Macario, il comico caduto dalla luna. La sua lunga esperienza cinematografica e i suoi successi.

Erminio Macario, uno dei più grandi attori del cinema italiano. Ha al suo attivo 42 pellicole cinematografiche interpretate tra il 1933 e il 1976. Una carriera lunga e piena di successi, con quella
Erminio Macario, uno dei più grandi attori del cinema italiano, e probabilmente il più grande comico puro italiano insieme a Totò. Ha al suo attivo 42 pellicole interpretate tra il 1933 e il 1976. Una carriera lunga e piena di successi, con quella “faccia tonda come un uovo, col riccioletto in fronte, con quella cadenza unica, balbettante, si portava dietro un po di Gianduia, un po di Chaplin, era candido, malizioso e surreale”. Una delle maschere più importanti del ‘900. Ma era più di una maschera, un attore di grande talento, amatissimo dal pubblico e dalla vis comica trascinante.

♦ 1. Macario: maschera o attore?

Dalle caratteristiche del comico ingenuo, incapace di emergere in un mondo che non gli appartiene, parte Erminio Macario, o più semplicemente Macario, forse il maggior comico puro del cinema italiano insieme a Totò. Macario svilupperà il suo personaggio arricchendolo di aspetti nuovi fino a creare una maschera unica e di enorme successo. Macario, Totò e il Fantozzi di Paolo Villaggio sono le uniche tre maschere del 900 italiano e rimarranno incollate indelebilmente ai loro protagonisti. In particolare per Arturo Brachetti, grande trasformista italiano, Macario “ha creato un personaggio comico che in Italia non c’era, il comico innocente, un pò infantile”. Innocente ed infantile quindi due delle caratteristiche della maschera e del personaggio di Macario. Eppure il tratto principale della personalità del Macario attore , forse il suo tratto distintivo, è quella espressione lunare che tutti associamo al suo nome. “Il comico caduto dalla luna” si è detto di lui, “con quella sua faccia tonda, quel riccioletto, quel viso a uovo- un uovo dipinto, pasquale- e quella bocca larga e quel tremulo sgambettare, una vera e propria maschera insomma”. La caratteristica di Macario era rappresentata dal proporsi come sintesi di personaggi tra loro distantissimi: l’attore miscelava con dovizia la maschera di Gianduia, un pò di Chaplin, qualche gag tipica dei fratelli Marx e l’ingenuità di Pierrot, rimanendo costantemente attonito e stranito al cospetto di tante meravigliose creature. Eppure sotto la maschera, vi era un attore di esemplare bravura, di grande intuito e di enorme comicità. Maschera o attore? Il celebre regista e scrittore Alberto Bevilacqua scioglie ogni dubbio: “molti sostengono che Macario, sotto il suo ricciolo, fu affabile maschera. Niente di più errato. Fu assai più ineffabile che affabile, certamente non maschera, o per lo meno non solo maschera: così come quello che passa per ricciolo appiccicato sulla sua fronte, meglio può intendersi oggi, come punto interrogativo. Una maschera scenica, in genere, non ha invenzioni che superino se stessa; mentre le invenzioni di Macario, paradossali, surreali, ben affondati nella saggezza popolare, obbligano lo spettatore a un sentimento della vita assai più arioso delle limitate tavole del palcoscenico. Macario fu gnomo, elfo, un personaggio fiabesco, con quella faccia a uovo si sarebbe collocato felicemente tra gli scudieri alati e tra i buffoni di Versailles”. Un personaggio, dunque, quasi d’altri tempi, ma con una comicità delicata, valida ancora oggi. Se Macario è grande attore, è anche grande maschera, una maschera che si sviluppa da un bagaglio di esperienze che lo hanno portato a scegliere coscientemente di interpretare un personaggio che ha finito per fondersi definitivamente con l’attore che lo ha creato, esattamente come capitato all’amico Totò. E’ con questo importante bagaglio culturale, che Macario, maschera e attore inizia dunque la sua carriera cinematografica, meno corposa della rivista e del quale è stato definito il “re”, ma non meno efficace. Una carriera ricca però di successi, di sperimentazioni in alcuni casi rischiose, di qualche flop, di rinascite, un rapporto con la cinepresa di odio-amore, ma che alla lunga ha dato frutti davvero importanti. La sua lunga carriera cinematografica è quasi interamente costellata da ottimi successi di pubblico, di critica e di botteghino.Un rapporto intenso, il suo, con la settima arte, ancorché limitato, alle volte dedicava intere annate al cinema, per poi magari non mettere piede davanti alla macchina da presa per alcuni anni, e poi ritornare come se nulla fosse a ricalcare le assi del cinematografico, da vero leader, da fuoriclasse dello spettacolo, da poliedrico e completo attore di classe sopraffina. Questo era Macario, uno dei più grandi e poliedrici attori del nostro spettacolo.

Il giovane Macario negli anni '30. E' il periodo in cui le caratteristiche visive della sua maschera sono più accentuate.
Il giovane Macario negli anni ’30. E’ il periodo in cui le caratteristiche visive della sua maschera sono più accentuate.

♦ 2. La lunga esperienza cinematografica di Macario e i volti della sua comicità

• 2.1 Il debutto cinematografico, i primi grandi successi e gli anni della guerra (1933-1945)

L’avventura di Macario nel mondo del cinematografo inizia nel 1933, con una pellicola trascurabile dal titolo “Aria di paese”. L’attore torinese a soli 31 anni è già un affermato attore del teatro di rivista quando viene contattato dal regista Eugenio De Liguoro, che gli propone una parte da protagonista nel suo lungometraggio. Il soggetto del film era certamente debole: un giovanotto vagabondo si innamora della figlia della padrona della locanda dove alloggia e per conquistarla deve subire le angherie di un rivale. Come previsto, anche dal giovane Macario, il film fu un insuccesso notevole: “malgrado l’idea comica chapliniana, la pellicola non ebbe successo, per una certa ingenuità e per la mancanza delle gag, delle trovate; rimasi così’ male per Aria di paese che dissi non farò mai più cinematografo, non sono nato per il cinematografo”. Per tale motivo dal 1933 in avanti Macario oppose diversi rifiuti alle molte sceneggiature che gli venivano proposte, sino a quando, nel 1938 il produttore Eugenio Fontana lo avvicinò al Teatro Valle di Roma, con una proposta diversa dalle altre. Un film con il regista Mario Mattoli, famoso già all’epoca per non sbagliare mai un colpo. Macario passò subito al vaglio con estrema attenzione il copione di “Imputato, alzatevi!”, e se ne fece un’opinione molto positiva. A differenza del lungometraggio che lo aveva precedentemente visto nella parte dello sciatto protagonista, quella sceneggiatura, frutto del lavoro di équipe da parte dei migliori umoristi dell’epoca, vale a dire Simili, Manzoni, Metz, Marchesi, Steno, Maccari, Guareschi ed un giovanissimo Fellini, ognuno dei quali aveva avuto il compito di costruire uno spezzone del film o una gag, appariva particolarmente ricca di inventiva, e gli offriva la possibilità di dare libero sfogo al suo personalissimo umorismo verbalmente dislessico, assurdo e ricco di pause allusive. Il gruppo di umoristi era praticamente quello proveniente dalla scuola del “Marc’Aurelio”, settimanale satirico di grandissimo successo. Il risultato che ne scaturì fu sorprendente: per una sorta di reazione anticonformista ad anni dominati dalla censura, ne scaturì un film folle, un piccolo capolavoro di quel nuovo modo di ridere che faceva argine alla retorica dilagante sotto il fascismo. La simpatica stolidità della maschera di Macario arrivava persino a lambire la critica al costume e alle istituzioni dell’epoca e, proprio per non incorrere in problemi con la commissione censoria preposta al controllo sugli spettacoli, l’azione del film venne trasferita in Francia. Mattoli si vantò spesso di aver creato qualcosa di nuovo: in Italia non esisteva la figura del gag-man ed il gruppo del Marc’Aurelio inventò realmente un nuovo modo di lavorare e di scrivere sceneggiature per film comici. Inoltre lo stesso regista affermò poi: “anche i film seguenti di Macario, che io ho diretto, ebbero molto successo. E parecchie battute che Erminio diceva sullo schermo cominciarono a circolare nelle conversazioni della gente”. Il film risultò un vero e proprio capolavoro di comicità surreale, e il primo film dichiaratamente comico della storia del cinema sonoro italiano. Questa volta il personaggio di Macario splende in tutte le sue caratteristiche, compreso il ciuffetto impomatato. E’ la storia di un infermiere di un ospedale psichiatrico, ingiustamente accusato di un crimine che non ha commesso. Il suo avvocato invece di farlo assolvere lo invita a dichiararsi colpevole rendendolo ricco e famoso e allestendo persino una rivista di cui è protagonista. La trama si snoda tra una cascata di situazioni surreali e comiche in cui Macario si muove con grande efficacia e naturalezza. Alcune scene restano inevitabilmente scolpite nella mente dello spettatore, come quando per fare addormentare i pesci rossi versa nella vasca dell’inchiostro nero. La scena in tribunale poi è assolutamente strepitosa, con l’udienza che si trasforma in uno spettacolo e la sentenza che viene accolta con un’ovazione del pubblico a cui giuria, imputato e avvocati rispondono con inchini e doppie uscite, con tanto di sipario: geniale! Il successo strepitoso di Imputato, alzatevi! convinse Fontana e Mattoli a mettere in cantiere immediatamente un nuovo film con lo stesso Macario protagonista. Un film che fosse sulla stessa linea del primo, intitolato Lo vedi come sei? Lo vedi come sei?, tratto da un famoso intercalare dell’attore torinese. La pellicola, se possibile ancora più surreale della prima, riscosse nuovamente e ovunque un notevole successo di botteghino. Il nuovo successo di questa pellicola spinse il critico Eugenio Ferdinando Palmieri ad esprimersi in termini entusiastici sul comico torinese: “Macario è adesso, nel nostro cinema, l’attore più significativo. Si evidenzia, nella sua buffoneria, il ricordo della comicissima finale, insensata e magnifica, l’ispirazione ridente, parodistica, veemente dei nostri commedianti dell’arte. Macario è nato nel ‘500, ha recitato davanti ai re. E’ un attore che non ha bisogno di copioni, è già un personaggio con la sua parlata”. Lo stesso Macario ammette che “in Lo vedi come sei?, c’era più surrealismo, invenzioni addirittura esasperate. Avevamo calcato la mano, ecco…”. La maschera Macario è ormai ben definita e conosciuta ovunque anche dal pubblico cinematografico, Erminio ha cambiato idea sulle sue potenzialità come attore di cinema e così quando Giorgio Capitani, il maggior produttore dell’epoca, gli propone una serie di quattro film Macario non ha grosse difficoltà ad accettare, anche perchè finalmente si tratta di girare a Torino e non più a Roma. Girare nella sua Torino gli offriva tra l’altro l’occasione per stare vicino a Giulia che amava con profondo e autentico sentimento ( e che diventerà sua moglie ), ancor più accentuato, se possibile, dalla continua lontananza dalla propria città, nella quale l’affascinante studentessa viveva invece con i genitori. E poi due delle quattro pellicole, per cui Macario fu ingaggiato, peraltro in piena guerra, sarebbero state dirette da Mario Mattoli, quindi una garanzia di sicuro successo, al di là delle sue indubbie doti di attore e comico. Non me lo dire!(1940) è dunque, ancora diretto da Mattoli e utilizza come titolo un altro dei tipici intercalari dell’attore. Con Macario ci sono Carlo Rizzo ( la sua spalla per eccellenza, come Mario Castellani lo fu per Totò ) e Wanda Osiris. Inutile dire che gli incassi confermarono il successo dei film precedenti. La collaborazione con Mattoli si conclude con Il pirata sono io!, sempre del 1940, e sempre scritto dal gruppo del Marc’Aurelio, un gustoso film in costume che mantiene ancora le caratteristiche surreali dei precedenti, con qualche scena di grandioso effetto comico. L’arrivo dei finti pirati, ad esempio, è organizzato come la scena del tribunale di Imputato, alzatevi! con la popolazione che prepara i festeggiamenti e accoglie i nemici con canti e balli, mentre da avanspettacolo è il balletto che Macario compie nelle vesti di Macariolita per convincere i pirati a seguirlo. Assolutamente geniale è poi la trovata con cui, per rinvigorire il cavallo e prepararlo ad un lungo viaggio, non trova di meglio che piazzargli in bocca una pompa di benzina per fargli il pieno di biada. Gli altri due film del periodo sono Il vagabondo (1941), diretto da Carlo Borghesio, che in futuro firmerà i 4 migliori film della carriera di Macario; e Il chiromante (1941), diretto da Oreste Biancoli. In queste due pellicole il personaggio di Macario, pur mantenendo i suoi tratti caratteristici, si trasforma, si evolve, spostandosi da una dimensione surreale, ad una più intimistica, venata di patetismo, linee queste che diventeranno preponderanti, nei film del trittico neorealista, post-guerra. Il chiromante, comunque, merita un discorso a parte. Qui Macario interpreta un personaggio che già nel nome dichiara tutta la sua ingenuità e dolcezza: Candidetta Candido del fu Immacolato. Segno evidente che il comico ha ben chiaro in mente quali siano gli aspetti del suo personaggio che di volta in volta deve mostrare. Nel film è un garzone di una giostra di cavalli ( la giostra è un elemento ricorrente nelle favole, ed anche nelle pellicole interpretate da Macario ), che si trucca da chiromante per salvare la pelle e s’innamora di una giovane fioraia rapita da una banda di falsari. Con l’aiuto dei suoi amici, una banda di ragazzini, con cui vive, sgominerà la gang, liberando la fanciulla. Macario è dunque, uno splendido e stralunato eroe di periferia, candido di nome e di fatto. E’ memorabile nel tratteggiare con delicatezza il suo personaggio alla Charlot, dando al film un tocco di surrealismo romantico. Quasi un assaggio di quel che farà con il capolavoro della sua carriera cinematografica de Il monello della strada, qualche anno più tardi. Il Macario attore cinematografico di quei difficili anni, si ritagliò dunque, meritatamente un posto di rilievo nella storia del cinema italiano: le sue performance lunari e le continue sollecitazioni ironicamente strampalate lo inseriscono di diritto nel ristretto numero dei più popolari attori di questo genere insieme ai vari Totò, Peppino De Filippo, Fabrizi e Rascel. E gli spettatori non potevano far altro che ridere e commuoversi di fronte alle imprese del candido e involontario buffone dal calcolato vittimismo un pò piagnucoloso e dalle battute assolutamente inaspettate che spiazzavano tutti. Durante il pericolo bellico Macario interpretò ancora un paio di film: sono infatti del 1942 sia La zia di Carlo, diretto da Alfredo Guarini, che Il fanciullo del west, di Giorgio Ferroni, che segna l’ingresso di Macario anche nel cinema western, ovviamente parodiandolo. Dello stesso Ferroni è anche Macario contro Zagomar, in cui il nostro, ormai promosso a pieni voti al titolo di maschera, personaggio letterario e addirittura dei fumetti, affronta il famoso bandito francese Fantomas, per questioni di diritti chiamato Zagomar. Proprio in questo periodo Macario diventa anche un personaggio dei fumetti e appare sulle più importanti testate fumettistiche per ragazzi. Ricorda Ternavasio che “una maschera così unica e originale si prestava a meraviglia ad essere rappresentata dalle sapienti matite dei migliori disegnatori umoristici, e nel suo caso del più prestigioso tra i giornali per bambini dell’epoca, cioè Il corrierino dei piccoli”. E lo stesso Macario ne fu lusingato, soprattutto di aver “recitato” in coppia addirittura con Pinocchio, in uno delle storie dei fumetti a lui dedicato: “non ricordo altri attori che abbiano fatto coppia con celebri eroi dei cartoon, mi manca solo Topolino”. Con L’innocente Casimiro del 1945, tratto da una delle sue riviste più riuscite Scandali in collegio, il comico sospese per un paio di stagioni la sua promettente carriera cinematografica, impegnato a rilanciare la rivista con un’opera epocale come Febbre azzurra.

Macario nel 1939, insieme ad Amleto Filippi nel film
Macario nel 1939, insieme ad Amleto Filippi nel film “Lo vedi come sei?Lo vedi come sei?”, uno dei suoi più grandi successi cinematografici.
La locandina con foto del film
La locandina con foto del film “Non me lo dire!”(1940), altro grande successo di Macario. Con lui nel film anche la leggendaria Wanda Osiris.
• 2.2 Il trittico neorealista e Il monello della strada: Macario re del cinema (1947-1950)

Sul finire del 1947 prese avvio un nuovo ciclo cinematografico di ragguardevole valore artistico inaugurato da Come persi la guerra, seguito a ruota da L’eroe della strada e chiuso da Come scopersi l’America del 1949. Come persi la guerra diede il via nel migliore dei modi alla fortunata collaborazione con il regista Carlo Borghesio, e si impose come uno dei primissimi film italiani in grado di riscuotere un considerevole successo anche all’estero. Il successo della pellicola e dello stesso Macario, fu talmente enorme da risultare il film italiano campione di incassi del 1947, in un panorama che vedeva, nelle sale, il massiccio ritorno dei prodotti hollywoodiani, interdetti durante la crisi bellica. Il film incassò la favolosa cifra di 808 milioni di lire, e ad esempio fu proiettato ininterrottamente per cinque mesi in una centralissima sala parigina. La critica ravvisò in questa pellicola, la prima traccia di un certo tipo di neorealismo, meno tragico di quello classico, meno tendente alla tragedia, un primo esempio di commedia neorealista, che sarà poi ravvisabile anche negli anni successivi, sia nei film dello stesso Macario, che in film tipo Vivere in pace, con Fabrizi, e Totò cerca casa, con Totò. In ogni caso la critica accolse assai favorevolmente, il film di Borghesio, tanto che in occasione del festival cinematografico di Locarno del ’48 venne acclamato come la miglior opera della rassegna, aggiudicandosi così l’importante kermesse cinematografica. I motivi alla base dell’enorme successo della pellicola? Di molto nuovo in Come persi la guerra c’è la materia, ossia la situazione, la trama, che sono di estrema contemporaneità. Perché parlavano di ferite ancora aperte. Proprio le traversie del povero soldatino, farsesche ma ancorate alla tragedia di un decennio di guerre, costituiscono il lievito che ha dato consistenza al film. Un curioso ritratto antiretorico del soldato nazionale, coraggioso suo malgrado, a cui la comicità un pò stralunata di un Macario in grande forma, aggiunge un tocco di surreale pacifismo nel descrivere i sentimenti antieroici e la stanchezza per le troppe uniformi troppo a lungo indossate negli interminabili anni della guerra. La pellicola venne accusata di qualunquismo, ma era un’accusa ingenerosa e infamante, basti solo ricordare che il solo affrontare certi argomenti a dir poco seri, in modo non retorico e scanzonato, fosse nuovo per il cinema italiano. Come persi la guerra segna dunque l’ingresso nel cinema comico di argomenti attuali, e il gradimento che incontrò da parte del pubblico incoraggiò Borghesio e Macario a resuscitare il personaggio e i temi trattati in altri due film. I successivi L’eroe della strada(1948) Come scopersi l’America(1949) riprendevano a grandi linee la formula del film del ’47, spingendolo sino a quella sorta di crepuscolarismo che caratterizzerà poi in pieno il Macario di Italia piccola, diretto da Mario Soldati nel 1957. Dal punto di vista interpretativo la serie di Borghesio, che aumentò la fama di Macario quale eccellente attore cinematografico, vedeva nei panni di protagonista un comico che voleva a tutti i costi sfuggire dall’improvvisazione farsesca propria di quasi tutti gli altri colleghi italiani, per tendere invece a umanizzare i propri personaggi circondandoli di patetico o di fiabesco. L’umorismo lieve e aggraziato di Macario in questi film aveva come costante un fondo di malinconia: le trovate, mai fini a se stesse, erano frutto di una ratio satirica più complessa nella quale la vis comica nasceva e si sviluppava dall’antitesi tra la bontà dell’omino e la malizia generalizzata del mondo che lo circondava. In L’eroe della strada che, come del resto gli altri due film, rifletteva le delusioni e la difficile rinascita della democrazia nel nostro paese, Erminio non appariva mai come un dritto alla Totò: i suoi vagabondi cantastorie, i militari sconfitti o gli infelici emigranti erano lontani dalla figura tipica dell’eroe, ma anzi vittime le cui gesta strappavano al pubblico risate venate di malinconia. L’eroe della strada, se possibile, fece ancora meglio del precedente film, almeno in Italia gli incassi superarono quelli pur costistenti di Come persi la guerra. La critica stavolta ne fu anch’essa entusiasta all’unisono: “Macario si rivela qui, attore misurato e sensibile, capace di oltrepassare il repertorio tipico dell’avanspettacolo da cui proviene”. Neorealismo sotto forma comica, commedia neorealista, l’avo o antenato della commedia all’italiana,e per alcuni il miglior film di Macario. E’ questo il periodo in cui l’Italia a fatica cerca di uscire dal dramma della guerra e di risollevarsi dalle macerie. Macario rappresenta l’innocente in un mondo in cui si consumano piccoli illeciti, espedienti per cercare di tirare a campare. La vicenda inizia con un truffatore (Carlo Ninchi) il quale viene in soccorso al nostro eroe, Macario, a sua volta con problemi di giustizia. La comicità si genera dal continuo scambio dinamico di modelli psicologici in opposizione. C’è, per ora, da osservare che Macario non è maschera: è, cioè, personaggio reale in situazioni che, pensando al periodo dell’immediato dopoguerra, sono assolutamente realistiche. Dunque sul suo volto non cade il famoso ricciolo a virgola, i suoi atteggiamenti sono composti, la sua gestualità è misurata. La comicità si sviluppa, perciò, nello scambio continuo tra innocenza e furbizia, bontà e arroganza, umiltà e potere. Ma nel complesso della trama del film domina lo scambio tra povertà e ricchezza che è rappresentato concretamente dalle avventure del nostro eroe. Lui è un miserabile che una bella ragazza, contrabbandiera di sigarette, a causa di una serie di equivoci ritiene sia un ricco industriale, ma è anche lo sprovveduto in un mondo di furbi trafficoni, è il buono là dove la bontà fa sempre brutta figura di fronte all’arroganza, anche se l’uomo buono e giusto viene premiato. Alla fine noi spettatori partecipiamo alle avventure semplici di un eroe semplice: il nostro sorriso si genera dallo scambio di situazioni psicologiche che toccano la gioia e l’amarezza, la dolcezza e la crudeltà, la conflittualità del vivere l’esistenza del ricco quando si è poveri. È un sorriso talvolta amaro, talvolta malinconico, sempre legato però essenzialmente alla realtà. Se il primo film della serie ci raccontava il problema della guerra, questo secondo film ci racconta quello delle difficili condizioni di vita dell’uomo medio italiano nell’immediato dopoguerra. In Come scopersi l’America, l’attenzione si sposta invece su uno dei fenomeni più importanti che hanno caratterizzato il nostro paese, l’emigrazione. La pellicola ci racconta degli anni della grande emigrazione verso il Nuovo Mondo, migliaia di italiani che partono pieni di speranze verso il sud America, spinti dal sogno di costruirsi una nuova vita in un mondo di cui però non sanno nulla. Eppure del trittico neorealista, questa pellicola è la meno riuscita. Ciò che viene a mancare è quell’attenzione ai problemi sociali che nelle due pellicole precedenti era così ben sviluppata, forse, o quasi sicuramente, perchè l’azione riguarda si gli italiani, ma si sposta dal nostro paese verso terre remote, lontane, troppo lontane dal nostro realistico contesto sociale di fine anni ’40. Gli incassi calano, ma questo trittico neorealista, ha ormai definitivamente forgiato un Macario “nuovo”, un Macario ormai grande attore cinematografico, oltre che comico di grande esperienza, un Macario che ha oltrepassato la sua maschera, ed ormai è diventato attore a tutto tondo, “con qualche ruga in più, meno surreale e più vero, e cio gli dà sapore, rilievo”. Successivamente al film si riconobbe lo spessore importante ormai raggiunto dal Macario attore, e la perla della sua carriera stava per arrivare.

Macario e Folco Lulli nel film
Macario e Folco Lulli nel film “Come persi la guerra”, campione di incassi della stagione 1947. Il film che inaugura la fiorente stagione della commedia neorealista.

Il quinto film della collaborazione tra Borghesio e Macario, è Il monello della strada(1950), il miglior film dell’attore torinese, quello che realizza in una geniale sintesi la comicità realista e quella surrealista degli altri due film appena esaminati. È bellissimo il modo in cui la trama riesce a mettere continuamente di fronte il sogno e la vita quotidiana; la miseria con la speranza; l’illusione e la verità. Allora tutto diventa favola che però non rinuncia a misurarsi con le vicende normali di un’esistenza normale, segnata dalle ovvie difficoltà in cui si ritrova con un bambino piccolo da mantenere e da educare, ed è solo perché la moglie è prematuramente scomparsa. La magia e l’incanto diventano i veri protagonisti del film che irrorano come linfa, come sangue i gesti, i movimenti, le espressioni del protagonista, Macario. In questa atmosfera partecipiamo a una comicità lieve come sospiro di un sogno, dolce come un semplice desiderio di felicità. Tutto il film è percorso da episodi, soluzioni, invenzioni che trasformano la storia in una meravigliosa (sempre inattesa) avventura di uno spirito buono. C’è una fata, o forse un angelo, che però possiede le sembianze di una bella donna mora dagli occhi intensi; c’è il mondo del circo e delle giostre che, come si sa, confonde la realtà con la fiaba e scambia gli uomini in bambini. C’è il trionfo della bontà, quando tutto sembra congiurare contro di lei perché non c’è più tempo. Ma, allora, ecco, come per incanto, il tempo si ferma. Macario corre per una città dove tutto si è arrestato all’improvviso, come se il mondo si congelasse, affinché lui possa riguadagnare il tempo perduto. Poi il disgelo: torna la normalità, l’angelo ha compiuto la sua missione. Il film, scritto da Metz, Marchesi, Monicelli e Leo Benvenuti, ha una freschezza e un’originalità che andrebbero riscoperte: Macario passa con leggerezza dalla comicità all’espressione drammatica, dall’ironia al dolore. Esibisce tutta la sua grande varietà di registri recitativi, depistando sia chi pensa di vedere in lui un’unica maschera che egli ripresenta senza significative variazioni, sia chi immagina la sua comicità costruita da poche smorfie ben collaudate e da un repertorio di battute di scarsa fantasia. Il clima da favola avvolge tutto il film e la scena in cui tutta la città si ferma, per dare a Macario il tempo di dimostrare le malefatte dei parenti, dei cattivi, è superlativa. Girata con grande dispendio di mezzi e di comparse, ecco fuoriuscire il Macario amato, quello buono, pacifista, che non concepisce violenza ne guerra, il Macario che sfrutta l’immobilità delle persone per sostituire un fumetto giallo con il Corriere dei piccoli, togliere il sigaro ad un ricco per darlo ad un barbone, cambiare il manganello di un poliziotto con un fiore, cancellare gli abbasso dai muri e sostituirli con degli evviva. Ce n’è per tutti e a tutti i livelli! In un colpo solo, in pochi minuti, Borghesio inserisce quei riferimenti sociali, quelle accuse politiche che aveva evitato con attenzione per tutto il film. In quei gesti di Macario c’è il suo personalissimo no alla violenza, allo squallore, alla povertà, tutto insieme in una carrellata straordinaria. L’intera sequenza da antologia, è ovviamente muta, accompagnata però dal perfetto commento musicale di Nino Rota, ormai pronto a fare il salto ed iniziare la sua grande collaborazione con Fellini. Il monello della strada è quindi una favola ben raccontata, in grado di toccare sovente le corde della poesia. “Il clima di favola è reso ancora più evidente dal personaggio di Luisa Rossi, un viso raffinato da madonna trecentesca il suo, che appare sempre come una fata, o meglio un angelo, visto che scende dal cielo per proteggere il figlioletto lasciato orfano e il suo pasticcione papà”. A quest’aria poetica e fantasiosa, accentuata dalla presenza fissa di un luna park, Torino offre qualche strada popolare, un lungo esterno in una vallata alpina, una gran villa sulla collina. Il sogno sostituisce la denuncia sociale e politica che tanto spazio aveva avuto nei lavori precedenti del duo Borghesio-Macario. Ma se il film perde qualcosa dal punto di vista dell’attenzione sociale, molto acquista per quanto riguarda l’aspetto estetico. Ma è senza dubbio un’opera decisamente superiore alle precedenti, stilisticamente e artisticamente parlando. E’ il miglior film di Macario, ricco di trovate sorprendenti, a cui l’attore torinese qui attore a tutto tondo, dà la quadratura perfetta del cerchio. La pellicola poi riscosse un ottimo ritorno in termini di presenze al botteghino: 350 milioni di lire di incassi, e tra i primissimi film dell’annata 1950. Addirittura anche la critica accolse favorevolmente l’ultima fatica del grande Macario. In un articolo de La Stampa si disse: “Fra gli spettatori di Macario si distinguono gli assidui, i tiepidi, gli entusiasti: e tutti ridono in A. Ieri sera sedevo fra due entusiasti. Le loro tonde risate, un pò grassocce, un pò beote, esaurirono da principio masse ingenti della prima lettera dell’alfabeto; poi adagio adagio, si quietarono perché il film si era iniziato come un’ennesima macariata, e andava poi rivelando alcune diverse intenzioni, più ambiziose, più patetiche, più imponenti”. In definitiva Il monello della strada è una fiaba dalla suggestione e dalla delicatezza difficilmente eguagliabili ancora oggi, una pellicola che ha lo spessore di un capolavoro che parla al cuore. I quattro film diretti da Borghesio rimangono forse le migliori opere cinematografiche del comico torinese che negli anni successivi e nel corso dei numerosi film interpretati  non raggiungerà più questi livelli nè per quanto riguarda la qualità artistica nè, tanto meno, per quello che concerne l’attenzione ai problemi sociali, sia pur interpretando delle buone e, in alcuni casi, delle ottime pellicole.

La locandina cinematografica del film
La locandina cinematografica del film “Il monello della strada”(1950), il vero grande capolavoro della carriera di Macario.
Macario alle prese con il figlioletto ribelle, nella favola “Il monello della strada”(1950). Incantevole l'ultima scena, quella in cui la città come per incanto si ferma per dare il tempo a Macario di sconfiggere i cattivi. Geniale!
Macario alle prese con il figlioletto ribelle, nella favola “Il monello della strada”(1950). Incantevole l’ultima scena, quella in cui la città come per incanto si ferma per dare il tempo a Macario di sconfiggere i cattivi. Geniale!
• 2.3 I primi anni ’50: “Adamo ed Eva” e “Io, Amleto”, due film sfortunati e sottovalutati (1950-1953)

Nel 1950, mentre ancora sta girando Il monello della strada, Macario torna a lavorare con Mattoli realizzando Adamo ed Eva, in cui nella veste del parucchiere Adamo Rossi, cerca di dimostrare alla sua aiutante Eva, che è innamorata di lui, ( una splendida e arguta Isa Barzizza ) come i guai dell’uomo derivano dalla donna. E lo fa con una divertente cavalcata attraverso le epoche, dalla preistoria alla guerra di Troia, dalla Rivoluzione francese al selvaggio west americano fino a spingersi nel futuro, in un lontanissimo 2000! Al fianco dell’attore piemontese, in parti minori troviamo attori del calibro di Gianni Agus, Arnoldo Foà, Enzo Garinei, Memmo Carotenuto, Nunzio Filogamo, Billi e Riva, Riccardo Garrone. Soprattutto riusciti sembrano essere il Paride di Gianni Agus e l’Achille di Arnoldo Foà. La pellicola è dunque, strampalata e graziosa, dotata di un certo garbo umoristico non riscontrabile analogamente in altri lavori del periodo, Macario è qui delizioso ed assolutamente padrone della scena, in una curiosa cavalcata attraverso i secoli. Eppure la pellicola, prodotta da Dino de Laurentiis e nata dalle sagaci penne di Metz e Marchesi, ebbe noie a non finire con la censura democristiana. Addirittura in virtù del tabù religioso, unita ad alcune scene di donne in abiti succinti, la pellicola dopo meno di due settimane di proiezione venne tolta dalla circolazione, ricevendo un incredibile ( visto ai giorni nostri ) fermo in tutte le sale cinematografiche nazionali. Erano anni questi in cui la censura di Stato si faceva sentire parecchio, e con pochi giorni di proiezione la pellicola arrivò ad incassare 164 milioni di lire. Pochi, ma non pochi se rapportati ai giorni in cui la pellicola è stata nelle sale. Per anni, erroneamente, la pellicola è stata ritenuta la prima debacle della carriera di Macario, un analisi errata rimasta allo stato superficiale, senza aver scavato nelle vicissitudini che il film stesso ha avuto e che col Macario attore c’entrano poco e niente. E dire che anche libri di autori notevoli sono caduti in tale errore. Nel 1952 il comico torinese, dopo aver girato in Francia la pellicola Ma femme, ma vache et moi [ Io, mia moglie e la vacca ], tornò in Italia, cominciando un vero e proprio tour de force interpretando contemporaneamente ben tre film: “Io, Amleto”, “La famiglia Passaguai fa fortuna” “Agenzia matrimoniale”. Questo è il periodo in cui sull’onda del successo strepitoso dei film diretti da Borghesio, Macario decide di rischiare in proprio aprendo una casa di produzione con la quale intende autoprodursi. Ricorda con un velo di tristezza il figlio Mauro ( uno dei suoi due figli ): “Nel 1951, stimolato dall’incredibile successo dei suoi film, Macario prese una storica quanto disastrosa decisione, cioè quella di diventare produttore cinematografico. Lasciata Milano, ci trasferimmo dunque a Roma, prendendo casa nel quartiere Parioli, in Via San Valentino 48, non lontano da Totò”. Nasce quindi la “Macario Film”, con sede in via Barberini. La società ha come logo due torri intrecciate tra loro, ovviamente la Tour Eiffel e la Mole Antonelliana. Macario sceglie di andare il più possibile sul sicuro e affida a Giorgio Simonelli la regia di Io, Almeto, trasposizione cinematografica di un suo vecchio spettacolo, Follie d’Amleto, che nel 1946 aveva spopolato sui palcoscenici di tutta Italia. I costi per la realizzazione di un film, chiaramente in costume e di ambientazione medievale,che prevedeva imponenti scenografie, costumi e un cast di tutto rispetto si rivelarono ben presto superiori alle previsioni. Macario, che credeva nel progetto, investì 110 milioni di lire, una cifra spropositata. Il film uscì nell’ottobre del 1952, rimase nelle sale una ventina di giorni, e per una serie di sfortunate ragioni concomitanti, tra cui l’uscita della pellicola fuori stagione e un imprevisto e immotivato intervento censorio, si rivelò un flop clamoroso che accumulò notevoli perdite. La pellicola incassò 83 milioni di lire, molto poco, un fallimento se rapportato alle spese di 110 milioni di lire apportate da Macario all’operazione. “Perse tutto quello che aveva”, ricorda l’altro figlio Alberto che all’epoca era un bambino. Il film in realtà è abbastanza divertente, Macario-Amleto recupera le sue caratteristiche surreali e le assurdità si susseguono, e il testo tutto sommato rigoroso, lasciava largo spazio alla sua raffinata interpretazione. Anche il cast è quanto di meglio vi si poteva chiedere allora, Luigi Pavese e Marisa Merlini su tutti. L’anno seguente la Macario Film venne dichiarata fallita, e dal 1953 al 1956 varie vicissitudini economiche conseguenti al fallimento della sua casa di produzione costrinsero l’attore ad abbandonare momentaneamente il set e a rifugiarsi in quel teatro di rivista che gli aveva sempre garantito un eccellente ritorno in termini di pubblico e di quattrini. E così fece con immutato entusiasmo e con in più lo stimolo di voler a tutti i costi ripianare il più in fretta possibile alcuni debiti residui con le banche e il fisco. Macario esce quindi realmente senza una lira dalla brutta avventura della sua casa di produzione e decide di ricominciare dal teatro, suo vecchio e più sicuro amore. Tuttavia non rinuncia a continuare a fare cinema e partecipa al film diretto da Aldo Fabrizi La famiglia Passaguai fa fortuna. Secondo il figlio Mauro, Fabrizi molto amico di Macario, gli offrì una parte nel suo film per aiutarlo finanziariamente e permettergli di ripartire. Una parte molto importante poichè Macario è co-protagonista del film insieme a Fabrizi, una coppia del tutto inusuale, visivamente somigliante a Stanlio e Ollio, nel tentativo tutto sommato riuscito di fondere la comicità più popolaresca di Aldo Fabrizi con quella più stralunata di Macario. Il film è il secondo episodio di un trittico diretto e interpretato da Aldo Fabrizi, ( gli altri due titoli sono La famiglia Passaguai Papà diventa mamma ) che riscopriva la comicità tipica del cinema muto. Nel secondo capitolo della saga, Macario sostituisce Peppino De Filippo, al fianco di Fabrizi, risultando essere una vera e propria coppia cinematografica a tutti gli effetti. I due interpretano due amici poveracci che non si vedono da anni e che si ri-incontrano per caso, e che entrambi a vicenda si credono ricchi l’un l’altro. Incomincia una girandola di gag esilaranti molto riuscite, e quasi senza accorgersene si fanno coinvolgere in una speculazione edilizia che dopo molto peripezie si rivelerà un colpo di fortuna, diventando realmente miliardari. Nel cast sono presenti, tra gli altri anche Luigi Pavese, Marisa Merlini e Virgilio Riento, reduci anche loro dalla sfortunata parentesi di Io, AmletoLa famiglia Passaguai fa fortuna sfiora i 200 milioni di lire di incassi al botteghino, tutto sommato nella norma, soddisfacenti certo per Fabrizi, che mise in cantiere fin da subito il terzo film della serie. Macario, prima di prendersi qualche anno di sosta dal cinema, ha il tempo comunque di interpretare Agenzia matrimoniale, di Giorgio Pastina, un film a episodi dove ha di nuovo l’opportunità di mettere in mostra la raffinatezza e l’eleganza della sua interpretazione.

Al di là delle sfortunate vicissitudini che ebbe il film
Al di là delle sfortunate vicissitudini che ebbe il film “Io, Amleto”(1952), la pellicola è una gustosissima commedia di costume, che si fa apprezzare per l’elegante e surreale comicità dell’interpretazione del Macario-Amleto.
Il bizzarro viaggio di Macario e Isa Barzizza attraverso le varie epoche storiche nel film
Il bizzarro viaggio di Macario e Isa Barzizza attraverso le varie epoche storiche nel film “Adamo ed Eva”(1950).
• 2.4 Il ritorno al cinema, i film tv e la prima esperienza con Totò ( 1957-1959 )

Dopo qualche anno di sosta durante i quali concede solo un paio di partecipazioni, il comico ormai definitivamente senza ricciolo, e ormai ampiamente rinsaldato anche economicamente dai nuovi successi teatrali, decide che è giunto il momento di tornare a rischiare in prima persona, e di riaffacciarsi da protagonista nel mondo del cinema, che tante soddisfazioni gli aveva dato. Convinto, infatti, da Mario Soldati, scrittore e regista di raffinata cultura, Macario decise di partecipare al film Italia piccola(1957) in una interpretazione diversa dal solito. In questa pellicola infatti il comico torinese si esibiva, al fianco di Nino Taranto e di un giovanissimo Enzo Tortora, nell’inconsueto ruolo di attore drammatico, dimostrando ancora una volta una notevole versatilità. Ancora una volta dunque, rischiando sulla propria figura professionale, Macario accetta la sfida uscendone vincitore, dimostrando che quella parentesi della casa di produzione fu solo un incidente di percorso, che in una carriera lunga e proficua, come la sua, ci può anche stare. Soldati, che per primo aveva avuto quella intuizione, diede così modo a Erminio di dimostrare, se ancora ce ne era bisogno, che dietro a quella maschera forse un pò ripetitiva s nascondeva in realtà un attore completo e dalle grandi potenzialità. Macario torna dunque a essere uno degli attori più popolari dello star system dello spettacolo italiano. Arriva il 1959, anno molto impegnato e prolifico per l’attore torinese. Questo è l’anno in cui Macario, scopre il mezzo televisivo, gli arrivano due offerte allettanti dalla Rai, due film tv che non si possono rinunciare, in mezzo a ciò anche la prima esperienza con il suo grande amico Totò: i due giganti della comicità italiana del periodo. I due si conoscevano da oltre trent’anni, erano uniti da una profonda e sincera amicizia, ma non avevano mai lavorato insieme quando Camillo Mastrocinque decide di affiancarli per girare La cambiale. Il film prevede un cast di primissimo ordine: accanto ai due primi attori, infatti, recitano anche Peppino De Filippo, Vittorio Gassman, Aroldo Tieri, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sylva Koscina, mentre tra gli sceneggiatori compaiono i nomi di Tarabusi e Metz. Il critico Stefano Della Casa a proposito del film spiega: “sulla carta avrebbe dovuto avere un unico quadro conduttore, ma in realtà i vari interpreti non si sono mai trovati tutti insieme sul set: si trattava infatti di una pellicola girata per sfruttare al massimo i contratti plurimi o stagionali di attori all’epoca super-impegnati in produzioni di quel genere leggero, ma di grande successo. Ne risultò un film che alternava trovate assolutamente esilaranti a episodi in verità un pò tirati per i capelli. In ogni caso gli spettatori furono nel complesso di poco inferiori ai tre milioni”: un ottimo successo, quindi. Al film inizialmente Totò doveva partecipare in coppia col solo Macario. Questo almeno si desume dal materiale depositato in censura, che illustra una prima versione del film nella quale non c’è traccia di Peppino De Filippo, che prenderà il posto di Macario al fianco di Totò, dopo il quarto d’ora iniziale. Proviamo a ricostruire. Nell’aprile del 1959, Macario e Totò stanno girando le loro scena, ma improvvisamente Totò ricadde vittima della sua corioretinite emorragica della quale soffriva da tempo, una macchia all’occhio destro gli oscurò nuovamente la vista. Un quarto d’ora di scene insieme a Macario erano state completate. In origine, però si desume, che i due avrebbero avuto almeno un 35 minuti per il loro episodio. Mancavano 20 minuti, troppi per portare lo stesso a buon termine il film. Quando Totò a fine estate riuscì di nuovo a rimettersi in piedi, Macario era però assente per nuovi impegni di lavoro, il plot venne ancora modificato e le nuove scene scritte sia per la parte iniziale del film sia per quella finale. A questo punto assente Macario, il suo posto fu preso da Peppino De Filippo, insieme a Macario l’attore che conoscesse meglio Totò, e che meglio poteva aiutarlo sul set dato che il principe non vedeva praticamente nulla. Rimane dei due, comunque il quarto d’ora iniziale, Macario è tra i co-protagonisti, e si intravedono comunque le qualità dei due attori se fatti recitare insieme. L’appuntamento sarà solo rimandato, come vedremo, a qualche anno dopo. Nel frattempo ci si chiede perchè Macario non potè portare a compimento il film. Nell’estate del 1959 Macario, dopo aver tagliato definitivamente quel ricciolo impomatato, ricevette un’importante offerta dalla Rai, interpretare un ciclo di sei farse per la tv, sei commedie teatrali in atti unici facenti parti della repertorio della prosa nazionale di stampo ottocentesco, dal titolo Farse d’altri tempi. L’elemento di novità, che eleva il lavoro, da semplice teatro filmato, a vero e proprio film, seppur per la tv, è che le farse in questione, della durata di 40 minuti l’una, sono state interpretate unicamente per la tv, come si fa di un film cinematografico. Al fianco di Macario in tutte i sei atti unici che compongono il film-tv, vi è la presenza del grande Carlo Campanini, peraltro suo grande amico. I due grandi, immensi mattatori della scena, dominano e incantano la platea televisiva, ormai sempre più numerosa. Tra il 23 luglio e il 27 agosto 1959, le sei farse ( In pretura, Il cuoco e il segretario, Le bastonate del servo, Carlo Alberto, I due sordi, La consegna è russare ) ottennero un successo di pubblico senza precedenti per la prima rete nazionale, l’indice di gradimento decretò dunque l’ennesimo successo del popolare interprete che aveva calamitato davanti agli schermi il pubblico delle grandi occasioni, nella calda estate di fine decennio. Ciò detto di Macario, può essere elevato tranquillamente anche per Campanini, una coppia dunque, che vince e convince. Sergio Pugliese, uno dei massimi dirigenti della televisione dell’epoca, riconobbe che in quell’insieme di commedie “Macario e Campanini hanno saputo ricostruire il nucleo familiare degli spettatori”. E l’anno d’oro di Macario continua, nell’autunno di quello stesso anno, l’attore torinese venne ingaggiato infatti addirittura per un’operetta. E che operetta verrebbe da dire. L’operetta in questione è La vedova allegra, la celebre operetta di Franz Lehàr, che la Rai aveva intenzione di rifare per la tv. Macario ottenne il prestigioso ruolo del furbo cancelliere Njegus, uno dei più bei ruoli della sua carriera. L’adattamento televisivo di Mario Landi e Bruno Corbucci è molto efficace e rispetta la durata originale di quasi tre ore. Un lavoro lungo e duro, che durò quasi tre mesi, con un enorme dispendio di comparse e attori, e che venne poi trasmesso dalla Rai, nell’inverno del 1960.

Nino Taranto ed Erminio Macario, assolutamente strepitosi, nell'interpretazione drammatica del film
Nino Taranto ed Erminio Macario, assolutamente strepitosi, nell’interpretazione drammatica del film “Italia piccola”(1957), delizioso film di Mario Soldati.
Il primo incontro cinematografico tra i più grandi comici dell'epoca, Macario e Totò, nel film
Il primo incontro cinematografico tra i più grandi comici dell’epoca, Macario e Totò, nel film “La cambiale”(1959).

• 2.5 L’esperienza al fianco di Totò (1962-1963)

Ma la grande stagione dei film con Totò è quella del 1962/63, in cui Macario interpreterà in poco più di un anno e mezzo ben cinque pellicole insieme all’amico partenopeo. La serie si apre e si chiude con due pellicole dirette da Sergio Corbucci, vale a dire Lo smemorato di CollegnoIl monaco di Monza. Nel primo dei due film, il ruolo di Macario è evidentemente secondario a quello di Totò, però in particolar modo è riuscitissima la figura del matto da lui interpretato, dove strabuzzando ancor di più i suoi già esagerati occhi a palla, crea un personaggio delicato e indimenticabile. E’ protagonista, invece, nel divertente ruolo di Mamozio, nel secondo film, una buffa parodia de I promessi sposi, nella quale, accanto a Totò e allo stesso Macario, vi sono Nino Taranto nel ruolo del cattivo marchese del castello, ed un giovanissimo Adriano Celentano. Nel mezzo due film per la regia di Mario Amendola, Totò di notte n.1Totò sexy. I due film sono in realtà girati in un unico tempo e poi montati in maniera da far uscire due pellicole distinte. Il secondo film è il seguito del primo, due viaggi surreali e stravaganti tra night, ballerine e spogliarelliste. In entrambi Totò e Macario sono due suonatori ambulanti di contrabbasso che girano l’Europa e il mondo in cerca di fortuna. E’ Totò a trascinare il compagno nelle più disdicevoli avventure, spendendo i suoi soldi e trattandolo malissimo in ogni occasione, Macario risponde abbassando la testa e con due occhi da cane bastonato alle continue angherie del suo collega, continuando però ad appoggiarlo quando si tratta di affrontare le difficoltà in cui i due si cacciano con studiata abilità. A questi quattro titolo bisogna aggiungere la regia di Steno per Totò contro i 4, in cui al fianco della coppia compaiono altri mostri sacri della comicità all’italiana come Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Nino Taranto. Macario con Totò finisce per connotarsi come spalla di lusso, contrapponendo perfettamente i suoi ritmi piemontesi alla mobilità e soprattutto alla scioltezza di lingua di Totò. Commenta ancora Stefano Della Casa che “in occasione della collaborazione con Totò, Macario ha avuto il grande merito di filtrare la tipica comicità dell’avanspettacolo, e di trasportarla con successo nel mondo del cinema. In questo è stato un vero precursore, anche se De Curtis ha saputo coltivare più a lungo questa prerogativa. In ogni caso il riscontro del pubblico è sempre stato assai positivo: ognuna di quelle non indimenticabili pellicole ha portato nelle sale italiane tra i due e i tre milioni di spettatori. Non c’è dubbio che, seppur così diversi tra di loro, il napoletano ed il torinese insieme facessero cassetta”. I due tratteggiavano insieme una galleria di personaggi emblematici del costume, della ideologia sociale e della cultura dominante dell’epoca. Totò infatti incarnava il suo personaggio tipico, estroso, scaltro, capace di arrangiarsi in ogni situazione rovesciandola e ottenendo alla fine sempre quello che voleva, lasciando sfogare i suoi aspetti più esplicitamente partenopei. Macario, dal canto suo, continuava a presentare la sua maschera continuamente sottomessa, fintamente tonta che mai però rinunciava ad insinuare e a lasciare intendere. In quel periodo i due erano molto vicini anche fuori dal set, un’amicizia dovuta ad una profonda stima reciproca.

Macario e Totò suonatori ambulanti nel film
Macario e Totò suonatori ambulanti nel film “Totò di notte n.1”, il miglior film in coppia. Ebbe talmente tanto successo, che ne venne subito distribuito il seguito, dal titolo “Totò sexy”.
Macario, Totò e Nino Taranto in una foto dei primi anni '40. La testimonianza di una grande e duratura amicizia, tra i tre grandi mattatori del nostro cinema e del nostro spettacolo.
Macario, Totò e Nino Taranto in una foto dei primi anni ’40. La testimonianza di una grande e duratura amicizia, tra i tre grandi mattatori del nostro cinema e del nostro spettacolo.
• 2.6 Gli anni ’60: Macario tra i grandi del cinema (1961-1963)

Il periodo compreso tra il 1961 e il 1963 è per Macario davvero un periodo di immersione totale nel cinema, il suo nome compare sul cartellone di ben 11 pellicole nell’arco di due anni. Nel triennio in questione, Macario è l’attore più richiesto, dietro soltanto a Totò, e avanti di un film rispetto a Sordi. Del 1961 è il primo di una serie di quattro film girati insieme ad altri tre tra i più amati attori comici italiani. Carlo Ludovico Bragaglia riunisce infatti Nino Taranto, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Macario per dirigerli in due film come I quattro monaci(1961)I quattro moschettieri(1962) in cui il gruppetto di protagonisti interpreta quattro piccoli malviventi che di film in film si travestono per sfuggire alla giustizia. Specialmente il primo film merita un’analisi concreta. Il film ebbe un grandissimo successo di pubblico, merito del poker d’assi della risata che appartengono alla stessa generazione: Macario, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Nino Taranto. Il regista Carlo Ludovico Bragaglia dirige con la consueta competenza e gestisce al meglio i tempi comici e la compresenza insieme, dei quattro leoni del palcoscenico e del cinema italiano, che invece di alternarsi davanti alla macchina da presa vivono le loro avventure perennemente insieme. Una bella lezione di misura e di collaborazione comica tra quattro assi del cinema italiano, i quali erano anche molto amici. Si disse anche, che il migliore dello splendido quartetto fosse stato proprio Macario: “con la sua aria da perfetto gnorri, da gonzo patentato, si diversifica in qualche modo dai compagni”. Poi venne I quattro moschettieri, in cui ritorna inalterato il quartetto di attori, dopo il successo straordinario del film “I quattro monaci”, con una farsa sopraffina sulla falsariga di quella precedente, ma ispirata alla celebre opera di Dumas. In verità il quarto del titolo è Carlo Croccolo e non più Peppino De Filippo, relegato in una partecipazione straordinaria di grande valore nei panni del cardinale Richelieu, quindi separato dal resto della banda. Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Macario e Carlo Croccolo sfoderano un ottimo gioco di squadra e divertono dalla prima all’ultima scena, mentre Peppino tratteggia un Richelieu esilarante e molto ben riuscito. Continua il successo al botteghino, anche se in calo rispetto al precedente film. Sull’onda del buon successo della serie Giorgio Bianchi ripropone il poker d’assi ne I quattro tassisti, scegliendo però di organizzarlo in quattro episodi separati e realizzando di fatto quattro cortometraggi ognuno con un protagonista diverso: Macario appare nell’episodio Caccia al tesoro. In definitiva, ritorna nuovamente il quartetto di lusso dei precedenti film, ma con alcune differenze sostanziali: il quarto del gruppo non è più Nino Taranto, ma Gino Bramieri; e la pellicola è divisa in quattro episodi, che hanno in comune il filo giallo del taxi, ognuno nelle sue città di appartenenza. Così Bramieri è protagonista dell’episodio ambientato a Milano; Peppino a Napoli; Macario a Torino; e Aldo Fabrizi ovviamente a Roma. “I quattro tassisti” si colloca nella fascia più disimpegnata e godibile del cinema italiano di allora, quella in cui stavano trionfando Vianello, Tognazzi e Chiari. I quattro protagonisti fanno dei loro episodi, ognuno nel suo, dei raccontini graffianti e squisitamente parodistici. Su tutti, comunque, Macario, perfetto nel tratteggiare il suo personaggio patetico e malinconico nel migliore dei quattro episodi. Incassi in calo. E visto che erano in calo, si pensò di riprendersi Nino Taranto e affiancare il quartetto al grande Totò, nel già citato Totò contro i 4. E non è tutto, la full immersion cinematografica di Macario, non si esaurisce qui: prende parte infatti ad altre pellicole divertenti e senza grosse pretese. Nel 1963 è tra i protagonisti del film Avventura al motel, nei divertenti panni di un marito vessato continuamente dalla dispotica moglie; appare in una breve parte nel film Il giorno più corto, insieme ad altri 88 attori di successo; e per finire è co-protagonista nel film Uno strano tipo, diretto da Lucio Fulci. Qui interpreta un impresario e amico di fiducia, che ha il suo da fare a contenere un vulcanico Adriano Celentano in vacanza ad Amalfi, nella parte peraltro di se stesso. Il film non è certo un capolavoro, ma è salvato dalla grande raffinatezza tipica del Macario attore, qui ne approfitta per regalarci un’ulteriore dimostrazione della sua duttilità: il suo personaggio, infatti, si esprime per tutto il tempo con uno spassosissimo accento veneto, salvo in una scena in cui, per non farsi riconoscere, parla in napoletano.

Il poker d'assi della risata del film
Il poker d’assi della risata del film “I quattro monaci”(1963). Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto e Macario, quattro grandi artisti, quattro grandi amici insieme per 90 minuti in una pellicola molto divertente e che, (come ovvio) ebbe un grande successo di pubblico, grazie anche al cast di lusso.
Macario e l'attrice francese Yvonne Furneaux nell'episodio
Macario e l’attrice francese Yvonne Furneaux nell’episodio “Caccia al tesoro”, del film “I quattro tassisti”.
• 2.7 Gli ultimi film di Macario (1972-1976)

Il prolifico ( e munifico ) 1963 esaurisce le velleità cinematografiche di Macario che si tiene lontano dalla macchina da presa per sei anni. All’inizio degli anni ’70 l’instancabile e vulcanico attore avvertì nuovamente, irrefrenabile, il richiamo del set, partecipando a tre pellicole in ruoli di primo o primissimo piano. E’ co-protagonista nel ruolo di un frate al fianco di Alighiero Noschese ed Enrico Montesano nel film di ambientazione medievale Il prode Anselmo e il suo scudiero(1972), di Bruno Corbucci; ha un ruolo di primaria importanza nel film Il piatto piange(1974), di Paolo Nuzzi, al fianco di Aldo Maccione e Agostina Belli; ed è protagonista assoluto al fianco di Rita Pavone, nel film Due sul pianerottolo(1976), trasposizione cinematografica della fortunata commedia teatrale portata al successo in giro per l’Italia, dagli stessi Macario e Rita Pavone. L’ultimo film interpretato da Macario, l’addio al cinema di uno dei più grandi attori del nostro paese.

Macario insieme ai figli Alberto e Mauro, in una simpatica foto di famiglia degli anni '70.
Macario insieme ai figli Alberto e Mauro, in una simpatica foto di famiglia degli anni ’70.

Domenico Palattella

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2 pensieri su “Macario, il comico caduto dalla luna. La sua lunga esperienza cinematografica e i suoi successi.

    • Grazie signor Mauro, i suoi complimenti mi riempiono di orgoglio. Io sono un giovane critico cinematografico, ma sono un appassionato amante dell’arte di suo padre, che resta secondo me uno degli artisti più grandi della storia dello spettacolo e del cinema italiano. Da appassionato e da collezionista sono riuscito a reperire quasi tutti i film riguardanti suo padre, che artista, che maschera, ma soprattutto che attore. Sono innamorato del “Monello della strada”, secondo me sublime…ma mi piacciono tanto anche “Adamo ed Eva” e “Io, Amleto” ( sfortunato film ). E poi mi commuovo di fronte alla squisita bellezza del “Chiromante”, che sono riuscito a reperire da poco tempo…Fantastico…Io sono di Taranto, abbastanza lontano da Torino, ma mi piacerebbe organizzare qualcosa che ricordi l’arte del grande Macario…io nel mio piccolo, come giornalista cinematografico già lo faccio e nelle rassegne che organizzo, lui è sempre presente…ancora grazie del complimento!

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