Le pellicole memorabili della Dolce Vita: 37 grandi commedie all’italiana.

Il genere della commedia all'italiana ha prodotto i massimi capolavori della storia del cinema italiano nell'arco di 30 anni: dagli anni '50 all'inizio degli anni '80, che sono stati nella loro interezza il massimo mai prodotto dalla cinematografia italiana. Nella foto Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni in una scena del capolavoro di Mario Monicelli
Il genere della commedia all’italiana ha prodotto i massimi capolavori della storia del cinema italiano nell’arco di 30 anni: dagli anni ’50 all’inizio degli anni ’80, che sono stati nella loro interezza il massimo mai prodotto dalla cinematografia italiana. Nella foto Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni in una scena del capolavoro di Mario Monicelli “I soliti ignoti”(1958).

Il genere della commedia all’italiana fiorente dagli inizi degli anni ’50 agli inizi degli anni ’80, ha prodotto nel corso di questi 30 anni, capolavori assoluti della nostra cinematografia. Pellicole, volti e autori rimasti indelebilmente nel patrimonio culturale nazionale. Presento quì una selezione di 37 pellicole memorabili della commedia all’italiana, dai primi vaggiti di “Pane, amore e fantasia”(1953)“La famiglia Passaguai”(1952); fino al suo testamento artistico identificabile nel capolavoro di Ettore Scola, “La terrazza” datato 1980. Nella selezione quì operata ( secondo il puro criterio cronologico), sono escluse le commedie all’italiana ad episodi, i quali rappresentano comunque, una parte importante e corposa di tale genere. Il fatto che autorevoli critici e studiosi cinematografici affermino che la commedia all’italiana sia “quasi dispoticamente dominata dai 4 mostri della commedia all’italiana [ Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi n.d.r.] più l’apporto dell’internazionale Marcello Mastroianni” e del talento istrionico di Walter Chiari è confermata dalla suddetta selezione, che consta di 27 film su 37 con presenti gli attori appena nominati. Ma nella selezione vi sono anche film con Aldo Fabrizi, con Totò, con Renato Rascel, con Mario Carotenuto, con Gastone Moschin, soprannominato il “signore” della commedia all’italiana, insomma altri grandi e leggendari volti del nostro cinema. E anche la presenza fissa nella selezione, qui operata, di registi come Risi, Monicelli, Comencini e Germi ci fa capire, oltre agli interpreti, chi siano stati i maestri della commedia all’italiana. Pellicole che sono entrate di diritto nella storia del cinema italiano e in grado di descrivere, meglio di qualunque trattato sociologico, l’Italia dal dopoguerra alle porte degli anni ’80.

1. La famiglia Passaguai (Italia 1952, b/n, 90 min.) di Aldo Fabrizi. Con Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Ave Ninchi, Luigi Pavese, Tino Scotti.

La famiglia Passaguai (1951)
La domenica a mare della famiglia Passaguai- il capofamiglia Peppe (Fabrizi), la moglie Margherita (Ninchi), i figli Pecorino( Delle Piane), Marcella (Ralli) e Gnappetta (Zarfati)- inizia con i laboriosi preparativi per la colazione in spiaggia, prosegue con un avventuroso viaggio in taxi più autobus e, una volta arrivati al lido di Ostia, diventa una vera ossessione per gli scontri con un bagnante ( Pavese) e la sua anguria, per le immotivate gelosie della moglie, gli equivoci innescati dal collega ragioniere (P. De Filippo) e l’inopinata presenza del capufficio (Scotti).
La domenica al mare della
Scatenata commedia di costume e degli equivoci dove Aldo Fabrizi nel triplo ruolo di regista, attore e sceneggiatore ironizza sui comportamenti di una piccola borghesia che si confronta a fatica con i primi segni del benessere. Utilizzando l’esilissima trama come un vero e proprio canovaccio su cui innestare invenzioni e trovate, Fabrizi fonde meravigliosamente gli elementi caratteristici della sua comicità ( il tipo romano pacioso e un pò tonto, bistrattato da tutti, a cominciare dall’ingombrantissima moglie) in una struttura che alterna elementi addirittura slapstick- le ripetute gag con l’anguria, l’esilarante trovata del volto deformato dal peso della moglie- a situazioni più tradizionali derivate dall’avanspettacolo o dal teatro boulevardier, ottenendo effetti comici spesso irresistibili. “La famiglia Passaguai” dunque, non è solo uno spaccato della piccola borghesia degli anni ’50, ma soprattutto un capolavoro di comicità verbale e fisica che ancor oggi mantiene inalterato il suo fascino irresistibile. Primi scampoli di commedia all’italiana.

2. Totò a colori (Italia 1952, col., 104 min.) di Steno. Con Totò, Isa Barzizza, Mario Castellani, Luigi Pavese e Virgilio Riento.

z- commedie all'italiana 3
Il musicista incompreso Antonio Scannagatti ( Totò), autonominatosi “il cigno di Caianello”, aspetta da anni la risposta dell’editore Tiscordi di Milano (Pavese) a cui ha inviato una sua composizione. Sperando in un’audizione ruba dei soldi al focoso cognato siciliano ( D’Assunta) e parte per Milano: capiterà prima a Capri tra un gruppo di esistenzialisti, viaggerà poi in vagone letto esasperando l’onorevole Trombetta ( Castellani) per introdursi infine, scambiato per infermiere, nello studio di Tiscordi.
La celeberrima scena nel wagon-lit con l’onorevole Trombetta, interpretato dalla sua spalla fissa, Mario Castellani, un autentico fuoriclasse.
Il primo film italiano a colori è antologia dei più bei brani del Totò teatrale e dei suoi sketch migliori. Accanto alla famosa scena dell’aggressione all’onorevole nel wagon lit ( “Chi non conosce quel trombone di suo padre” che si conclude con il celeberrimo “ma mi faccia il piacere!” e dove ci sono battute entrate nel mito come “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” oppure ” Ogni limite ha una pazienza”), alla scena degli esistenzialisti a Capri ( con la gag dello sputo nell’occhio) ci sono due delle sue prestazioni marionettistiche più alte: “il Pinocchio disarticolato che si affloscia infine, lasciate le corde, in mucchio angosciante di legni senz’anima, capolavoro di un Totò robot folle e metafisico, e il “gran finale” del direttore d’orchestra fuoco d’artificio, furia pluriorgiastica di esplosioni a girandola, a schizzo e a von-braun, e di continue interne metamorfosi”. Assolutamente geniale, il miglior film di Totò.

3. Pane, amore e fantasia ( Italia 1953, b/n, 92 min.) di Luigi Comencini. Con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Marisa Merlini, Tina Pica, Roberto Risso.

pane_amore_e_fantasia_vittorio_de_sica_luigi_comencini_017_jpg_emnu
Inviato a Sagliena, nell’Abruzzo, dalla natia Sorrento, il maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto ( V. De Sica) non può impedirsi di essere galante con le donne: diviso fra il desiderio per la bella “bersagliera” ( Lollobrigida) e quello per la levatrice Annarella (Merlini), finirà per agevolare l’amore della prima per il timido carabiniere Stelluti ( Risso) e consolarsi con la seconda, sempre sotto l’attento occhio vigile della sua governante Caramella ( Tina Pica).
Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida nel film “Pane, amore e fantasia”(1953). Il primo film delle avventure dell'amabile maresciallo dei Carabinieri e dell'avvenente Bersagliera.
Enorme successo popolare ( un miliardo e mezzo di incassi) per il film che fu considerato il punto di svolta del nostro cinema verso la commedia all’italiana. Annusando l’aria di disimpegno degli anni ’50, il film è costruito secondo le regole tradizionali della commedia dell’arte con i suoi caratteri predeterminati ( che poi erano i tipi fondamentali della società contemporanea: De Sica nei panni del vecchio ancora piacente ma comico nel suo gallismo, la Lollobrigida come impertinente amorosa, Risso nel ruolo del bel giovane e tutta una serie di ottimi caratteristi a far da spalla) ma aggiornata da una struttura narrativa- nuova per l’epoca- fatta di piccole scenette conchiuse e intrecciate tra loro, capaci di offrire un divertente quadro della provincia abruzzese. Indimenticabili e rimaste nella memoria collettiva le prove di Vittorio De Sica, amabilmente buffonesca; e di una Lollo, consacrata da questo film a ruolo di star, di superba presenza fisica. Tanto fu il successo del vero protagonista della serie, cioè De Sica e il suo maresciallo, che lo stesso attore sarà protagonista di altri tre film della serie, che confermeranno l’enorme successo del primo film.

4. Poveri ma belli (1956) (Italia 1956, b/n, 101 min.) di Dino Risi. Con Renato Salvatori, Marisa Allasio, Maurizio Arena, Alessandra Panaro e Lorella De Luca.

Poveri ma belli (1957)
Due bellimbusti trasteverini, Romolo (Arena), e Salvatore (Salvatori), litigano per la stessa ragazza ( Allasio), ma poi finiscono per interessarsi e fidanzarsi con le rispettive sorelle ( Panaro e De Luca).
Renato Salvatori e Maurizio Arena intenti a corteggiare la bella Marisa Allasio, il trio delle meraviglie del film
Il regista Dino Risi parlò di “neorealismo adattato alle esigenze della nostra società”, la critica storse il naso, il pubblico affollò le sale. Ormai fa parte della storia del nostro cinema: un film dialettale, giovanilmente scanzonato, proletario nell’estrazione ma piccolo-borghese nello spirito, che decretò il successo di un genere ( la commedia all’italiana) e di un regista in perfetta sintonia con l’evoluzione del costume nazionale. I cinque giovani attori, prima di allora poco conosciuti, passarono subito alla notorietà dando vita a dei personaggi tipici e destinati a durare nel tempo ( il bullo, la fidanzatina smaliziata ma per bene). In ogni caso Salvatori, Arena e la Allasio, da quel momento in poi, godettero di una intensa attività cinematografica, spesso diretti dai più importanti autori italiani.

5. Totò, Peppino e la…malafemmina (Italia 1956, b/n, 118 min.) di Camillo Mastrocinque. Con Totò, Peppino De Filippo, Teddy Reno, Dorian Gray e Vittoria Crispo.

toto_peppino_e_la_malafemmina
Decisi a stroncare la relazione tra il loro nipote Gianni ( Reno) e una soubrette ( Gray), i fratelli Capone- Antonio, Peppino e Lucia ( Totò, De Filippo e Crispo)- vanno a Milano per corrompere la donna e naturalmente, i due fratelli finiscono in un ristorante di lusso in compagnia di alcune donnine allegre. L’amore tra i due giovani, invece, è sincero e ai fratelli Capone non resterà che insegnare al nipotino a tirare i sassi contro le finestre dell’odiato vicino Mezzacapa ( Castellani).
La celeberrima scena della dettatura della lettera, tratta dal film “Totò, Peppino e la malafemmina”(1956). Una scena in cui Totò e Peppino De Filippo si superano, regalando al pubblico, un gioiello entrato di diritto nel panorama culturale del nostro paese. Immortali!
Ispirato alla canzone “Malafemmina” scritta da Totò dopo l’infelice amore per Silvana Pampanini e quì cantata da Teddy Reno, è il primo film dove i nomi di Totò e Peppino sono associati nel titolo ed è il loro capolavoro, un gioiello di comicità surreale con l’esilarante scena della dettatura della lettera, entrata di diritto nella storia del cinema italiano. Indimenticabile anche il loro arrivo a Milano, intabarrati come cosacchi, con le provviste per la sopravvivenza e una lanterna a olio per orientarsi nella nebbia, perché “a Mliano quando c’è la nebbia non si vede”.

6. I soliti ignoti ( Italia 1958, b/n, 111 min.) di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Claudia Cardinale, Tiberio Murgia, Carlo Pisacane e Totò.

Cinque poveracci- il fotografo Tiberio ( Mastroianni), il pugile Peppe ( Gassman), il ladro Mario ( Salvatori), il siciliano Ferribotte ( Murgia) e lo stalliere Capannelle ( Pisacane)- riescono a farsi dare la soffiata di un colpo sicuro al monte di pietà. Vanno a lezione dallo scassinatore in pensione Dante Cruciani ( Totò) ma finiranno, anziché nella stanza della cassaforte, nella cucina di un appartamento, dove si consoleranno con una pentola di pasta e ceci.
Cinque poveracci- il fotografo Tiberio ( Mastroianni), il pugile Peppe ( Gassman), il ladro Mario ( Salvatori), il siciliano Ferribotte ( Murgia) e lo stalliere Capannelle ( Pisacane)- riescono a farsi dare la soffiata di un colpo sicuro al monte di pietà. Vanno a lezione dallo scassinatore in pensione Dante Cruciani ( Totò) ma finiranno, anziché nella stanza della cassaforte, nella cucina di un appartamento, dove si consoleranno con una pentola di pasta e ceci.
Il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all'italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi sbozzati alla perfezione, e che sono entrati a far parte della memoria collettiva. Gassman ( vincitore del Nastro d'argento) per la prima volta aveva una parte comica o brillante; la Cardinale e Murgia erano esordienti; Mastroianni si confermò a livelli altissimi, come uno dei talenti più splendenti del nostro cinema; e Totò memorabile nel ruolo dello scassinatore in pensione. Campione di incassi in Italia, e splendido successo anche negli Usa. Concorse inoltre all'Oscar come miglior film straniero. Due seguiti, uno immediato, con Manfredi al posto di Mastroianni; e uno trent'anni dopo nel 1986, con superstiti della squadra storica, soltanto Gassman, Mastroianni e Murgia.
Il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all’italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi sbozzati alla perfezione, e che sono entrati a far parte della memoria collettiva. Gassman ( vincitore del Nastro d’argento) per la prima volta aveva una parte comica o brillante; la Cardinale e Murgia erano esordienti; Mastroianni si confermò a livelli altissimi, come uno dei talenti più splendenti del nostro cinema; e Totò memorabile nel ruolo dello scassinatore in pensione. Campione di incassi in Italia, e splendido successo anche negli Usa. Concorse inoltre all’Oscar come miglior film straniero. Due seguiti, uno immediato, con Manfredi al posto di Mastroianni; e uno trent’anni dopo nel 1986, con superstiti della squadra storica, soltanto Gassman, Mastroianni e Murgia.

7. Policarpo, ufficiale di scrittura ( Italia/Spagna 1959, col. 103 min.) di Mario Soldati. Con Renato Rascel, Carla Gravina, Peppino De Filippo e Renato Salvatori.

Roma, primi del Novecento: Policarpo De Tappetti ( Rascel ), calligrafo del ministero eccessivamente zelante, sarebbe felice se sua figlia Celeste ( C. Gravina) ricambiasse l'attenzione per Gegè ( L. De Filippo ), figlio del suo capufficio ( P. De Filippo ). Lei invece preferirà l'operaio di una fabbrica di macchine da scrivere ( Salvatori ) mentre Policarpo, per ottenere il tanto sospirato
Roma, primi del Novecento: Policarpo De Tappetti ( Rascel ), calligrafo del ministero eccessivamente zelante, sarebbe felice se sua figlia Celeste ( C. Gravina) ricambiasse l’attenzione per Gegè ( L. De Filippo ), figlio del suo capufficio ( P. De Filippo ). Lei invece preferirà l’operaio di una fabbrica di macchine da scrivere ( Salvatori ) mentre Policarpo, per ottenere il tanto sospirato “scatto” di nove lire mensili, dovrà abbandonare il pennino quadro per l’odiata dattilografia.
Il film di Soldati è una gustosa rievocazione della Roma umbertina di inizio secolo, ritratto divertito e malinconico di un'epoca di passaggio.
Il film di Soldati è una gustosa rievocazione della Roma umbertina di inizio secolo, ritratto divertito e malinconico di un’epoca di passaggio. “Policarpo, ufficiale di scrittura” è però, soprattutto il capolavoro della maturità artistica del grande Renato Rascel, che per questa memorabile interpretazione vinse il David di Donatello nel 1959. Il film, inoltre si aggiudicò il premio come miglior commedia alla XII edizione del Festival di Cannes. Almeno due scene memorabili entrate nella storia del cinema italiano: quella in cui Rascel batte a macchina a tempo di record; e quella in cui sempre Rascel, canta la sua malinconica hit “Il mondo cambia così”. Con la sua comicità discreta, in punta di penna, con il suo umorismo intenerito e commosso, il film è una pellicola splendida, malinconica, reazionaria, pulita, una delle migliori in assoluto degli anni ’50. Grosso successo di pubblico.

8. Tutti a casa ( Italia/ Francia 1959, b/n, 120 min.) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi, Serge Reggiani, Eduardo De Filippo, Carla Gravina e Didi Perego.

L'8 settembre 1943, con l'esercito sbandato e senza ordini dopo l'armistizio, il sottotenente Alberto Innocenzi (Sordi) vede squagliarsi la sua compagnia e si mette in marcia verso casa. Visto deportare un compagno dai nazisti, dopo la fuga dal padre ( Eduardo De Filippo) che lo vorrebbe arruolato nell' R.S.I., giunge a Napoli col soldato Ceccarelli ( Reggiani) decidendo da che parte stare e cominciando a sparare contro i tedeschi: sono le quattro giornate di Napoli, quelle dal 24 settembre al 28 settembre 1943, quella ribellione del popolo napoletano che portò alla liberazione della città partenopea.
L’8 settembre 1943, con l’esercito sbandato e senza ordini dopo l’armistizio, il sottotenente Alberto Innocenzi (Sordi) vede squagliarsi la sua compagnia e si mette in marcia verso casa. Visto deportare un compagno dai nazisti, dopo la fuga dal padre ( Eduardo De Filippo) che lo vorrebbe arruolato nell’ R.S.I., giunge a Napoli col soldato Ceccarelli ( Reggiani) decidendo da che parte stare e cominciando a sparare contro i tedeschi: sono le quattro giornate di Napoli, quelle dal 24 settembre al 28 settembre 1943, quella ribellione del popolo napoletano che portò alla liberazione della città partenopea.
Aiutato da un Alberto Sordi a dir poco sublime, conciliando felicemente il tono umoristico con quello drammatico, Comencini contribuisce a spezzare il muro di silenzio calato negli anni '50 sulla Resistenza, affrontando con efficacia, e ottima precisione storica, un momento cruciale della nostra storia, accuratamente ignorato dal cinema italiano fino a quel momento.
Aiutato da un Alberto Sordi a dir poco sublime, conciliando felicemente il tono umoristico con quello drammatico, Comencini contribuisce a spezzare il muro di silenzio calato negli anni ’50 sulla Resistenza, affrontando con efficacia, e ottima precisione storica, un momento cruciale della nostra storia, accuratamente ignorato dal cinema italiano fino a quel momento.

9. La Grande Guerra ( Italia/Francia 1959, b/n, 129 min.) di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Romolo Valli, Silvana Mangano, Bernard Blier e Tiberio Murgia.

Dopo aver tentato di imboscarsi, il milanese Giovanni Busacca ( Gassman) e il romano Oreste Jacovacci ( Sordi, finiscono al fronte dove cercano in tutti i modi di evitare i pericoli della guerra, perché profondamente scansafatiche e per l'assenza di ogni ragione per cui essere coraggiosi. Ma quando sono catturati dagli austriaci, sapranno morire da eroi, aprendo la strada ad una grande vittoria italiana, lì sul Piave, contro l'invasore straniero.
Dopo aver tentato di imboscarsi, il milanese Giovanni Busacca ( Gassman) e il romano Oreste Jacovacci ( Sordi, finiscono al fronte dove cercano in tutti i modi di evitare i pericoli della guerra, perché profondamente scansafatiche e per l’assenza di ogni ragione per cui essere coraggiosi. Ma quando sono catturati dagli austriaci, sapranno morire da eroi, aprendo la strada ad una grande vittoria italiana, lì sul Piave, contro l’invasore straniero.
Prendendo spunto da un racconto di Guy de Maupassant (
Prendendo spunto da un racconto di Guy de Maupassant ( “Due amici”), rielaborato da Age, Scarpelli e dallo stesso Monicelli, questo film contamina la tragedia storica con i moduli della commedia all’italiana dissacrando un tema- gli inutili massacri della Grande Guerra- fino ad allora tabù per il cinema nazionale. Nonostante la presenza di due grandi mattatori della comicità ( Sordi e Gassman), l’andamento collettivo della storia permette di sbozzare una quantità di figurine memorabili- l’umano tenente Gallina ( Romolo Valli), il prlifico soldato Bordin ( Folco Lulli), il “fidanzato” di Francesca Bertini ( Tiberio Murgia), la prostituta Costantina ( una splendida Silvana Mangano)- che riempiono il film di umorismo sarcastico ed equilibrano la retorica un pò patriottarda del finale. In questo modo il tema più politico della “sporca guerra” finisce col perdere gran parte della sua virulenza ( nonostante lo straordinario utilizzo in chiave drammatica del formato scope e della profondità di campo), ma resta- e non è poco- un approccio non eroico al soggetto e il rifiuto di molti miti militari e patriottici, che allora sembravano intoccabili ( De Laurentiis subì infatti molte pressioni affinché abbandonasse la produzione del film). Confezione di gran classe, con musiche di Nino Rota, e Leone d’oro meritatissimo al festival del cinema di Venezia. Uno dei massimi capolavori del cinema italiano.

10. La Dolce Vita ( Italia 1960, b/n, 173 min.) di Federico Fellini. Con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Yvonne Furneaux, Walter Santesso e Alain Cuny.

Dopo aver rinunciato alle ambizioni letterarie, il giornalista Marcello Rubini ( Mastroianni) si muove con superficialità e insoddisfazione nel mondo convulso che ruota intorno a Via Veneto: tra gli altri incontrerà Steiner ( Cuny), uno scrittore che durante una crisi ucciderà i suoi due bambini per poi suicidarsi; una diva americana ( Ekberg) che finirà per fare un bagno nella fontana di Trevi; una congrega di nobili che lo coinvolgerà in un festino osè e, all'alba, una ragazzina sulla spiaggia ( Valeria Ciangottini) nei cui occhi innocenti forse c'è un pò di speranza.
Dopo aver rinunciato alle ambizioni letterarie, il giornalista Marcello Rubini ( Mastroianni) si muove con superficialità e insoddisfazione nel mondo convulso che ruota intorno a Via Veneto: tra gli altri incontrerà Steiner ( Cuny), uno scrittore che durante una crisi ucciderà i suoi due bambini per poi suicidarsi; una diva americana ( Ekberg) che finirà per fare un bagno nella fontana di Trevi; una congrega di nobili che lo coinvolgerà in un festino osè e, all’alba, una ragazzina sulla spiaggia ( Valeria Ciangottini) nei cui occhi innocenti forse c’è un pò di speranza.
Se esiste un film nella storia del cinema italiano che può essere paragonato ai grandi capolavori della letteratura, alle massime espressioni dell'arte moderna o alle più complesse partiture di musica classica, ebbene questo è
Se esiste un film nella storia del cinema italiano che può essere paragonato ai grandi capolavori della letteratura, alle massime espressioni dell’arte moderna o alle più complesse partiture di musica classica, ebbene questo è “La Dolce vita”. Non è un caso, infatti, che così tanti critici nel corso degli anni abbiano fatto ricorso a paragoni illustri- Joice, Picasso, Mahler, Proust- per inquadrare la gigantesca operazione cinematografica felliniana. Sia la narrazione che lo stile presentano aspetti di formidabile originalità e hanno segnato un’intera epoca, prima e dopo l’uscita del film, per non parlare poi della loro influenza imperitura sul cinema a venire. E poi la scena del bagno nella fontana di Trevi di Mastroianni e della Ekberg, è probabilmente la scena più famosa del cinema italiano nel mondo, un marchio di fabbrica di un grande periodo della storia d’Italia. Mastroianni come alter-ego di Fellini, è eccezionale, e in maniera sorniona, domina in lungo e in largo tutte le quasi tre ore di film.

11. Rocco e i suoi fratelli ( Italia/ Francia 1960, b/n, 180 min.) di Luchino Visconti. Con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Paolo Stoppa e Claudia Cardinale.

Una vedova lucana ( Katina Paxinou) si traferisce con i quattro figli a Milano, dove già vive il quinto, Vincenzo ( Spiros Focas). Costui introduce il fratello Simone ( Salvatori) nel mondo della boxe, mentre Rocco ( Delon) trova lavoro come garzone in una stireria, Ciro ( Max Cartier) entra in fabbrica e Luca ( Rocco Vidolazzi), il minore, cerca di arrangiarsi come può. Il contrastato amore di Simone per Nadia ( Annie Girardot), amata anche da Rocco, finirà con un assassinio che Ciro- rifiutando l'arcaica logica dell'omertà- denuncerà accelerando così la disgregazione della famiglia.
Una vedova lucana ( Katina Paxinou) si traferisce con i quattro figli a Milano, dove già vive il quinto, Vincenzo ( Spiros Focas). Costui introduce il fratello Simone ( Salvatori) nel mondo della boxe, mentre Rocco ( Delon) trova lavoro come garzone in una stireria, Ciro ( Max Cartier) entra in fabbrica e Luca ( Rocco Vidolazzi), il minore, cerca di arrangiarsi come può. Il contrastato amore di Simone per Nadia ( Annie Girardot), amata anche da Rocco, finirà con un assassinio che Ciro- rifiutando l’arcaica logica dell’omertà- denuncerà accelerando così la disgregazione della famiglia.
Il film mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del nord, vista nei suoi due aspetti forti: fabbrica e coscienza proletaria per alcuni, marginalità e autodistruzione per altri. Il regista milanese racconta la sua città con gli occhi degli emigrati ( gelida, ostile, respingente) e ne fa il teatro di passioni irrefrenabili e arcaiche, tornando ancora una volta sul tema portante della sua cinematografia: la deflagazione dell'istituzione familiare, coerentemente con una scelta stilistica che gli fa prediligere la descrizione dei travagliati sentimenti dei protagonisti alla morale delle soluzioni possibili. Sospeso tra mito e storia,
Il film mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del nord, vista nei suoi due aspetti forti: fabbrica e coscienza proletaria per alcuni, marginalità e autodistruzione per altri. Il regista milanese racconta la sua città con gli occhi degli emigrati ( gelida, ostile, respingente) e ne fa il teatro di passioni irrefrenabili e arcaiche, tornando ancora una volta sul tema portante della sua cinematografia: la deflagazione dell’istituzione familiare, coerentemente con una scelta stilistica che gli fa prediligere la descrizione dei travagliati sentimenti dei protagonisti alla morale delle soluzioni possibili. Sospeso tra mito e storia, “Rocco e i suoi fratelli” è un capolavoro con innumerevoli influssi letterari, ma sono soprattutto avvertibili le influenze di Mann e Dostoevskij, legati tra loro da una struttura narrativa che s’ispira al melodramma. Cast tutto eccellente ( Delon, Salvatori, Girardot e Paxinou, soprattutto). Splendido bianco e nero di Giuseppe Rotunno e colonna sonora di Nino Rota. Sul set nacque l’amore tra Renato Salvatori e l’attrice francese Annie Girardot.

11 bis. Colpo gobbo all’italiana (Italia 1961, b/n, 96 min.) di Lucio Fulci. Con Mario Carotenuto, Andrea Checchi, Aroldo Tieri, Mario De Simone, Marisa Merlini, Gino Bramieri, Nino Terzo.

locandina-colpo-gobbo-allitaliana
Il metronotte Orazio (A.Checchi) è amico di tutti nel quartiere in cui svolge il proprio lavoro, anche dei ladri. Quando viene consumato un furto in una banca che cade sotto la sua giurisdizione territoriale, Orazio si rivolge, per recuperare la refurtiva, proprio ad alcuni ladruncoli di bassa leva i quali, a loro volta, chiedono l’aiuto di un “professionista” di chiara fama, ovvero Nando Paciocchi ( M.Carotenuto), il quale inizia una serrata serie di indagini che porterà in extremis a rintracciare i colpevoli e a recuperare la refurtiva, riponendola al suo posto nella cassaforte della banca del quartiere. Infatti tutto si sistema per il meglio, grazie anche al provvidenziale aiuto di Titillo (A.Tieri), esperto nello scassinare casseforti.
colpo-gobbo-allitaliana-foto
Sorta di “Soliti ignoti” al contrario, “Colpo gobbo all’italiana” è una delle più belle commedie all’italiana del nostro cinema e rientra tra quelle pellicole meritevoli di un’ampia rivalutazione, ma oggi poco conosciute. La pellicola nacque da una geniale idea di Mario Carotenuto, presenza fissa del cinema italiano, dagli anni ’50 agli anni ’80, che proprio in quegli anni viveva il suo momento di massimo splendore. “Colpo gobbo all’italiana” mischia un pò di tutto: è un giallo, è una commedia all’italiana, è un action movie stile “Soliti ignoti”, è una commedia amarognola. C’è un pò di azione, di comicità, di romanticismo, di surrealismo. Insomma non manca proprio nulla, compresa l’estrema originalità della storia. La vera forza della pellicola è però Mario Carotenuto, qui anche autore del soggetto e co-sceneggiatore. Ma la pellicola, furba e schietta, funziona anche perché ruota tutta su un efficace gioco di squadra, da parte di un’affiatata schiera di caratteristi e attori di eccelso livello: da macchietta Aroldo Tieri nei panni di Titillo, scassinatore che tratta le casseforti come fossero belle donne da corteggiare, ma riuscita risulta essere anche la guardia notturna di Andrea Checchi. Un film che riesce a farci riassaporare un’Italia che non esiste più, in puro stile da commedia all’italiana, ed anche delle più pregiate.

 

12. Divorzio all’italiana (Italia 1961, b/n, 120 min.) di Pietro Germi. Con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli e Leopoldo Trieste.

Il barone Fefè Cefalù ( Mastroianni), innamorato della giovane cugina (Sandrelli), spinge la moglie ( Rocca) tra le braccia di un vecchio spasimante ( Trieste). Così potrà ucciderla e scontare una pena simbolica invocando il
Il barone Fefè Cefalù ( Mastroianni), innamorato della giovane cugina (Sandrelli), spinge la moglie ( Rocca) tra le braccia di un vecchio spasimante ( Trieste). Così potrà ucciderla e scontare una pena simbolica invocando il “delitto d’onore”. Il barone intesse dunque, una fitta tela di inganni che lo porterà, per una serie di fortuite circostanze, a ottenere il risultato sperato quasi inaspettatamente. Dopo pochi anni di galera Fefè sposa Angela, ma la felicità, come ci suggerisce l’ultima inquadratura del film, avrà breve durata.
Dietro la farsa divertente e grottesca, un affresco acuto della realtà siciliana ma anche un amaro pamphlet contro l'inciviltà dell'articolo 587 del codice penale. Grande prova di Marcello Mastroianni che inventò il tic del barone ispirandosi allo stesso Germi. La lavorazione venne funestata dalla paresi facciale che colpì il regista e dal tentato suicidio della Rocca, innamorata di Germi. Grande successo internazionale ( con conseguente esportazione di tanti stereotipi sulla Sicilia): premio per la miglior commedia a Cannes, nomination all'Oscar come miglior film e Oscar per la miglior sceneggiatura a Germi, Ennio De Concini e Alfredo Giannetti.
Dietro la farsa divertente e grottesca, un affresco acuto della realtà siciliana ma anche un amaro pamphlet contro l’inciviltà dell’articolo 587 del codice penale. Grande prova di Marcello Mastroianni che inventò il tic del barone ispirandosi allo stesso Germi. La lavorazione venne funestata dalla paresi facciale che colpì il regista e dal tentato suicidio della Rocca, innamorata di Germi. Grande successo internazionale ( con conseguente esportazione di tanti stereotipi sulla Sicilia): premio per la miglior commedia a Cannes, nomination all’Oscar come miglior film e Oscar per la miglior sceneggiatura a Germi, Ennio De Concini e Alfredo Giannetti. “Divorzio all’italiana”, in ultimo, è un film che ha molti meriti, non ultimo quello di avere ispirato, con il suo titolo, l’espressione “commedia all’italiana” per indicare quel ricco filone cinematografico, nato nella seconda metà degli anni ’50 e sviluppatosi nei decenni successivi, che ha reso il cinema italiano famoso in tutto il mondo.

13. Una vita difficile ( Italia 1961, b/n, 118 min.) di Dino Risi. Con Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi e Claudio Gora.

Partigiano e poi collaboratore del giornale di sinistra
Partigiano e poi collaboratore del giornale di sinistra “Il lavoratore”, SIlvio Magnozzi ( Sordi) cerca di mantenere anche nella vita la sua coerenza politica: così finisce in miseria, va in carcere e alla fine è lasciato anche dalla moglie ( Massari). Dopo aver tentato invano di pubblicare un romanzo autobiografico ( Una vita difficile) accetta di fare il segretario all’uomo che anni prima aveva denunciato come esportatore di capitali ( Gora) e riconquista la moglie, ma quando il suo principale lo vuole umiliare davanti a tutti, Magnozzi gli dà uno schiaffo che lo fa cadere in piscina e torna al fianco di Elena ad affrontare ( con intransigenza?) il futuro.
Straordinario affresco dell'Italia del dopoguerra e della sua democrazia, dagli entusiasmi della ricostruzione alla rapida involuzione, di cui
Straordinario affresco dell’Italia del dopoguerra e della sua democrazia, dagli entusiasmi della ricostruzione alla rapida involuzione, di cui “sottolinea con vigore il clima di opportunismo politico, di stagnazione intellettuale e di lassismo morale che si è instaurato a pochi anni di distanza dalla Liberazione”. Sceneggiato da Rodolfo Sonego ( qui in uno dei punti più alti della sua carriera), il film registra il processo di disillusione che si sta impadronendo della società italiana e lo fa con una grande abilità narrativa, in perfetto equilibrio tra ambizioni sociologiche, gravità ideologica, humour, ironia e amarezza. Davvero eccezionale la prova di Alberto Sordi, eroe positivo ma raccontato vistosamente in chiave grottesca, in modo da far decantare l’inevitabile retorica che poteva accompagnarsi con questo tipo di personaggi. Non è proprio un happy end quello che conclude il film, ma sicuramente gratifica lo spettatore, che inevitabilmente solidarizza con il protagonista. Una delle migliori interpretazioni di Alberto Sordi in un ruolo che gli è stato letteralmente cucito addosso. Irresistibile la cena dai monarchici la notte del referendum per la repubblica e indimenticabile la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso.

14. Il sorpasso ( Italia 1962, b/n, 108 min.) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora e Luciana Angiolillo.

In una Roma deserta per il ferragosto, il 36enne cialtrone Bruno Cortona ( Gassman) riesce a convincere il timido studente Roberto (Trintignant) a seguirlo sulla sua
In una Roma deserta per il ferragosto, il 36enne cialtrone Bruno Cortona ( Gassman) riesce a convincere il timido studente Roberto (Trintignant) a seguirlo sulla sua “Aurelia decappottabile e supercompressa”, dandogli lezioni di edonismo spicciolo. Alla ricerca di un tabaccaio o di un ristorante i due arrivano a Castiglioncello, dove Bruno ritroca l’ex moglie Gianna ( Angiolillo) e Lilli, la figlia 16enne ( Spaak): il giorno dopo vorrebbero andare fino a Viareggio, ma un incidente metterà tragicamente fine a questo viaggio iniziatico.
Uno spaccato di grande precisione sociologica dell'Italia del boom di cui Gassman incarna con istrionismo tutti i difetti ( l'euforia artificiale, la presunzione, l'irresponsabilità, il vuoto di fondo) e i pochi pregi ( la generosità, la disponibilità). Già all'inizio degli anni '60 Risi riscrive i codici della commedia all'italiana e costruisce un film epocale nel quale spiccano l'accurata ricostruzione psicologica dei personaggi, il forte intento di critica sociale all'Italia del boom economico e uno stile misurato ed equilibrato.
Uno spaccato di grande precisione sociologica dell’Italia del boom di cui Gassman incarna con istrionismo tutti i difetti ( l’euforia artificiale, la presunzione, l’irresponsabilità, il vuoto di fondo) e i pochi pregi ( la generosità, la disponibilità). Già all’inizio degli anni ’60 Risi riscrive i codici della commedia all’italiana e costruisce un film epocale nel quale spiccano l’accurata ricostruzione psicologica dei personaggi, il forte intento di critica sociale all’Italia del boom economico e uno stile misurato ed equilibrato. “Il sorpasso” è dominato dalla presenza di Gassman, che vi interpreta un personaggio sopra le righe, iperbolico, ipercinetico e iperattivo, una maschera che nasconde un carattere debole e depresso e una vena di autodistruzione che, solo casualmente, si riverserà sul compagno di viaggio. Altre caratteristiche di forte innovazione sono il ricorso all’abitacolo dell’automobile come luogo principale di confronto verbale e psicologico; l’attraversamento di parte dell’Italia con quello che all’epoca era uno status symbol è utile a mettere in scena una galleria di paesaggi nazionali filtrati dalle differenti sensibilità dei due protagonisti. A rendere ancor più efficace il ritratto dell’Italia dei primi anni ’60 contribuisce l’innovativa scelta di utilizzare per la colonna sonora i brani più in voga al momento: nel film si ascoltano, tra gli altri, “Pinne, fucile ed occhiali” di Edoardo Vianello, “Vecchio frac” di Domenico Modugno e “Saint Tropez Twist” di Peppino di Capri. indiscusso cult movie e mito assoluto della nostra cinematografia.

15. La voglia matta (Italia 1962, b/n, 105 min.) di Luciano Salce. Con Ugo Tognazzi, Cathrine Spaak, Gianni Garko, Franco Giacobini e Jimmy Fontana.

Antonio Berlinghieri ( Tognazzi), 39enne ingegnere milanese separato con amante, in viaggio da Roma a Pisa sulla sua spider Alfa Romeo, passa un giorno e una notte assieme a una compagnia di ragazzi, sedotto dalla procace 15enne Francesca ( Spaak, al top del lolitismo): per la quale accetterà ogni sorta di umiliazione fino a rendersi ridicolo, ritrovandosi con un pugno di mosche.
Antonio Berlinghieri ( Tognazzi), 39enne ingegnere milanese separato con amante, in viaggio da Roma a Pisa sulla sua spider Alfa Romeo, passa un giorno e una notte assieme a una compagnia di ragazzi, sedotto dalla procace 15enne Francesca ( Spaak, al top del lolitismo): per la quale accetterà ogni sorta di umiliazione fino a rendersi ridicolo, ritrovandosi con un pugno di mosche.
Il regista Luciano Salce mette in scena uno scontro di generazioni, con un quasi 40enne che per la prima volta si rende conto di essere vecchio, e con i suoi pochi valori ridicoli non riesce a farsi rispettare dai giovani euforicamente amorali. Ma Salce non risparmia il suo sarcasmo contro quest'ultimi: e il manierismo nella descrizione del loro vitalismo è riscattato dalle frequenti frecciate contro la loro ignoranza politica ( Mussolini? Il padre del pianista?). Bellissima prova di Tognazzi che a 40 anni sale sull'autobus della commedia di costume insieme a Sordi, Gassman e Manfredi. Ambizioni alte e uno scattante meccanismo di sketch, per un film da ricordare.
Il regista Luciano Salce mette in scena uno scontro di generazioni, con un quasi 40enne che per la prima volta si rende conto di essere vecchio, e con i suoi pochi valori ridicoli non riesce a farsi rispettare dai giovani euforicamente amorali. Ma Salce non risparmia il suo sarcasmo contro quest’ultimi: e il manierismo nella descrizione del loro vitalismo è riscattato dalle frequenti frecciate contro la loro ignoranza politica ( Mussolini? Il padre del pianista?). Bellissima prova di Tognazzi che a 40 anni sale sull’autobus della commedia di costume insieme a Sordi, Gassman e Manfredi. Ambizioni alte e uno scattante meccanismo di sketch, per un film da ricordare.

16. La marcia su Roma (Italia/ Francia 1962, b/n, 82 min.) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Roger Hanin, Angela Luce e Gérard Landry.

Un disoccupato ( Gassman) e un contadino ( Tognazzi) si iscrivono alle camicie nere e partecipano alla marcia su Roma. Entrambi convinti dal mirabolante programma del partito fascista, di cui apprezzano soprattutto la promessa delle terre ai contadini, entrano a far parte delle camicie nere. I due amici strada facendo avendo capito la vera natura del fascismo, abbandonano la marcia su Roma, assistendo poi da semplici spettatori all'entrata dei fascisti al Quirinale.
Un disoccupato ( Gassman) e un contadino ( Tognazzi) si iscrivono alle camicie nere e partecipano alla marcia su Roma. Entrambi convinti dal mirabolante programma del partito fascista, di cui apprezzano soprattutto la promessa delle terre ai contadini, entrano a far parte delle camicie nere. I due amici strada facendo avendo capito la vera natura del fascismo, abbandonano la marcia su Roma, assistendo poi da semplici spettatori all’entrata dei fascisti al Quirinale.
Diretto deliziosamente dalla sapiente mano di Dino Risi, il film ripercorre esaustivamente uno degli avvenimenti che più hanno segnato la storia d’Italia dal primo dopoguerra ad oggi: la “marcia su Roma” del 1922. La storia di due poveracci che partecipano, illusi da facili promesse, alla marcia su Roma, fa da sfondo ad una riuscita attendibilità storica del film: le prime violenze, i primi scontri con i “rossi bolscevici” e soprattutto le responsabilità storiche di chi era chiamato a fermare ciò che poteva ancora essere fermato. I protagonisti del film sono Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, grandissimi amici nella vita, ed esemplari interpreti di questa pellicola ambiziosa che ripercorre un pezzo importante di storia patria. Il film accenna poi anche alla responsabilità degli intellettuali per l'avvento del fascismo tratteggiati nella figura del poeta dannunziano fascista che accompagna tutta la spedizione illustrandola con i suoi versi strampalati e altisonanti. Infine è ben mostrata l'opposizione dell'esercito che minaccia di spazzare via i fascisti e la definitiva responsabilità del re che dà il via libera alla presa del potere di Mussolini, illudendosi, come mostra l'ultima scena del film, che dopo aver eliminato la minaccia dei
Diretto deliziosamente dalla sapiente mano di Dino Risi, il film ripercorre esaustivamente uno degli avvenimenti che più hanno segnato la storia d’Italia dal primo dopoguerra ad oggi: la “marcia su Roma” del 1922. La storia di due poveracci che partecipano, illusi da facili promesse, alla marcia su Roma, fa da sfondo ad una riuscita attendibilità storica del film: le prime violenze, i primi scontri con i “rossi bolscevici” e soprattutto le responsabilità storiche di chi era chiamato a fermare ciò che poteva ancora essere fermato. I protagonisti del film sono Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, grandissimi amici nella vita, ed esemplari interpreti di questa pellicola ambiziosa che ripercorre un pezzo importante di storia patria. Il film accenna poi anche alla responsabilità degli intellettuali per l’avvento del fascismo tratteggiati nella figura del poeta dannunziano fascista che accompagna tutta la spedizione illustrandola con i suoi versi strampalati e altisonanti. Infine è ben mostrata l’opposizione dell’esercito che minaccia di spazzare via i fascisti e la definitiva responsabilità del re che dà il via libera alla presa del potere di Mussolini, illudendosi, come mostra l’ultima scena del film, che dopo aver eliminato la minaccia dei “sovversivi”, il regime possa essere in breve tempo sostituito dal ritorno di un governo liberale moderato.

17. Il commissario ( Italia 1962, b/n, 102 min.) di Luigi Comencini. Con Alberto Sordi, Franca Tamantini, Alessandro Cutolo, Alfredo Leggi e Mino Doro.

Lo zelante e ottuso vicecommissario Dante Lombardozzi ( Sordi), dall'esilarante pettinatura, per risolvere il mistero della morte di un noto sociologo pesta i piedi a tutti finendo per rovinarsi la carriera: dovrà cercarsi una sistemazione nell'azienda del suocero, non prima di essere costretto a ritrattare al processo.
Lo zelante e ottuso vicecommissario Dante Lombardozzi ( Sordi), dall’esilarante pettinatura, per risolvere il mistero della morte di un noto sociologo pesta i piedi a tutti finendo per rovinarsi la carriera: dovrà cercarsi una sistemazione nell’azienda del suocero, non prima di essere costretto a ritrattare al processo.
Efficace e divertente satira sul notabilato politico-giudiziario, sceneggiato da Age e Scarpelli, è sostenuta da uno scattante brio satirico con graffianti e pungenti spunti di critica di costume. Splendido Alberto Sordi, divertente per la goffa pettinatura del suo commissario, ma nello stesso tempo venato da
Efficace e divertente satira sul notabilato politico-giudiziario, sceneggiato da Age e Scarpelli, è sostenuta da uno scattante brio satirico con graffianti e pungenti spunti di critica di costume. Splendido Alberto Sordi, divertente per la goffa pettinatura del suo commissario, ma nello stesso tempo venato da “una consapevolezza nuova, un poco triste, che è tipica di molti film dell’attore intorno a quel periodo”.

18. Matrimonio all’italiana ( Italia 1964, b/n, 104 min.) di Vittorio De Sica. Con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Tecla Scarano, Aldo Puglisi e Marilù Tolo.

Il pasticciere Domenico ( Mastroianni) s'è portato in casa la prostituta Filumena ( Loren) che gli fa da serva e da amante ormai da più di 20 anni; fingendosi in punto di morte, la donna, in cerca di riscatto, riesce a farsi sposare. Al successivo annullamento di matrimonio, Filumena gioca la sua carta: tre figli cresciuti lontano, uno dei quali ( ma non si sa chi) è stirpe di Domenico. Lieto fine.
Il pasticciere Domenico ( Mastroianni) s’è portato in casa la prostituta Filumena ( Loren) che gli fa da serva e da amante ormai da più di 20 anni; fingendosi in punto di morte, la donna, in cerca di riscatto, riesce a farsi sposare. Al successivo annullamento di matrimonio, Filumena gioca la sua carta: tre figli cresciuti lontano, uno dei quali ( ma non si sa chi) è stirpe di Domenico. Lieto fine.
Dalla commedia di Eduardo De Filippo
Dalla commedia di Eduardo De Filippo “Filumena Marturano”, De Sica smorza in una bonaria ironia i toni quasi pirandelliani del testo originale, e confeziona uno dei suoi film più riusciti in formato esportazione. Lasciatosi alle spalle la fase neorealista, lo stesso De Sica decise infatti, di muoversi nella direzione di un cinema più commerciale, riuscendo nella scommessa economica ma inimicandosi la critica. Inoltre l’uso sapiente dello star system nostrano e del folklorismo italiano giovarono al successo della pellicola. Alla quale comunque, contribuì, e non poco, la forte presenza scenica dei due protagonisti, Loren e Mastroianni, la cui interpretazione è da allora divenuta leggenda.

19. Il giovedì ( Italia 1964, b/n, 100 min.) di Dino Risi. Con Walter Chiari, Michéle Mercier, Roberto Ciccolini, Umberto D’Orsi, Alice ed Ellen Kessler e Milena Vukotic.

Il giovedì è il giorno che Dino Versini ( Chiari), separato dalla moglie ( Emma Baron) e legato a Elsa ( Mercier), trascorre con il figlio Robertino ( Ciccolini), cercando disperatamente di conquistarne la stima e l'affetto, cosa che con lo scorrere della pellicola, pian piano avverrà.
Il giovedì è il giorno che Dino Versini ( Chiari), separato dalla moglie ( Emma Baron) e legato a Elsa ( Mercier), trascorre con il figlio Robertino ( Ciccolini), cercando disperatamente di conquistarne la stima e l’affetto, cosa che con lo scorrere della pellicola, pian piano avverrà.
In quello che è forse il più bel ruolo di tutta la sua carriera, Walter Chiari rende indimenticabile una figura paterna che gli somiglierà parecchio (anni dopo) nella sua vita reale e sfodera un’interpretazione da applausi. Un film quasi magico “Il giovedì”, crea uno di quei sorprendenti cortocircuiti tra vita e arte che si annidano a volte nella biografia dei grandi attori. Non a caso sul set nacque tra Walter e il piccolo attore del film, Roberto Ciccolini, un rapporto di grande affetto, tanto che il ragazzino non voleva più staccarsi da lui a fine riprese. Questo film del maestro Dino Risi è un dolce e commovente ritratto di famiglia anomalo degli anni ’60, con particolare affetto per il protagonista cui, non a caso, ha dato il proprio nome. Smessi i toni forti de “Il sorpasso” e il grottesco de “I mostri” Risi procede per piccole notazioni, sensibili e affettuose, sfiorando appena il sentimentalismo, puntando al sorriso malinconico. “Il giovedì” è un film struggente, che dopo più di 50 anni, risulta ancora fresco e attuale. La pellicola è forse tra le 10 commedie all’italiana più belle di tutti i tempi, come classe interpretativa di un Walter Chiari favoloso, pulizia scenica e registica impeccabile, in grado di descrivere alla perfezione uno spaccato realisticamente meraviglioso dell’Italia degli anni ’60. Un film sublime!
In quello che è forse il più bel ruolo di tutta la sua carriera, Walter Chiari rende indimenticabile una figura paterna che gli somiglierà parecchio (anni dopo) nella sua vita reale e sfodera un’interpretazione da applausi. Un film quasi magico “Il giovedì”, crea uno di quei sorprendenti cortocircuiti tra vita e arte che si annidano a volte nella biografia dei grandi attori. Non a caso sul set nacque tra Walter e il piccolo attore del film, Roberto Ciccolini, un rapporto di grande affetto, tanto che il ragazzino non voleva più staccarsi da lui a fine riprese. Questo film del maestro Dino Risi è un dolce e commovente ritratto di famiglia anomalo degli anni ’60, con particolare affetto per il protagonista cui, non a caso, ha dato il proprio nome. Smessi i toni forti de “Il sorpasso” e il grottesco de “I mostri” Risi procede per piccole notazioni, sensibili e affettuose, sfiorando appena il sentimentalismo, puntando al sorriso malinconico. “Il giovedì” è un film struggente, che dopo più di 50 anni, risulta ancora fresco e attuale. La pellicola è forse tra le 10 commedie all’italiana più belle di tutti i tempi, come classe interpretativa di un Walter Chiari favoloso,  e anche grazie ad una pulizia scenica e registica impeccabile, in grado di descrivere alla perfezione uno spaccato realisticamente meraviglioso dell’Italia degli anni ’60. Un film sublime!

19 bis. Io, io, io e…gli altri! ( Italia 1965, b/n, 103 min. ) di Alessandro Blasetti. Con Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica e Nino Manfredi.

Io,io,io e gli altri (1965)
Sandro ( Walter Chiari ) è un giornalista-scrittore di successo che decide di condurre un’inchiesta sull’egoismo: diffuso tra le persone ma allo stesso tempo negato dai singoli, a detta del protagonista è il sentimento più comune nella società consumistica della metà degli anni ’60. Tuttavia, mentre l’indagine prende corpo, l’accusa rivolta agli altri si trasforma in una sorta di auto-confessione che porta Sandro ad analizzare la propria vita in un’ottica diversa, più umana e sincera.
io_io_io_e_gli_altri_walter_chiari_alessandro_blasetti_013_jpg_tbdq
Un film sublime, “Io, io, io e…gli altri”(1965) è una riflessione morale in prima persona di Walter Chiari assoluto protagonista della pellicola nei panni del relatore-presentatore-commentatore di un viaggio tra gli italiani degli anni ’60. Scritto da un gruppo di sceneggiatori di alta scuola e diretto da un maestro del cinema come Alessandro Blasetti, il film è volutamente diseguale e incostante, ma ricco di spunti interessanti, talvolta graffianti, come le scene in chiesa sull’ipocrisia del credo religioso. Blasetti offre a Chiari una delle migliori occasioni degli anni ’60, in una delle migliori commedie di quegli anni, con un film impaginato in una struttura vivacemente anarchica, in cui Chiari interpreta diversi personaggi immaginari. Nel suo ultimo film il regista sceglie Walter come proprio alter-ego sullo schermo, in maniera del tutto simile al Mastroianni/Fellini di “8 e mezzo”, per quello che è destinato a diventare il suo testamento artistico e spirituale. Per il regista, il volto di Walter Chiari rappresenta al meglio l’italiano del miracolo economico, egoista, cinico, ma in fondo buono. A far da spalla a Walter Chiari, vero unico mattatore del capolavoro della maturità artistica di Blasetti, un “all star cast” con attori come Vittorio De Sica, Silvana Mangano, Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, Sylva Koscina, Nino Manfredi e altri ancora.

20. L’armata Brancaleone ( Italia/ Francia/ Spagna 1966, col. 120 min.) di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Carlo Pisacane, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté e Folco Lulli.

Un pugno di sbandati che dovrebbero formare una compagnia di ventura, guidati da Brancaleone da Norcia ( Gassman) e dall'ebreo Abacuc ( Pisacane), partono da Faleri per prendere possesso del feudo di Aurocastro nelle Puglie: dopo mille traversie e avventure ( la peste, le voglie di una vedova impaziente, il salvataggio di una vergine dai briganti, l'assalto dei pirati saraceni), l'armata riuscirà a salvarsi solo seguendo Zenone il santone ( Enrico Maria Salerno) in Terra Santa.
Un pugno di sbandati che dovrebbero formare una compagnia di ventura, guidati da Brancaleone da Norcia ( Gassman) e dall’ebreo Abacuc ( Pisacane), partono da Faleri per prendere possesso del feudo di Aurocastro nelle Puglie: dopo mille traversie e avventure ( la peste, le voglie di una vedova impaziente, il salvataggio di una vergine dai briganti, l’assalto dei pirati saraceni), l’armata riuscirà a salvarsi solo seguendo Zenone il santone ( Enrico Maria Salerno) in Terra Santa.
Uno dei massimi capolavori assoluti del cinema italiano e straordinario successo di pubblico, il film è una delle punte più alte del cinema popolare italiano, un autentico capolavoro di fantasia e di avventure farsesche. Intelligente e originale ricostruzione nazional-popolare di un pezzo di storia italiana, in chiara polemica con la visione hollywoodiana del Medioevo. Stupenda l’invenzione di una parlata mista di latino medievale e italiano prevolgare. La mano del maestro Monicelli si nota, nel gusto anarchico di una scampagnata becera e nei temi tipicamente monicelliani del gruppo dei piccoli perdenti e del senso della morte. Al successo del film, contribuì non poco l’interpretazione magnifica di Vittorio Gassman e del suo Brancaleone da Norcia, entrato nella storia e nella memoria collettiva del nostro paese. Tanto è stato il successo del film, che il suo titolo è passato in proverbio, come di un gruppo di persone impegnate in imprese più grandi di loro. Chapeau!
Uno dei massimi capolavori assoluti del cinema italiano e straordinario successo di pubblico, il film è una delle punte più alte del cinema popolare italiano, un autentico capolavoro di fantasia e di avventure farsesche. Intelligente e originale ricostruzione nazional-popolare di un pezzo di storia italiana, in chiara polemica con la visione hollywoodiana del Medioevo. Stupenda l’invenzione di una parlata mista di latino medievale e italiano prevolgare. La mano del maestro Monicelli si nota, nel gusto anarchico di una scampagnata becera e nei temi tipicamente monicelliani del gruppo dei piccoli perdenti e del senso della morte. Al successo del film, contribuì non poco l’interpretazione magnifica di Vittorio Gassman e del suo Brancaleone da Norcia, entrato nella storia e nella memoria collettiva del nostro paese. Tanto è stato il successo del film, che il suo titolo è passato in proverbio, come di un gruppo di persone impegnate in imprese più grandi di loro. Chapeau!

21. Operazione San Gennaro Italia/ Francia 1966, col. 104 min.) di Dino Risi. Con Nino Manfredi, Mario Adorf, Senta Berger, Totò e Harry Guarino.

Per rubare il tesori di San Gennaro, alcuni ladri americani ( Guarino, Berger e Ralph Wolter) cercano l'aiuto di Armando Girasole detto Dudù ( Manfredi), ognuno convinto, una volta fatto il colpo, di lasciare i soci a bocca asciutta.
Per rubare il tesori di San Gennaro, alcuni ladri americani ( Guarino, Berger e Ralph Wolter) cercano l’aiuto di Armando Girasole detto Dudù ( Manfredi), ognuno convinto, una volta fatto il colpo, di lasciare i soci a bocca asciutta.
Con la collaborazione dello stesso Manfredi alla sceneggiatura Dino Risi rimette in funzione la struttura di I soliti ignoti, a partire dalla presenza, quasi fosse una benedizione, di Totò nel ruolo del vecchio ladro esperto che agisce dietro le quinte. gradevole mistura di commedia ladresca con venature rosa, “Operazione San Gennaro”(1966), è una deliziosa commedia giallo-rosa di ambientazione napoletana. Il film folkloristico e colorato è uno dei massimi successi degli anni ’60, ed uno dei film più famosi ancora oggi. Nino Manfredi ne è lo splendido protagonista, al fianco di un mirabile Totò a fine carriera. Tutto in mano ad un Manfredi, come sempre ineccepibile, il racconto procede lungo una traiettoria piacevole e divertente, con l'apoteosi finale dell'inseguimento in aeroporto, entrato nell'immaginario popolare. La scelta delle facce e dei tipi, i momenti di veracità napoletana e di folclore, nella descrizione di un preciso modo di intendere la vita, superano lo stato del cliché, rivelandosi più efficaci di tanti sociologismi da cinema impegnato. Una commedia all'italiana in grande stile. Da ricordare!
Con la collaborazione dello stesso Manfredi alla sceneggiatura Dino Risi rimette in funzione la struttura di I soliti ignoti, a partire dalla presenza, quasi fosse una benedizione, di Totò nel ruolo del vecchio ladro esperto che agisce dietro le quinte. gradevole mistura di commedia ladresca con venature rosa, “Operazione San Gennaro”(1966), è una deliziosa commedia giallo-rosa di ambientazione napoletana. Il film folkloristico e colorato è uno dei massimi successi degli anni ’60, ed uno dei film più famosi ancora oggi. Nino Manfredi ne è lo splendido protagonista, al fianco di un mirabile Totò a fine carriera. Tutto in mano ad un Manfredi, come sempre ineccepibile, il racconto procede lungo una traiettoria piacevole e divertente, con l’apoteosi finale dell’inseguimento in aeroporto, entrato nell’immaginario popolare. La scelta delle facce e dei tipi, i momenti di veracità napoletana e di folclore, nella descrizione di un preciso modo di intendere la vita, superano lo stato del cliché, rivelandosi più efficaci di tanti sociologismi da cinema impegnato. Una commedia all’italiana in grande stile. Da ricordare!

22. Il padre di famiglia ( Italia/ Francia 1967, col. 110 min.) di Nanni Loy. Con Nino Manfredi, Leslie Caron, Ugo Tognazzi, Claudine Auger e Mario Carotenuto.

L'agitata vita sentimentale di una coppia di intellettuali di sinistra, l'architetto Marco Florio ( Manfredi) e sua moglie Paola ( Caron): l'arrivo non proprio desiderato dei figli, la crisi sentimentale di lui, l'abbandono del lavoro di lei per problemi familiari, le liti con il suocero ( Carotenuto), i problemi dell'educazione pedagogica col metodo Montessori, l'invadenza del vicino anarchico Romeo ( Tognazzi).
L’agitata vita sentimentale di una coppia di intellettuali di sinistra, l’architetto Marco Florio ( Manfredi) e sua moglie Paola ( Caron): l’arrivo non proprio desiderato dei figli, la crisi sentimentale di lui, l’abbandono del lavoro di lei per problemi familiari, le liti con il suocero ( Carotenuto), i problemi dell’educazione pedagogica col metodo Montessori, l’invadenza del vicino anarchico Romeo ( Tognazzi).
Il film, scritto da Loy con Ruggero Maccari, racconta la trasformazione e la crisi dell'istituzione familiare nell'Italia del boom, e riesce ad essere anche il ritratto dei sogni e delle delusioni di tutta una generazione che si accorge di aver tradito i propri ideali. Il film rimane comunque, uno dei migliori Manfredi di sempre, perfetto nel tratteggiare, in maniera composta ed efficace, il ritratto di un padre di famiglia dell’Italia del boom, alle prese con tutte le problematiche sociali e lavorative del periodo. Un piccolo gioiello diretto dal regista Nanni Loy. Perfetto anche Tognazzi nel ruolo macchiettistico dell’anarchico Romeo, ruolo affidato in un primo tempo a Totò, morto dopo il primo giorno di riprese. La moglie di Nino Manfredi è interpretata dalla belle e brava Leslie Caron.
Il film, scritto da Loy con Ruggero Maccari, racconta la trasformazione e la crisi dell’istituzione familiare nell’Italia del boom, e riesce ad essere anche il ritratto dei sogni e delle delusioni di tutta una generazione che si accorge di aver tradito i propri ideali. Il film rimane comunque, uno dei migliori Manfredi di sempre, perfetto nel tratteggiare, in maniera composta ed efficace, il ritratto di un padre di famiglia dell’Italia del boom, alle prese con tutte le problematiche sociali e lavorative del periodo. Un piccolo gioiello diretto dal regista Nanni Loy. Perfetto anche Tognazzi nel ruolo macchiettistico dell’anarchico Romeo, ruolo affidato in un primo tempo a Totò, morto dopo il primo giorno di riprese. La moglie di Nino Manfredi è interpretata dalla belle e brava Leslie Caron.

23. Signore e signori Italia 1966, b/n, 108 min. ) di Pietro Germi. Con Gastone Moschin, Virna Lisi, Alberto Lionello, Gigi Ballista, Franco Fabrizi e Olga Villi.

Tre storie ambientate nella medesima città veneta ( una riconoscibile Treviso): Toni Gasparini ( Lionello) confessa al medico ( Ballista) di essere impotente per fargli abbassare la guardia e conquistarne la moglie ( Beba Loncar); un marito schiavizzato ( Moschin) da una moglie ossessiva ( Nora Ricci) spera di trovare la libertà grazie all'amore di una cassiera ( Lisi); un contadino ( Carlo Bagno) accetta per soldi di non denunciare i ricchi borghesi ( Fabrizi, Lionello, Parmeggiani, Guiotto, Questi) che hanno approfittato della figlia minorenne ( Patrizia Valturri).
Tre storie ambientate nella medesima città veneta ( una riconoscibile Treviso): Toni Gasparini ( Lionello) confessa al medico ( Ballista) di essere impotente per fargli abbassare la guardia e conquistarne la moglie ( Beba Loncar); un marito schiavizzato ( Moschin) da una moglie ossessiva ( Nora Ricci) spera di trovare la libertà grazie all’amore di una cassiera ( Lisi); un contadino ( Carlo Bagno) accetta per soldi di non denunciare i ricchi borghesi ( Fabrizi, Lionello, Parmeggiani, Guiotto, Questi) che hanno approfittato della figlia minorenne ( Patrizia Valturri).
Dopo aver messo alla berlina le arcaiche norme sociali del Sud, Pietro Germi sposta il suo obiettivo a nord-est, verso la ricca provincia veneta.
Dopo aver messo alla berlina le arcaiche norme sociali del Sud, Pietro Germi sposta il suo obiettivo a nord-est, verso la ricca provincia veneta. “Signore e signori” è lo spietato ritratto del moralismo e delle ipocrisie di una borghesia gretta e conformista, di una quotidianità fatta di inganni e corruzione, di intrighi da ordire e invidie da covare. Con una struttura narrativa originale rispetto al canone dei film a episodi, tre storie si susseguono sullo sfondo di un’unica città e con gli stessi personaggi, che di volta in volta passano dallo sfondo al primo piano. La città, anche se mai esplicitato, è Treviso. Su tutti Gastone Moschin e Virna Lisi, in cui, tra tanto falso perbenismo e narcisismo, la loro storia d’amore clandestina sembra la cosa più veritiera del film.

24. Il medico della mutua ( Italia 1968, col. 98 min.) di Luigi Zampa. Con Alberto Sordi, Evelyn Stewart, Bice Valori, Nanda Primavera e Claudio Gora.

Il dottor Guido Tersilli ( Sordi), con l'aiuto della madre ( Primavera) e con mezzi più o meno leciti, si è procacciato un esercito di mutuati. Ricoverato per esaurimento nervoso, finisce nelle grinfie di colleghi che sperano di ereditare i suoi pazienti.
Il dottor Guido Tersilli ( Sordi), con l’aiuto della madre ( Primavera) e con mezzi più o meno leciti, si è procacciato un esercito di mutuati. Ricoverato per esaurimento nervoso, finisce nelle grinfie di colleghi che sperano di ereditare i suoi pazienti.
Il regista Luigi Zampa in questo lungometraggio offre ad Alberto Sordi la possibilità di sfoggiare la maschera dell'italiano medio cinico e un pò cafone, disonesto e infantile, ma irrimediabilmente carico di ironia comicità. Grazie all'uso dell'espediente satirico il film trasmette una feroce critica al sistema sanitario nazionale. Campione di incassi della stagione 1968/69: tre miliardi di lire. Ancora una volta Sordi è l’attore ad aver capito meglio di tutti lo spirito dei tempi. Il tema dei poveri malati che facevano code eterne per una visita mutualistica è attuale ancora oggi, e attirò una massiccia mole di pubblico nelle sale. Ancora una volta Sordi aveva visto meglio e più lontano di tanti protagonisti del cinema di casa nostra. Straordinaria l’interpretazione di Sordi, e assolutamente unica è la sua capacità di capire e portare sullo schermo le realtà più nascoste dell’italia e degli italiani. A far da spalla a Sordi, due comprimarie di lusso: Pupella Maggio e Bice Valori.
Il regista Luigi Zampa in questo lungometraggio offre ad Alberto Sordi la possibilità di sfoggiare la maschera dell’italiano medio cinico e un pò cafone, disonesto e infantile, ma irrimediabilmente carico di ironia comicità. Grazie all’uso dell’espediente satirico il film trasmette una feroce critica al sistema sanitario nazionale. Campione di incassi della stagione 1968/69: tre miliardi di lire. Ancora una volta Sordi è l’attore ad aver capito meglio di tutti lo spirito dei tempi. Il tema dei poveri malati che facevano code eterne per una visita mutualistica è attuale ancora oggi, e attirò una massiccia mole di pubblico nelle sale. Ancora una volta Sordi aveva visto meglio e più lontano di tanti protagonisti del cinema di casa nostra. Straordinaria l’interpretazione di Sordi, e assolutamente unica è la sua capacità di capire e portare sullo schermo le realtà più nascoste dell’italia e degli italiani. A far da spalla a Sordi, due comprimarie di lusso: Pupella Maggio e Bice Valori.

25. Straziami, ma di baci saziami ( Italia / Francia 1969, col. 100 min.) di Dino Risi. Con Nino Manfredi, Pamela Tiffin, Ugo Tognazzi e Moira Orfei.

Marisa, una ragazza marchigiana ( Tiffin) che ha lasciato il fidanzato Marino ( Manfredi) per i pettegolezzi del paese, sposa il sarto sordomuto Umberto ( Tognazzi): ma quando ritrova Marino, l'amore si riaccende, e decidono di far saltare in aria il marito.
Marisa, una ragazza marchigiana ( Tiffin) che ha lasciato il fidanzato Marino ( Manfredi) per i pettegolezzi del paese, sposa il sarto sordomuto Umberto ( Tognazzi): ma quando ritrova Marino, l’amore si riaccende, e decidono di far saltare in aria il marito.
Gioiellino di comicità paradossale,
Gioiellino di comicità paradossale, “Straziami, ma di baci saziami” è una commedia popolare di ambiente ciociaro tutta giocata sul gusto per il calco filologico e deformante della subcultura popolare, del patetico da fotoromanzo e del romanticismo da festival di Sanremo. Nino Manfredi e Pamela Tiffin, i due simpatici eroi della “melodrammatica” storia d’amore, si corteggiano citando seriamente Don Backy, si identificano negli amanti infelici del Dottor Zivago, e si illudono infine di essere il prototipo degli amanti diabolici quando decidono di sopprimere il marito. Baciati dalla fortuna, riusciranno comunque a coronare col lieto fine la loro stereotipata storia d’amore. Delizioso Ugo Tognazzi nel ruolo del marito sordomuto con tanto di parrucca rossa e con una mimica che ricorda Harpo dei fratelli Marx.

26. Il commissario Pepe ( Italia 1969, col. 107 min.) di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi, Silvia Dionisio, Gino Santercole, Tano Cimarosa e Veronique Vendell.

Una serie di lettere anonime spinge il commissario Antonio Pepe ( Tognazzi) a indagare sui vizi privati della provincia veneta. Così scopre che un'ex manicure convive con dieci studenti, che la figlia minorenne del prefetto esercita la prostituzione, che l'illustre clinico ha tendenze particolari, persino una suora lesbica...Il potere, però, non tollera scandali e il commissario non può che dichiararsi sconfitto, l'inchiesta verrà insabbiata e lui trasferito.
Una serie di lettere anonime spinge il commissario Antonio Pepe ( Tognazzi) a indagare sui vizi privati della provincia veneta. Così scopre che un’ex manicure convive con dieci studenti, che la figlia minorenne del prefetto esercita la prostituzione, che l’illustre clinico ha tendenze particolari, persino una suora lesbica…Il potere, però, non tollera scandali e il commissario non può che dichiararsi sconfitto, l’inchiesta verrà insabbiata e lui trasferito.
Ettore Scola costruisce una pregevole commedia di costume, puntando più sulla malinconia del protagonista che sul facile versante della critica sociale, e questo è un pregio. Bella però, davvero bella la prova di Ugo Tognazzi in una commedia amara che stempera l'acido corrosivo della satira di costume in un'aneddotica fin troppo colorita senza disperdere la sua forza malinconica.
Ettore Scola costruisce una pregevole commedia di costume, puntando più sulla malinconia del protagonista che sul facile versante della critica sociale, e questo è un pregio. Bella però, davvero bella la prova di Ugo Tognazzi in una commedia amara che stempera l’acido corrosivo della satira di costume in un’aneddotica fin troppo colorita senza disperdere la sua forza malinconica.

27. Nell’anno del Signore ( Italia/ Francia 1969, col. 124 minuti) di Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Robert Hossein, Ugo Tognazzi, Renaud Verley e Alberto Sordi.

Roma 1825: Cornacchia ( Manfredi) che dietro l'identità da ciabattino nasconde quella dell'anticlericale Pasquino, cerca di aiutare due carbonari ( Hossein e Verley) prima a scoprire chi li ha traditi e poi, quando sono arrestati, a salvarsi. Ma i suoi sforzi sono inutili, e i sogni di vedere il popolo ribellarsi al dominio papale sono destinati a naufragare.
Roma 1825: Cornacchia ( Manfredi) che dietro l’identità da ciabattino nasconde quella dell’anticlericale Pasquino, cerca di aiutare due carbonari ( Hossein e Verley) prima a scoprire chi li ha traditi e poi, quando sono arrestati, a salvarsi. Ma i suoi sforzi sono inutili, e i sogni di vedere il popolo ribellarsi al dominio papale sono destinati a naufragare.
Al suo secondo film, Luigi Magni cerca di mescolare commedia di costume e riflessione politica, tracciando con sarcasmo beffardo una spiritosa cronaca di avvenimenti prerisorgimentali che i libri di scuola quasi ignorano. Attori da applauso: il Pasquino di Manfredi, il frate di Sordi, il cardinale di Tognazzi, il capitano di Enrico Maria Salerno. Radiosa la bellezza di Claudia Cardinale, nel ruolo dell'amante ebrea di Manfredi.
Al suo secondo film, Luigi Magni cerca di mescolare commedia di costume e riflessione politica, tracciando con sarcasmo beffardo una spiritosa cronaca di avvenimenti prerisorgimentali che i libri di scuola quasi ignorano. Attori da applauso: il Pasquino di Manfredi, il frate di Sordi, il cardinale di Tognazzi, il capitano di Enrico Maria Salerno. Radiosa la bellezza di Claudia Cardinale, nel ruolo dell’amante ebrea di Manfredi.

28. Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata offresi ( Italia 1972, col. 105 min. ) di Marcello Baldi. Con Gastone Moschin, Nanni Loy, Riccardo Cucciola e Paola Quattrini.

Roma: la DC deve rimpiazzare un candidato al senato, e per l'errore di un faccendiere ( Loy ) è costretta a presentare Giuseppe Zaccherin ( Moschin ), anarcoide e truffatore da strapazzo. Quando questi si rende conto di essere una pedina in uno scambio di favori tra DC e PCI, decide di fare di testa sua, e per farlo tacere lo eleggeranno addirittura Presidente della Repubblica.
Roma: la DC deve rimpiazzare un candidato al senato, e per l’errore di un faccendiere ( Loy ) è costretta a presentare Giuseppe Zaccherin ( Moschin ), anarcoide e truffatore da strapazzo. Quando questi si rende conto di essere una pedina in uno scambio di favori tra DC e PCI, decide di fare di testa sua, e per farlo tacere lo eleggeranno addirittura Presidente della Repubblica.
Surreale e dissacrante film di satira politica sulla politica italiana anni '70. Si ride di gusto con un meccanismo delle gag che ha un certo ritmo, e con un finale indovinato. Incontenibili la verve comica e la simpatia di Moschin. Performance di Arnoldo Foà che interpreta addirittura tre ruoli: democristiano, comunista e missino. Nelle immagini
Surreale e dissacrante film di satira politica sulla politica italiana anni ’70. Si ride di gusto con un meccanismo delle gag che ha un certo ritmo, e con un finale indovinato. Incontenibili la verve comica e la simpatia di Moschin. Performance di Arnoldo Foà che interpreta addirittura tre ruoli: democristiano, comunista e missino. Nelle immagini “rubate” a comizi veri compaiono- tra gli altri- Andreotti, Berlinguer e Gian Maria Volontè.

29. Pane e cioccolata ( Italia 1973, col. 115 min. ) di Franco Brusati. Con Nino Manfredi, Paolo Turco, Johnny Dorelli, Anna Karina e Ugo D’Alessio.

L'emigrato iraliano (Manfredi), cameriere nella linda Svizzera, compie l'efferato crimine di urinare in pubblico, perdendo lavoro e permesso di soggiorno: comincia così una vita di clandestinità fino al disperato e fallimentare tentativo di simulata arianità con tintura bionda ai capelli.
L’emigrato iraliano (Manfredi), cameriere nella linda Svizzera, compie l’efferato crimine di urinare in pubblico, perdendo lavoro e permesso di soggiorno: comincia così una vita di clandestinità fino al disperato e fallimentare tentativo di simulata arianità con tintura bionda ai capelli.
Considerato uno dei migliori film di Nino Manfredi, grazie anche alla sceneggiatura e alla regia di Brusati, che tiene perfettamente in armonia dramma e umorismo. Amarissimo, nonché grottesco, apologo sull’italianità e sull’emigrazione, “Pane e cioccolata” poggia soprattutto sulle spalle di Nino Manfredi, mattatore assoluto della pellicola. Il film, originariamente concepito per Ugo Tognazzi, subì diversi rimaneggiamenti a opera dello stesso Manfredi quando questi subentrò nel progetto al posto dell’attore cremonese. Manfredi, d’altra parte, affermava di aver apportato delle significative modifiche, anche grazie all’esperienza vissuta in prima persona come figlio di immigrati negli Stati Uniti. In ogni caso, il film ebbe una splendida accoglienza sia di pubblico che di critica, che non sarebbe stata tale senza la presenza di Nino Manfredi, qui all’apice della sua carriera. Il regista riesce ad affrontare perfettamente il tema dell’emigrazione senza cadere nel populismo e lavorando efficacemente sul registro grottesco-surreale. Protagonista è ovviamente Nino Manfredi, nei panni di un cameriere italiano emigrato in Svizzera. Entrata nella memoria collettiva nazionale la scena di quando non riesce a trattenersi in un bar della Svizzera, di fronte al gol della Nazionale di calcio italiana in una partita tra Italia e Inghilterra, esplodendo con i capelli biondo platino, in un’esultanza, quasi commovente e con uno spirito patriottico da mettere i brividi. La pellicola vinse numerosi premi, tra cui l’Orso d’argento al festival di Berlino, il David di Donatello come miglior film e un altro David di Donatello a Nino Manfredi come miglior interprete maschile della stagione 73-74.
Considerato uno dei migliori film di Nino Manfredi, grazie anche alla sceneggiatura e alla regia di Brusati, che tiene perfettamente in armonia dramma e umorismo. Amarissimo, nonché grottesco, apologo sull’italianità e sull’emigrazione, “Pane e cioccolata” poggia soprattutto sulle spalle di Nino Manfredi, mattatore assoluto della pellicola. Il film, originariamente concepito per Ugo Tognazzi, subì diversi rimaneggiamenti a opera dello stesso Manfredi quando questi subentrò nel progetto al posto dell’attore cremonese. Manfredi, d’altra parte, affermava di aver apportato delle significative modifiche, anche grazie all’esperienza vissuta in prima persona come figlio di immigrati negli Stati Uniti. In ogni caso, il film ebbe una splendida accoglienza sia di pubblico che di critica, che non sarebbe stata tale senza la presenza di Nino Manfredi, qui all’apice della sua carriera. Il regista riesce ad affrontare perfettamente il tema dell’emigrazione senza cadere nel populismo e lavorando efficacemente sul registro grottesco-surreale. Protagonista è ovviamente Nino Manfredi, nei panni di un cameriere italiano emigrato in Svizzera. Entrata nella memoria collettiva nazionale la scena di quando non riesce a trattenersi in un bar della Svizzera, di fronte al gol della Nazionale di calcio italiana in una partita tra Italia e Inghilterra, esplodendo con i capelli biondo platino, in un’esultanza, quasi commovente e con uno spirito patriottico da mettere i brividi. La pellicola vinse numerosi premi, tra cui l’Orso d’argento al festival di Berlino, il David di Donatello come miglior film e un altro David di Donatello a Nino Manfredi come miglior interprete maschile della stagione 73-74.

30. C’eravamo tanto amati ( Italia 1974, col. 125 min.) di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli e Aldo Fabrizi.

Trent'anni di storia italiana raccontati attraverso le storie incrociate di tre amici, ex partigiani: Antonio ( Manfredi), portantino d'ospedale, Nicola ( Satta Flores), un intellettuale frustrato, e Gianni ( Gassman), un avvocato arrivista, tutti e tre innamorati della stessa donna, Luciana ( Sandrelli). Gianni, il più intraprendente, si traforma da tirocinante in uno studio legale ad avvocato senza scrupoli; Antonio, il più umile, si accontenta di una vita da barelliere; Nicola, animato da grandi passioni culturali, tenta la fortuna come intellettuale ma finisce per scrivere anonime recensioni di film su giornali che non lo valorizzano. Quanto a Luciana, lei sceglierà, dopo vari patemi, Antonio come suo compagno di vita.
Trent’anni di storia italiana raccontati attraverso le storie incrociate di tre amici, ex partigiani: Antonio ( Manfredi), portantino d’ospedale, Nicola ( Satta Flores), un intellettuale frustrato, e Gianni ( Gassman), un avvocato arrivista, tutti e tre innamorati della stessa donna, Luciana ( Sandrelli). Gianni, il più intraprendente, si traforma da tirocinante in uno studio legale ad avvocato senza scrupoli; Antonio, il più umile, si accontenta di una vita da barelliere; Nicola, animato da grandi passioni culturali, tenta la fortuna come intellettuale ma finisce per scrivere anonime recensioni di film su giornali che non lo valorizzano. Quanto a Luciana, lei sceglierà, dopo vari patemi, Antonio come suo compagno di vita.
“C’eravamo tanto amati” rappresenta uno degli ultimi grandi capitoli della commedia all’italiana. Il film di Scola esprime ambizioni persino superiori e cerca di comporre un affresco agrodolce dell’Italia dalla Seconda guerra mondiale agli anni ’70, con un impeccabile meccanismo a orologeria che intreccia le storie de protagonisti a una serie di scene da antologia ( il portantino Manfredi che ritrova la Sandrelli sul set della “Dolce vita”; sempre Antonio che scambia Gianni per un posteggiatore a Piazza del Popolo). La pellicola possiede poi, un’amarezza di fondo e una forza evocativa ancora oggi di grande effetto. E in questo modo, mettendo al centro del film il tema del Tempo che scorre, l’intreccio narrativo permette di osservare con più emozione che amarezza i tanti ideali traditi che attraversano la storia d’Italia. L’intero film è segnato dall’immaginario cinematografico: Fellini e Mastroianni compaiono nella parte di se stessi. Su tutti svettano Gassman e Manfredi, che dei 30 anni cui si riferisce il film, ne sono stati tra i massimi rappresentanti. Dedicato a Vittorio De Sica è un omaggio al neorealismo e al cinema italiano, tra ironia e malinconia. Capolavoro!

31. Profumo di donna ( Italia 1974, col. 100 min.) di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Alessandro Momo, Moira Orfei e Franco Ricci.

Il capitano Fausto Consolo ( Gassman), diventato cieco dopo un incidente, nasconde il proprio dolore dietro la maschera del cinico donnaiolo che rifiuta la pietà altrui. Un soldatino ( Momo) lo accompagna in un viaggio da Torino a Napoli, al termine del quale ha progettato il suo suicidio: ma l'amicizia del giovane e l'amore di una ragazza disinteressata ( Belli) gli faranno cambiare idea.
Il capitano Fausto Consolo ( Gassman), diventato cieco dopo un incidente, nasconde il proprio dolore dietro la maschera del cinico donnaiolo che rifiuta la pietà altrui. Un soldatino ( Momo) lo accompagna in un viaggio da Torino a Napoli, al termine del quale ha progettato il suo suicidio: ma l’amicizia del giovane e l’amore di una ragazza disinteressata ( Belli) gli faranno cambiare idea.
E' uno dei film che segnarono il passaggio alla commedia drammatica di alcuni maestri della commedia all'italiana ( Risi, Monicelli, Comencini) in un sagace cocktail di sarcasmo e pietà, ironia e amarezza. Attori sublimi, specialmente Gassman, che sarebbe da Oscar, dà una delle migliori interpretazioni del suo itinerario cinematografico. Infatti vinse meritatamente la Palma d'oro al festival di Cannes.
E’ uno dei film che segnarono il passaggio alla commedia drammatica di alcuni maestri della commedia all’italiana ( Risi, Monicelli, Comencini) in un sagace cocktail di sarcasmo e pietà, ironia e amarezza. Attori sublimi, specialmente Gassman, che sarebbe da Oscar, dà una delle migliori interpretazioni del suo itinerario cinematografico. Infatti vinse meritatamente la Palma d’oro al festival di Cannes.

32. La grande abbuffata ( Francia/ Italia 1974, col. 123 min.) di Marco Ferreri. Con Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Andréa Ferreol e Solange Blondeau.

In una villa fuori Parigi, quattro amici- un pilota ( Mastroianni), il proprietario di un ristorante ( Tognazzi), un giudice ( Noiret) e un regista televisivo ( Piccoli)- decidono di suicidarsi in un'orgia di cibo e di sesso: li seppellirà una maestra (Ferreol) materna e insaziabile, coinvolta casualmente nella vicenda.
In una villa fuori Parigi, quattro amici- un pilota ( Mastroianni), il proprietario di un ristorante ( Tognazzi), un giudice ( Noiret) e un regista televisivo ( Piccoli)- decidono di suicidarsi in un’orgia di cibo e di sesso: li seppellirà una maestra (Ferreol) materna e insaziabile, coinvolta casualmente nella vicenda.
Allegoria della società borghese maschile destinata all'autodistruzione, film-scandalo e apice della filmografia di Marco Ferreri,
Allegoria della società borghese maschile destinata all’autodistruzione, film-scandalo e apice della filmografia di Marco Ferreri, “La grande abbuffata”, fischiato a Cannes, ebbe uno straordinario successo di pubblico e rappresenta una tappa fondamentale della cinematografia mondiale. Il poker dei migliori attori italiani e francesi, ingaggiati e superbo, e interpreta quattro romantici goliardi che hanno scelto di morire in un’orgia di cibo e di sesso, in una villa fuori Parigi. Un film che mette il dito sulle piaghe maleodoranti della nostra cultura ma con una negatività che riesce ad essere produttiva e utile nella sua provocazione.

33. Amici miei ( Italia 1975, col. 140 min.) di Mario Monicelli e Pietro Germi. Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Bernard Blier e Milena Vukotic.

La storia di quattro amici d'infanzia: Rambaldo Melandri ( Moschin), architetto in cerca di una donna; Giorgio Perozzi ( Noiret), giornalista dedito alle avventure extraconiugali con un figlio che è il suo opposto; Raffaello Mascetti ( Tognazzi), nobile decaduto ridotto a vivere in un sottoscala, e Guido Necchi ( Del Prete), che gestisce con la moglie il bar in cui il gruppetto si ritrova. Gli amici si dilettano nell'organizzazione di impegnativi scherzi e burle clamorose, a volte feroci, che non risparmiano nessuno e che li distraggono dalle loro miserie. Ai tre si aggiunge l'apparentemente serioso dottor Alfeo Sassaroli ( Celi), medico annoiato che diventerà presto uno dei pilastri del gruppo. Il motore più o meno inconscio di queste zingarate è il tentativo di esorcizzare la vecchiaia e la morte, che però colpirà il Perozzi.
La storia di quattro amici d’infanzia: Rambaldo Melandri ( Moschin), architetto in cerca di una donna; Giorgio Perozzi ( Noiret), giornalista dedito alle avventure extraconiugali con un figlio che è il suo opposto; Raffaello Mascetti ( Tognazzi), nobile decaduto ridotto a vivere in un sottoscala, e Guido Necchi ( Del Prete), che gestisce con la moglie il bar in cui il gruppetto si ritrova. Gli amici si dilettano nell’organizzazione di impegnativi scherzi e burle clamorose, a volte feroci, che non risparmiano nessuno e che li distraggono dalle loro miserie. Ai tre si aggiunge l’apparentemente serioso dottor Alfeo Sassaroli ( Celi), medico annoiato che diventerà presto uno dei pilastri del gruppo. Il motore più o meno inconscio di queste zingarate è il tentativo di esorcizzare la vecchiaia e la morte, che però colpirà il Perozzi.
Riguardo alla storia della commedia all'italiana, c'è sempre stata disparità di giudizio per ciò che riguarda il tramonto del genere. Secondo alcuni, il vero canto del cigno ( ancorché brillantissimo) è rappresentato da
Riguardo alla storia della commedia all’italiana, c’è sempre stata disparità di giudizio per ciò che riguarda il tramonto del genere. Secondo alcuni, il vero canto del cigno ( ancorché brillantissimo) è rappresentato da “Amici miei”. Il film deve la sua paternità a Pietro Germi, a cui è dedicato, che non poté però dirigerlo a causa della prematura scomparsa. Mario Monicelli si trova comunque perfettamente a suo agio con il tema portante della pellicola, l’amicizia virile e la paura della morte, ricavandone una commedia amara e disillusa, in cui la risata si alterna al senso di malinconia e di amarezza. Celeberrima la scena alla stazione con gli amici che schiaffeggiano i passeggeri affacciati ai finestrini, e il linguaggio surreale e nonsense utilizzato da Tognazzi, per spiazzare le vittime delle zingarate: la “supercazzola” entrata di diritto nel lessico familiare degli italiani. Tutti i cinque attori al loro massimo, in un affiatato gioco di squadra. Straordinario successo di pubblico, oltre 6 miliardi di incasso e 2 seguiti.

34. Giallo napoletano ( Italia 1978, col. 105 min.) di Sergio Corbucci. Con Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Zeudi Araya e Peppino De Filippo.

Raffaele Capece ( Mastroianni), afflitto da una zoppia dovuta ad una poliomielite contratta in infanzia, è un professore di mandolino: scapolo, sempre arruffato e continuamente in bolletta a causa dei debiti di suo padre ( Peppino De Filippo), incallito giocatore di lotto. Per saldare l'ennesimo debito è chiamato a fare una serenata sotto un balcone. Da qui in avanti Raffaele viene coinvolto in una scia di delitti che hanno come filo rosso la musica, i ricordi della guerra e una enorme somma di denaro, in una Napoli nera e grottesca. Perseguitato da un commissario pasticcione ( Pozzetto) e da una misteriosa e furba ragazza ( Muti), alla fine erediterà una grossa somma di denaro.
Raffaele Capece ( Mastroianni), afflitto da una zoppia dovuta ad una poliomielite contratta in infanzia, è un professore di mandolino: scapolo, sempre arruffato e continuamente in bolletta a causa dei debiti di suo padre ( Peppino De Filippo), incallito giocatore di lotto. Per saldare l’ennesimo debito è chiamato a fare una serenata sotto un balcone. Da qui in avanti Raffaele viene coinvolto in una scia di delitti che hanno come filo rosso la musica, i ricordi della guerra e una enorme somma di denaro, in una Napoli nera e grottesca. Perseguitato da un commissario pasticcione ( Pozzetto) e da una misteriosa e furba ragazza ( Muti), alla fine erediterà una grossa somma di denaro.
Tutto quello che promette il titolo: folcklore e delitti, risate e misteri. Giallo napoletano appartiene a quel filone della commedia grottesca, dai risvolti drammatici, che a cavallo fra gli anni settanta e ottanta rispecchia la crisi politico-sociale in cui l'Italia e soprattutto il Sud erano precipitati. Un'Italia che si porta dietro vecchi retaggi (nel film si accenna alla persecuzione degli ebrei) ma soprattutto una Napoli ripresa con luce sinistra, immersa in un'atmosfera di terrore, lontana dallo stereotipo che l'ha resa famosa in tutto il mondo. O meglio, uno degli stereotipi, il mandolino, viene cambiato di segno, da positivo a negativo. Da veicolo di cultura, lo strumento diventa qui motore di una girandola di ricatti e omicidi che si intrecciano fra loro, favorendo in ultimo l'autodistruzione dei delinquenti. E Raffaele Capece, uomo semplice avvilito dalla poliomielite e da un padre arteriosclerotico (l'ultima apparizione cinematografica di Peppino De Filippo, che morirà nel 1980), subisce la furia dei prepotenti. Sergio Corbucci abbonda nelle citazioni fin dalla prima inquadratura, in cui accosta il maestro del brivido Alfred Hitchcock al principe della risata Totò per chiarire il senso del film e conduce bene un gioco di squadra in cui tutti gli attori fanno il loro dovere, dai divi ai generici, ma tra i quali spiccano un Mastroianni scatenato e mattatore della scena; ed un Peppino De Filippo al suo ultimo film.
Tutto quello che promette il titolo: folcklore e delitti, risate e misteri. Giallo napoletano appartiene a quel filone della commedia grottesca, dai risvolti drammatici, che a cavallo fra gli anni settanta e ottanta rispecchia la crisi politico-sociale in cui l’Italia e soprattutto il Sud erano precipitati. Un’Italia che si porta dietro vecchi retaggi (nel film si accenna alla persecuzione degli ebrei) ma soprattutto una Napoli ripresa con luce sinistra, immersa in un’atmosfera di terrore, lontana dallo stereotipo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. O meglio, uno degli stereotipi, il mandolino, viene cambiato di segno, da positivo a negativo. Da veicolo di cultura, lo strumento diventa qui motore di una girandola di ricatti e omicidi che si intrecciano fra loro, favorendo in ultimo l’autodistruzione dei delinquenti. E Raffaele Capece, uomo semplice avvilito dalla poliomielite e da un padre arteriosclerotico (l’ultima apparizione cinematografica di Peppino De Filippo, che morirà nel 1980), subisce la furia dei prepotenti. Sergio Corbucci abbonda nelle citazioni fin dalla prima inquadratura, in cui accosta il maestro del brivido Alfred Hitchcock al principe della risata Totò per chiarire il senso del film e conduce bene un gioco di squadra in cui tutti gli attori fanno il loro dovere, dai divi ai generici, ma tra i quali spiccano un Mastroianni scatenato e mattatore della scena; ed un Peppino De Filippo al suo ultimo film.

35. La terrazza ( Italia/ Francia 1980, col. 155 min.) di Ettore Scola. Con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Serge Reggiani, Stefano Satta Flores, Carla Gravina, Ombretta Colli e Stefania Sandrelli.

Su una terrazza, cinque vicende di intellettuali romani. Enrico ( Trintignant), sceneggiatore in crisi creativa, finisce in clinica. Luigi (Mastroianni), giornalista politico, si illude di poter riconquistare la moglie che ha fatto carriera ( Gravina); Sergio ( Reggiani), un dirigente televisivo, si lascia morire sul set di
Su una terrazza, cinque vicende di intellettuali romani. Enrico ( Trintignant), sceneggiatore in crisi creativa, finisce in clinica. Luigi (Mastroianni), giornalista politico, si illude di poter riconquistare la moglie che ha fatto carriera ( Gravina); Sergio ( Reggiani), un dirigente televisivo, si lascia morire sul set di “Capitan Fracassa”. Il rozzo produttore Amedeo (Tognazzi) per amore di Enza ( Colli), la moglie, accetta di produrre un film intellettuale. Mario ( Gassman), un deputato, ha una relazione occasionale con Giovanna ( Sandrelli), la moglie di un pubblicitario. A cadenza imprecisata si ritrovano tutti sulla stessa terrazza.
“La terrazza” appare come il film-summa degli sceneggiatori Age e Scarpelli. Le vicende individuali dei protagonisti maschili si iscrivono nel bilancio della generazione a cui appartengono i due autori e il film di Scola appare come “una sorta di post scriptum alla storia della commedia all’italiana”. Straordinaria la parata dei protagonisti maggiori della commedia all’italiana: da Marcello Mastroianni a Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores…L’addio del cinema italiano alla commedia all’italiana, con uno dei suoi massimi capolavori.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...