Vittorio De Sica, un maestro umile, chiaro e sincero. Le lettere dal set. La sua sensibilità. Un grande direttore d’attori. La straordinaria stagione di attore di mezz’età.

Vittorio De Sica, il maestro del cinema italiano: grande senso dell'umorismo e infinita umiltà. Anche se era riconosciuto come uno dei più grandi registi del mondo, dopo aver vinto 4 Oscar e tantissimi premi internazionali, affrontava ogni suo film con le ansie di un debuttante. Un maestro umile e sincero.
Vittorio De Sica, il maestro del cinema italiano: grande senso dell’umorismo e infinita umiltà. Anche se era riconosciuto come uno dei più grandi registi del mondo, dopo aver vinto 4 Oscar e tantissimi premi internazionali, affrontava ogni suo film con le ansie di un debuttante. Un maestro umile, chiaro e sincero.

Era nota la sua grande passione per il gioco, per la quale si trovò a volte a perdere somme anche ingenti, amava molto Montecarlo, dove andava sempre a giocare al Casinò, e aveva una villa stupenda a Positano, dove amava riposarsi dopo le fatiche sul set. Una passione quella per il gioco, che non nascose mai e che anzi riportò, con grande autoironia, in diversi suoi personaggi cinematografici, come ad esempio in “Il conte Max”“L’oro di Napoli”. Sposato dal 1937 con Giuditta Rissone, che conobbe dieci anni prima e dalla quale ebbe la figlia Emilia, detta Emy, sul set del film “Un garibaldino al convento”, nel 1942 conobbe l’attrice catalana Maria Mercader, che sarà a tutti gli effetti la donna della sua vita e con la quale andò in seguito a convivere. Dopo il divorzio dalla Rissone, ottenuto in Messico nel 1954, si unì con l’attrice catalana in un primo matrimonio nel 1959, sempre in Messico ma l’unione fu ritenuta nulla perché non riconosciuta dalla legge italiana; nel 1968 ottenne la cittadinanza francese e si sposò con la Mercader a Parigi. Da lei aveva nel frattempo avuto due figli: Manuel nel 1949, musicista e Christian nel 1951, che seguirà le sue orme come attore e regista. Seppur divorziato, De Sica non seppe mai rinunciare alla sua prima famiglia. Avvio così un doppio ménage, con doppi pranzi nelle feste e uno stress notevole. Si racconta che alla vigilia di Natale e all’ultimo dell’anno mettesse l’orologio avanti di due ore in casa della Mercader per poter brindare alla mezzanotte. La prima moglie accettò di mantenere in piedi un matrimonio di facciata pur di non togliere alla figlia la figura paterna. Ma una volta ottenuto il divorzio dalla Rissone nel 1954, andò stabilmente a vivere con la sua amata Maria. Le sue idee, le sue dolcezze, le sue follie, i suoi entusiasmi, le sue fiere rabbie, le sue ingenuità, i suoi giudizi su colleghi e collaboratori, a volte ottimi a volte critici, mai malevoli, sono state raccolte dalla figlia Emy in un’opera unitaria, l’insieme delle lettere scritte da Vittorio alla figlia Emy per renderla partecipe del suo lavoro, dei suoi pensieri e delle cose che lo tenevano impegnato. Per la sua estrema modestia non aveva mai voluto che fossero pubblicati, almeno quand’era in vita, questi suoi diari di lavorazione, anche se molti giornalisti ed editori glielo richiesero. Da queste lettere emerge il vero Io del maestro De Sica, e soprattutto il suo amore, ricambiato, per Napoli e per i napoletani.

Il maestro De Sica sul set del film
Il maestro De Sica sul set del film “I bambini ci guardano”(1943), primi scampoli di neorealismo.

♦ La Napoli di De Sica e le sue lettere dal set

I napoletani lo chiamavano pomposamente “Signor De Sico” e ogni volta che tornava a Napoli lo accoglievano con il riguardo e il calore riservati a un parente importante: anche se era nato in Ciociaria, De Sica fu sempre considerato napoletano per il suo profondo legame con la città in cui aveva passato gli anni della fanciullezza. A Napoli realizzò alcuni dei suoi film più belli e più amati: L’oro di Napoli, Il giudizio universale, l’episodio Adelina di Ieri, oggi, domani, Matrimonio all’italiana. Napoletana era Sophia Loren, l’attrice che plasmò e diresse in film straordinari. Napoletano era il dialetto di molti dei suoi personaggi popolari, che disegnava con grande maestria e naturalezza. Come pure napoletane erano le canzoni che cantava con quel suo filo di voce intonatissima e calda, da fine dicitore. Volle dedicare a Napoli anche un libro, Napoli e i suoi personaggi, in cui compose un ritratto della città partenopea, insieme al fotografo Herbert List, raccontando le tante storie di un popolo che lo affascinava profondamente. Le lettere dal set alla figlia Emy sono piene di annotazioni sui napoletani, sulla loro filosofia, sulla loro grande umanità. De Sica è ammirato dagli espedienti che mettono in atto per la “campata” ( come quello dell’uomo che, dopo essere stato tutto il giorno a guardare le riprese del film, la sera si era avvicinato ed aveva chiesto di essere pagato come comparsa: “Ho perso la giornata perché sono stato qui tutto il giorno a guardarvi: mi avete affascinato e ora mi dovete risarcire”), è colpito dalla cordialità e dalla partecipazione della gente ( “Che filmo fato?”, “C’è Sofia stanotte?”, “Signor Di De Sico sempre bello e giovane…”, “Vittò…azione!”), dalla coralità dei gesti e dei comportamenti: “Il solito trambusto, il solito gridio dei bambini, la solita gente alle finestre. Con la mia voce suadente attraverso un megafono ho pregato di far silenzio per qualche minuto, di ritirarsi dalle finestre e chiuderle in quanto la scena si svolge durante la notte di Natale. E così è avvenuto. Grazie, ho detto io alla fine della scena e un migliaio di persone hanno risposto in coro, all’unisono, ma senza ombra di ridicolo o di sfottò: prego!”. Ma ciò che lo affascina di più nei napoletani è questo essere generosi e interessati nello stesso momento, sinceri e menzogneri, senza ombra di doppiezza, come frutto di una natura bizzarra che ha creato degli esseri generosi ma nello stesso tempo ha dato loro l’arma della furbizia per sopravvivere: “Quest’oggi la padrona del basso che mi ospita, ha voluto per forza offrirmi un piatto della loro minestra di riso e fagioli. Ero commosso dalla prodigalità di questa povera gente che si toglie un piatto della loro minestra così faticosamente guadagnata. Avevo appena finito di dire che era sorprendente la generosità e l’ospitalità del popolo napoletano, che mi commuove nel profondo del mio animo, che ecco si è avvicinata la padrona e ad un orecchio mi ha sussurrato: vedite un pò si putite ottenere dall’amministrazione un compenso per tutto o’ disturbo che ci prendiamo”. Dalle lettere inviate alla figlia Emy emergono dal set particolari curiosi e umani del De Sica uomo e regista, ad esempio un piccolo estratto tratto dalle tante lettere di lavorazione dal film “Ieri, oggi, domani”, nelle scene girate a Napoli, parlano di un De Sica in grande forma: “ho urlato per sei ore consecutive, contro le guardie sempre in mezzo, i passanti che fanno capolino, assetati anche loro di pubblicità, rumorosi e scherzosi, in quanto fanno le corna sulla testa del compagno inconsapevole e sorridente. Mastroianni è molto bravo e segue fedelmente i miei suggerimenti. Poi è arrivato Ponti che aveva un piccolo ascesso al dente. Ritiro per lui l’anatema che gli aveva mandato, i suoi capricci fanno parte del suo essere. D’altronde i rancori in me hanno la durata di un lampo. Dimentico facilmente ed è forse un bene per gli altri”. La sua umiltà fuoriesce in un estratto del 28 luglio 1960, mentre è sul set de “La ciociara”“cara Emy hai letto l’intervista che ha concesso Fellini per Il Messaggero? Che altra categoria di uomo! Io tutta modestia e generosità, lui tutto presunzione e avarizia di giudizi specialmente sul mio conto. Tutti i meriti sono suoi, di Rossellini e Zavattini. Il tempo però metterà a posto le coseSfoghi personali di un uomo e artista realmente umile, che a distanza di anni Emy ha giustamente espunto dalle lettere. Che diventano, quindi, un diario del set, uno strepitoso “dietro le quinte” su alcuni dei film più importanti nella carriera di De Sica. La funzione testimoniale di queste lettere, è dato anche dalla scrittura pulita ed efficace di De Sica, la lettura delle sue missive è godibile, divertente, ansiogena: si ride con lui, ci si preoccupa per lui, si esulta assieme a lui quando un film, o anche una sequenza, vengono finalmente portati a termine. E così dall’insieme delle lettere si scopre un De Sica più personale, ugualmente umano, ironico e sincero che scrive di getto alla sua amata figlia. E poi l’amore per Positano, per Ischia o per Capri: numerose sono infatti le righe in cui ad esempio De Sica scrive: “appena finito sul set, spero di arrivare a Positano per le 20.30, massimo 21 in punto”. O per fare un altro esempio, De Sica scrive alla figlia Emi, in una lettera del 1957, mentre è sul set di “Vacanze a Ischia”, che sta unendo l’utile al dilettevole: si rilassa, in vacanza, nell’isola che gli piace tanto, mentre è impegnato come attore protagonista nell’ultima fatica del suo maestro Mario Camerini.

I vicoli di Napoli, la città tanto amata, la sua patria di elezione.
I vicoli di Napoli, la città tanto amata, la sua patria di elezione.
De Sica con Sofia Loren e Marcello Mastroianni, i suoi interpreti negli anni della maturità.
De Sica con Sofia Loren e Marcello Mastroianni, i suoi interpreti preferiti negli anni della maturità.

♦ Un maestro di intuito, chiarezza e sensibilità

Cinquant’anni di carriera come attore teatrale e cinematografico, più di 140 pellicole interpretate, 31 dietro la macchina da presa, 4 premi Oscar attribuiti alle sue opere: ma Vittorio De Sica è stato uno dei maggiori protagonisti del cinema mondiale soprattutto perché ha saputo guardare nella realtà del suo tempo per restituirla allo schermo nella sua verità più profonda. Dal lungo apprendistato sulle tavole del palcoscenico, alla notorietà raggiunta con Gli uomini, che mascalzoni…”(1932), che gli aprì le porte del cinema facendolo diventare uno dei divi più pagati degli anni ’30, fino alla decisione di passare dietro la macchina da presa, il percorso di De Sica rivela la sensibilità e la caparbietà di un uomo che non si accontenta di fama e successo, ma che fa il suo mestiere per passione. E infatti, con l’inizio del fortunato sodalizio umano e artistico con Cesare Zavattini, De Sica comincia a portare sullo schermo le storie e i drammi della gente umile, facendole interpretare ad attori non professionisti, “gente presa dalla strada”, ponendo le basi di quella poetica “neorealista” che segnerà una svolta per l’intero cinema italiano. De Sica e Zavattini raccontano le tragedie di vite segnate dalla povertà del dopoguerra, come quelle degli “sciuscià”, ragazzini sbandati che vivono di espedienti, o del disoccupato Ricci, che vede naufragare la prospettiva di un lavoro per il furto della bicicletta; o del pensionato Umberto, la cui dignitosa povertà è ispirata al padre dello stesso De Sica. Ma nonostante il successo di critica e i premi prestigiosi, i film neorealisti suscitano molti attacchi da parte della classe dirigente, a cui non sfugge la critica sociale insita nella spietata rappresentazione della realtà italiana, e si scontrano con un mercato in cui imperversavano i film americani. De Sica e Zavattini fanno sempre più fatica a realizzare i loro film: dopo una serie di fallimenti economici De Sica ritorna a recitare, ritrovando un’enorme popolarità come attore in film leggeri. Dai primi anni ’60, dopo il successo de La ciociara”, anche il regista De Sica torna alla ribalta, dirigendo star di richiamo internazionale in produzioni di chiaro intento commerciale, film in cui tuttavia si riconosce l’impronta del grande direttore d’attori e dove la collaborazione con Zavattini continua a spargere semi “neorealisti”. Nel 1970 Il giardino dei Finzi Contini ottiene l’Oscar, il quarto della carriera di De Sica, ed è forse uno dei pochi capolavori del regista che siano stati premiati sia dalla critica che dal pubblico. Ma dei molti altri film che De Sica e Zavattini hanno cercato di realizzare negli anni ’60 e ’70, alcuni sono stati pesantemente modificati dai produttori, altri sono stati un fallimento economico, altri ancora non hanno mai visto la luce. De Sica muore il 13 novembre 1974: fino alla fine ha cercato inutilmente di trovare un finanziatore per Un cuore semplice, un soggetto tratto dal racconto di Flaubert che gli aveva già ispirato vent’anni prima il personaggio della servetta di Umberto D., e che forse sentiva come un ritorno al suo cinema più intenso e sofferto.

Vittorio De Sica sul set de
Vittorio De Sica sul set de “La ciociara”(1960), il capolavoro che regalò l’Oscar alla sua prediletta Sofia Loren.

♦ Un grande direttore d’attori

Si vantava di essere in grado di far recitare anche i sassi, ed era vero, perché nessuno come Vittorio De Sica ha reso attori, spesso per una volta soltanto, coloro che attori non erano. Grazie alle grandi capacità di De Sica nel tirare fuori l’attore che è dentro ogni individuo, sono nati personaggi indimenticabili: il disoccupato di Lamberto Maggiorani ( tornato, dopo una breve parentesi nel cinema, al suo lavoro di muratore ), il pensionato di Carlo Battisti ( nella vita professore universitario ), la servetta di Maria Pia Casilio ( diventata poi attrice e doppiatrice ). Per non parlare poi, dei bambini: lo straordinario Luciano De Ambrosiis, il Pricò de I bambini ci guardano(1943); gli sciuscià Rinaldo Smordoni e Franco Interlenghi; Enzo Stajola, il Bruno di Ladri di biciclette(1948); Piero Bilancioni, il figlio del portiere dell’episodio I giocatori dal film L’oro di Napoli(1954). Per trovare i protagonisti dei suoi film De Sica impegnava i suoi collaboratori in lunghe e meticolose ricerche, anche se poi, spesso, era lui stesso ad avere l’illuminazione di fronte a un volto che gli passava davanti quasi per caso. Come quello del professore Battisti, fermato per la strada; o di Lianella Carell, la moglie del disoccupato di Ladri di biciclette, e poi moglie di Totò ne L’oro di Napoli, arrivata al provino per intervistare De Sica e subito messa davanti alla macchina da presa. Per Miracolo a Milano il regista avrebbe addirittura voluto affidare la parte di uno dei capitalisti a un vero ministro, e la produzione dovette sudare sette camicie per trovargli un sosia perfetto. Per ottenere i risultati che voleva, De Sica con i suoi attori usava, innanzitutto, il metodo dell’imitazione: entrava lui nei personaggi, li faceva vivere davanti agli attori che dovevano interpretarli ed era lui stesso, di volta in volta, uomo, donna, vecchio, bambino, operaio e borghese, allegro e triste, usando a grande capacità interpretativa che aveva acquisito in tanti anni di teatro, fatto “all’antica italiana” ( come lo definì Sergio Tofano, uno dei maestri di recitazione di De Sica ) in cui ogni attore interpretava anche trenta ruoli in un anno, i più diversi, i più disparati. Quando poi non riusciva ad ottenere le reazioni desiderate, ricorreva a metodi non proprio ortodossi, che non sono contemplati in nessun manuale di recitazione: è rimasto famoso l’episodio, immortalato da Ettore Scola nel film C’eravamo tanto amati”(1974), dei mozziconi di sigaretta fatti nascondere nelle tasche di Enzo Stajola e le accuse rivolte al bambino di essere un “ciccarolo” per farlo piangere nella scena finale; o come ottenne il pianto della giovanissima Eleonora Brown, nel finale de La ciociara“Sofia- racconta De Sica in una lettera alla figlia Emy- ha eseguito la prima scena ( quella in cui dice a Rosetta: Manco più di Michele hai domandato…è morto, Michele!” ) meravigliosamente. Sto proseguendo ora con Rosetta. Per agitarla un pò le abbiamo detto cose atroci: se sua madre, in America, fosse morta, lei come reagirebbe? Se io le dicessi che è una stupida, deficiente, cretina, come lo sopporterebbe? E se io le dessi uno schiaffo, e gliel’ho dato, che faccia farebbe? Rosetta ha avuto un’espressione tragicamente angosciata”. Ma nonostante i metodi talvolta bruschi per ottenere dagli attori non professionisti i risultati voluti, De Sica spesso mantiene un legame affettuoso con le sue “scoperte”: Lamberto Maggiorani, licenziato dalla fabbrica in cui aveva trovato lavoro, viene chiamato da De Sica a interpretare un piccolo ruolo ne Il giudizio universale(1960), a cui partecipa anche Eleonora Brown; Lianella Carell è la moglie di Totò ne “L’oro di Napoli”(1954); ritroviamo Maria Pia Casilio in Pane, amore e fantasia(1953) con l’attore De Sica, che la dirige anche in Stazione Termini(1953) e in Lo chiameremo Andrea(1972). La sua predilezione per gli attori “presi dalla strada” non è legata soltanto, come si potrebbe pensare, al periodo neorealista, ma la possiamo registrare anche in tempi in cui il cinema neorealista è ormai morto e sepolto e trionfa il cinema industriale, con attori professionisti, e De Sica è diventato uno dei più famosi, apprezzati (e meglio pagati) tra i registi cosiddetti “star director”. Quando dirige, cioè, attori come Sofia Loren, la prediletta, come Marcello Mastroianni, come Richard Burton: stelle di prima grandezza che De Sica fa recitare con naturalezza, come se li cogliesse in una “tranche de vie”, affida spesso i ruoli minori ad attori presi dalla vita. Come nel film Ieri, oggi, domani(1963) quando per la sequenza del carcere ricorre a carcerate autentiche che si sono presentate a lui con tanta spontaneità e verità. Scrive a Emi: “C’è la donna che fa il personaggio di Terremota. Ha 29 anni, si chiama Gemito Vicenza. Ha nove figli, il primo l’ha avuto a 17 anni. Suo marito, soprannominato ‘0 frato d’o cinese, fa il contrabbando di sigarette all’ingrosso ed è stato due anni e mezzo a Poggioreale per oltraggio alle guardie di finanza. Invece Vincenza è stata 113 volte a Poggioreale e le sue due sorelle una cinquantina di volte. É orgogliosa quando ripete il titolo di un giornale che annunciava “Gemito dalle 113 condanne”. Sa tutto del carcere e ci informa su tutti i dettagli. Dice che in carcere, inzomma, nun se sta male”. Ma è una scelta sempre più difficile, perché i tempi di lavorazione di queste megaproduzioni sono stretti e non consentono perdite di tempo con gli attori: “…la Sorrentina non attaccava mai in tempo la sua battuta. L’ho rimproverata, in quanto abbiamo dovuto riprendere la scena sei volte e Sofia aveva da esprimere commozione e gioia, quindi una forte dose di fiato e di emozione. La Sorrentina si é scusata perché ha suo figlio che nun se sente bene. (…) La Terremota, al secolo Vincenza Gemito dalle 113 condanne, invece, diceva la battuta “E maritete, sai che piacere i figli!” e appena detta guardava me come a chiedere se l’aveva detta bene. Ho fatto una ventina di prove e sei ciak” (…) Dovrò ricorrere per le scene seguenti, ad attrici del teatro napoletano, le più autentiche, che non abbiano ancora assunto la fisionomia di attrici. Le non professioniste sono troppo impacciate e ho sudato sette camicie per le scene eseguite nella cella”.
De Sica amava gli attori, anche quando era costretto a costatarne i difetti e le vanità. Forse perché era attore anche lui con i suoi colleghi fu sempre indulgente. Con Jean Paul Belmondo al quale perdonava anche l’indisciplina: “Belmondo invece è il più insolente attore che io abbia mai conosciuto – scrive alla figlia dal set de La ciociaraE ci vuole la mia pazienza ed il mio entusiasmo per spingerlo a stare con la testa al lavoro ed eseguire, e l’eseguisce, la scena come si deve. E’ distratto, sbadiglia, bisogna sempre chiamarlo perché starebbe sempre in camerino a dormire. Ma è molto simpatico e intelligente e questo compensa il suo menefreghismo”. Fu indulgente anche con Marcello Mastroianni con il quale ebbe un rapporto paterno (Mastroianni gli dette sempre rigorosamente del lei e lo chiamò sempre commendatore) di grande stima reciproca, anche se talvolta nelle lettere ne rileva i difetti: “Mastroianni vorrebbe andare via. Lavorare per lui è un martirio”. Per Sofia Loren ha invece una vera e propria ammirazione: si capisce che De Sica considera Sofia – sempre brava, sempre diligente, sempre attenta – una sua creatura. Ed a buon diritto, perché De Sica ne scoprì l’anima popolare nel personaggio della Pizzaiola de L’oro di Napoli e la valorizzò in film di grande valore, anche se si trovò spesso a combattere con le leggi dello “star system”: “E’ venuto Ponti che ha veduto il materiale (di Matrimonio all’italiana) in moviola. Gli è piaciuto. A sera la montatrice mi ha detto che Ponti ha suggerito di diminuire i primi piani di Mastroianni e di aumentare quelli di Sofia, tenendoli il più possibile fermi: se io seguissi il suo consiglio risulterebbe un personaggio statuario, colto da paralisi progressiva…”. 

De Sica con Enzo Stajola, il piccolo interprete di
De Sica con Enzo Stajola, il piccolo interprete di “Ladri di biciclette”.
De Sica e la figlia Emi, in una foto della metà degli anni '40.
De Sica e la figlia Emi, in una foto della metà degli anni ’40.

♦ Una vita divisa in due

Racconta Emi De Sica che quando sua madre, Giuditta Rissone, conobbe Vittorio, pensava che si trattasse di un attore anziano e navigato, perché in teatro si era specializzato in parti da vecchietto: faceva il caratterista perché si sentiva brutto, certamente non tagliato per i ruoli di “primo amoroso”. E’ Giuditta, la prima attrice della compagnia di Luigi Almirante e Sergio Tofano, a incoraggiarlo al grande passo: “Quando entrò in scena, fu adorabilmente sentimentale, e nessuno dimostrò di meravigliarsene troppo – racconta la Rissone in un articolo apparso su “Film” nel 1939 – disse ripetute volte “Ti amo” e nessuno si permise di sghignazzare; mi baciò lungamente sulla bocca e il teatro non crollò affatto… E fu proprio in quella sera lontana che nacque il nostro amore”. Giuditta ha sei anni più di Vittorio e appartiene a una famiglia d’arte d’origine piemontese che lavora nel teatro da molte generazioni. I figli più dotati fanno gli attori, gli altri si dedicano ai mestieri del teatro. Il padre di Giuditta faceva l’attrezzista e dei suoi cinque figli soltanto due, Giuditta e Checco, avevano superato la prova del palcoscenico. Per più di dieci anni De Sica e la Rissone recitano insieme, condividendo successi e fiaschi, difficoltà economiche e improvvise fortune, in un sodalizio professionale e sentimentale che sfocerà nel matrimonio, nel 1937, quando De Sica è ormai una star del cinema. La notizia delle nozze, avvenute in stretta forma privata, venne data da un giornale specializzato, con un servizio fotografico esclusivo di cui è autore addirittura Lucio Ridenti, noto critico teatrale e direttore di Dramma. Il titolo è: “Fiori d’arancio in Cinelandia: Vittorio De Sica e Giuditta Rissone”, e questo è il testo delle didascalie che commentano le foto: “E così si sono sposati, e vivranno felici e contenti. La notizia, per quanto tenuta nascosta e data soltanto all’ultimo momento, è naturalmente trapelata. Ma gli sposi che avevano deciso davvero di fare un matrimonio il più modesto e segreto possibile (davvero, non come le famigerate coppie americane…) sono riusciti nel loro intento. Alla cerimonia, semplicissima, non assistevano infatti che i due testimoni, Umberto Melnati e Luigi Chiarelli, il primo per la sposa, il secondo per De Sica, e Lucio Ridenti, autore delle fotografie che vi presentiamo e che documentano l’avvenimento. Lo sposalizio è stato celebrato nella chiesa di S. Pietro, ad Asti, dal parroco Emilio Cavallotti che ha tenuto gelosamente segreta la data del matrimonio. Era il 10 aprile 1937. Dopo la cerimonia, v’è stata una piccola colazione in casa dei parenti della sposa. E poi subito di ritorno a Torino, al teatro Alfieri, al lavoro per la nuova commedia “Una più due” di Chiarelli… “. L’anno dopo, nel 1938, nasce Emilia, detta Emi: i primi tempi la piccola viene aggregata alla compagnia, com’era già successo a Giuditta e ai suoi fratelli, ma i tempi sono cambiati e le entrate della famiglia De Sica sono ben più sostanziose di quelle della famiglia Rissone. L’attrice comincia a sentire una forte incompatibilità fra l’arte e la maternità, e decide di lasciare il palcoscenico per dedicarsi alla bambina. Negli anni successivi le sue apparizioni nel cinema e nel teatro saranno molto sporadiche, e Giuditta continuerà una vita riservata e schiva, propria del suo carattere. Nel 1942, durante la lavorazione di Un garibaldino in convento, De Sica conosce quella che sarebbe diventata la sua compagna fino alla sua morte, Maria Mercader. La Mercader è una giovane attrice spagnola arrivata in Italia nel 1939, a vent’anni, dopo aver girato diversi film in patria. Il primo impatto della protagonista Maria con il regista De Sica è tempestoso, perché per i primi tre giorni la lascia chiusa nel camerino senza chiamarla a recitare. Al quarto giorno, l’attrice scende in teatro come una furia e De Sica si giustifica: “Un set cinematografico è come un teatro, gli attori devono essere tutti presenti, anche quelli che entrano soltanto all’ultimo atto…”. Dopo qualche giorno De Sica però abbandona la sua aria professionale e comincia a farle una corte serratissima: “Mi diceva che mi aveva sognato vestita di bianco” – racconta Maria – … io tagliavo corto rispondendo che gli attori non mi interessavano: allora mettersi con un uomo sposato era pura follia, ma io mi sono innamorata e non ho pensato alle conseguenze…”. De Sica le promette: “Non so come, ma un giorno ti sposerò”. Riusciranno a diventare marito e moglie venticinque anni dopo. Vittorio ha sempre avuto la fama di “tombeur de femmes”, ma la Rissone, che ha spesso dovuto chiudere un occhio sulle frequenti trasgressioni del marito, quando De Sica comincia il legame con Maria Mercader capisce che si tratta di una cosa seria. Nonostante la sofferenza, si preoccupa, d’accordo con il marito, di preservare la tranquillità della piccola Emi, accettando un ménage di facciata che non faccia mancare alla bambina la presenza affettuosa del padre. Per stare vicini De Sica e la Mercader lavorano insieme in alcuni film, come Cuore(1947), di Duilio Coletti, in cui Vittorio è il maestro che si innamora della giovane collega Maria, o Buongiorno, Elefante!(1951), di Gianni Franciolini, in cui sono i genitori di una famiglia povera e numerosa ma felice. Nel 1949 nasce Manuel, il primogenito di Maria Mercader, e due anni dopo Christian: comincia la “doppia vita” di De Sica, che per nascondere ai figli la verità si divide tra due case. Quando sta con Emi, Manuel e Cristian lo credono in viaggio e viceversa. A Natale fa due cenoni, a Capodanno, per rispettare la scadenza della mezzanotte, non avendo il dono dell’ubiquità, mette l’orologio due ore avanti nella casa dei due bambini più piccoli e quindi più creduloni, per poi passare a casa di Emi e brindare con lei. Emi scopre la verità a quindici anni, quando una compagna di scuola le fa leggere un rotocalco con un servizio fotografico sulla nuova famiglia di suo padre. Racconta che corse subito all’edicola vicino casa e comprò tutte le copie della rivista per non farle leggere a sua madre, che credeva ignara. Poi affrontò suo padre: “Voglio conoscere i miei fratelli”, intimò. De Sica pianse e la ringraziò per la sua bontà d’animo e generosità, ma rimandò con i più banali pretesti l’incontro per anni. “Un giorno mi feci coraggio – racconta Emi, – e telefonai a Maria. Quando sentì il mio nome per poco non svenne. Fu lei che me li fece incontrare. Restammo su una panchina ai Parioli per alcune ore. Ci raccontammo le nostre infanzie e nostro padre, visto dalla mia e dalla loro esperienza. Concludemmo che era un gran pasticcione e che si era complicata la vita soltanto per bontà e per il grande amore che nutriva per noi. Sicuramente, quel giorno, tutti e tre amammo di più nostro padre”. De Sica sposerà Maria Mercader il 6 aprile 1968, a Fains, con Roberto Rossellini come testimone. Dopo vari tentativi di ottenere il divorzio dalla Rissone all’estero e un matrimonio nullo in Messico, De Sica si è dovuto trasferire in Francia per tre anni e diventare cittadino francese. Manuel e Christian seguiranno le orme paterne: il primo è stato un affermato compositore di colonne sonore per il cinema, il secondo, oltre a una brillante carriera d’attore, ha al suo attivo numerose regie cinematografiche.

Vittorio De Sica e l'amata Maria Mercader, in una scena del film
Vittorio De Sica e l’amata Maria Mercader, in una scena del film “Buongiorno, elefante!”(1951).
Siamo agli inizi degli anni '70, De Sica è con i suoi ragazzi: Manuel, diventerà un valente musicista, e Christian, che seguirà le orme del padre, come attore e come regista.
Siamo agli inizi degli anni ’70, De Sica è con i suoi ragazzi: Manuel, diventerà un valente musicista, e Christian, che seguirà le orme del padre, come attore e come regista.

La straordinaria stagione di attore di mezz’età

Se prima della guerra De Sica aveva guadagnato cifre consistenti come star cinematografica, nel dopoguerra la sua situazione economica è diventata precaria, perché i quattro capolavori che segneranno per sempre il cinema mondiale gli hanno dato soltanto gloria. Insieme a Ladri di biciclette e a Miracolo a Milano sono nati Manuel e Christian, figli di Maria Mercader, e le esigenze della sua complicata vita familiare sono cresciute, ma anche come attore, appena finita la stagione neorealista, in un primo momento, le possibilità hanno cominciato a scarseggiare.

– ( Il processo di Frine e Pane, amore e fantasia)

L’attore De Sica è ancora legato al cinema sorridente degli anni ’30 e trova meno spazio come interprete nel cinema dell’immediato dopoguerra. Gli anni sono passati, la figura si è appesantita e i capelli sono diventati grigi. Soltanto il sorriso è sempre charmant. Ci vorrà, nel 1951, una vecchia volpe del cinema italiano come Alessandro Blasetti per capire che Vittorio De Sica può essere ancora riproposto al grande pubblico: in Altri tempi(1951) De Sica è protagonista, insieme a Gina Lollobrigida, dell’episodio intitolato Il processo di Frine, dove interpreta il ruolo di un avvocatucolo di provincia che riesce a far assolvere la bella Maria Antonia mostrando ai giudici le sue bellezze. Il grande successo dell’episodio e del personaggio dimostra che De Sica conserva ancora intatta la sua popolarità e, soprattutto, le sue grandi capacità di interpretazione. Dopo Altri tempi, all’attore De Sica si spalancano di nuovo le porte del grande cinema. Il nuovo ciclo si apre con Pane, amore e fantasia(1953), che fu un trionfo personale del grande Vittorio, di Luigi Comencini e di Gina Lollobrigida. Meraviglioso De Sica nei panni del “maresciallo Carotenuto”, personaggio popolarissimo destinato a rivivere in numerosi sequels e che gli sarebbe rimasto appiccicato addosso anche nella vita superando, di fronte al grande pubblico, persino la sua fama di regista di talento. I film a cui partecipa in poco più di vent’anni sono un numero veramente impressionante: ben 80 pellicole, una sequenza di parti importanti e talora particine, che gli fanno guadagnare cifre iperboliche, che spesso vengono prosciugate dal vizio del tavolo verde.

– ( I personaggi)

De Sica si butta a capofitto su tutto, non solo per guadagnare ma anche perché si diverte: ama il set, gli piace calarsi nei panni dei personaggi più disparati, si sente stimolato dalla competizione con i suoi colleghi più bravi, come Totò, come Peppino De Filippo e come Alberto Sordi, che ha lanciato personalmente nel cinema, producendo ( in realtà anche dirigendo ) il suo primo film da protagonista, Mamma mia, che impressione!(1951). De Sica e Sordi si ritrovano spesso a lavorare insieme, in uno scambio di ruoli continuo ( Sordi chiamerà l’attore De Sica nel suo secondo film da regista, Un italiano in America-1967 ): ne Il Conte Max(1957) De Sica passa ufficialmente il testimone a Sordi, facendo da spalla al personaggio del giornalaio con aspirazioni mondane che lui stesso aveva portato sullo schermo vent’anni prima. Tra i tanti film dichiaratamente commerciali interpretati da De Sica in quegli anni, si distingue la sua intensa prova d’attore in un film di un altro grande regista del cinema neorealista, Roberto Rossellini, suo amico fraterno. Il generale Della Rovere(1959) è pensato e scritto per lui: De Sica interpreta magistralmente la figura di un imbroglione che durante la guerra finisce in prigione sotto le mentite spoglie di un generale dell’esercito italiano. Alla fine, l’imbroglione riscatterà la sua misera vita andando a morire con grande dignità, come se fosse veramente il generale Della Rovere. La pellicola vinse il Leone d’oro al festival di Cannes, grazie anche all’ottimo apporto drammatico di un De Sica in stato di grazia.

Con il personaggio dell'avvocato in
Con il personaggio dell’avvocato in “Altri tempi”(1951) di Alessandro Blasetti l’attore Vittorio De Sica rinasce a nuova vita.
“Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini: un grande regista – attore al servizio di un grande collega.
La foto - simbolo del neorealismo e del grande cinema di Vittorio De Sica.
La foto – simbolo del neorealismo e del grande cinema di Vittorio De Sica.

Domenico Palattella

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