Il cinema ritrovato e il ruolo del restauratore

Il ruolo del restauratore cinematografico, è quello che ridà vita, resuscita pellicole ritenute perse attraverso un lungo e complesso procedimento di restauro, o che riporta all'antico splendore le pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano. L'enorme patrimonio cinematografico italiano da conservare e preservare.
Restaurare un’opera d’arte vuol dire riportarla allo splendore originario, restaurare un’opera cinematografica vuol dire rendere immortali volti,pellicole e voci familiari che rimangono indelebili allo scorrere del tempo. Gli “angeli della pellicola”, così sono definiti i restauratori cinematografici, i quali hanno saputo preservare per i presenti e per i posteri i capolavori dell’arte cinematografica italiana.

Il restauro cinematografico è un’attività che sembra esercitare un notevole fascino sul pubblico contemporaneo: film “restaurati” vengono proposti nei circuiti di prima visione, pubblicizzati sui quotidiani, commercializzati come prodotti di eccellenza. A fronte di questo successo di popolarità, i principi, la storia e la prassi della disciplina rimangono spesso per il pubblico dei non addetti ai lavori un territorio misterioso, inesplorato e segreto. Capire cosa significa davvero restaurare un film vuol dire anche (soprattutto) interrogarsi sul senso di una pratica che richiede grossi investimenti di denaro, tempo e risorse. Perché restaurare i film? Può considerarsi una priorità di politica culturale? La risposta che si sceglie di dare a queste domande è destinata a influenzare il futuro dei film e il loro rapporto con gli spettatori di oggi e di domani, specie in un’epoca in cui la transizione al digitale pone il cinema di fronte a una delle più grandi trasformazioni della sua storia. Proprio nei momenti di rivoluzione l’entusiasmo del nuovo deve sposare la consapevolezza di quanto sia importante mantenere sulle azioni e sulle produzioni dell’uomo una prospettiva storica. Una prospettiva che il restauro del film pone come indispensabile, utopico, orizzonte di riferimento. Le nuove tecnologie consentono il restauro delle vecchie pellicole, la loro riedizione in Technicolor e la relativa ridistribuzione nelle sale. Gli interventi di recupero fanno si che i film restaurati siano il più possibile somiglianti a quelli visti dagli spettatori all’epoca della loro prima uscita in sala. Il lavoro di restauro della pellicola dunque, si ottiene attraverso complicatissimi procedimenti chimici, fisici ed elettronici che si svolgono in laboratorio. Si tratta di trasferire il vecchio negativo, a volte deteriorato e ridotto a brandelli, su un nuovo positivo. Le nuove tecnologie sono di grande aiuto in questo lavoro di recupero, ancora particolarmente costoso. Per riportare un film alla sua forma originaria, infatti, bisogna sapere con che tipo di macchina da presa è stato girato, quale tecnica è stata adoperata in fase di stampa della pellicola e rintracciare, se possibile, i vecchi appunti di edizione per ripristinare il montaggio originale. I primi interventi di restauro sono stati promossi da cineteche, archivi di Stato e associazioni private. Oggi esistono anche imprese specializzate nella ricerca di film muti, o comunque sonori antichi, che ne promuovono la riedizione e lo sfruttamento dei diritti. Le reti tematiche, infatti, offrono alle operazioni di recupero una possibilità di rientro economico. In Italia, dove buona parte del patrimonio cinematografico è andato irrimediabilmente perduto, o necessita in ogni caso, di attente opere di restauro, almeno dagli inizi degli anni 2000, si è andata diffondendo la cultura della conservazione e del restauro.

Una immagine di scena dal film
Una immagine di scena dal film “Via Padova 46″(1953), divertente pellicola degli anni ’50, ritenuta per lunghi anni perduta e ritrovata nel 2003 negli archivi della cineteca di Bologna. Restaurata, ha ritrovato la luce nel 2004. Un piccolo gioiellino dal cast monstre: Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto e Giulietta Masina.

Ormai da tanti anni la Cineteca di Bologna, in collaborazione con la Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si occupa della restaurazione delle opere cinematografiche nazionali, attraverso un lungo lavoro di ricerca e selezione che ha consentito di riportare alla luce opere meritevoli di essere riproposte al giudizio della critica e del pubblico. E non solo quelle già esistenti che necessitavano di un restauro, ma anche quelle ritenute irrimediabilmente perdute. Un esempio su tutti, nell’Archivio dell’Università di Bologna, ad opera della Cineteca di Bologna, è stata ritrovata nel 2003, la pellicola “Via Padova 46″(1953) ritenuta fino ad allora perduta. Una pellicola ritrovata non in condizioni ottimali, anzi pessime e altamente deteriorate, ma riportata alla luce attraverso uno scrupoloso e duro lavoro dei restauratori della stessa cineteca, e presentata al festival del cinema di Venezia, l’anno successivo tra scroscianti applausi. L’opera oggi appare mutilata in alcuni punti, e degli originari 93 min., ha perso irrimediabilmente una quindicina di minuti, è dunque di 78 min. la versione restaurata e restituita alla comunità e agli esperti. La pellicola che annovera nel cast attori del calibro di Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Carlo Dapporto e Giulietta Masina, è una deliziosa commedia giallo-rosa, con risvolti psicologici interessanti soprattutto nell’ambito della commedia di costume. E non è tutto, nel corso del primo decennio degli anni 2000, altre importanti pellicole hanno ritrovato la luce, e sono letteralmente rinate, dopo anni di oblìo. Alcune, scomparse per decenni negli archivi, possono essere considerate autentiche rarità: Botta e risposta (1950) di Mario Soldati è una delle prime testimonianze della Hollywood sul Tevere con Louis Armstrong che si esibisce con la sua orchestra e con numerosi cantanti e ballerini americani. Prodotto da Dino De Laurentiis, sceneggiato da Giovannini e Garinei, Steno, Monicelli, Maiuri e Marcello Marchesi, è un film corale in cui spicca la presenza, prima della serie di Don Camillo, di Fernandel, un pellegrino che giunge a Roma da Parigi per l’Anno Santo. Accanto a lui Nino Taranto, Enrico Viarisio, Dante Maggio, Isa Barzizza, Renato Rascel, Carlo Dapporto, Claudio Villa. L’eroe sono io (1952) di Carlo Ludovico Bragaglia è una variante comica de Lo sceicco bianco di Fellini: Righetto (Renato Rascel) vende gelati a Villa Borghese e sogna di diventare un divo dei fotoromanzi, ma non è all’altezza di Bob D’Alba (Achille Togliani). L’Italia del dopoguerra riprende a sognare con i suoi improbabili eroi e scenografie di cartapesta. E la pellicola presentata restaurata a Venezia nel 2007, è riportata integralmente all’antico splendore, con un Renato Rascel di verve comica assolutamente strepitosa. Specie nell’ultima scena, quella del salvataggio della fidanzata ( Delia Scala) su di una macchina in bilico su un burrone. Un piccolo gioiellino di comicità travolgente e non volgare, che ha ritrovato la luce. Cinque ore in contanti (1960) di Mario Zampi è un caso unico di humour inglese applicato al cinema italiano. Zampi, produttore e regista ciociaro trasferitosi con successo in Inghilterra, dove si fa apprezzare per alcune commedie, gira nei dintorni di Bolzano un film in doppia versione, italiana e inglese, con trio straordinario: Ernie Kovacs, la stella televisiva dell’Ernie Kovacs Shaw in onda su Nbc, Cyd Charisse e George Sanders, supportati, nella versione italiana, da Vittorio Caprioli, Vittorio Coop, Arnoldo Foà, Francesco Mulè e Riccardo Garrone. Il titolare di un’agenzia funebre si fa mantenere da ricche vedove conosciute ai funerali, finché si innamora di una di loro… una commedia al vetriolo sull’avidità e le multiformi espressioni della personalità umana. Il mantenuto (1961), prima regia di Ugo Tognazzi, una divertente commedia degli equivoci con una prostituta (Ilaria Occhini) che spaccia per suo protettore un uomo che porta a spasso il cane (ovviamente Tognazzi) e brevissima apparizione di Raimondo Vianello nella parte di un automobilista; Lo scatenato (1967) di Franco Indovina, in cui Vittorio Gassman, alias Bob Chiaramonte, attore di belle speranze ridottosi a lavorare solo per la pubblicità, è ossessionato dalla presenza di improbabili animali in una società sempre più caotica, ben colta dagli sceneggiatori Tonino Guerra e Luigi Malerba; L’onorata società (1961), altro film d’esordio, anzi di esordi: prima regia di Riccardo Pazzaglia e primo film da protagonisti per Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, lanciati da Domenico Modugno (amico di Pazzaglia dai tempi in cui erano entrambi allievi al Centro Sperimentale di Cinematografia), prima farsa sulla mafia, con cameo di Vittorio De Sica, capo dell’onorata società; Io non spezzo… rompo (1971) di Bruno Corbucci, il più divertente dei 7 film della coppia – lanciata da Dino De Laurentiis, prima di trasferirsi negli Stati Uniti – Alighiero Noschese-Enrico Montesano, nelle vesti di due improbabili poliziotti, con il grande imitatore che prende a modello linguistico il Volonté di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e interroga i figli travestendosi da Mike Bongiorno; infine, i due episodi La lepre e la tartaruga di Alessandro Blasetti (dal film Le quattro verità, 1962), che rivela le doti naturali di Monica Vitti per la commedia (così dichiaro l’attrice: «il mio maestro all’Accademia, Sergio Tofano, me lo ripeteva sempre: “Sei fatta per la commedia!”. Lo capì Blasetti, che mi affidò un ruolo in un film a sketches»), e La manina di Fatma di Vittorio Caprioli (dal film I cuori infranti, 1963), grande interpretazione di Franca Valeri e omaggio ad Aldo Giuffrè scomparso da pochi anni. Due storie di donne che fanno di tutto per riconquistare il loro uomo, con le armi della simpatia la Vitti, con armi vere la Valeri, proprietaria di un baraccone da fiera e tiratrice provetta. Nel primo decennio degli anni 2000, rivide la luce anche “E’ arrivato l’accordatore”(1951), uno dei più bei film con Nino Taranto protagonista assoluto e un Alberto Sordi giovanissimo. Restaurato da pochi anni è poi, il miglior film con Tino Scotti protagonista, il grande e scatenato attore milanese oggi ingiustamente dimenticato: “E’ arrivato il cavaliere”(1950), di Steno e Monicelli. Il film è una scatenata commedia popolare, di spiccato gusto surreale, con Tino Scotti nel ruolo del cavaliere milanese, scatenato, surreale, dalla parlantina incredibile, e dai giochi verbali di superba efficacia. Un attore che negli anni ’50, ha conosciuto la ribalta nazionale, con una serie di film incentrati sulle sue doti interpretative, non comuni, e che ha conosciuto un piccolo rilancio anche negli anni ’60. Un altro piccolo gioiellino rinato grazie alla sapiente opera dei restauratori. Questo come la pellicola precedente, appare mutilato in alcuni punti, ma ciò non fa che aumentare il fascino per qualcosa che si era perso, che fino a poco fa non c’era, se non per mere testimonianze scritte.

Lo scatenato Tino Scotti, in una piccola perla degli anni '50,
Lo scatenato Tino Scotti, in una piccola perla degli anni ’50, “E’ arrivato il cavaliere!”(1950), presentato restaurato nel 2007 al festival del cinema di Venezia. Evidentemente mutilato in alcuni punti, il film è stato riportato alla luce grazie alla sapiente opera di restauro dei maestri restauratori. Uno dei film più pazzi degli anni ’50, da vedere!

Non solo opere perdute e ritrovate, ma opere in stato di deterioramento, che necessitavano e necessitano di lavori di pulizia del colore e della fotografia, e in alcuni casi anche di audio. Così, una caterva di pellicole, in stato di salute non propriamente dei migliori, nel corso degli anni hanno ritrovato un restyling definitivo, alcuni capisaldi della comicità, come Tempo massimo (1934), con Vittorio De Sica, e Imputato alzatevi! (1939), con Macario, entrambi di Mario Mattoli, Non ti pago! (1942) di Carlo Ludovico Bragaglia, che vede riuniti tre fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, Guardie e ladri (1951) di Mario Monicelli e Steno, con Totò e Aldo Fabrizi, Lo scapolo (1955) di Antonio Pietrangeli, con Alberto Sordi, di cui viene proposta anche la travolgente deposizione di Nando Moriconi in Un giorno in pretura (1954) di Steno la pochade Le pillole di Ercole (1960), primo film italiano di Luciano Salce, con Nino Manfredi che duetta con Francis Blanche e Vittorio De Sica, Il giovedì (1964) di Dino Risi, una delle più ispirate interpretazioni di Walter Chiari, un padre separato alle prese con la visita settimanale al figlio, Il domestico (1974) di Luigi Filippo d’Amico, tragicomica storia d’Italia dalla seconda guerra mondiale agli anni Settanta vissuta attraverso le avventure di un uomo (Lando Buzzanca all’apice del successo) al servizio degli altri. E infine anche capolavori assoluti come “La dolce vita”(1960), “C’era una volta il west”(1968)“Ladri di biciclette”(1948) già esistenti, ma restaurati per mostrarli al mondo nel pieno della loro lucentezza e del loro splendore, in ultimo ad esempio, il capolavoro di Francesco Rosi, “Le mani sulla città”(1963), presentato in prima assoluta dopo il restauro, al festival di Venezia edizione 2014.

L'ultimo dei grandi capolavori della nostra cinematografia ad essere restaurato:
L’ultimo dei grandi capolavori della nostra cinematografia ad essere restaurato: “Le mani sulla città”(1963) di Francesco Rosi, presentato all’edizione 2014 del festival di Venezia.

Punto chiave del restauro poi, è essere informati in maniera chiara ed inequivocabile su tutte le varianti di ogni singolo film: il film così come è stato ritrovato, il film come risultava alla prima presentazione pubblica, il film come era stato pensato originariamente dal regista (prima che intervenissero, per es., la censura o problemi con la produzione), il film presentato in una versione che tenga conto dell’esistenza di un pubblico moderno e del suo diverso modo di recepire lo spettacolo cinematografico oggi, il film reinterpretato da un artista contemporaneo. Nell’ultimo decennio, la deontologia legata al restauro si è sviluppata ulteriormente e si è arrivati oramai alla consapevolezza che ogni singolo film pone una serie di problematiche specifiche, più articolate di quelle proposte dalla Bowser, legate all’esistenza, all’epoca e alla sopravvivenza oggi di più versioni e/o edizioni. Questo nodo metodologico è fondamentale per comprendere il lavoro di restauro: occorre fare una netta separazione tra le versioni che sono esistite all’epoca dell’uscita del film e anche successivamente (importanza della ricerca extrafilmica) e gli elementi di queste versioni che sopravvivono ancora oggi (ricerca delle copie, censimento). La decisione di quale versione restaurare è legata in modo indissolubile a questa problematica. Ogni intervento che viene operato deve essere dettagliatamente documentato e deve poter essere reversibile. La documentazione relativa al restauro di un film è di due tipi: un primo modo, fondamentale, consiste nell’inserire all’inizio o alla fine del film restaurato una breve spiegazione che denunci i materiali di partenza e spieghi a grandi linee il tipo di intervento eseguito. Il secondo consiste nella creazione di un dossier di restauro che testimoni l’iter delle scelte compiute e delle lavorazioni eseguite. Le grandi potenzialità che il digitale ha consegnato nelle mani dei restauratori non sono state accompagnate da un’attenzione adeguata al tema della documentazione dell’intervento, che resta ancora praticata in maniera parziale e assolutamente non soddisfacente. I trasferimenti dei film da analogico a digitale e l’espandersi delle proiezioni digitali rendono invece più che mai urgente la definizione e la condivisione di un sistema di documentazione che consegni al futuro, insieme alle opere anche le informazioni necessarie per conoscere i grandi interventi che in questi anni sono stati compiuti sul patrimonio cinematografico italiano e più in generale su quello mondiale.

Il restauro di una pellicola cinematografica è un'opera complessa che richiede tempo e pazienza. Numerosi procedimenti chimici si alternano a quelli prettamente digitali, per poter riportare la pellicola indietro nel tempo, più somigliante possibile a quella delle prime uscite nelle sale. Colore, montaggio, fotografia, audio...tutto è sottoposto ad una attenta opera di revisione e di pulizia, perchè così come un dipinto di Leonardo Da Vinci, anche un'opera di De Sica o di Antonioni, sono meritevoli di restauro, per rimanere nei secoli, perchè l'arte va salvaguardata, soprattutto quella cinematografica.
Il restauro di una pellicola cinematografica è un’opera complessa che richiede tempo e pazienza. Numerosi procedimenti chimici si alternano a quelli prettamente digitali, per poter riportare la pellicola indietro nel tempo, più somigliante possibile a quella delle prime uscite nelle sale. Colore, montaggio, fotografia, audio…tutto è sottoposto ad una attenta opera di revisione e di pulizia, perchè così come un dipinto di Leonardo Da Vinci, anche un’opera di De Sica o di Antonioni, sono meritevoli di restauro, così per rimanere nei secoli, perchè l’arte va salvaguardata in tutte le sue forme, soprattutto quella cinematografica.

Domenico Palattella

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