a mettere la faccia nelle scenografie con il buco per fare la foto”. Di nuovo Mastroianni, sedotto e abbandonato, trova rifugio al suo dolore negli amici come Ferreri o Fellini ed è costretto ad ammettere: “La verità è sempre la stessa, io non sono mai stato capace di un gesto definitivo, non sono mai stato un eroe della volontà. Rimando, tergiverso, rifiuto di scegliere, sempre per la paura di ferire, di far male”. E forse per questa presa di coscienza, forse per l’età che avanza, forse per una più profonda maturità intellettuale, che Mastroianni si accingerà nel 1976 a legarsi ad una donna che lo capirà forse più delle altre, e che in fondo rimarrà con lui per vent’anni, fino alla sua morte del 1996. L’amore con questa donna, nasce sul set di “Todo modo”, nel 1976, lei è Anna Maria Tatò, una bellissima intellettuale di 25 anni più giovane di lui, giornalista e documentarista con ambizioni registiche che è stata moglie del produttore Gerard Malle, e che conosce Marcello attraverso l’amicizia con Ferreri. Col suo spirito contestatario, ha sempre considerato Mastroianni un attore borghese e preferisce attori dal più evidente impegno politico come Gian Maria Volontè. La presenza di Marcello nel film di Elio Petri, “Todo modo”, però glielo rende più interessante e affascinante e, forse anche a causa di questo mutato punto di vista, i due iniziano una lunga e discreta relazione sentimentale che li unirà per tutta la vita, da tutti conosciuta ma nello stesso tempo mai esibita, a differenza dei chiassosi flirt con la Dunaway e la Deneuve che avevano portato suo malgrado l’attore alla ribalta dell cronache rosa. In fondo, proprio grazie a questa discrezione maggiore, a questa attenzione nel tenere più riservata e protetta questa relazione, che essa stessa è potuta continuare preservata da possibili ingerenze esterne, oppure ( considerazione anche plausibile ) Marcello ha finalmente capito la lezione: in fondo ha 52 anni nel 1976, e probabilmente sente l’esigenza, in età matura, di avere finalmente al suo fianco una persona con cui intraprendere una relazione stabile e duratura.

1966 Roma, Teatro Sistina, Marcello Mastroianni interpreta il musical Ciao Rudy, nella foto con la figlia Barbara Mastroianni, allora sedicenne e la moglie Flora Mastroianni. Proprio Barbara disse del padre:
1966 Roma, Teatro Sistina, Marcello Mastroianni interpreta il musical Ciao Rudy, nella foto con la figlia Barbara Mastroianni, allora sedicenne e la moglie Flora Mastroianni. Proprio Barbara disse del padre: “”Mio papà Marcello, uomo ironico e leggero ma mai superficiale”.
Una foto di Marcello Mastroianni con la compagna Anna Maria Tatò, un amore durato vent'anni, dal 1976 al 1996, quando purtroppo Marcello morì, all'età di 72 anni.
Una foto di Marcello Mastroianni con la compagna Anna Maria Tatò, un amore durato vent’anni, dal 1976 al 1996, quando purtroppo Marcello morì, all’età di 72 anni.

L’essenza dell’attore e dell’uomo Mastroianni

Il 19 dicembre del 1996, quando le agenzie di stampa di tutto il mondo batterono la notizia della sua morte, furono in molti a provare un dolore misterioso e profondo. Mastroianni non era morto in Italia, ma a Parigi, dove viveva insieme alla sua compagna Anna Maria Tatò. Per lui la Francia non era una seconda patria, ma il luogo migliore dove passare inosservato, come soltanto lì è concesso persino ai personaggi più che famosi. La virtù della discrezione, si sa, non è nostro appannaggio, ma in ciò l’attore incarnava un’eccezione. Era un uomo lieve, ma di personalità talmente forte che, intorno a lui, persone e cose apparivano con la sua stessa leggerezza. Allo stesso modo, diventa stranamente facile ricordare un personaggio della statura di Mastroianni senza cadere nella più inevitabile retorica. Si potrebbero spendere frasi eclatanti, come: «È tra i cinque migliori attori di ogni tempo… Di rara intelligenza… Ci manca infinitamente…» Tutto questo è verissimo, ma tanto più lo è il fatto che, dedicate all’immagine di Mastroianni, queste parole non andranno ad aggiungersi alle tante, insulse celebrazioni che pesano sulla memoria dei protagonisti del passato. Perché Mastroianni aveva in quel suo volto l’espressione di uno che si accontentava del mondo, che non lo sfidava come un condottiero, che non lo provocava per avventura. Lui nel mondo, semplicemente, ci sapeva stare. ‛Savoir-vivre’ è un’etichetta di stile francese. A corte come in osteria, tra le adulazioni di un festival andato bene come nella semplicità della propria casa, in Rue de Seine. Il mondo e la vita, per lui, erano gli stessi, qualunque ne fosse il punto di osservazione. Mastroianni aveva imparato chissà perché, se non per sua natura, a muoversi come un uomo, non come un attore. Oppure, per dirla meglio, era un attore che, nella vita, era stato talmente saggio da dimenticare la sua parte. Aveva dimenticato di essere bravo, ricco, famoso, bello. Di essere stato fortunato, invece, si ricordava sempre, e non mancava mai di ripeterlo ai giornalisti, ai colleghi, agli amici. Di avere avuto il destino di entrare in teatro dalla porta d’oro, quella di Luchino Visconti; della coincidenza che sua madre fosse amica della sorella di Vittorio De Sica… Quanti privilegi! Eppure, la sua più grande fortuna sarà quella di dimenticare di essere Marcello Mastroianni, ossia di sottovalutare una circostanza non proprio casuale: che se non fosse stato Mastroianni, se fosse stato un altro, le porte d’oro sarebbero rimaste chiuse e De Sica non l’avrebbe scritturato. Quanto all’aspetto, si sa: fingere di non esser belli, quando si crede il contrario, è falsa modestia. Ebbene, Mastroianni davvero non credeva di esser bello: il naso troppo corto, le gambe troppo magre… Che prodezza da illusionista fu quella di enfatizzare questi piccoli difetti davanti allo specchio! E che talento, il suo, di imbruttirsi e invecchiarsi nei panni di certi personaggi che sembravano adatti a qualunque viso tranne che al suo, di archetipica bellezza. C’è una battuta di un divertente film di Billy Wilder, ‛The Fortune Coockie’, che ben testimonia di un canone universale. La scena vede Walter Matthau che ha appena ironizzato sull’estetica del suo eterno amico-rivale Jack Lemmon, il quale sapete come risponde? «Ehi! Vacci piano! Non sarò certo un Mastroianni, ma non sono nemmeno da buttar via!» Il film è del 1966. Trent’anni almeno è durata la leggenda di un attore talmente bello da diventare in una citazione. Ma lui non rinuncia a schermirsi: «Io sono sempre stato un uomo assolutamente normale.» È stato gentile credergli. In trent’anni, mai un passo falso, mai una vanità superflua. Per questo tutti noi amavamo Mastroianni; per questo tutti noi avremmo voluto avere, almeno per un giorno, il suo volto, che era conciliante e ironico, e pigro. Non da amante furtivo, ma da innamorato stanco. Persino Fellini, che qualche aria ogni tanto se la dava, volle averlo al posto del suo, da eterno studente burlone. Potè esaudire quel desiderio grazie alla macchina del cinema, e quella di Snaporaz divenne l’altra faccia della luna felliniana. Da ‛La Dolce Vita’ in poi, Mastroianni imparò a nascondersi: nei segreti pensieri di un regista geniale, nei personaggi sotto-tono che solo lui sapeva interpretare con tanta naturalezza. Nello stesso tempo seppe sottrarsi candidamente, senza darlo a vedere, alle luci del palcoscenico mondano. Si concentrò completamente sul lavoro. «È come se avessi sempre vissuto delle parentesi, aspettando che poi, dopo, ci sarebbe stata la vita vera; che forse (ma senza esagerare) non c’è mai stata!» Quante persone sono capaci di un’ammissione del genere? E quante volte abbiamo invece ascoltato certe star di Hollywood compiacersi della loro completa immedesimazione nel personaggio? Alla Metro Goldwin Mayer lo chiamano ‛professionismo’, sul divano di uno psicanalista ‛Scissione dell’Io’. E valga come aneddoto quello del protagonista di un film di Pietro Germi, Dustin Hoffman, che tormentò per giorni il regista chiedendogli che mestiere facesse il padre del ‛suo’ Alfredo, perché nel copione non c’era scritto. «Ma che te ne frega?!?» sbottò a un certo punto Germi (che parlava pochissimo). Un simile cruccio Mastroianni non l’avrebbe mai avuto. In fondo egli è appartenuto a 170 famiglie virtuali, ma nessuna gli ha mai tolto il sonno. Lui si preoccupava di chi fosse nella vita vera, se nello spazio tra un film e un altro sarebbe finalmente riuscito a dimostrare quanto amore provava per la sua donna, per le sue figlie, per i suoi amici. Sì, insomma, tra un gioco e l’altro, esisteva la sola serietà degli affetti, perché in fondo l’aveva sempre saputo: «Mi pagano per giocare…» Mai come nel suo caso il saggio di Freud, ‛Il poeta e la fantasia’ avrebbe trovato un’applicazione più naturale. Anche per questo Mastroianni ha fatto storia a sé. Per lui, la mistica del lavoro era valsa come un ritiro spirituale dalla tentazione diventare un’opera, ambizione che non l’avrebbe mai sfiorato. Eppure la sua parabola artistica sarà a tal punto ricca da sembrare, a noi spettatori, un capolavoro compiuto. Sarà anche una lunga lista, ma che male c’è, in uno scorcio di memoria, a elencare i registi con i quali questo Gigante ha giocato? Antonioni, Altman, Anghelopoulos, Bellocchio, Comencini, De Sica, De Oliveira, Emmer, Fellini, Ferreri, Germi, Indovina, Kidron, Lattuada, Malle, Mikhalkov, Napolitano, Orlandini, Polanski, Risi, Scola, Tornatore, Visconti, Wenders, Young, Zurlini. Dalla A alla Zeta, fotogramma per fotogramma, è l’alfabeto del cinema. L’ultimo film con Marcello Mastroianni sarà di Anna Maria Tatò. Il titolo, ‛I remember’, rimandava a un esperimento di Georges Perec, il pioniere della letteratura infra-ordinaria. Nel lampo di quindici giorni, tra il 16 settembre e il 2 ottobre del 1996, Tatò riprende il suo Marcello più riflessivo e più scherzoso, all’atto di raccontare se stesso ad alta voce durante le pause di un film di De Oliveira. Si era nei luoghi quasi-europei del Portogallo. L’attore è ammalato e lo sa, ma non ne fa mai cenno, non lo lascia mai trapelare, nemmeno per un attimo. Non cerca consolazione, non si compiace della malinconia del proprio tramonto, seppure bellissimo. Narra di mezzo secolo, del tempo in cui siamo passati tutti, tra i miti e gli eventi che ancora segnano la nostra memoria. La povera Italia degli anni Cinquanta, in cui si avvicendavano le comparse della vita quotidiana, sino al Paesone di Fellini. Mastroianni fu il più adatto a incarnare il grande cambiamento. Il suo aspetto non aveva alcunché di corrotto. Era schietto, non si vergognava delle sue origini. Veniva da Fontana Liri, un villaggio cento chilometri a sud di Roma dove non c’era granché da fare, se non ammirare i severi padri mentre lavoravano in bottega, se non sognare l’approdo alla città. Roma era senza difetti, la città più bella del mondo. Roma era una sala di cinematografo, dove romanticamente alloggiavano i divi di Hollywood. «Gary Cooper, Errol Flynn, Clarck Gable, Tyrone Power. Quanti beniamini! Avevamo una passione per questi attori. Uscendo dal cinema, ne imitavamo i gesti. ‛Ombre rosse’, John Wayne con la pistola, e noi che tentavamo di imitare la sua camminata…» E sì, quello era tempo di bel cinema, e a Mastroianni la televisione non è mai piaciuta. Ogni tanto, qualche documentario sulla guerra o sugli animali, perché vedere Marylin Monroe dal basso in alto o viceversa, in piccolo «fa differenza». Per lui, la forza del cinema stava nella concretezza dei luoghi e delle persone. Il contorno del cinema era noia e menzogna, chiacchiera fannullone da cui era assai meglio esentarsi. E così scorrono le immagini, Mastroianni ricorda, e intanto la vera porta d’oro, quella del suo mondo, si apre come d’incanto. Noi spettatori ci sentiamo quasi onorati, di attraversare quella soglia, di sederci di fronte a lui, di ascoltarlo. «Speriamo non finisca mai…» viene da pensare. Ma a un certo punto si volta di profilo, a contemplare un orizzonte che sfugge. «Da giovani, quando si monta a cavallo per compiere questa cavalcata, si pensa che sarà un viaggio che non avrà mai fine, lunghissimo! E poi invece, raggiunta una certa età, ci si accorge che questo prossimo villaggio non era molto lontano; che veramente è stata una cavalcata breve, brevissima! La vita: sì, ci si accorge a una certa età che è passata così, come… biiin! E il villaggio è lì, vicino.»

Atipico, eccezionale e inarrivabile: con questi tre aggettivi si potrebbe riassumere la bravura di un mostro sacro del nostro cinema, la sua essenza
Atipico, eccezionale e inarrivabile: con questi tre aggettivi si potrebbe riassumere la bravura di un mostro sacro del nostro cinema, la sua essenza “unica” d’attore semplice ed esemplare.
...e Mastroianni era anche uno di quei pochi attori capaci di prendersi in giro con autoironia. In questa foto è in canottiera, mentre è intento a fare colazione, una maniera in più per dimostrare di non essere quel seduttore incallito, che i giornali di gossip volevano far passare, ma un uomo come tutti, semplice e tradizionalista: un uomo comune come tanti.
…e Mastroianni era anche uno di quei pochi attori capaci di prendersi in giro con autoironia. In questa foto è in canottiera, mentre è intento a fare colazione, una maniera in più per dimostrare di non essere quel seduttore incallito, che i giornali di gossip volevano far passare, ma un uomo come tutti, semplice e tradizionalista: un uomo comune come tanti.

Domenico Palattella

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Un pensiero su “Marcello Mastroianni: il gioco della recitazione, il talento della semplicità, le sue passioni d’amore, la sua essenza d’attore.

  1. Articolo molto interessante! Considero Mastroianni l’attore con la A maiuscola. Entrava in qualunque parte gli si chiedesse, senza bisogno di chissà quale tecnica o processi lunghi di immedesimazione nel personaggio. La recitazione come un gioco serissimo! Ti citerò nella nostra pagina Facebook 😉
    Simo

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