I film misconosciuti dei mostri della commedia all’italiana: i capolavori segreti della nostra cinematografia.

Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, i cosiddetti
Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, i cosiddetti “mostri della commedia all’italiana” o i “colonnelli del cinema italiano”, di certo rappresentano i più grandi talenti della nostra cinematografia. Attori e divi impareggiabili di una brillante epoca della storia d’Italia, pellicole e interpretazioni celebrate in tutto il mondo, ma anche fior fiori di capolavori misconosciuti, segreti, che meritano di essere riscoperti.

Nella cinematografia italiana dei tempi d’oro, numerosi sono i film importanti, i capolavori che tutti conoscono e che sono rimasti nella memoria collettiva. E se è vero che i vari Sordi, Mastroianni, Gassman, Tognazzi e Manfredi sono stati i maggiori talenti del cinema italiano, allora sarebbe utile scavare nei meandri della loro sterminata e vasta filmografia, e scoprire dunque, non senza una vena di stupore, fior fiori di capolavori segreti. Pellicole di ottima fattura, alcune di pregiatissima fattura, ma pressoché sconosciute al grande pubblico, pellicole spesso offuscate da altre più conosciute e più celebrate. Così, ad esempio, il commissario Baldassare del film “Doppio delitto”(1977) è offuscato da quello più famoso de “La donna della domenica”(1975)pur essendo sempre Marcello Mastroianni lo splendido protagonista. O ancora, il principe combinaguai Vincenzo Gonzaga, interpretato da Vittorio Gassman, nel film “Una vergine per il principe”(1966), è pressochè sconosciuto rispetto all’immediatamente successivo cavalier errante Brancaleone da Norcia de “L’Armata Brancaleone”(1966), interpretazione destinata ad oltrepassare le epoche. Eppure questi film misconosciuti, sono comunque dei gioielli, delle perle quasi incontaminate, che forse proprio grazie a questo oblìo hanno mantenuto inalterata la loro carica visiva e la loro vitalità. Spesso, inoltre, questi film nascosti, hanno corrisposto con gli inizi delle carriere di registi importanti, e che si sarebbero poi imposti definitivamente negli anni a venire: in “Questa volta parliamo di uomini”(1965), fa il suo vero debutto la regista Lina Wertmuller, che dirige Nino Manfredi, in un divertente film a episodi, dopo il fiacco esordio de I basilischi”, di due anni prima; “La congiuntura”(1965), divertissement di incredibile vitalità comica, con l’istrionico Gassman mattatore della pellicola, è la seconda regia di Ettore Scola, dopo il precedente “Se permettete parliamo di donne”(1964), girato quasi in contemporanea e ancora con Gassman protagonista; o ancora “La mazurka del barone della santa e del fico fiorone”(1974), è il secondo film di un giovanissimo Pupi Avati, quasi incredulo nell’essere riuscito ad ottenere le prestazioni attoriali di Tognazzi, a metà degli anni ’70 all’apice della sua carriera, e che fu il suo trampolino di lancio, come regista “impegnato” di grande valore. E con gli esempi, si potrebbe ancora continuare per parecchio, in un saggio questo, nato con l’intento di dare al lettore uno strumento in più per non soffermarsi sul superficiale, sul “già noto”, ma di scoprire un pò quel cinema misconosciuto che merita un’attenta rivalutazione. L’analisi si sofferma sui più importanti attori della cinematografia italiana, su quel quintetto d’assi, che più di ogni altro hanno saputo rappresentare il nostro paese nel mondo e l’italiano medio del secolo scorso.

Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni nel film
Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni nel film “Fantasmi a Roma”(1960), con loro anche il grande Tino Buazzelli.

Procediamo dunque, per ordine, e più precisamente dal momento in cui, il primo grande attore della commedia all’italiana, Alberto Sordi, arriva al successo. Siamo a metà degli anni ’50, e dopo le esperienze con Fellini ne “I vitelloni”(1953) e lo strabordante Nando Moriconi di “Un americano a Roma”(1954), diretto da Steno, per Sordi si avvia un periodo frenetico, 8/9 anche 10 film l’anno. Alcune di queste interpretazioni sono rimaste nella storia, altre sono trascurabili, o altre ancora sono cadute, ingiustamente, nel dimenticatoio. Nello stesso anno del film di Steno, Sordi prende parte tra gli altri, al film “Il seduttore”, oggi poco conosciuto, ma che rimane una delle interpretazioni più calibrate e sfumate del suo periodo giovanile. Diretto da un regista fine e sensibile come Franco Rossi, Sordi, interpreta il ruolo di un seduttore pasticcione e vanaglorioso, che puntualmente colleziona una serie di disavventure nei suoi instancabili tentativi di conquista, salvo tornare poi, puntualmente a rifugiarsi dalla moglie, dopo le delusioni ottenute, una moglie che lo capisce e perfino lo coccola come un figliolone un pò scemo. Al fianco di una degna partner come Lea Padovani, questo film è il primo di un’incomparabile serie di ritratti italiani che durerà per più di un trentennio, il primo vero film a esplicare in pieno le peculiaretà del Sordi futuro e che sarà la base del suo enorme successo cinematografico. E’ inoltre il film che segna anche l’incontro di Sordi col suo complice più stretto e assiduo, lo sceneggiatore veneto Rodolfo Sonego. Due mesi prima de “I soliti ignoti”(1958), Marcello Mastroianni è nelle sale con la fiaba del romagnolo Aglauco Casadio, ex critico d’arte e documentarista, dal titolo “Un ettaro di cielo”, e al di là della scarsa accoglienza dell’epoca nelle sale, è un film che colpisce, una favola “alla Zavattini” sull’ingenua bontà della povera gente. Girato con due assidui collaboratori di Fellini, del calibro di Ennio Flaiano e Nino Rota, la pellicola, fragile come una bolla di sapone, resiste però intatta fino alla fine, senza un carico eccessivo di simboli, cioè senza prendersi troppo sul serio. Ma le vere colonne portanti, in grado di reggere per tutta la sua durata il film, sono Marcello Mastroianni e Rosanna Schiaffino, talmente bella che li si addice a pennello un versetto del “Cantico dei Cantici”: “soave e maestosa come Gerusalemme”. Ma al di là di questo c’è un Mastroianni delizioso nella picaresca poesia del suo personaggio, ingenuo venditore di fumo che sembra credere per primo alle bugie che inventa. Un’opera cinematografica bizzarra, ma per nulla banale: da riscoprire. Saltiamo al 1960, l’anno de “La dolce vita” e delle Olimpiadi di Roma, in tutto questo caos frenetico, passano quasi inosservati due film, che invece rasentano il capolavoro: “Le pillole d’Ercole”, con Nino Manfredi e Sylva Koscina; e soprattutto “Fantasmi a Roma”, con un cast monstre, Mastroianni, Gassman, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli e Sandra Milo ne sono i protagonisti. Procediamo però, con ordine. Al suo primo film Luciano Salce, ne “Le pillole d’Ercole”adatta una pochade francese di Maurice Hennequin e Paul Billard, e ne cava fuori un film allegro, scherzoso, interpretato con divertimento e girato con la cura formale del primo Salce. E’ la storia di un medico, un pacato Manfredi, che sotto l’effetto di un afrodisiaco, somministratogli per uno scherzo dei colleghi, cornifica un ricco americano, il quale pretende di ripagarlo con egual moneta. Così lui spaccia una sciacquetta francese come sua moglie, alle terme di Salsomaggiore: ma nulla va come previsto, e arriva anche la vera consorte ( Koscina ). Un rodato meccanismo di equivoci, che forza il comune senso del pudore dell’Italia dell’epoca, sembra quasi di vedere un prototipo della commedia sexy all’italiana di fine anni ’70, però con più classe e meno volgarità. Alla fine, in linea con la morale dell’epoca, l’istituto del matrimonio risulterà salvo, e l’adulterio non si compirà, anche se nel salone delle terme si scatenerà un’orgia quasi felliniana, con nel cast anche il grande Vittorio De Sica, nei panni di un colonnello. Manfredi, comunque, nella sua lenta ma progressiva scalata verso le vette del cinema italiano, dimostra ancora una volta tutta la sua duttilità e la sua classe d’attore a tutto tondo. Ed eccoci a “Fantasmi a Roma”, di Antonio Pietrangeli, una pellicola sottovalutata, ma forse tra le più belle della nostra cinematografia. La storia di una metafisica coalizione fra quattro irresistibili fantasmi ( Mastroianni, Gassman, Buazzelli e Eduardo De Filippo )che riescono a salvare, grazie a un falso dipinto, il loro antico palazzo nel cuore di Roma, dalla speculazione edilizia. Pietrangeli affida a una godibilissima commedia surreale la sua sferzante polemica contro la grossolana borghesia, avida e ignorante, del boom economico. Per dirla con l’autore “una storia comica può avere una carica di realismo pari a quella di una vicenda drammatica”. Il distacco e l’eleganza sono le caratteristiche peculiari di questa preziosa opera cinematografica, una favola surrealistica costruita su una sceneggiatura brillante e spiritosa co-firmata da uno dei più grandi autori satirici del teatro e della letteratura italiana: Ennio Flaiano. Il film è una commedia fantasy (un genere di scarso riscontro nel cinema italiano passato e recente) condita di trovate comiche eccellenti, di sentimenti semplici e di alcune grandi ma discrete interpretazioni, su tutti quella di Marcello Mastroianni, che nell’occasione interpreta contemporaneamente tre ruoli diversi; e quella di Vittorio Gassman che interpreta in maniera spiritosa un volubile ed eccentrico fantasma-pittore del Seicento, Giovan Battista Villari detto “il Caparra”, che, sul soffitto della enorme camera da letto dell’antica dimora, celato alla vista da una controsoffittatura in legno e tela dipinta, dipinge un grandioso affresco nel giro di una notte.

Nino Manfredi e Vittorio De Sica nel film
Nino Manfredi e Vittorio De Sica nel film “Le pillole d’Ercole”, primo film diretto da Luciano Salce.

Il 1961 è l’anno di due film, dalla differente accoglienza di pubblico: Sordi è protagonista della pellicola “I due nemici”, che verrà accolta da un grande successo di pubblico; invece Tognazzi, nella duplice veste di attore-regista è nelle sale con “Il mantenuto”, ingiustamente snobbato all’epoca. “I due nemici”, che registra l’accoppiata curiosa tra l’inglese David Niven e il nostro Alberto Sordi, è il primo tentativo, abbastanza riuscito, di lanciare la stella di Sordi al di là dei confini nazionali. Un film divertente, molto amato dal pubblico, che ironizza con un certo garbo sulla mitologia della guerra e del nostro glorioso passato. La storia vera, di un manipolo di inglesi e di italiani in Abissinia, sul finire della seconda guerra mondiale, che solidarizzano di fronte al comune pericolo degli abissini. Di diversa portata, e ambientato nel presente, è “Il mantenuto”, snobbato all’epoca, il primo film di Tognazzi regista è tutt’altro che banale; e ritrae con precisione e amorale divertimento un’Italietta dove tutti i mezzi sono leciti per ottenere il benessere, e nessuno si redime. Manca un’idea di regia unitaria, questo è vero ( l’inizio è senza dialoghi e tutto retto da gag visive, gli sviluppi sono da pochade, il doppio finale onirico riserva una sorpresa), ma Tognazzi esegue le singole sequenze con perizia di stile, senza venir meno a una sana e dissacrante cattiveria di fondo. Nel 1963, diretto da Elio Petri e incarnando il protagonista del romanzo di Lucio Mastronardi, Sordi offre una delle sue più crudeli e sofferte interpretazioni: un maestro che spinto dalla moglie cambia lavoro e apre una fabbrichetta di scarpe, il mirabile ritratto di una sciocchezza studiata, scavata, sofferta fino in fondo: una sciocchezza simbolica. La metafora dell’indifferenza, freddezza stanchezza di tutta una classe, che finisce per pagare sulla propria pelle l’altra faccia del boom economico. Paladino di una dignità professionale di cui lui stesso sperimenta i limiti (vedi la pochezza culturale e umana dei suoi colleghi), schiacciato da una realtà che si rivela sempre squallida e deludente, quello del maestro è un personaggio tutto in nero, nichilista e autodistruttivo, che non può lasciare indifferenti. Poco capito allora, è uno dei film più misconosciuti della commedia all’italiana, ma ad oggi uno dei più riusciti ed efficaci.

Una scena tratta dal film
Una scena tratta dal film “Il maestro di Vigevano”, amarissima commedia all’italiana, ma con una delle più belle e struggenti interpretazioni del grande Alberto Sordi.

Il 1965 è un anno molto prolifico per la commedia all’italiana e per gli attori cui è dedicato il saggio, in questo periodo, diciamo così, regna la routine, una routine d’oro, in quanto la commedia all’italiana continua ad occupare la sua posizione centrale nella produzione cinematografica nazionale. Di questo anno “mirabilis” del cinema italiano, val la pena focalizzare l’attenzione sui seguenti cinque film, non tanto per la loro popolarità, quanto per la loro, sottovalutata, qualità artistica: “Slalom”, di Luciano Salce, con Vittorio Gassman; “La congiuntura”, di Ettore Scola, ancora con Vittorio Gassman; “Questa volta parliamo di uomini”, di Lina Wertmuller, con Nino Manfredi; “La decima vittima”, di Elio Petri, con Marcello Mastroianni e Ursula Andress; “Marcia nuziale”, di Marco Ferreri, con Ugo Tognazzi. Tutto basato sulle qualità istrioniche di Vittorio Gassman, frenetico e acrobatico, in grado di garantire attimi di divertimento epidermico, “Slalom” è una divertente parodia dei film spionistici coevi sulla scia degli 00-7. Scritto da Castellano & Pipolo, e diretto da Luciano Salce, l’intrigo internazionale, mitigato dagli schemi della commedia all’italiana, si svolge tra il Sestriere e il Cairo. Non male gli incassi al botteghino, ma ad oggi non particolarmente conosciuto. Ancor più scatenata è la successiva commedia “La congiuntura”, secondo film di Ettore Scola, che dirige ancora una volta Gassman, dopo l’esordio dell’anno precedente con “Se permettete parliamo di donne”. La pellicola è un “divertissement” esilarante e spregiudicato, un pò satira di costume e un pò “road movie: anche se la “congiuntura” (la crisi economica del 1964) comunque c’entra poco e nulla. Vittorio Gassman (premiato con il David di Donatello) è in gran forma comica per tutto il film e supera se stesso nel delizioso finale a base di inseguimenti “slapstick”. Da vedere. C’è anche la straniera di turno Joan Collins, che si fa accompagnare in Svizzera da Gassman, principe romano con targa diplomatica, allo scopo di consegnare denaro di contrabbando. Dello stesso anno è anche “Questa volta parliamo di uomini”, prima regia importante per Lina Wertmuller, che dirige Nino Manfredi, assoluto mattatore di questa pellicola, in quattro episodi e un prologo. Nonostante il film sia quasi passato inosservato, Manfredi si aggiudicherà il Nastro d’argento come miglior attore protagonista della stagione 1965. Un tentativo tutto sommato riuscito di nobilitare la commedia all’italiana con intenti pedagogici filo-femministi, cui la regia rende al meglio. Lo spiritoso e a tratti corrosivo film di Lina Wertmuller, dà, infatti modo a Manfredi di caratterizzare perfettamente cinque tipi, il più originale dei quali è l’abbruttito contadino ciociaro che durante i suoi sordidi amplessi sessuali pretende dalla moglie le reazioni appassionate che ha visto al cinema. “La decima vittima” è, invece un film innovativo e rappresenta un interessante tentativo di introdurre la fantascienza nel cinema italiano. Nella società del futuro l’aggressività viene sfogata con la caccia all’uomo, ripresa dalla tv in diretta. La vittima predestinata di Ursula Andress è il pacioso Mastroianni, ma finirà con l’innamorarsene. La sceneggiatura, cui ha collaborato anche Ennio Flaiano, rende bene lo spirito del brillante omonimo racconto di Robert Sheckley. Il regista Elio Petri ha vinto la rischiosa scommessa, firmando un curioso ed affascinante film, mescolando western, cinema di spionaggio e leggera commedia romanesca. Da vedere, per lo straordinario duetto tra la Andress e Mastroianni, e per la confezione scenica fresca ed intrigante.

“Il racconto era piuttosto drammatico, se non addirittura tragico. In un mondo in cui non ci saranno più le guerre la gente continuerà a inventarsi dei giochi per poter uccidere. Molti anni più tardi Petri mi diceva che gli sarebbe piaciuto riprendere quel film e rifare il finale, perché quel finale gaio gli fu imposto dai distributori. Sono i limiti del cinema quando diventa industria, allora si deve soggiacere a volte a delle regole che non c’entrano niente con l’ispirazione più autentica dell’autore” ( Marcello Mastroianni, a proposito del film )

Strepitoso comunque Marcello Mastroianni, anche visivamente, truccato con occhialoni fosforescenti e capelli cortissimi ossigenati. Il film, in conclusione è uno scherzo molto ben riuscito, per la verità non totalmente capito dal pubblico, ma che risulta divertente per i continui riferimenti alla realtà italiana dell’epoca e a quella dell’uomo Mastroianni, sposato, ma conteso dalle più belle dive del pianeta. Sul finire del 1965, in epoca in cui, i grandi specialisti del cinema italiano diedero il meglio di sè nei film ad episodi, non poteva certo esimersi Ugo Tognazzi, con il grottesco “Marcia nuziale”, dell’amico Marco Ferreri. Film diviso in 4 episodi, tutti diretti da Ferreri e interpretati da Ugo Tognazzi, la pellicola narra di 4 apologhi sulla degradazione del matrimonio e sulle aberrazioni causate dall’uso rituale e strumentale di questo istituto, di cui non si sanno più perseguire i fini. Attualissimo ancora oggi, per la precisione e la ferocia con il quale è trattato il tema, è un’ottima e amara commedia all’italiana. Si parte da uno scherzo ( le nozze tra i cagnolini di una coppia borghese) per arrivare a una beffarda anticipazione avveniristica ( il terribile episodio ambientato nel futuro, in cui, in un mondo disumanizzato, le bambole hanno sostituito le mogli in carne e ossa). Soprattutto per l’ultimo, dissacrante episodio, il film ebbe parecchie noie in sede di censura, ma rappresenta un quadro grottesco, ma comunque riuscito, della decadenza dell’istituto matrimoniale. Tognazzi illuminante. Per l’argomento trattato non ebbe un grande successo di pubblico, ma fu comunque apprezzato dalla critica specializzata.

Ursula Andress e Marcello Mastroianni nel dissacrante e grottesco film di Elio Petri,
Ursula Andress e Marcello Mastroianni nel dissacrante e grottesco film di Elio Petri, “La decima vittima”. Delizioso comunque, Mastroianni truccato con occhialoni fosforescenti e capelli corti biondo-ossigenati.

Nel 1966 il cineasta e romanziere Pasquale Festa Campanile, specializzato nelle commedie all’italiana in costume e di genere satirico, è nelle sale con due pellicole, fresche, briose e divertenti: “Adulterio all’italiana”“Una vergine per il principe”. Nel primo film, affiancando a Nino Manfredi, la giovane bellezza di Cathrine Spaak, con il quale ebbe anche una relazione, realizza una commedia brillante, ariosa, dalla spiccata morale conformista ( solo l’uomo può tradire, la moglie no ). Di sicuro successo commerciale, la pellicola si ricorda soprattutto per l’eleganza della messinscena e per spregiudicati momenti di divertimento e malizia: Manfredi, travestito da donna, dapprima seduce Akim Tamiroff ballando il sirtaki, poi bacia la Spaak venendo scambiato per una lesbica. Travolgente. La trama è in puro stile da commedia di costume, degna di una novella del Boccaccio: per punire il marito che l’ha tradita, la moglie gli annuncia che gli farà le corna: e lo fa impazzire di gelosia, fingendo di avere amanti immaginari. Uscito nelle sale quasi in contemporanea, “Una vergine per il principe”, mantiene inalterata la vitalità comica e il ritmo incalzante della commedia precedente, con Vittorio Gassman, invece di Manfredi, e con Virna Lisi che sostituisce Cathrine Spaak. Ambientata nel XVI secolo e precisamente alla corte dei Gonzaga, nel Ducato di Mantova, ne esce fuori una commedia di costume fuori dagli schemi, spiritosa, briosa, girata con dovizia di particolari e con un insolito spiegamento di mezzi e comparse. L’episodio, storicamente documentato, come si legge anche nella didascalia iniziale del film, narra delle avventure del principe Vincenzo Gonzaga ( Gassman ) il quale è costretto, per ottenere in moglie una Medici, a dar prova di virilità, in presenza di quattro testimoni, con una vergine di nome Giulia ( V.Lisi ), fanciulla ingenua, povera, illibata e graziosa. La vicenda ha le carte in regola sul piano storico e soprattutto nella seconda parte trova il ritmo giusto, quando Gassman e la Lisi sono in scena insieme. Strepitosi i loro duetti, nelle scene in cui tentano di fare l’amore e vengono sempre disturbati e interrotti dalle stramberie dei testimoni. Nonostante la critica lo stronchi in maniera abbastanza generalizzata, il film ottenne comunque un grande successo di pubblico, con incassi più che cospicui. Una pellicola poco conosciuta, ma che val la pena rivedere, e apprezzare le splendide interpretazioni di Gassman e di Virna Lisi, deliziosamente in bilico tra letteratura e spiritosa commedia di costume. Una menzione speciale merita Tino Buazzelli, che qui interpreta il padre di Gassman ( il regnante del Ducato di Mantova ). Sulla stessa scia del film di Festa Campanile, in questo stesso anno c’è anche “Le piacevoli notti” di Armando Crispino e Luciano Lucignani, commedia di costume di argomento boccaccesco ambientata nel Rinascimento. Il trio di protagonisti è straordinario: Gassman, Tognazzi e la Lollobrigida, un’operazione tra amici molto divertente e spiritosa. Tre novelle salaci e goliardiche, che ebbero un ottimo esito al botteghino. Sei anni dopo “Il mantenuto”, Tognazzi tenta nuovamente la regia, vuol provare nuovamente l’ebbrezza di essere dietro la macchina da presa, con il film “Il fischio al naso”, tratto da un racconto di Dino Buzzati e scritto insieme ai fidi Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi. Un copione con cui l’attore e regista Tognazzi vuole denunciare la degenerazione indotta dal consumismo anche nella scienza, narrando le traversie di un industriale afflitto dall’emissione involontaria di un fastidioso fischio al naso contro il quale sembrano non esserci rimedi. Le ambizioni di denuncia sociale contro la società dei consumi e la mercificazione della scienza, presenti nella grottesca metafora di Buzzati, trovano dunque un’adeguata realizzazione nel film, anche se si poteva osare ancora di più. Ottima pulizia scenica. Tognazzi si circondò di parenti e amici, tra cui la moglie Franca Bettoja e il regista Marco Ferreri. Un film molto amato dallo stesso Tognazzi, “Una storia che mi commuove”– dichiara all’Europeo il 25 agosto 1966, a riprese iniziate- “è vera è struggente. Ci vedo anche una satira della medicina di lusso, ma soprattutto un incubo grottesco, un dramma umano. A questo film ci tengo, voglio farlo come lo sento io, come piace a me. Senza perdere il fiato a litigare con un regista che non mi capisce, come mi è capitato mille volte”. Del 1968 è invece, “La pecora nera”, per la regia di Luciano Salce e con Vittorio Gassman mattatore, in un riuscito tentativo di spostare la commedia di costume verso la farsa, con il venerabile espediente dei due gemelli ( un uomo politico e un playboy). Gassman diverte e convince, in un film alquanto poco conosciuto, che andrebbe riscoperto, anche soltanto per le incredibili doti istrioniche dell’attore, in questo periodo all’apice della propria carriera cinematografica.

Gli esilaranti tentativi di fare l'amore di Vittorio Gassman e Virna Lisi alla presenza di tesstimoni, nel film
Gli esilaranti tentativi di fare l’amore di Vittorio Gassman e Virna Lisi alla presenza di tesstimoni, nel film “Una vergine per il principe”. Gassman principe del Ducato di Mantova, per poter sposare una Medici, dovrà dapprima dar prova della sua virilità con un vergine, ma la presenza di bizzarri testimoni renderà tutto più difficile. Pellicole divertente e spiritosa.

L’anno successivo Gassman è ancora protagonista di un film scatenato, frenetico e molto divertente, “Una su 13”, di Nicolas Gessner e Luciano Lucignani. Versione farsesca del romanzo “Il mistero delle dodici sedie” di Ilf e Petrov, qui rispolverato con un pizzico di erotismo: fra le braccia di Gassman c’è anche l’affascinante Sharon Tate, all’ultima interpretazione prima del suo barbaro assassinio. Comunque scatenato Gassman nei panni del barbiere italiano emigrato a New York, Mario Beretti, all’inseguimento in giro per il mondo di una sedia nella cui imbottitura vi è nascosta una fortuna. Si ride di gusto. Ed eccoci al 1970, l’anno in cui Sordi è al cinema con “Il presidente del Borgorosso football club”, un modo diverso e realistico di raccontare il calcio, sospeso tra la commedia di costume, la farsa e l’exploit attoriale. All’origine del film ci sono le memorie di Adriano Zecca, ex centravanti del Torino, del Venezia e della Roma, che nella sua carriera aveva cambiato 16 squadre. E quindi 16 presidenti. Ma senza il genio di Sordi, quei ricordi avrebbero potuto restare le solite “chiacchiere da bar” sulla volubilità e magari l’incompetenza dei presidenti: è Sordi, con la sua intuizione di fare del proprio personaggio prima un ignorante, se non un nemico del calcio ( lavora in Vaticano, più o meno come censore occulto ), a diventare poi, a contatto con la passione popolare, il più scatenato dei tifosi. Certo, nonostante la sceneggiatura porti la firma di un grande come Sergio Amidei, la storia in alcuni tratti non è pienamente inquadrata; ma la capacità di Sordi di trasformarsi dal mite e timorato dipendente vaticano nell’irruente e carnale presidente è ancora una volta la dimostrazione della sua enorme grandezza. E della capacità di cogliere e rappresentare l’ennesima faccia dell’homo italicus. Forte della sua sperimentata capacità di dare un risvolto superficialmente comico a situazioni tutt’altro che allegre, e come sempre buon termometro delle tendenze del momento, Sordi in questi anni sguazza nelle commedie amare o amarissime; di alcune delle quali ne approfittò anche per rinnovare i tentativi di darsi una dimensione internazionale, attraverso il confronto con divi, o ex divi americani e francesi. Tra tutti, spicca il dimenticato “La più bella serata della mia vita”, diretto da Ettore Scola e tratto dall’atto unico “La panne” di Friedrich Durrenmatt. Girato con bella fotografia, citazioni dai classici, niente musica, insomma, con aspirazioni stilistiche non frequenti nel genere. Qui il carrierista Sordi, momentaneamente in Svizzera con dei soldi da inguattare, segue una bella motociclista fino a un castello dove si lascia convincere a pernottare da quattro pomposi anfitrioni Michel Simon, Pierre Brasseur, Charles Vanel e Claude Dauphin. Si tratta di quattro legali a riposo, i quali per divertimento intentano all’ospite un processo quasi vero, in un’atmosfera sempre più inquietante. L’italiano confessa le sue malefatte, legate alla mancanza di scrupoli con cui si è fatto strada, e viene condannato a morte. E’ ovviamente uno scherzo, sufficiente tuttavia a procurargli degli incubi. Il giorno dopo, avendo pagato un conto salatissimo- si scopre che il posto è in realtà un albergo di lusso- il personaggio di Sordi muore davvero, in un incidente stradale. Un film volutamente cupo, grigio, sgradevole, ma niente affatto deprecabile: un piccolo gioiellino pressoché sconosciuto. Per Marcello Mastroianni, invece in questo periodo a prenderlo è la carriera internazionale, una produzione cinematografica più allegra rispetto all’amarezza che pervade la commedia all’italiana di questi anni. Nel 1971 esplode la passione tra Marcello Mastroianni e Cathrine Deneuve, la grande attrice francese che darà a Marcello la figlia Chiara il 28 maggio 1972. Un mese e mezzo dopo, Mastroianni ritrova la Deneuve in “Niente di grave: suo marito è incinto”, di Jacques Demy, il regista che aveva lanciato Cathrine Deneuve nell’olimpo del grande cinema d’autore. In questa divertente commedia grottesca, quasi a voler annullare la sua immagine da latin lover con un personaggio dalle caratteristiche esattamente contrarie a questo mito, Marcello incarna un piccolo borghese di origine italiane che rimane misteriosamente incinto. Avvolto da un soggetto quanto meno originale, il film è una commedia di costume gradevole e un pò fievole con diverse gag riuscite e un umorismo sottile. Se per Mastroianni recitare è un gioco, questo film è addirittura più gioco degli altri. Marcello è infatti strepitoso nell’ironizzare sui modelli comportamentali femminili che passano anche all’uomo ( Mastroianni, incinto, vuole farsi sposare dalla sua compagna, Deneuve, e quando ha partorito si preoccupa di non avere il latte ). Resta nella sua filmografia come un film minore ma che mette in luce l’infinita varietà di interpretazioni che lo fanno passare, senza soluzioni di continuità, a personaggi diversissimi tra di loro. Con l’abilità di mimetizzazione di un attore che vuole a tutti i costi uscire dai clichés, pronto anche a prendersi in giro, a mettersi ogni volta in discussione, non meravigliandosi mai di niente. Il film fu un grande insuccesso commerciale, nulla che incida sul prosieguo della carriera di Mastroianni, si intenda, anzi è forse una delle sue più gustose e autoironiche interpretazioni, un altro piccolo gioiellino poco conosciuto.

Una scena tratta dal film
Una scena tratta dal film “Il presidente del Borgorosso football club”, deliziosa commedia sul mondo del calcio. Alberto Sordi è perfetto nel tratteggiare questo carnale e sanguigno presidente, che dapprima disinteressato, piano piano si appassiona al calcio e alla sua squadra, diventandone il più accanito tifoso.

Il 5 marzo 1973 arriva sugli schermi “Vogliamo i colonnelli”, un soggetto che Mario Monicelli, insieme ad Age e Scarpelli, ha concepito qualche anno prima ispirandosi alle voci che giravano per l’Italia su un imminente colpo di stato. Sfruttando la tematica del gruppo di imbecilli che si mettono insieme per combinare un’impresa più grossa di loro, Monicelli e i due sceneggiatori seguono le vicende di un manipolo di militari e fascisti irriducibili che portano avanti un tentativo di golpe naufragato nel ridicolo, capitanati da un vanaglorioso onorevole di destra ( Tognazzi ). La pellicola è scatenata, con un tono grottesco, acido e cattivissimo di perfida efficacia, e con una spassosa galleria di fascisti cialtroni e di militari rimbambiti. Alle spalle, precisi riferimenti al tentato golpe del generale De Lorenzo ( scoperto e denunciato dall’Espresso nel 1969, cinque anni dopo i fatti ) e a quello ancora più farsesco di Junio Valerio Borghese del dicembre del 1970. La pellicola procede esattamente come il golpe del 1970, e sui quali Monicelli e sceneggiatori si erano documentati corposamente: i campi di addestramento paramilitari preparatori al fallito golpe Borghese, la mancata occupazione della Rai, il progettato arresto del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un film di violenta satira politica, un film che mette a nudo e rende pubblico un pezzo di storia segreta della repubblica italiana e dei rischi che la sua democrazia ha corso, e forse e proprio per quanto denuncia, che il film viene ritirato quasi subito dal mercato: sabotato, ritirato nelle sale dopo pochi giorni di proiezioni, ci si adopera nei piani alti perché la pellicola sparisca il prima possibile dalla circolazione. E “Vogliamo i colonnelli” diviene così una delle pellicole che ha incassato meno nella storia del cinema italiano. Un film scomodo, troppo scomodo per ciò che denunciava, ma preziosissimo: un documento storico, realisticamente ineccepibile, retto dalla memorabile interpretazione di Ugo Tognazzi. L’anno successivo lo stesso Tognazzi è ancora uno dei massimi leader dell’annata, nella stagione de “La grande abbuffata”, capolavoro di Marco Ferreri che scandalizzò il mondo, esce tra gli altri “Permettete signora che ami vostra figlia?”, di Gian Luigi Polidoro. Una pellicola stretta tra “La grande abbuffata”, “Romanzo popolare”“Amici miei”, tre dei massimi capolavori dell’attore cremonese, dunque offuscata da film epocali, che però al di là di ciò merita di essere vista e apprezzata. La storia di un capocomico e della sua scalcinata compagnia, che scrive un dramma su Mussolini e la Petacci; recitandolo imbocca la via del successo, ma anche quella della follia per immedesimazione col personaggio di Mussolini. Da metà film in poi, Tognazzi è completamente pelato, così come lo era il duce e sorprende nella capacità di rendere perfettamente tic e atteggiamenti di Mussolini. Sciamannato fin che si vuole, e scollato nei nessi tra realtà e finzione, ha però svariati momenti di una buffoneria irresistibile che sconfina nell’assurdo come l’immaginario té a quattro di Claretta, Ben, Adolfo ed Eva. Il merito è degli attori e della loro geniale guitteria, su tutti Tognazzi, per il quale ormai gli aggettivi si sprecano. Il titolo del film corrisponde alla frase ( autentica ) con cui Mussolini si rivolse alla madre di Claretta Petacci. E’ il periodo de “La grande abbuffata”, dicevamo, uno dei più radicali atti d’accusa contro il consumismo mai stati fatti, ma allo stesso tempo la storia di una grande amicizia che va all’estremo fino all’autodistruzione. Protagonisti della vicenda sono quattro amici, interpretati da Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Michel Piccoli. Il film è prima di tutto un incontro fra amici, i quattro attori e il regista Ferreri trovano una sintonia totale in questo progetto estremo, tanto che i personaggi si chiamano come loro, esasperano i loro difetti nella vita e viene loro consentito di improvvisare intere scene fuori copione. Tra chi lo ritenne un capolavoro e chi un film scandaloso pieno di rutti, peti e volgarità, il gruppo di lavoro fu talmente felice dell’esperienza e convinto di aver creato un capolavoro che non si curò di polemiche e scandali, e fin da subito cercarono un’occasione per ritrovarsi al più presto. Raccontò Noiret: “Uscendo dal Palais del festival di Cannes la gente ci sputava addosso, ma la critica ci osannava, anche se poi il film avrebbe avuto un successone nel mondo nei mesi successivi. Noi eravamo comunque tranquilli e Marco Ferreri ha cercato subito un nuovo soggetto”. Premessa necessaria per introdurre “Non toccate la donna bianca”, con il quale il gruppo si ritrovò a lavorare insieme, un’incredibile western metropolitano ambientato tra le macerie del quartiere Les Halles di Parigi, storico mercato in demolizione per questione di igiene. Su questo sfondo cittadino si muovono con abiti storici e cavalli i protagonisti della battaglia di Little Big Horn, l’ottuso generale Custer ( Mastroianni ) accompagnato da una guida indiana ( Tognazzi ), il generale Tony ( Noiret ) e Buffalo Bill ( Piccoli ). Paradossale e grottesca rievocazione di un celebre episodio della storia americana, nata dall’ingegno fenomenale del regista Marco Ferreri, con gli indiani nella parte degli sfrattati e dei diseredati che vivono ai margini della metropoli. Un western parodistico di schizzata pazzia positiva, l’idea di ambientare, nella grande fossa di Halles di Parigi, quindi in pieno centro, una delle più famose pagine della storia del west americano, è semplicemente straordinaria. Il gruppo poi, è ancora una volta sublime: Mastroianni nella parte di Custer e Tognazzi in quella della guida indiana sono molto divertenti, ma tutto il cast si cala dentro l’operazione con un’abbondante dose di disincantata ironia. Una pellicola piuttosto estrema nel suo linguaggio straniante e brechtiano, ancora più difficile per il pubblico rispetto al precedente lavoro, e per questo poco visto nelle sale, ma molto apprezzato dalla critica specializzata.

Una scena tratta dal film
Una scena tratta dal film “Permettete signora che ami vostra figlia?”, in cui il personaggio interpretato da Tognazzi, capocomico di una compagnia, scrive un drammone su Mussolini e la Petacci, immedesimandosi anche troppo nel personaggio del duce. Tognazzi sorprende nella capacità di rendere perfettamente tic e atteggiamenti di Mussolini. Delirante l’immaginario té a quattro di Claretta, Ben, Adolfo ed Eva. Da notare la splendida somiglianza di un Tognazzi pelato, con il duce.

Arriva il 1975 e rimanendo focalizzati su Mastroianni, degno di nota è la pellicola di Mauro Bolognini, “Per le antiche scale”, anzi più che degno di nota, è un piccolo grande capolavoro segreto: raffinato, delicato e languorosamente decorativo. Il film è tratto da un romanzo di Mario Tobino, scrittore-psichiatra molto attento al mondo concentrazionario del manicomio e delle angosciose esistenze che i pazienti trascorrono dentro le mura. La storia del professor Bonaccorsi ( personaggio molto felliniano ), interpretato da Mastroianni, direttore di un manicomio all’inizio degli anni ’30, che cerca di scoprire in un virus la causa della follia convinto che la malattia, una volta scovato nel sangue il puntino nero che le dà origine, sia debellabile. Studi tenaci che in realtà nascondono la sua paura di diventare pazzo. Il tentativo non gli riesce, ma in compenso, ascoltando per caso i discorsi di un capo manipolo fascista sui presupposti razzisti del regime in ascesa, capisce che la follia si sta ormai espandendo. Il clima del film, di un esasperato erotismo ( il protagonista infatti è legato a tre donne diverse ), si accompagna con la follia. Una follia che corre dall’interno all’esterno e viceversa come in un contagio che passa dalla vita sociale alla mente umana. Mastroianni interpreta con convinzione e bravura un personaggio complesso, anzi uno dei più complessi della sua carriera, che sotto l’apparente sicurezza, l’ossessione erotica, l’ostentato altruismo, nasconde un profondo senso di disagio e una paura atavica. Il film vinse, meritatamente, il premio speciale della giuria al festival di Locarno. Tratto dal famoso romanzo dello scrittore Dino Buzzati, “Il deserto dei tartari”, ripercorre la stessa strada del precedente film, dalla penna alla pellicola, grazie al regista Valerio Zurlini, qui al suo ultimo film. La storia del tenente Drogo ( Jacques Perrin ) che viene inviato in una fortezza vicina ad una zona desertica, qui conoscerà e condividerà una vita intera, con il colonnello Conte Giovanbattista Filimore ( Vittorio Gassman ), il maggiore Matis ( Giuliano Gemma ), il Generale ( Philippe Noiret ) e altri pittoreschi militari. Tutti quanti in attesa di un nemico che non arriverà mai. Il regista è bravissimo nell’accentuare la concretezza dell’omonimo romanzo di Buzzati, riuscendo con sottigliezza allusiva a suggerire quel che c’è al di là dei fatti e lavorando ammirevolmente sui personaggi. Uno dei pochi film, tratti da romanzi, che nel passaggio dalla penna alla pellicola ci guadagnano in chiarezza espositiva, una delle migliori pellicole in grado di fondere la predilezione per l’indagine dei sentimenti con la vocazione per la Storia. Tutti gli attori rendono al meglio, messi anche in condizione di poterlo fare da una regia attenta e modulata. Nino Manfredi, invece, dopo anni di commedie all’italiana amare e cupe, ma meravigliose, torna al genere brillante, con il film a episodi “Basta che non si sappia in giro”, del 1976. Interprete di due episodi su tre, e diretto da Magni e Comencini, rispettivamente il primo per “Il superiore”, il secondo per “L’equivoco”, Nino Manfredi diverte nei panni di un secondino che deve sventare una rivolta carceraria; e successivamente nei panni di un ragioniere che scambia una venditrice di libri per una prostituta. Due episodi leggeri, ma divertenti, su misura per la vena comica di Manfredi. A completare il film, l’episodio diretto da Nanny Loy, “Macchina d’amore”, con Monica Vitti e Johnny Dorelli. Tornando a Mastroianni, pochi mesi prima che Ettore Scola riunisse nuovamente la coppia Mastroianni-Loren sul set del suo capolavoro “Una giornata particolare”, che frutterà a Marcello la terza nominations all’Oscar, esce nella sale il giallo diretto da Steno, dal titolo “Doppio delitto”(1977). Qui Mastroianni è un commissario di polizia, nel cuore della Roma antica nei pressi di Piazza Navona. Un funzionario senza qualità che per aver fatto un errore viene punito con un impiego all’archivio. A questo commissario spento, senza più slanci, ma non stupido, viene affidata finalmente, per caso una indagine su un duplice assassinio. E naturalmente riesce a dipanare la matassa, ottenendo addirittura una promozione. Il suo poliziotto remissivo e paziente costruito con finezza resta un pò simile a quello più famoso de “La donna della domenica”, di qualche anno prima. Eppure, come quello del precedente film, risulta molto efficace, riuscito, credibile.

“Il mio commissario Bruno Baldassarre è la sintesi di tutti i commissari italiani. Non adoperano il revolver, indovinano la verità per caso o perché c’è una spiata. Non usano i cazzotti, non sono mai eroi, sono sempre uomini grigi” ( Mastroianni a proposito del film ).

Sulla scia di contemporanei e coevi giallo-polizieschi, esce nelle sale nel 1978, “La mazzetta”, diretto da Sergio Corbucci e interpretato da Nino Manfredi e da Ugo Tognazzi. Un capostipite di folkloristica bellezza, del giallo alla napoletana, che inanella bozzetti e figurine facendo l’elogio dell’arte di arrangiarsi. Per la verità il protagonista è Nino Manfredi, nei panni di un pavido avvocaticchio incaricato di ritrovare la figlia di un ricchissimo speculatore edilizio, scomparsa con documenti compromettenti. Mentre si srotola una lunga catena di delitti, ha alle calcagna anche uno zelante commissario di polizia ( Tognazzi ) che non lo perde d’occhio e alla fine gli salverà la vita. Ottimo successo di pubblico, con la celebre scena della tortura a base di spaghetti con le seppie, che deve subire Manfredi, nel corso dello svolgersi frenetico della storia.

La celebre scena della tortura a base di spaghetti al nero di seppia, del film
La celebre scena della tortura a base di spaghetti al nero di seppia, del film “La mazzetta”, con uno straordinario Nino Manfredi, che tratteggia con ironia il suo investigatore privato.

Giungono gli anni ’80 e i “nostri” sono ancora sulla cresta dell’onda, seppur ormai 60enni, hanno ancora al loro arco parecchie frecce, e nella marea di film mediocri che percorrono il cinema italiano di questi anni, si stagliano alcune misconosciute pietre miliari: gli ultimi “fuochi” di attori ineguagliabili. Nel 1982 Nino Manfredi è nelle sale con “Spaghetti house”, diretto da Giulio Paradisi, ottima commedia agro-dolce venata di malinconia. La storia di un gruppetto di camerieri italiani a Londra, che vengono sequestrati per qualche giorno nello stesso ristorante. Prigionieri e aguzzini finiscono per solidarizzare: non è solo “sindrome di Stoccolma”, ma anche solidarietà tra derelitti. Seppur la commedia non si risparmi i soliti luoghi comuni sugli italiani brava gente, il film funziona perfettamente e scorre liscio e interessante fino all’ultimo: assomiglia, nel bene e nel male, a quegli spaghetti alla puttanesca sui quali Nino Manfredi impartisce una memorabile lezione. Nel 1983 esce “Il tassinaro”, di e con Alberto Sordi, dove l’attore romano ha modo di rendere le sue idee sulla vita e sulla società. Succede quasi sempre così con i film che Sordi sceglie anche di dirigere: che la struttura narrativa lasci a desiderare per lasciare spazio alle sue personalissime riflessioni, che con gli anni ( quando gira “Il tassinaro” ha 63 anni ) perdono in cattiveria e aumentano in moralismo. Il film segue il prevedibile andamento della vita quotidiana di questo semplice tassista: di giorno viaggi più o meno curiosi, di sera cene in famiglia più o meno prevedibili. Eppure…eppure il film ha un suo interesse proprio nella definizione del personaggio Sordi, nel delineare la sua filosofia di vita ( più che di cinema ), nello svelare i lati più nascosti e privati, anche se non sempre edificanti, di un uomo che ha sempre rivendicato il diritto/dovere di mettersi totalmente in gioco nell’interpretare i suoi personaggi. Così la ripetitività delle scene in famiglia, la sera, e l’accusa della moglie di non essere mai messa al corrente di quello che accade sul lavoro al marito, nasce direttamente dall’idea di un privato che dev’essere per prima cosa riparo e difesa dalla vita pubblica. Per un attore ma anche per un tassista. Nell’episodio con Fellini, però, Sordi ritrova la verve dei suoi giorni migliori, giocando con intelligenza e affetto intorno al mito del “grande maestro”, ironizzando sulle sue origini riminesi, sulla sua mania di deformare i nomi, sui propri sogni come fonte di ispirazione ( “ma quando era giovane, lei stava sempre a dormì?” ) ma anche lasciandosi andare a una descrizione omaggio del mondo fellinesco degna di un grande critico. Pochi mesi prima dell’acclamato “Oci ciornie”, nel quale Fellini dirige in un colpo solo la moglie Giulietta Masina e il suo alter-ego Marcello Mastroianni, esce nel 1985 nelle sale, e poi distribuito anche in formato televisivo ( più lunga di 25 minuti ), il film “Le due vite di Mattia Pascal”, come ovvio tratto dal “Fu Mattia Pascal”, di Luigi Pirandello. Diretto da Mario Monicelli, il film viene ambientato ai giorni nostri e mantiene pressochè inalterata la carica psicologica del romanzo cartaceo. Ottima l’interpretazione di Mastroianni, perfettamente calato nel ruolo di un uomo inetto e insoddisfatto. Ebbe più successo in tv che al cinema, forse offuscato dal quasi contemporaneo capolavoro felliniano, interpretato pochi mesi dopo da Marcello. Per concludere la nostra rassegna sui film misconosciuti dei cinque grandi protagonisti del cinema italiano del dopoguerra, è da citare il poco conosciuto film di Pupi Avati, “Ultimo minuto”, del 1987, interpretato magistralmente dal grande Ugo Tognazzi. Non si tratta del primo incontro tra il regista e l’attore cremonese, fu proprio Tognazzi con la sua presenza tredici anni prima nel film “La mazurka del barone della santa e del fico fiorone”, a lanciare la stella di Avati tra le grandi firme del nostro cinema, in anni in cui non vi era alcun produttore italiano che potesse dirgli di no. Ugo negli anni ’80 ha vinto la tanto agognata Palma d’oro al festival di Cannes, per il film di Bernardo Bertolucci, “La tragedia di un uomo ridicolo”(1982), un riconoscimento che lo salda indelebilmente nell’olimpo dei grandi del cinema mondiale. Un riconoscimento però che lui giudica tardivo, almeno altre tre volte ci era andato vicino a vincerlo in passato, ma per un motivo o per l’altro non glielo avevano mai dato, di questo ci soffrì molto Ugo, sensibile com’era. Una sensibilità che lo portò nella seconda metà degli anni ’80 ad ammalarsi di depressione, Pupi Avati, gli offrì il ruolo da protagonista in “Ultimo minuto”, sia perché credeva ancora nelle sue indubbie capacità interpretative, sia per sdebitarsi del ruolo determinante che Tognazzi aveva avuto nella sua carriera. Fatto sta il film si fece, ma andò malino al botteghino, probabilmente perché il calcio nel cinema non ha mai funzionato in Italia. Eppure, come disse Avati: “In questo film, nonostante sia andato male, Tognazzi è straordinario. Franca Bettoja dice, lusingandomi non poco, che se deve riconoscere suo marito in un film è indubbiamente in questo”. Nella pellicola Tognazzi interpreta un manager di una squadra di calcio ormai condannata alla serie B, ma che riesce quasi miracolosamente a condurre alla salvezza, come dice il titolo, proprio all’ultimo minuto. Esplicativo, sulla grande umanità e classe di Tognazzi, che morirà tre anni dopo la memorabile interpretazione di questa pellicola, le parole seguenti di Pupi Avati, con il quale pongo fine a questo saggio appassionato sui cinque grandi protagonisti del nostro cinema.

“Ugo Tognazzi tremava nel girare la prima scena con me. Era tesissimo e lì compresi che stava considerando quel film l’occasione per un suo grande riscatto. Le cose andarono diversamente, ma Tognazzi non mancò mai a nessuna proiezione privata. E furono innumerevoli. Era affezionato a questo film in un modo inesplicabile. Eppure non ebbe alcun riconoscimento per la sua interpretazione. Se si rivede quel film oggi, ci si accorge di che errore clamoroso è stato fatto nel negargli un David di Donatello o un Nastro d’argento. Con quell’interpretazione Ugo ci ha davvero lasciato una prova inconfutabile del suo straordinario talento”.

Dal film di Pupi Avati,
Dal film di Pupi Avati, “Ultimo minuto”, del 1987, l’ultima interpretazione veramente importante del grande Ugo Tognazzi. Struggente, malinconico, ma grande, grandissimo nel tratteggiare il manager di una piccola squadra di calcio ormai condannata alla B, che riuscirà a salvare appunto all’ultimo minuto. Una favola sul mondo dello sport che avrebbe meritato maggior fortuna.

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