Le colonne sonore che hanno fatto grande il cinema italiano. Nello specifico il maestro Ennio Morricone

Ennio Morricone, il più grande compositore e direttore d'orchestra italiano del '900, ma anche il più grande maestro del cinema italiano. Ha composto infatti le colonne sonore di oltre 500 film in più di 50 anni di carriera.
Ennio Morricone, il più grande compositore e direttore d’orchestra italiano del ‘900, ma anche il più grande maestro del cinema italiano. Ha composto infatti le colonne sonore di oltre 500 film in più di 50 anni di carriera.

Cosa sarebbe un film senza una colonna sonora? Probabilmente un bel racconto, fatto di immagini invece che di parole, ma si sentirebbe la mancanza di quel valore aggiunto che solo la musica può dare. Accade lo stesso anche nella vita normale: ognuno di noi ha una colonna sonora della propria vita, quegli accompagnamenti musicali che servono per fissare nella mente un momento particolare o le canzoni che erano lì per caso e che sono diventate una parte integrante del ricordo. Quanti film, poi, sono ricordati più per la colonna sonora che per il resto? Nelle pellicole più riuscite la colonna sonora è un tutt’uno con lo scorrere della narrazione accompagnando i fatti o evocando delle sensazioni o, ancora, rappresentando con le sette note le emozioni e le intenzioni narrative. La cinematografia italiana può vantare alcune delle più belle colonne sonore che siano mai state composte anche grazie ai tanti maestri dei quali è ricco il nostro panorama artistico (uno su tutti è il maestro Ennio Morricone).

Non solo “Profondo rosso”, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o “C’era una volta il West”. Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 i compositori hanno fatto grande il cinema italiano, nobilitando una serie di pellicole di genere: commedia all’italiana, western, film d’autore.

La colonna sonora, in alcuni casi vera e propria opera d’arte, rimaneva dunque incollata ai grandi capolavori del nostro cinema e si fondeva in un tutt’uno con la pellicola, e quando ciò accadeva, ebbene il film passava alla storia. Nella selezione delle colonne sonore italiane più grandi di sempre, il posto preminente è senza dubbio da affidare al grande Ennio Morricone, autore di almeno 5 colonne sonore tra le poco meno di 20 selezionate. SI diceva che molto spesso, la colonna sonora bastava da sola a farci ricordare un attore, una scena del film e a farci rivivere i capolavori del nostro cinema. E allora nel sentire lo splendido blues del maestro Piero Umiliani, come non pensare al capolavoro di Mario Monicelli, “I soliti ignoti”(1958), alla scalcinata banda di ladruncoli pasticcioni ,capitanati da Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. E ancora scorrendo le memorie del nostro passato, le musiche del maestro Nino Rota, fedele collaboratore di Federico Fellini, sono un marchio di fabbrica, de “La dolce vita”(1960) e di “Amarcord”(1974). Soprattutto la musica del primo film, è quella legata alle figure di Marcello Mastroianni e di Anita Ekberg, che fanno il bagno di notte nella fontana di Trevi: poesia, musica e arte cinematografica in un colpo solo. La storia del cinema italiano in poco più di 4 minuti. E indimenticabile sarà qualche anno più tardi, nel 1966, il commento musicale del maestro Carlo Rustichelli, per il film “L’Armata Brancaleone”, che individuò proprio insieme al regista Monicelli la filastrocca che fa da inno all’improbabile armata: “Branca, branca, branca…leon , leon, leon”. E nel sentirla come non pensare al meraviglioso Vittorio Gassman, cavaliere errante in sella al suo fedele Ariodante. E continuando con il maestro Carlo Rustichelli, la malinconica e azzeccatissima colonna sonora composta per il film “Amici miei”, che racconta la storia di 5 amici di mezz’età, intenti ad organizzare zingarate per esorcizzare la paura della vecchiaia e della morte. Nel sentirla non si può non pensare al Melandri di Gastone Moschin, architetto in cerca di una donna; o al Perozzi di Philippe Noiret, giornalista dedito alle avventure extraconiugali; o ancora al conte Mascetti di Ugo Tognazzi, nobile decaduto che vive in un sottoscala. E non si può non pensare alla zingarata degli schiaffi ai viaggiatori affacciati da un treno in partenza dalla stazione di Firenze.

Federico Fellini e Nino Rota, un'accoppiata vincente: soprattutto la colonna sonora della
Federico Fellini e Nino Rota, un’accoppiata vincente: soprattutto la colonna sonora della “Dolce Vita”, diventò il simbolo di un’epoca della storia d’Italia.

Insomma, è indubbio dire che, quando le musiche rimangono indelebilmente legate al proprio film, e quando il film rimane indelebilmente legato alla sua musica, alla sua colonna sonora, ebbene vuol dire che entrambi entrano in simbiosi l’uno con l’altro, creando un connubio perfetto che sovente porta al capolavoro senza tempo. E allora il grande compositore italiano Ennio Morricone è forse, colui che meglio ha saputo comprendere il legame profondo che lega la musica al suo film, e il suo film alla musica. Per quanto la colonna sonora deve basarsi necessariamente al genere del film, Morricone è il primo compositore a rompere gli schemi secondo i quali è la musica che deve mettersi al servizio del film: “All’inizio di ogni nuova collaborazione chiedo sempre la fiducia del regista. La cosa importante poi è appropriarsi della sua volontà, della poetica della storia o dei ritmi dell’azione e scrivere la musica imponendo la propria personalità, il proprio stile, la propria intelligenza”. E la sua filosofia è racchiusa in questa breve risposta alla domanda su quali debbano essere le qualità di chi scrive musiche per film: «La prima è non considerare la musica soltanto un sottofondo a quello che si svolge sullo schermo, ma accompagnare gli stati d’animo, spesso stimolarli: la paura, l’orrore, la passione, la nostalgia, la ribellione. Se si entra nella storia con attenzione e semplicità non è difficile, poi bisogna tenere conto della forza delle immagini, dell’impatto degli attori. Ed è essenziale il rispetto del silenzio, che a volte l’evento sullo schermo impone. Altrettanto importante è l’apertura verso ogni genere, non disdegnare il rock, il pop, la musica cosiddetta leggera se è funzionale alla storia». Un rovesciamento degli schemi classici, che porta alla creazione di numerose opere d’arte che si legano armoniosamente alla pellicola cui si riferiscono. E allora su tutti come non citare la splendida “Once upon a time in the West”, la colonna sonora del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta il west”, oggi ritenuto da pubblico e critica uno dei massimi capolavori del cinema mondiale, e la sua colonna sonora probabilmente la più bella mai realizzata nella storia del cinema. La fine dell’epopea del grande West americano, il malinconico tramonto di un’epoca reso dall’interminabile costruzione della stazione di Flagstone nella Monument Valley, gli occhi azzurri del mito Henry Fonda, la bellezza incredibile di Claudia Cardinale, nei panni della prostituta Jill, il misterioso Armonica di Charles Bronson; tutto questo si fonde con la colonna sonora perfetta, commovente, epica di Ennio Morricone. Come non pensare, nel sentirla a tutto questo, soprattutto all’immagine della Cardinale, qui al massimo della sua immensa bellezza. La musica scritta appositamente per la pellicola da Ennio Morricone, collaboratore regolare di Leone, sotto la direzione del regista prima dell’inizio delle riprese, contribuisce alla grandezza del film ed è considerata una delle più grandi composizioni del maestro romano. Il film presenta leitmotiv che si riferiscono a ciascuno dei personaggi principali (ognuno con il proprio tema musicale), nonché allo spirito del West americano. Particolarmente interessante è la voce senza parole della cantante italiana Edda Dell’Orso durante il tema musicale del film. Era desiderio di Leone avere la musica a disposizione e suonata durante le riprese. Leone fece comporre a Morricone la colonna sonora prima dell’inizio delle riprese, e riprodusse la musica in sottofondo per gli attori sul set. Fatta eccezione per circa un minuto del motivo “Come una sentenza”, prima che Armonica uccida i tre banditi, nessuna colonna sonora viene suonata fino alla fine della seconda scena, quando Henry Fonda fa il suo primo ingresso. Questo può non sembrare particolarmente strano, anche se la musica di Morricone è solitamente considerata come una parte vitale dei film western di Sergio Leone. Durante l’inizio del film, Leone e Morricone fanno invece utilizzo di un numero di suoni naturali, per esempio una ruota che gira nel vento, il suono di un treno, locuste, fucili da caccia, ali di piccioni ecc., oltre all’armonica suonata dal personaggio di Bronson, dal momento che il suono dell’armonica è “dentro il film” piuttosto che una vera colonna sonora. Tutti consapevoli del tramonto sullo sfondo della Monument Valley cavalcata da Ford, i protagonisti vengono introdotti dagli efficaci temi musicali di Ennio Morricone. La storia, invece, dell’incontro tra Ennio Morricone e Sergio Leone e della successiva collaborazione per il film “Per un pugno di dollari”(1964), ha un inizio un pò controverso. Proviamo a ricostruirlo. Terminato il montaggio del film, Sergio Leone era intenzionato ad affidare ad Angelo Francesco Lavagnino la colonna sonora del film, in quanto i due avevano già collaborato insieme nei precedenti film del regista romano. Papi e Colombo, tuttavia, consigliarono a Leone di mettersi in contatto con il compositore romano Ennio Morricone, che aveva già musicato Duello nel Texas per la Jolly Film. Benché molto restio, Leone decise di incontrare Morricone e di proporgli la visione del film. Il regista, dunque, si recò a casa del compositore, scoprendo che era stato suo compagno di scuola alle elementari. Notandone la buona fede, Leone decise di concedergli un’occasione e affidargli la colonna sonora del film. Le sequenze che secondo il regista necessitavano di un grande supporto da parte della musica erano quella dello scambio degli ostaggi e il confronto finale: “Il Sud del Texas, è un luogo appassionato e caldissimo. Là c’è un miscuglio di Messico e America. Questo dà ai loro riti funebri e alla loro religione un tono e un’atmosfera particolari. Proprio quello di cui avevo bisogno per la mia danza della morte. Per il mio primo western chiesi una colonna sonora simile al deguello che Tiomkin aveva usato in Un dollaro d’onore e La battaglia di Alamo. È un antico canto funebre messicano.” Ennio Morricone, però, si rifiutò categoricamente di utilizzare il pezzo composto dal compositore russo per una questione di professionalità: “Mi toccò dire a Sergio: guarda, se vuoi mettere nel film quel lamento, io non voglio averci niente a che fare”. Allora lui mi disse: “Okay, tu componi la musica ma fallo in modo che una parte della partitura suoni come il deguello”. “Anche questa soluzione non la vedevo di buon occhio, così presi un mio vecchio tema, una ninna nanna che avevo scritto per un amico, per una versione teatrale di tre drammi di mare di Eugene O’Neill. La ninna nanna era cantata da una delle Peter Sister… Attenzione, il tema era certamente molto lontano dal lamento. Ciò che ve lo faceva somigliare era l’esecuzione, con una tromba suonata un po’ alla zingara, con tutti i melismas — le evoluzioni intorno a singole note della melodia — che sono caratteristiche di quello stile. Ma il tema stesso non era — ripeto, non era — la stessa idea tematica del deguello”. Nonostante le iniziali titubanze, la collaborazione tra Leone e Morricone divenne ben presto proficua: i due si trovarono subito d’accordo su quali tematiche e su quale effetto doveva avere la musica sul film. A parere del regista, trovandosi il film in stato già avanzato di lavorazione, la colonna sonora risultava difficile da integrare perfettamente. L’ideale sarebbe stato, dunque, iniziare a lavorare alla musica contemporaneamente alla scrittura della sceneggiatura, per avere una maggiore influenza sulla caratterizzazione delle scene e dei personaggi. Proprio riguardo ai personaggi, Morricone ricorda di aver lavorato molto, sottolineando l’aspetto ironico di certi personaggi, e utilizzando strumenti insoliti come il maranzano. Terminata la composizione delle musiche relative alle scene principali del film, Leone pretendeva però un altro pezzo musicale che accompagnasse il film; Morricone, dunque, gli propose un suo vecchio tema musicale: “Sergio sentì un arrangiamento che avevo fatto uno o due anni prima per un brano folk americano, un arrangiamento per il quale avevo deliberatamente messo da parte alcune delle mie idee musicali. Le idee, o gli strati, a cui avevo rinunciato per quell’arrangiamento consistevano nel permettere alla gente di sentire da sola, al di là del tema musicale, la nostalgia di un personaggio, Mister X, per la città… Così, come se i suoni di una città fossero uditi da molto lontano, potevo usare quei lontani suoni cittadini… Sergio ascoltò tutto questo, gli piacque molto e lo volle come arrangiamento di uno dei miei temi”. Il pezzo in questione è Pastures of Plenty, di Woody Guthrie, composta nel 1941 e successivamente arrangiata da Morricone nel 1962 con l’aggiunta di una linea vocale. Leone voleva quell’esatto arrangiamento, con sopra una melodia. La linea vocale doveva essere pertanto eliminata. Al primo ascolto del pezzo, il regista rimase affascinato: “Ne fui completamente affascinato. Così dissi: “Hai fatto il film. Vattene in spiaggia. Il tuo lavoro è finito. È questo che voglio. Ora devi solo procurarti qualcuno che sappia fischiare”. Morricone dunque contattò il maestro Alessandro Alessandroni, celebre per il suo lavoro in qualità di direttore corale. Ma oltre che per il suo coro e per la sua abilità nel suonare la chitarra, Alessandroni era conosciuto per la sua capacità di fischiare in modo sopraffino, tanto da rendere il “fischio”, uno strumento vero e proprio. Alessandroni, in una intervista a Christopher Frayling, ricordò alcuni avvenimenti riguardanti il film: “Nessuno alla Rca credeva in quel film, quindi non volevano spendere soldi per la colonna sonora. E quando vedemmo alcune delle sequenze su cui Morricone doveva mettere la musica ci mettemmo a ridere perché c’erano così tanti morti, un sacco di morti sparpagliati dappertutto… Sergio veniva spesso, sedeva in cabina e a volte scherzava con me. Era un tipo molto grosso. “Allora, oggi devi fischiare meglio che puoi, capito?”. La colonna sonora, come il suo film peraltro, fu un successo internazionale senza precedenti, e così come per “C’era una volta il West”, è associata all’intero genere western. La collaborazione tra i due poi, raggiunse dimensioni a dir poco epiche, con “Once upon a time in America”, colonna sonora del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America”(1984). Il regista non ha mai avuto dubbi, scegliendo immediatamente per la realizzazione delle musiche, il suo collaboratore di lunga data Ennio Morricone, con cui aveva lavorato per tutti i suoi western che lo avevano reso celebre in tutto il mondo. La musica del film era stata commissionata da Leone con così largo anticipo che veniva ascoltata, seppur non nella versione orchestrata, sul set durante le riprese. Una colonna sonora perfetta, carica di malinconia per i sogni perduti, così come il film, così come quella di “C’era una volta il West”: epica!

...e la visione di Claudia Cardinale in
…e la visione di Claudia Cardinale in “C’era una volta il West”(1968) fa subito riecheggiare le note della epica colonna sonora di Ennio Morricone.

E per restare sul maestro Morricone, si pensi all’immagine di Gian Maria Volontè, a “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”(1971) di Elio Petri, che vincerà l’oscar come miglior film straniero. La colonna sonora misteriosa, organica, efficace di Morricone, fa pensare subito all’immagine di questo solerte commissario di polizia, che ha ucciso la sua amante, e che viene protetto suo malgrado dai suoi colleghi e superiori, che in un primo momento ricatta e poi in virtù della vittoria dell’ordine costituito, finisce per agognare la propria punizione, la quale tuttavia gli viene preclusa dal suo potere e dalla sua posizione: l’unico testimone dei fatti, l’anarchico individualista Pace, non vorrà denunciarlo per poterlo ricattare («Un criminale a dirigere la repressione: è perfetto!» esclama durante l’interrogatorio). La comune predilezione per i timbri espressivi dell’iperbole, del grottesco, dello “straniamento di matrice brechtiana”, rendono il connubio tra Elio Petri e il musicista Ennio Morricone uno dei più produttivi, quantitativamente e qualitativamente, del cinema italiano. La colonna sonora del film, che pare aver esercitato una notevole impressione sullo stesso Stanley Kubrick, ne rappresenta, forse, il vertice. Qui, la contaminazione tra ambito classico ed ambito popolaresco (ad esempio il mandolino suonato come fosse un clavicembalo) con gli “inserti ritmicamente imprevedibili del maranzano, del sax soprano e del contrabbasso elettrico” risultano perfettamente funzionali nell’accompagnamento dei moti convulsi della psiche disturbata del protagonista. E ancora per finire con Morricone, va senza dubbio citata la pellicola “Nuovo cinema Paradiso”(1988), diretto da Giuseppe Tornatore, uno splendido amarcord dolceamaro sul grande cinema italiano, superficiale e accattivante, da cui si finisce con l’essere catturati in pieno. Scatenato Ennio Morricone, in una delle sue colonne sonore più roboanti e fortunate.

Ennio Morricone e Sergio Leone (1985), da compagni di scuola a stretti collaboratori.
Ennio Morricone e Sergio Leone (1985), da compagni di scuola a stretti collaboratori.

Si diceva sopra, come la musica di un film, non solo rimanga spesso legata al film, ma anche ai suoi personaggi, ai suoi interpreti, ai suoi protagonisti. E così, anche se non originale, il brano utilizzato per “Lo chiamavano Trinità”(1970) del cantautore britannico Lally Stott e arrangiato dal maestro Franco Micalizzi, è rimasto indelebilmente legato alle figure di Trinità e Bambino, alias Terence Hill e Bud Spencer, soprattutto del primo, quando sulle note della colonna sonora, si lascia trasportare su una slitta trainata dal suo cavallo verso mete sconosciute. O ancora di più una colonna sonora può legarsi ad un attore, in modo da ricordarsi più dell’attore cui mentalmente si riferisce che al suo effettivo autore. E’ il caso del “Postino”(1994) di Massimo Troisi e Michael Radford, con musiche malinconiche e struggenti del compositore argentino Luis Bacalov. La poesia del “Postino”, del personaggio di Massimo Troisi, si fonde in un tutt’uno con la colonna sonora di Luis Bacalov, tanto che è difficile, quanto addirittura impossibile, non associarla al volto di Massimo, malato di cuore già durante le riprese del film, e che ne morirà 12 ore dopo la fine delle stesse. Difficile non associare la musica alle immagini di Massimo in giro in bicicletta sull’isola di Salina o di Procida, con sullo sfondo il tramonto dell’isola di Vulcano; difficile non farsi ricattare dalla commozione per tutta la visione del film, per tutta la durata della colonna sonora. Così anche se per anni la sua paternità fu in diatriba tra Luis Bacalov e Sergio Endrigo, che sosteneva ( a ragione) di essere stato plagiato, la musica non è forse legata a nessuno dei due, quanto a quel Troisi, che con questa pellicola è entrato di diritto nella storia del cinema mondiale, tanto che il Washington Times disse di lui: « Il Postino rappresenta quel trionfo internazionale che Troisi sperava di avere e che non ha fatto in tempo a godersi »; e ancora il New York Times inserì la pellicola nella lista dei 1000 migliori film di sempre.

Il maestro Luis Bacalov che per
Il maestro Luis Bacalov che per “Il postino”(1994) di Massimo Troisi, vinse l’Oscar per le migliori musiche.

Tra le migliori colonne sonore del cinema italiano poi, non può non essere citata quella di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani del capolavoro di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, premio Oscar nel 1992. Una commedia malinconica di grande fascino, ambientata in un’isola sperduta della Grecia in piena seconda Guerra Mondiale, che scorre via vivace, anche per merito dello splendido affiatamento degli attori, in cui spiccano Diego Abatantuono, Claudio Bigagli e Giuseppe Cederna. La musica, avvolta da chiari influssi orientali e accompagnata dalla cetra, omaggio dichiarato alla Grecia antica, è strepitosa e accompagna i nostri eroi per tutta la durata del film. Va quì citata anche quella di Nicola Piovani da “La vita è bella”(1997) di e con Roberto Benigni, che peraltro si aggiudicò anche l’oscar per le migliori musiche. Il brano La vita è bella è stato successivamente ripreso (con l’aggiunta del testo) dalla cantante israeliana Noa, con il titolo di Beautiful That Way. Ebbene la musica del film non può non far pensare a Benigni, a questo padre che cerca in ogni modo di salvaguardare il figlio dagli orrori della deportazione, inventandosi un gioco il cui premio finale sarà un carro armato. E molto spesso poi, la musica serve per enfatizzare, ipnotizzare l’atmosfera da brividi di un film, come nella pellicola di Dario Argento, “Profondo rosso”(1975). La scelta della musica di Giorgio Gaslini è perfetta e riesce a cogliere il massimo coinvolgimento emotivo nello spettatore, significativa in tal senso la reazione di Alberto Moravia, quando spiegò il motivo del successo del film di Dario Argento e dell’ottimo connubio con la propria colonna sonora: “paura del buio, degli ambienti disabitati, delle facce laide o deformi, dei panni strani o lugubri, delle armi da taglio, e così via. Ma aver paura e far paura non sono forse sinonimi di masochismo e di sadismo? In ogni caso senza una colonna sonora così azzeccata forse il film non avrebbe avuto così tanto coinvolgimento emotivo nel pubblico delle sale”.

Nicola Piovani e Roberto Benigni, un duo da Oscar:
Nicola Piovani e Roberto Benigni, un duo da Oscar: “La vita è bella”(1997).

E per concludere, altre volte ancora, la musica può servire per far ricordare un film prettamente comico, perchè non sempre è il drammatico ad essere valorizzato dalla musica. Due esempi su tutti sono esplicativi, per altro entrambe composte dal maestro Piero Piccioni, ed entrambe al servizio della verve comica del grande Alberto Sordi: “Ma ndò Haway se la banana non ce l’hai?” colonna sonora del film “Polvere di stelle”(1973); e la “Marcia di Esculapio” colonna sonora del film “Il medico della mutua”(1968) creata dallo stesso Piccioni, e rimasta così legata all’Albertone nazionale, da essere stata risuonata ininterrottamente ai suoi funerali nel 2003. Una marcia furbesca, ritmica ed efficace, che si amalgama perfettamente al medico furbo e imbroglione impersonato da Sordi. “Ma ndò Haway, se la banana non ce l’hai”, è invece il trionfo del doppio senso e della volgarità  ma anche della voglia di vivere e di divertirsi di un Paese che non sembrava ancora ben rendersi conto della libertà che aveva ritrovato, dopo anni di dura guerra.

Monica Vitti e Alberto Sordi nel film
Monica Vitti e Alberto Sordi nel film “Polvere di stelle”(1973), mentre cantano la colonna sonora del film, entrata nell’immaginario popolare: “Ma ndò Haway…se la banana non ce l’hai?”, del maestro Piero Piccioni.

Domenico Palattella

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