I Maestri del cinema italiano: Fellini, Monicelli, De Sica, Pasolini, Visconti, Risi, Germi, Rossellini…

I Maestri del cinema italiano. I registi che con le loro idee e la loro professionalità hanno reso immortale il cinema italiano. Nella foto due
I Maestri del cinema italiano. I registi che con le loro idee e la loro professionalità hanno reso immortale il cinema italiano. Nella foto due “maestri” del nostro cinema, Luchino Visconti e Mario Monicelli, mentre sono intenti a visionare una bozza di sceneggiatura.

Il cinema è tra tutte le arti, quella più collettiva, dove la scrittura del copione, il taglio delle inquadrature, la recitazione degli attori, il ritmo del montaggio, la musica di commento devono coniugarsi in una forma organica di narrazione sincretica, unitaria. Nonostante quindi, le opportune specificazioni riguardo l’apporto creativo di tutta l’équipe tecnica chiamata alla collaborazione per un film, è indubbio che la personalità artistica che vi imprime il sigillo definitivo sia proprio quella del regista. Responsabile in prima persona del taglio delle inquadrature, dello stile di recitazione degli attori, della loro disposizione nel piano; e ancora, garante unico della coesione narrativa, della effettiva durata delle scene e delle sequenze. Insomma, supervisore di ogni singolo momento del farsi del film. Nel corso della storia del cinema, il lavoro del regista, la sua specificità artistica, hanno subito molte modificazioni, a seconda della volontà dei sistemi produttivi, delle varie circostanze storiche, a seconda anche delle inclinazioni dei singoli “metteurs en scèné”. Esistono dunque varie tipologie di regista, più o meno connotate da intenzionalità artistica o, viceversa, da semplice rigore professionale: esistono, in breve, semplici mestieranti incaricati di dirigere e coordinare i lavori sul set secondo efficienza e rapidità esecutiva, su tutti Camillo Mastrocinque, Giorgio Bianchi o Mario Mattoli; e veri artisti cinematografici, capaci di imprimere con forza in ogni produzione il proprio marchio stilistico, formale, espressivo, vari sono gli esempi, da De SIca a Fellini, Visconti, Pasolini e altri maestri del nostro cinema. Non sempre è facile dividere in categorie ferree le due diverse figure. Per anni si sono considerate le produzioni industriali di Holliwood o di Cinecittà come semplici prodotti in serie, i generi quali filoni spettacolari e commerciali di comodo dove il lavoro venisse svolto con rapidità, il pubblico da soddisfare e intrattenere quale unico obiettivo da perseguire. Da questo punto di vista, personalità artistiche, oggi considerate di primissimo piano, venivano accomunate da un generico disinteresse, autori a pieno titolo come un Robert Siodmak o un Pietro Germi sfuggivano alla critica, che tendeva a non considerarne la personalità creativa. Con il passare degli anni, con l’affilarsi degli strumenti di analisi critica, semiologica, stilistica del film, si è potuto notare come anche il prodotto industriale potesse avere in molti casi piena dignità estetica, una cifra stilistico-formale inequivocabile, un marchio d’autore evidente. L’antico pregiudizio comincia a sparire, l’autore cinematografico diviene non più solo il regista e sceneggiatore insieme, ma anche il puro director che non sempre mette mano direttamente alla stesura della sceneggiatura, ma che comunque è sempre l’unico responsabile della qualità visiva, della durata, e quindi della cifra estetica fondamentale dell’opera filmica.

Pietro Germi, uno dei maestri del cinema italiano e più in generale della commedia all'italiana. Le sue commedie non di rado erano venate da una pungente critica sociale all'Italia dell'epoca.
Pietro Germi, uno dei maestri del cinema italiano e più in generale della commedia all’italiana. Le sue commedie non di rado erano venate da una pungente critica sociale all’Italia dell’epoca.

Chiunque è in grado di cogliere il tocco stilistico di autori come Luchino Visconti, le costanti tematiche di un Vittorio De Sica, di un Luigi Magni, di un Sergio Leone; la plasticità d’inquadratura di un Michelangelo Antognoni o di un Pier Paolo Pasolini: sono autori, questi, la cui spiccata personalità si impone immediatamente, di primo acchito. Più difficile, accorgersi che un Francesco Rosi, un Pietro Germi, possiedono tutti una propria personalissima idea del tempo narrativo, che sanno servirsi del primo piano, ad esempio, in maniera invisibile ma sottilmente espressiva, che sovrintendono alla stesura della musica di commento in maniera costante in ogni loro film, e con risultati poetici invero straordinari ( si pensi solo alla collaborazione di Pietro Germi con il musicista Carlo Rustichelli e all’intreccio metaforico continuo della musica con la narrazione nel bellissimo “L’uomo di paglia”). Ci sono poi, si è detto, i registi-sceneggiatori, coloro i quali elaborano il film a partire da un’unica intuizione lirica, che si incarna immediatamente nella storia, nel dialogo e nella struttura visiva: si pensi a Luigi Comencini, Mario Monicelli, Ettore Scola e DIno Risi, veri e propri maestri e specialisti della commedia all’italiana, nella quale uno spunto preso dalla cronaca, dava il là al film, con risultati non di rado di eccelsa fattura. O si pensi ancora a Federico Fellini, in cui narrazione, fantasia, carica onirica e visualizzazione nascevano nello stesso momento nella stesura dello story-board, dove le inquadrature vengono tutte disegnate prima delle riprese e lo sguardo e la scrittura già organizzati coerentemente in una sorta di pre-testo, film in nuce già fissato nelle principali coordinate espressive ed estetiche.

Vittorio De Sica mentre dirige il film
Vittorio De Sica mentre dirige il film “La ciociara”(1960), il capolavoro che farà vincere a Sophia Loren il premio Oscar come miglior attrice protagonista.

Il cinema d’autore in Italia nacque tutto sommato con la fine della dittatura fascista e con l’ascesa del Neorealismo: una ventata di freschezza, di naturalezza, di realismo reso da una serie di autori di eccelso valore figurativo. Una rinnovata fiducia verso il futuro, dopo il periodo buio della guerra, che porterà poi, verso il boom economico e verso la rosea epoca della commedia all’italiana. Il momento di svolta epocale del cinema italiano, avviene con “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini, rievocazione della lotta antifascista a Roma negli ultimi mesi della guerra in cui le diverse anime della resistenza romana (comunista, cattolica e liberale) collaborano nel rispetto reciproco. Quello che più interessa al regista nella ricostruzione scenica sono le strade, le chiese, i tetti, le case popolari, tutti quegli spazi vitali che l’uomo è costantemente chiamato a difendere. Il film (Palma d’oro al Festival di Cannes) ottiene grande successo internazionale e consacra Rossellini a portavoce del neorealismo. La visione ecumenica ritorna nel film successivo, “Paisà” (1946), affresco bellico sull’avanzata degli alleati dalla Sicilia alla valle del Po, che rispetto al precedente sacrifica la psicologia individuale alla necessità dell’itinerario storico e geografico. Per certi versi speculare a “Paisà” è “Germania anno zero” (Gran Premio al festival di Locarno nel 1947), girato tra le macerie di una Berlino distrutta dai bombardamenti. In questo film, che chiude idealmente la parabola neorealista di Rossellini, il trauma bellico è inserito nella visione cattolica della lotta dell’uomo contro le avversità della storia, che nel tragico finale sembra sancire la morte della solidarietà. “Francesco, giullare di Dio” (1950) abbandona l’ambientazione contemporanea per rinnovare la ricerca tematica del regista, rappresentando la religione popolare come risposta al senso del vivere. Nei film successivi “Stromboli” (1949) ed “Europa ’51” (1952) – segnati dalla collaborazione con Ingrid Bergman – Rosselini si interroga sul rapporto tra individuo e società, sulla solitudine dell’esistenza e sul silenzio di Dio, rappresentando i dati visibili come correlativi di una ricerca interiore. Questi film, accolti con freddezza dalla critica, avranno non poca influenza sul cinema europeo dei decenni successivi.

Roberto Rossellini in un primo piano di inizio anni '50. Maestro indiscusso del cinema italiano, è l'autore della pellicola
Roberto Rossellini in un primo piano di inizio anni ’50. Maestro indiscusso del cinema italiano, è l’autore della pellicola “Roma città aperta”(1945), la pellicola che apre al cinema italiano moderno.

Sul versante opposto, la parabola di Vittorio De Sica è inseparabile da quella del suo collaboratore Cesare Zavattini, che viene a rappresentare, in qualità di sceneggiatore, la coscienza teorica del neorealismo. Insieme realizzano nel 1944 “I bambini ci guardano”, che mostra una preponderante attenzione alla realtà contemporanea, rivelando un acuto spirito sociologico e realista. L’approccio umanistico e sentimentale di De Sica si fa ancor più evidente nel successivo “Sciuscià” (1946). Nella prima parte la macchina da presa si muove al passo con i personaggi, secondo la poetica zavattiniana del “pedinamento”, mentre in seguito si concentra minuziosamente sull’innocenza dei due piccoli protagonisti, puntando sul coinvolgimento emotivo dello spettatore. Con il terzo capitolo “Ladri di biciclette” (1948) il dramma individuale, inserito in una più ampia problematica sociale, si carica di un pathos abilmente gestito dal regista, capace di impiegare al massimo grado le interpretazioni di attori non professionisti. Ne viene fuori una profonda analisi della dura realtà del dopoguerra, inscenando sullo schermo un mondo di miseria e di contraddizioni mai risolti.  Entrambe le pellicole saranno premiate con uno speciale Oscar al Miglior film straniero, incantando le platee di tutto il mondo. Il successivo “Miracolo a Milano” (1951) entra nel territorio della favola sotto forma di apologo sociale, portando allo scoperto una tendenza latente nella poetica di Zavattini. La pellicola è una dichiarata rivendicazione del potere dell’immaginazione sui fatti che la realtà prescrive e viene accolta dalle opposte parti politiche con scetticismo e riserva. Tuttavia il film riceve nel 1951 la Palma d’oro al Festival di Cannes. L’attitudine a descrivere la vita quotidiana in tutte le sue forme minute e ripetitive raggiunge il suo punto più alto nell’opera “Umberto D.” (1953). La storia di un individuo qualunque alle prese con il dramma di vivere procede per accumulazione di dettagli che la regia porta fino al culmine della forza espressiva. Il film viene così a offrirci una delle migliori realizzazioni della “poetica del quotidiano” di Cesare Zavattini (qui unico autore della sceneggiatura). Da ricordare l’interpretazione dell’anziano attore non professionista Carlo Battisti, all’epoca, professore di glottologia all’università di Firenze. Dopo questi exploit, la coppia si dedicherà a forme narrative più consolidate, considerato anche la breve ma intensa durata del neorealismo. E non mancheranno i capolavori, come “L’Oro di Napoli”(1954), che lancia in alto le stelle della Loren e della Mangano; e “Ieri, oggi, domani”(1964), con la coppia Loren-Mastroianni  premiato con l’Oscar come miglior film straniero.

Cesare Zavattini, forse il più grande sceneggiatore e scrittore del cinema italiano, ha creato in collaborazione con l'altrettanto grande Vittorio De SIca, pietre miliari del cinema italiano, vincendo oltretutto in coppia con De Sica, 3 Oscar come miglior film straniero, 2 Palme d'Oro al festival di Cannes e innumerevoli altri premi minori.
Cesare Zavattini, forse il più grande sceneggiatore e scrittore del cinema italiano, ha creato in collaborazione con l’altrettanto grande Vittorio De SIca, pietre miliari del cinema italiano, vincendo oltretutto in coppia con De Sica, 3 Oscar come miglior film straniero, 2 Palme d’Oro al festival di Cannes e innumerevoli altri premi minori.

Altro grande maestro del neorealismo è Luchino Visconti, il Il suo cinema è il primo ad aprire la strada verso la riscoperta della realtà con “Ossessione” (1943), autentico film-spartiacque che mostra una precisa ascendenza letteraria, coadiuvata dall’interesse per il melodramma e l’ambientazione rurale. “Ossessione” è il primo film chiaramente ascrivibile al Neorealismo, quasi un prodromo di quel che sarà il genere negli anni a venire. In un’intervista del 1962 al settimanale L’Europeo lo stesso Visconti afferma: «Con Ossessione, venti anni fa, si parlò per la prima volta di Neorealismo». Piegando i motivi del noir americano ai moduli del cinema realista (in particolare francese), questo tragico dramma psicologico risulta del tutto anomalo nel contesto del cinema fascista divenendo un punto di riferimento obbligato per tutto il decennio successivo. Dopo la partecipazione al film collettivo “Giorni di gloria” (1945) e un’importante attività teatrale, Visconti raggiunge uno degli apici del suo cinema con “La terra trema” (1949). Interpretato da attori non professionisti e parlato in dialetto, il film è la summa di tutte le influenze artistiche del regista che fondono l’impegno ideologico di stampo comunista a uno stile registico decadente ed estetizzante. Nel fare ciò, Visconti guarda alla storia di una comunità di pescatori (liberamente tratta dai Malavoglia di Giovanni Verga) attraverso la lettura esplicitamente marxista della lotta di classe. Il pessimismo verghiano viene così a trasformarsi in un dominio economico imposto dalla borghesia e i proletari acquisiscono la consapevolezza del loro sfruttamento. Il complesso apparato figurativo rende funzionale al dramma ogni elemento della messa in scena, con sequenze costruite secondo precisi rapporti plastici, cromatici, sonori e musicali. Il film risulta essere un insuccesso di pubblico e Visconti ripiega su progetti meno ambiziosi. Il successivo “Bellissima” (1951) torna alla contemporaneità con una descrizione dettagliata del mondo del cinema e del fascino esercitato sui popolani, senza rinunciare alla costruzione romanzesca né alla complessità figurativa, con la insolita ma riuscitissima coppia Magnani-Chiari.

Luchino Visconti, l'aristocratico regista del neorealismo, autore de Il Gattopardo e di Rocco e i suoi Fratelli. Il suo cinema è sempre in bilico fra realismo estremo e suggestioni melodrammatiche, alla ricerca costante di una poesia immanente alla realtà fotografata con oggettivo scrupolo.
Luchino Visconti, l’aristocratico regista del neorealismo, autore de Il Gattopardo e di Rocco e i suoi Fratelli. Il suo cinema è sempre in bilico fra realismo estremo e suggestioni melodrammatiche, alla ricerca costante di una poesia immanente alla realtà fotografata con oggettivo scrupolo.

Negli anni ’50 poi, con la fine del neorealismo, come genere fine a se stesso, incominciò a prendere piede la commedia brillante, che del neorealismo ne conserverà l’elemento realista, alla base poi della futura commedia all’italiana. Tra i registi di commedie attivi nei decenni precedenti si segnalano Mario Camerini con “Due lettere anonime” (1946) e “Ulisse” (1954) e Luigi Zampa, che realizza i suoi film più noti con la collaborazione di Vitaliano Brancati nelle opere “Anni facili” (1953) e “L’arte di arrangiarsi” (1954). Il trentenne Pietro Germi guarda ai moduli del cinema statunitense con i film “Il testimone” (1945) e “Gioventù perduta” (1947). In seguito, aggiorna il neorealismo in chiave melodrammatica nei successivi: “In nome della legge” (1949) e “Il cammino della speranza” (Orso d’argento al festival di Berlino nel 1950). Nel 1956 riceve una Concha de Plata al miglior regista per il film “Il ferroviere”, da lui stesso diretto e interpretato.

Mario Camerini, uno dei primi grandi registi del cinema italiano, attivo già dagli anni '30, è suo il merito di aver lanciato la
Mario Camerini, uno dei primi grandi registi del cinema italiano, attivo già dagli anni ’30, è suo il merito di aver lanciato la “stella” giovane di De SIca, con il film “Gli uomini…che mascalzoni!”(1932).

Uno dei primi registi a riportare in auge la commedia senza tralasciare i dettami principali del cinema neorealista è l’artista ligure Renato Castellani. Quest’ultimo, dopo aver iniziato come sceneggiatore di registi quali Alessandro Blasetti e Mario Soldati, dirige nel 1941 il suo primo film dal titolo “Un colpo di pistola”, a cui collabora alla sceneggiatura Alberto Moravia. Alla fine degli anni ’40 si mette in evidenza con le pellicole “Sotto il sole di Roma” (1948) ed “È primavera” (1949), entrambe girate in esterni e con attori non professionisti. Con il film “Due soldi di speranza” (Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1952), dà vita ad un nuovo genere cinematografico definito neorealismo rosa, sovente malvisto dalla critica ma ugualmente destinato ad un vasto successo di pubblico. Il consenso viene bissato due anni più tardi con la conquista del Leone d’oro al Festival di Venezia per il film “Giulietta e Romeo” (1954). Lo stile di Castellani, diretto ad amalgamare una certa attenzione sociale sullo sfondo di trame proprie della commedia, sopravviverà fino alla fine del decennio, influenzando registi come Luigi Comencini e Dino Risi nei rispettivi film “Pane, amore e fantasia” (1953), con Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica memorabile maresciallo dei carabinieri; e “Poveri ma belli” (1956), con interpreti Marisa Allasio, Maurizio Arena e Renato Salvatori. Ambedue i film, dallo spirito scanzonato e ottimista, verranno a costituire un fondamentale punto di raccordo tra il morente cinema neorealista e l’imminente nascita della commedia all’italiana, saranno infatti considerati la “pugnalata nella schiena al neorealismo”, e saranno in ogni caso considerati i film capostipiti della neonata commedia all’italiana.

Renato Castellani, il suo stile inconfondibile diretto ad amalgamare una certa attenzione sociale sullo sfondo di trame proprie della commedia, influenzerà i futuri registi della commedia all'italiana, da Comencini a Risi, a Monicelli.
Renato Castellani, il suo stile inconfondibile diretto ad amalgamare una certa attenzione sociale sullo sfondo di trame proprie della commedia, influenzerà i futuri registi della commedia all’italiana, da Comencini a Risi, a Monicelli.

A partire dalla metà degli anni ’50 il cinema italiano si svincola dal neorealismo affrontando tematiche prettamente esistenziali, filmate con stili e punti di vista differenti, spesso più introspettivi che descrittivi. Si assiste così ad una nuova fioritura di cineasti che contribuiscono in maniera fondamentale allo sviluppo della settima arte. L’artista ferrarese Michelangelo Antonioni è il primo a imporsi, divenendo in breve tempo un autore di riferimento per tutto il cinema moderno. Tale carica di novità è ravvisabile fin dal principio. Infatti, la prima opera del regista, “Cronaca di un amore” (1950), segna un’indelebile frattura con il mondo del neorealismo e la conseguente nascita di una nuova stagione cinematografica. Dopo aver girato pellicole come La signora senza camelie (1953), Le amiche (1955) e Il grido (Pardo d’oro al festival di Locarno nel 1957), negli anni tra il 1960 e il 1962, dirige la celebre “trilogia dell’incomunicabilità”, composta dai film L’avventura (premio della giuria a Cannes), La notte (Orso d’oro al festival di Berlino) e L’eclisse (ancora premio della giuria al Festival di Cannes). In tali pellicole (che vedono come protagonista una giovane Monica Vitti) Antonioni affronta in maniera diretta i moderni temi dell’incomunicabilità, dell’alienazione e del disagio esistenziale, dove i rapporti interpersonali sono volutamente descritti in maniera oscura e sfuggente. Il regista riesce così a rinnovare la drammaturgia filmica e a creare un forte smarrimento tra pubblico e critica, i quali accolgono queste opere in maniera spesso contrastante. Si consacra definitivamente all’attenzione internazionale con i successivi Il deserto rosso (Leone d’oro al miglior film al Festival di Venezia nel 1964) e Blow-Up (Palma d’oro al Festival di Cannes 1967), che vede protagonista l’attore americano David Hemmings. Il film, sceneggiato con Tonino Guerra, è una profonda riflessione sul rapporto arte-vita e sull’impossibilità del cinema di rappresentare la realtà, simbolicamente riassunta nell’ultima sequenza, dove alcuni saltimbanchi mimano ripetutamente una partita di tennis. Durante gli anni settanta ottengono visibilità oltre i confini nazionali Zabriskie Point (1970) e Professione: reporter (1974), quest’ultimo interpretato dall’attore americano Jack Nicholson. La pellicola (resa famosa dal virtuosistico piano sequenza finale di sette minuti), si avvale di molteplici scenografie che spaziano dai deserti africani alla Barcellona surreale di Gaudì, fotografati in maniera vitrea e assolata. Assieme a Federico Fellini è stato l’unico regista italiano a vincere sia il Leone d’oro alla carriera che l’Oscar alla carriera, rispettivamente nel 1983 e 1995.

Michelangelo Antonioni, forse insieme a Fellini e Germi, il maggiore autore cinematografico italiano del dopoguerra. Il suo stile visivo è rimasto il modello fondamentale del cinema psicologico europeo: i silenzi, le sequenze lunghe e statiche, il montaggio essenziale, l'utilizzazione massiccia del piano sequenza, la valorizzazione metaforica e simbolica dei paesaggi, delle scenografie in interni, degli oggetti.
Michelangelo Antonioni, forse insieme a Fellini e Germi, il maggiore autore cinematografico italiano del dopoguerra. Il suo stile visivo è rimasto il modello fondamentale del cinema psicologico europeo: i silenzi, le sequenze lunghe e statiche, il montaggio essenziale, l’utilizzazione massiccia del piano sequenza, la valorizzazione metaforica e simbolica dei paesaggi, delle scenografie in interni, degli oggetti.

Altra figura centrale per lo sviluppo della settima arte è il cineasta Federico Fellini, autore che più di ogni altro ha racchiuso ogni aspetto del reale e del surreale in una dimensione poetica e favolistica. Dopo aver debuttato come scrittore umoristico nella rivista Marc’Aurelio ed aver dato il proprio contributo come sceneggiatore in importanti film neorealisti, esordisce al cinema con Alberto Lattuada nel film Luci del varietà (1950). Con capolavori come Le notti di Cabiria (1957) e La dolce vita (1960), oltre ai precedenti I vitelloni (1953) e La strada (1954), si impone come uno dei massimi punti di riferimento del cinema italiano. Il suo stile altamente immaginifico viene esaltato dal fortunato sodalizio con il compositore Nino Rota, le cui colonne sonore entreranno nell’immaginario collettivo. Alcune scene dei suoi film più noti assurgeranno a simboli di un’intera epoca, come la famosa sequenza di Anita Ekberg che, ne La dolce vita, entra nella Fontana di Trevi divenendo, da allora, un’icona del cinema internazionale. Alla sua uscita l’opera scatena polemiche che vedono scendere in campo la rivista cattolica dell’ Osservatore Romano, la quale denigra il film come amorale e impuro. L’opera è, infatti, un programmatico affresco di una Roma frivola e decadente, assolutamente priva di qualsiasi certezza morale. Ne consegue un composito viaggio nel sonno della ragione dove i disvalori della società borghese emergono in maniera autentica e viscerale. Nel corso degli anni sessanta l’autore romagnolo inizia una fase di sperimentazione col monumentale, onirico e visionario 8½ (1963), che aprirà una nuova fase della sua lunga e luminosa carriera. Il film è un’autobiografia immaginaria dello stesso regista che, con apparente svagatezza, tocca temi centrali come l’arte, la persistenza della memoria e la morte, valendo al cineasta un Oscar come miglior film straniero. Opere successive come Amarcord (Oscar al miglior film straniero nel 1974), Il Casanova di Federico Fellini (1976), La città delle donne (1980), E la nave va (1983), Ginger e Fred (1985), Intervista (premio speciale a Cannes nel 1987) e La voce della luna (1990), consacrano Fellini come uno dei più grandi artisti della macchina da presa del XX secolo. Già insignito di quattro premi Oscar al miglior film straniero, gli è stato conferito nel 1993 l’Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto nel 1960 la Palma d’oro al Festival di Cannes e nel 1985 il Leone d’oro alla carriera.

La vena surreale e lirica dell'arte di Federico Fellini, uno dei più grandi cineasti mondiali del XX secolo, cesellata in uno stile originalissimo, onirico, barocco, ultravirtuosistico, ha preso forma in una serie di film che sanno riflettere profondamente sull'Italia e sulla modernità tout court, e che contemporaneamente ci donano una galleria di personaggi dai contorni umani netti e precisi, magnificamente focalizzati nella psicologia e nei comportamenti.
La vena surreale e lirica dell’arte di Federico Fellini, uno dei più grandi cineasti mondiali del XX secolo, cesellata in uno stile originalissimo, onirico, barocco, ultravirtuosistico, ha preso forma in una serie di film che sanno riflettere profondamente sull’Italia e sulla modernità tout court, e che contemporaneamente ci donano una galleria di personaggi dai contorni umani netti e precisi, magnificamente focalizzati nella psicologia e nei comportamenti.

Lo stesso Luchino Visconti continuerà a regalare al cinema italiano altre prestigiose creazioni. Nel 1960 esce nelle sale cinematografiche Rocco e i suoi fratelli (Gran premio della giuria al Festival di Venezia), con Alain Delon e Renato Salvatori. L’opera, ispirata ai racconti contenuti in Il ponte della Ghisolfa, di Giovanni Testori, mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà industriale del Nord, raccontando l’afflusso migratorio delle popolazioni del Sud con lucida introspezione psicologica. Nel 1963 giunge sugli schermi Il Gattopardo (Palma d’oro al Festival di Cannes), con Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster. La pellicola è una fedele illustrazione del passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi, non tradendo – da intellettuale di sinistra – lo spirito scettico e amaro dell’omonimo romanzo. Celebre la sequenza conclusiva del ballo tra Burt Lancaster e Claudia Cardinale, per cui Nino Rota ha arrangiato un valzer inedito di Giuseppe Verdi. La sua vasta produzione continua con le opere La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (premio speciale a Cannes nel 1971) Ludwig (1973) e Gruppo di famiglia in un interno (1974). Con la pellicola Vaghe stelle dell’Orsa, riceve nel 1965 Il Leone d’oro come miglior film al Festival di Venezia. Roberto Rossellini dopo la conquista nel 1959 del Leone d’oro a Venezia per il film Il generale Della Rovere, aprirà una nuova fase della sua carriera con la sperimentazione di nuove pellicole per il cinema e la televisione, dal puro scopo umanistico e didattico. Vittorio De Sica tornerà al successo internazionale con svariate commedie: in special modo con L’oro di Napoli (1955) e Ieri, oggi, domani (1963), quest’ultima con Marcello Mastroianni e Sophia Loren e porterà il regista a ricevere un nuovo Oscar nella sezione miglior film straniero. La sequenza più famosa del film resta il negligé con cui la Loren si mostra nell’ultimo episodio, lasciando il segno nell’intero immaginario collettivo. Con il drammatico ed elegante Il giardino dei Finzi-Contini, l’artista si aggiudicherà nel 1971 l’Orso d’oro al Festival di Berlino e l’anno dopo l’Oscar per il Miglior film straniero. Come allievo di Visconti si mette in luce il regista fiorentino Franco Zeffirelli. Tra le sue opere più note vi sono le trasposizioni shakespeariane de La bisbetica domata (1967) e Romeo e Giulietta (1967), con cui ottiene la candidatura all’Oscar come miglior regista; traguardo raggiunto nuovamente con La traviata, uscito nelle sale cinematografiche nel 1982.

Ancora un'altra immagine del maestro Luchino Visconti. Regista minuzioso, accurato e mai casuale, tra i più grandi costruttori di senso, giocando con il titolo di una delle sue più grandi opere. Come pochi Visconti coglie il senso del discorso, raccontando il percorso di un’Italia in continuo e contraddittorio cambiamento.
Ancora un’altra immagine del maestro Luchino Visconti. Regista minuzioso, accurato e mai casuale, tra i più grandi costruttori di senso, giocando con il titolo di una delle sue più grandi opere. Come pochi Visconti coglie il senso del discorso, raccontando il percorso di un’Italia in continuo e contraddittorio cambiamento.

In un tempo coevo si afferma il regista romano Carlo Lizzani. Dopo aver contribuito all’affermazione del Neorealismo, soprattutto in veste di critico e sceneggiatore, si è imposto come autore di un cinema politicamente impegnato, affrontando momenti scottanti della storia italiana, dal fascismo alla cronaca più recente. Dopo aver realizzato alcuni documentari (Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, 1950), nel 1951 dirige il suo primo lungometraggio, Achtung, banditi! – storia di un episodio di guerra partigiana – cui fa seguito L’amore che si paga (episodio di L’amore in città, 1953). La sua filmografia continua con Cronache di poveri amanti (1954) – resoconto della Firenze degli anni Venti tratto dal romanzo di Vasco Pratolini – Il gobbo (1960) – vivido ritratto di un bandito della periferia romana – Il processo di Verona (1963), La vita agra (1964) e Banditi a Milano, distribuito sul mercato nel 1968. Nel 2007 riceve il David di Donatello alla carriera. Sempre negli anni cinquanta, Alessandro Blasetti mette in campo la sua innata voglia di sperimentare inaugurando, con il dittico Altri tempi (Zibaldone n. 1) (1952) e Tempi nostri (Zibaldone n. 2) (1954), il filone dei film a episodi, che verrà sfruttato in modo capillare da tutto il cinema a venire, sia autoriale che farsesco. Il regista romano, con la realizzazione del film Peccato che sia una canaglia (1954), avrà l’ulteriore merito di lanciare la coppia divistica più famosa di tutto il cinema italiano, formata da Marcello Mastroianni e Sophia Loren; e sublime rimane il suo testamento spirituale della pellicola “Io,io,io e…gli altri”(1965), interpretato magistralmente da Walter Chiari, qui alter-ego del regista, un pò come Mastroianni lo è stato di Fellini. Altro protagonista del cinema d’autore è sicuramente Pier Paolo Pasolini. Cineasta, attore, poeta e scrittore infaticabile, nella varietà delle sue opere si è spesso opposto ai costumi e alla morale del tempo, risultando a posteriori uno dei maggiori intellettuali del XX secolo. Figura iconoclasta del cinema e della letteratura italiana ha sempre intrapreso con fortuna molteplici campi del sapere, proponendo valori alternativi e contrari al conformismo borghese. Attento osservatore della trasformazione della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, ha spesso suscitato forti polemiche per la radicalità e vivacità del suo pensiero. Vivacità che ha saputo mettere in evidenza anche in campo cinematografico lasciando una serie ininterrotta di capolavori a partire dal suo film d’esordio Accattone, del 1961, che vede come interprete l’attore romano Franco Citti. Lontano dall’esperienza neorealista, Pasolini – con movimenti di macchina asciutti e funzionali – rivela la matrice sacra e populista della propria ispirazione, descrivendo un’umanità sottoproletaria autentica e tragica. Le medesime ambientazioni le si ritrova in Mamma Roma (1962), con Anna Magnani, dove il regista nobilita i suoi personaggi suburbani con richiami alla pittura rinascimentale del Mantegna. Nel contiguo Il Vangelo secondo Matteo (Gran premio della giura a Venezia nel 1964), l’artista racconta la vita del Cristo rinunciando agli orpelli dell’iconografia tradizionale, avvalendosi di uno stile registico che alterna camera a mano a immagini proprie della pittura quattrocentesca.[90] In Uccellacci e uccellini, con Totò e Ninetto Davoli (1966), il suo cinema vira sull’apologo fantastico descrivendo le varie trasformazioni del proletariato con una libertà di scrittura che mescola abilmente il documentario alla finzione, con trovate sovente corrosive e intelligenti. Tra le sue varie pellicole si ricordano: Edipo re (1967), Teorema (1968), Medea (1969) e le trasposizioni cinematografiche della “trilogia della vita” : Il Decameron (Orso d’argento a Berlino nel 1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (Gran premio della giuria a Cannes nel 1974). Da ultimo si evidenzia l’agghiacciante Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), (che avrebbe dovuto far parte della trilogia della morte, assieme a Porno-Teo-Kolossal, ed un terzo film che non saranno mai realizzati a causa dell’assassinio del regista). Tali pellicole hanno proposto chiavi di lettura differenti, scatenando sovente lunghe polemiche, talvolta con strascichi giudiziari ed episodi di censura. Nel 1972 riceve l’Orso d’oro a Berlino per il già citato film I racconti di Canterbury.

Pier Paolo Pasolini, il poeta e l'intellettuale del cinema italiano. La sua poetica, unita alla profonda critica della società contemporanea, vista attraverso gli occhi del proletariato, ne fa uno dei maggiori cineasti italiani del XX secolo, nonchè uno dei massimi scrittori. Un genio senza tempo.
Pier Paolo Pasolini, il poeta e l’intellettuale del cinema italiano. La sua poetica, unita alla profonda critica della società contemporanea, vista attraverso gli occhi del proletariato, ne fa uno dei maggiori cineasti italiani del XX secolo, nonchè uno dei massimi scrittori. Un genio senza tempo.

Un altro regista di rilievo è Valerio Zurlini: i suoi film, da Estate violenta (1959) a La ragazza con la valigia (1961), da Cronaca familiare (Leone d’oro al festival di Venezia nel 1962) a Il deserto dei Tartari (1974), alternano suggestive rievocazioni letterarie ad analisi psicologiche raffinate e complesse, con risultati spesso notevoli, come nel suo esordio, quel “Le ragazze di San Frediano” del 1954, ritenuto da molti il suo capolavoro e che ebbe anche il merito di lanciare nel grande cinema la stella di Antonio Cifariello. Molto raffinato sul piano formale è poi, il cinema di Mauro Bolognini che, pur soffrendo talora di eccessi di decadentismo e affettazione, presenta una ricchezza scenografica di ampia derivazione viscontiana. A tal proposito si ricordano i lungometraggi La giornata balorda (1960), Metello (1970) e il Il bell’Antonio (1960), con cui si aggiudica La vela d’oro al Festival di Locarno. Nel 1962 guadagna una Concha de Plata al miglior regista al Festival di San Sebastian per il film Senilità, riottenendo il medesimo premio nel 1966 per la pellicola Madamigella di Maupin. Altro grande regista dell’epoca è Marco Ferreri che si cimenta alla regia verso la fine degli anni cinquanta presentando un cinema grottesco e provocatorio, con tratti e accenti parzialmente “bunueliani”. I titoli più importanti della prima fase della sua carriera sono El pisito (1958), La carrozzella (1960) (girati entrambi in Spagna) e La donna scimmia, interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot (1964). Raggiunge la piena maturità artistica con Dillinger è morto (1969), stralunato e attualissimo capolavoro sull’alienazione della vita moderna. Dopo il percorso kafkiano e surreale de L’udienza (1971) ottiene la massima popolarità internazionale con il sorprendente e discusso La grande abbuffata (1973). Scritto dal regista assieme a Rafael Azcona, il film è un’allegoria della società del benessere condannata all’autodistruzione e, al tempo stesso, un limpido saggio sui vari intrecci tra eros e thanatos, filmati con raggelante ironia. Nel 1978 riceve il Gran premio della giuria a Cannes per la pellicola Ciao maschio, che vede come attore principale Gerard Depardieu.

Tra i più originali, anti-convenzionali e controversi cineasti italiani, Marco Ferreri fu forse il più autorevole regista del cinema d'essai italiano. Le sue opere, realizzate con uno stile tra il kafkiano ed il buñueliano, sono profonde e ponderate analisi socio-antropologiche sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno strumentalizzato da un perverso sistema consumistico, che il regista meneghino narra con uno sguardo fondamentalmente cinico e nichilista
Tra i più originali, anti-convenzionali e controversi cineasti italiani, Marco Ferreri fu forse il più autorevole regista del cinema d’essai italiano. Le sue opere, realizzate con uno stile tra il kafkiano ed il buñueliano, sono profonde e ponderate analisi socio-antropologiche sulla condizione esistenziale dell’uomo moderno strumentalizzato da un perverso sistema consumistico, che il regista meneghino narra con uno sguardo fondamentalmente cinico e nichilista.

Bernardo Bertolucci si avvicina al cinema grazie a Pier Paolo Pasolini di cui sarà assistente sul set di Accattone. Ben presto si stacca dal mondo pasoliniano per inseguire una personale idea di cinema, basata sullo studio antropologico dell’individuo e del suo relazionarsi ai mutamenti sociali che la storia impone. Esordisce giovanissimo nel lungometraggio La commare secca (1962), e desta attenzione con Prima della rivoluzione (1964). Nei primi anni settanta realizza in rapida successione tre capisaldi del suo cinema: Il conformista (1970) tratto dal romanzo di Moravia, il metafisico La strategia del ragno (1970) e il film scandalo Ultimo tango a Parigi (1972), con Marlon Brando e Maria Schneider. Il film, a causa dei suoi contenuti altamente erotici, viene sequestrato, assolto, nuovamente sequestrato e condannato alla distruzione per oscenità dalla Cassazione il 29 gennaio 1976 (con perdita dei diritti civili per cinque anni dello stesso regista). Il 9 febbraio 1987 la pellicola viene riabilitata con sentenza “di non oscenità” in quanto “mutato il comune senso del pudore. Consolida la fama internazionale con il kolossal Novecento (1976), della durata di oltre cinque ore e che vede come primi attori Robert De Niro e Gerard Depardieu. La pellicola è un potente affresco sulle lotte di classe contadine dagli albori del novecento fino alla seconda guerra mondiale, dove l’autore cerca di caricare le immagini con luci e colori propri di certa “pittura contadina”, rinvenibile nei quadri di Miller, Vincent Van Gogh e Pellizza da Volpedo. Del 1981 è poi “La tragedia di un uomo ridicolo”, splendidamente interpretato da Ugo Tognazzi, che si aggiudicò la Palma d’Oro al festival del cinema di Cannes. Il 1987 segna un’ulteriore svolta: dirige, infatti, il ciclopico e suggestivo L’ultimo imperatore, che si aggiudicherà ben nove Premi Oscar, tra cui quelli per miglior film e regia. Negli anni successivi Bertolucci prosegue sulla strada del kolossal per il mercato internazionale con Il tè nel deserto (1990) e il Piccolo Buddha (1993), ambientato in Nepal e negli Stati Uniti. La seconda metà degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio vedono Bertolucci virare verso un cinema più intimista con Io ballo da sola (1996) e The Dreamers – I sognatori (2003). Costretto su una sedia a rotelle per problemi di salute, dopo quasi dieci anni torna dietro la macchina da presa per dirigere il delicato Io e te, uscito nelle sale nell’autunno del 2012. Dopo il Pardo d’onore a Locarno (1997), a consacrare la sua lunga carriera giungono nel 2007 e nel 2010 i rispettivi Leone d’oro alla carriera e Palma d’onore al Festival di Cannes. I fratelli Paolo e Vittorio Taviani, appassionati fin da giovanissimi al cinema, conoscono un primo discreto successo con il film I sovversivi (1967), che vede come primo attore il cantautore Lucio Dalla, a cui seguono Sotto il segno dello scorpione (1969) e il film sulla restaurazione Allonsanfan (1974), con Marcello Mastroianni e Laura Betti. Il seguente Padre padrone (1977) , tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un pastore sardo contro le regole feroci del proprio universo patriarcale. Il film (con Saverio Marconi e Omero Antonutti) riscuote critiche favorevoli aggiudicandosi nello stesso anno la Palma d’oro al Festival di Cannes. Ne Il prato (1979) si riscontrano echi neorealisti, mentre La notte di San Lorenzo (1982) racconta, con uno stile vicino al realismo magico, la deliberata fuga di un gruppo di abitanti della Toscana, nella notte in cui tedeschi e fascisti compiono una sanguinosa rappresaglia nel Duomo della città. Lo scenario della battaglia nel grande campo di grano (avvenuta tra i fascisti di Salò e i partigiani), rappresenta il momento culminante di un film che riscuote grandi consensi e che vince il gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Del 1984 è poi il film a episodi “Kaos”, splendido affresco della Sicilia pirandelliana, con la perla dell’episodio intitolato “La giara”, ovviamente tratto da una novella di Luigi Pirandello. I fratelli Taviani qui, dirigono nelle parti di Zi DIma e don Lollò, la coppia formata da Franchi & Ingrassia, che qui letteralmente si superano in bravura ed efficacia interpretativa.

Pochi autori cinematografici sono più contraddittori, geniali, megalomani, incostanti di Bernardo Bertolucci. Il suo immaginario poetico è sfrenato, vulcanico, così come è complessa la sua visione del cinema. Un gusto professionale unico,, per gli apporti scenotecnici, un vivo senso dell'inquadratura si uniscono alla volontà di intervento socio-politico, come a quella dell'introspezione psicologica, del ritratto epocale, dell'analisi storica.
Pochi autori cinematografici sono più contraddittori, geniali, megalomani, incostanti di Bernardo Bertolucci. Il suo immaginario poetico è sfrenato, vulcanico, così come è complessa la sua visione del cinema. Un gusto professionale unico,, per gli apporti scenotecnici, un vivo senso dell’inquadratura si uniscono alla volontà di intervento socio-politico, come a quella dell’introspezione psicologica, del ritratto epocale, dell’analisi storica.

♦ I maestri della commedia all’italiana

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa il genere della commedia all’italiana; una definizione che fa riferimento al titolo di un film di Pietro Germi: Divorzio all’italiana (1961) con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Il termine, più che indicare un vero genere, riguarda una particolare stagione cinematografica, segnata da un nuovo modo di intendere gli elementi costitutivi della commedia. Tali elementi si pongono in netto contrasto con la commedia leggera e disimpegnata del neorealismo rosa, assai in voga per tutti gli anni cinquanta. Tenendo a mente la lezione del neorealismo, la nuova commedia all’italiana pone le proprie attenzioni sulla realtà prodotta dal boom economico. Di conseguenza, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della farsa tradizionale, vediamo emergere una pungente satira di costume, che evidenzia con tagliente ironia le contraddizioni della società industriale. A partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta, l’Italia vive numerose fasi che muteranno in maniera radicale la mentalità e il costume degli italiani. La crisi economica, le agitazioni studentesche e la ricerca di nuove emancipazioni nel mondo del lavoro e della famiglia, diverranno il luogo ideale entro il quale proiettare i personaggi della commedia, pronti a far rivivere sulla scena i mutamenti della società civile. A tale stagione cinematografica si ricollegano i nomi dei principali attori italiani del tempo: da Alberto Sordi a Ugo Tognazzi, da Monica Vitti a Claudia Cardinale, da Vittorio Gassman a Nino Manfredi, ma è anche grazie a maestri dell’arte cinematografica di eccelsa bravura, che questi attori hanno saputo interpretare al meglio i vizi , le ipocrisie, lo spirito e l’umanità dell’italiano medio degli anni ’60. L’opera di gestione, di plasmatura dell’incredibile talento interpretativo a disposizione hanno fatto sì che si creasse un connubio perfetto tra gli attori e i registi impegnati nel genere della commedia all’italiana. Generalmente si ritiene sia stato il regista Mario Monicelli, capostipite e fra i massimi esponenti (con Ettore Scola, Pietro Germi, Luigi Comencini e Dino Risi) della commedia italica, a inaugurare questa nuova fase con il lungometraggio I soliti ignoti, distribuito nelle sale nel 1958. Originario di Roma (e non di Viareggio come molte biografie riportano) Monicelli entra nel mondo del cinema a soli vent’anni, dirigendo assieme al collega Alberto Mondadori la sua prima pellicola dal titolo I ragazzi della via Paal (1935). Negli anni cinquanta, assieme a Steno, dirige il comico Antonio De Curtis in molti lungometraggi, tra i quali si ricordano Guardie e ladri (1951) e Totò e i re di Roma (1952). Oltre al successo del già citato I soliti ignoti (candidato all’Oscar come miglior film straniero), il regista darà vita a una serie di pellicole di fondamentale valore non solo per la commedia ma per l’intero cinema italiano. Nel 1959 esce nelle sale La grande guerra (Leone d’oro al Festival di Venezia), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Il lungometraggio, prendendo spunto da un racconto di Maupassant, contamina la tragedia storica con i moduli della commedia dissacrando un tema – gli inutili massacri della prima guerra mondiale – fino allora tabù per tutto il cinema nazionale. Dopo I compagni (malinconico resoconto della nascita del movimento operaio), nel 1966 il cineasta dirige il grottesco e folcloristico L’armata Brancaleone. La pellicola (con protagonista Vittorio Gassman) è un autentico capolavoro di fantasia e avventure farsesche che si dispiegano lungo un Medioevo sbrigliato e carnevalesco, in chiara polemica con l’opposta visione dell’età mezzana proposta dal cinema hollywoodiano. Tra i suoi film successivi si riportano: Romanzo popolare (con Ugo Tognazzi e Ornella Muti), Amici miei (campione d’incassi nella stagione 1975/76) e Un borghese piccolo piccolo (1977); opera quest’ultima che risente esplicitamente del clima repressivo degli anni di piombo e consegna all’attore Alberto Sordi uno dei suoi personaggi più neri e sofferti. Vincitore di una Concha de Plata e di tre Orsi d’argento al miglior regista, è stato candidato per sei volte al Premio Oscar. Nel 1991 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera. Mario Monicelli è stato grande, proprio perchè ha saputo iniettare nel genere tutta la sua esperienza tecnica, la sua vitalità disincantata, il suo pungente spirito di osservazione per ciò che riguarda i vizi, le ipocrisie e l’umanità dell’Italia del secondo dopoguerra. Servito da sceneggiature già assai ispirate e da attori al meglio delle loro possibilità, il cinema di Monicelli, almeno fino alla metà degli anni ’70, è uno specchio attendibile di un’intera epoca della nostra storia recente.

Mario Monicelli, uno dei massimi maestri della commedia all'italiana, ha saputo iniettare nel genere tutta la sua esperienza tecnica, la sua vitalità disincantata, il suo pungente spirito di osservazione per ciò che riguarda i vizi, le ipocrisie e l'umanità dell'Italia del secondo dopoguerra. Servito da sceneggiature già assai ispirate e da attori al meglio delle loro possibilità, il cinema di Monicelli, almeno fino alla metà degli anni '70, è uno specchio attendibile di un'intera epoca della nostra storia recente.
Mario Monicelli, uno dei massimi maestri della commedia all’italiana, ha saputo iniettare nel genere tutta la sua esperienza tecnica, la sua vitalità disincantata, il suo pungente spirito di osservazione per ciò che riguarda i vizi, le ipocrisie e l’umanità dell’Italia del secondo dopoguerra. Servito da sceneggiature già assai ispirate e da attori al meglio delle loro possibilità, il cinema di Monicelli, almeno fino alla metà degli anni ’70, è uno specchio attendibile di un’intera epoca della nostra storia recente.
Una pausa durante le riprese del film
Una pausa durante le riprese del film “I soliti ignoti”(1958), di Mario Monicelli. La pellicola che più di tutte ha cambiato la storia del cinema italiano, inaugurando la florida stagione della commedia all’italiana. Mario Monicelli è a colloquio con Vittorio Gassman, Totò e Renato Salvatori, intenti a preparare con ogni probabilità la scena sulla terrazza dello scassinatore in pensione, Dante Cruciani, interpretato memorabilmente da Totò.

Gli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60 sono il periodo del boom economico e di riflesso il cinema risente dei cambiamenti che modificano la società italiana. Uno dei primi artisti a documentare tali cambiamenti è senz’altro il cineasta milanese Dino Risi. Il successo arriva con il film “Poveri, ma belli”(1956) e con il terzo film della serie dei “Pane e amore”, dal titolo appunto “Pane,amore e…”. Nel suo lungometraggio più celebre (Il sorpasso, 1962), il regista mescola, con acuta sensibilità, comicità e serietà del soggetto, virando (in maniera inconsueta) in un finale drammatico e raggelante. L’istrionismo dell’attore protagonista (Vittorio Gassman) e la colonna sonora, con brani di Edoardo Vianello (Guarda come dondolo) e Domenico Modugno (Vecchio frack), fotografano perfettamente il quadro sociale del tempo, facendo raggiungere al genere della commedia una piena maturità autoriale. Sempre per la regia di Dino Risi vanno menzionati il film a episodi I mostri (1963), con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e Una vita difficile (1961), che vede come attore protagonista Alberto Sordi. Il film (sceneggiato da Rodolfo Sonego) è un imponente documento artistico sull’Italia del dopoguerra e sulla nascente democrazia, in un perfetto equilibrio tra la farsa e il dramma, tra ambizioni sociologiche e disillusione politica.[111] Altre pellicole da segnalare sono: Straziami ma di baci saziami (1968), In nome del popolo italiano (1971) e Profumo di donna (1974), con Vittorio Gassman e Agostina Belli. Nel 2002 riceve al Festival di Venezia il Leone d’oro alla carriera. Anche “Il giovedì”(1964), interpretato in maniera memorabile da Walter Chiari, riflette appieno il clima di quegli anni, trattando un tema ancora tabù per l’Italia, quello del divorzio e del rapporto controverso tra un padre separato e il piccolo figlioletto. Più complesso e moderno di Monicelli, forse meno stilistico e internazionale di Germi, Risi ha condotto con estrema coerenza la sua carriera all’insegna di un psicologismo elegante e raffinato, rifuggendo dall’effetto plateale, sempre alla ricerca di una focalizzazione umana e sociale dell’Italia contemporanea. Autore dallo stile sobrio, nei suoi film “la sua presenza non si sente mai; e tuttavia la macchina da presa è sempre nel punto giusto” (Enrico Giacovelli).

Più complesso e moderno di Monicelli, forse meno stilistico e internazionale di Germi, Dino Risi, maestro indiscusso della commedia all'italiana, ha condotto con estrema coerenza la sua carriera all'insegna di un psicologismo elegante e raffinato, rifuggendo dall'effetto plateale, sempre alla ricerca di una focalizzazione umana e sociale dell'Italia contemporanea.
Più complesso e moderno di Monicelli, forse meno stilistico e internazionale di Germi, Dino Risi, maestro indiscusso della commedia all’italiana, ha condotto con estrema coerenza la sua carriera all’insegna di un psicologismo elegante e raffinato, rifuggendo dall’effetto plateale, sempre alla ricerca di una focalizzazione umana e sociale dell’Italia contemporanea.

Va messo in evidenza come spesso gli elementi costitutivi della commedia siano stati intrecciati ad arte con generi diversi, dando vita a pellicole decisamente inclassificabili. Nell’inaugurare tale tecnica, Il cineasta Luigi Comencini è stato senz’altro uno degli autori di maggior rilievo. Dopo aver raggiunto la popolarità negli anni cinquanta con alcune commedie rosa (tra tutte la celebre Pane, amore e fantasia), nel 1960 regala al cinema italiano l’opera bellica Tutti a casa (con protagonista Alberto Sordi). Il lungometraggio, costantemente in bilico tra humour e dramma, ricostruisce i giorni seguenti l’armistizio di Cassibile, contribuendo a spezzare il muro di silenzio calato sulla Resistenza, argomento fino allora ignorato da gran parte del cinema nazionale. Tra le sue opere migliori si ricordano: Lo scopone scientifico (1972), con Alberto Sordi e Silvana Mangano, lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio (1972), con Nino Manfredi, e Il gatto (1978), con Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, in cui si fondono generi e stili differenti. Nel 1987 si aggiudica, a Venezia, Il Leone d’oro alla carriera.

Luigi Comencini, uno dei padri della commedia all'italiana. La notorietà arriva con quel
Luigi Comencini, uno dei padri della commedia all’italiana. La notorietà arriva con quel “Pane, amore e fantasia”(1953), entrato nell’immaginario popolare. Il suo stile sobrio, pulito e chiaro ha influenzato tutti i successivi maestri della commedia all’italiana.

Altra figura centrale per lo sviluppo e l’imposizione della commedia all’italiana è il regista Pietro Germi. Dopo essersi cimentato in opere a evidente contenuto sociale, spesso riconducibili entro i canoni del Neorealismo, nell’ultima fase della sua carriera ha diretto pellicole inseribili a pieno titolo nel filone della commedia, dove accanto agli abituali toni umoristici sopravvivono componenti di critica sociale. Il già citato Divorzio all’italiana apre a Germi le porte del successo che si concretizzerà nel 1965 con il limpido e caustico Signore & signori (satira sull’ipocrisia borghese di una cittadina dell’alto Veneto), con Virna Lisi e Gastone Moschin. Il film vince la Palma d’oro al Festival di Cannes ex aequo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch. Tra i vari riconoscimenti vanta un Oscar alla migliore sceneggiatura originale, per il film Divorzio all’italiana e un Gran premio della giuria al Festival di Berlino per il film Il cammino della speranza. A conclusione di un processo iniziato molto prima, negli anni ’60 anche i registi, o perlomeno alcuni registi, diventarono delle star. Questo avvenne prima per i cosiddetti film d’autore, o d’arte, che per i film della commedia all’italiana; si disse “un film di Fellini”, o “un film di Antonioni”, molto prima che “un film di Germi”, o “un film di Monicelli”. Certo è che poi, l’evoluzione di autori di gran intelligenza e acume eccezionale, come ad esempio Germi, ha portato il film della commedia all’italiana, ad essere assunto, a furor di popolo, a film d’autore, basti pensare al successo clamoroso di pubblico e critica che ebbe “Divorzio all’italiana”, nel 1961. Anche in futuro comunque, l’evoluzione di Germi continuerà ad essere particolarmente notevole perché così come aveva anticipato parecchi colleghi nel fiutare il futuro di un certo tipo di film comico e nel formare questo futuro, il regista fu ora ancora una volta il primo ad avvertire quel senso di involuzione, di scarsità di sbocchi, che la commedia all’italiana alle porte degli anni ’70 cominciava a comunicare, e pur mantenendosi nell’ambito della satira di costume, cominciò a cercare soluzioni alternative. Ad esempio quel capolavoro di “Amici miei”, fu scritto proprio da Pietro Germi, che non fece in tempo a svilupparlo come regista, perchè sofferente di cirrosi epatica all’ultimo stadio, e passato all’amico Monicelli. Si narra infatti, che il giorno dopo del primo ciak della pellicola, Germi morì, ed eravamo al 5 dicembre 1974. Amici miei, uscito nelle sale nel 1975, è a lui dedicato: nei titoli di testa è riportato significativamente «un film di Pietro Germi» e solo «regia di Mario Monicelli».

Autore fra i maggiori della storia del cinema italiano, anche se per anni stranamente sottovalutato, Pietro Germi ha assunto la grande lezione del neorealismo contaminandolo con la tradizione del cinema americano classico. I suoi film drammatici degli anni '50, sempre attenti anche alle caratteristiche sociali dell'ambientazione, rivelano una profondità stilistica e una professionalità complessiva al di sopra di ogni possibile confronto nel cinema nostrano, mentre le commedie anni '60 lo hanno consacrato come maestro assoluto di osservazione arguta, umorismo graffiante, sguardo entomologico sull'umanità italica.
Autore fra i maggiori della storia del cinema italiano, anche se per anni stranamente sottovalutato, Pietro Germi ha assunto la grande lezione del neorealismo contaminandolo con la tradizione del cinema americano classico. I suoi film drammatici degli anni ’50, sempre attenti anche alle caratteristiche sociali dell’ambientazione, rivelano una profondità stilistica e una professionalità complessiva al di sopra di ogni possibile confronto nel cinema nostrano, mentre le commedie anni ’60 lo hanno consacrato come maestro assoluto di osservazione arguta, umorismo graffiante, sguardo entomologico sull’umanità italica.

L’ultimo protagonista della grande stagione della commedia è il regista romano Ettore Scola. Dopo aver vestito i panni dello sceneggiatore, esordisce alla regia nel 1964 con il film Se permettete parliamo di donne. Il primo successo giungerà quattro anni dopo, dirigendo Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968). Nel 1974 dà alla luce il suo film più noto, C’eravamo tanto amati (Premio César Miglior film straniero), che ripercorre trent’anni di storia italiana attraverso le vicende di tre amici: l’avvocato Gianni Perego (Vittorio Gassman), il portantino Antonio (Nino Manfredi) e l’intellettuale Nicola (Stefano Satta Flores). Nel film, dedicato a Vittorio De Sica, compaiono Marcello Mastroianni, Federico Fellini e Mike Bongiorno nella parte di se stessi, oltre ad Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli. Altre opere rientranti nel genere sono i sempre attuali Il vigile (1960) e Il medico della mutua (1968) , ambedue del regista Luigi Zampa. Tra gli anni sessanta e settanta conosce notorietà il cinema di Luciano Salce, autore di molteplici commedie dal sicuro incasso al botteghino. Oltre al ciclo comico dei film basati sulle avventure del ragionier Fantozzi, si ricordano Il federale (1961), La voglia matta (1962) e L’anatra all’arancia (1975), tutti interpretati dall’attore Ugo Tognazzi. Da non dimenticare il film di Franco Brusati, Pane e cioccolata (1974), con Nino Manfredi, che rivisita con mordace intelligenza le varie problematiche dell’immigrazione italiana. Sempre nell’ambito della commedia, si menziona il lavoro svolto dalla regista Lina Wertmuller, che assieme alla rodata coppia di attori Giancarlo Giannini e Mariangela Melato ha dato vita, nella prima metà degli anni settanta, a pellicole di sicuro successo tra le quali si evidenziano: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973) e da ultimo Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974). Con l’opera prima I basilischi (1963), riceve al Festival di Locarno la Vela d’oro per la miglior regia.

Ettore Scola, uno dei maggiori autori della commedia all'italiana è ricordato per la particolarità del suo cinema che è quella di lasciare degli spazi al pubblico, spazi di riflessione autonoma nei quali ognuno può trovare se stesso, i propri sogni, impulsi, desideri, delusioni. È considerato uno dei massimi registi italiani, per molti un maestro.
Ettore Scola, uno dei maggiori autori della commedia all’italiana è ricordato per la particolarità del suo cinema che è quella di lasciare degli spazi al pubblico, spazi di riflessione autonoma nei quali ognuno può trovare se stesso, i propri sogni, impulsi, desideri, delusioni. È considerato uno dei massimi registi italiani, per molti un maestro.

In ultimo, da analizzare è la figura di uno dei maestri del cinema italiano più celebrati di tutti i tempi: Sergio Leone. Il suo stile ha fatto epoca, come anche i suoi western all’italiana, è infatti considerato l’ideatore e il precursore di tale genere destinato a fare epoca. Figlio del cineasta Roberto Roberti, dopo alcune prove come aiuto regista in varie produzioni hollywoodiane, fa il suo esordio alla regia nel 1961, con il peplum Il colosso di Rodi. Tre anni più tardi, sulla scia dei grandi maestri americani, si dedica al genere western lanciando nelle sale il film Per un pugno di dollari (1964), seguito da Per qualche dollaro in più (1965) e da Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Queste produzioni, tutte interpretate dall’attore americano Clint Eastwood, vengono comunemente denominate la trilogia del dollaro. La forza innovativa di tali pellicole risiede nel rifiuto del western americano tradizionale, non più incentrato sul mito della frontiera o sulle guerre con gli indiani ma su eroi cinici e disincantati, avvolti in un mondo dove conta solo la violenza e la sopraffazione. Tutto ciò è rafforzato da uno stile registico irreale e iperbolico, perfettamente coadiuvato dalle colonne sonore di Ennio Morricone. La qualità filmica della trilogia raggiunge l’apice con Il buono, il brutto, il cattivo: una sorta di aggiornamento de La grande guerra di Mario Monicelli e raccontato mescolando toni picareschi a momenti di grande lirismo. A questo trittico seguiranno il kolossal epico C’era una volta il West (1968), girato in parte nella Monument Valley, e Giù la testa (1971). Sergio Leone, snobbato all’epoca da buona parte della critica, viene oggi celebrato come uno dei registi italiani più noti e acclamati nel mondo. Il successo mondiale dei film di Leone apre la strada a una moltitudine d’imitazioni made in Italy (circa cinquecento pellicole spalmate in quindici anni), alcune delle quali hanno riscontrato un notevole seguito sia nazionale che estero. Al filone degli spaghetti-western si ricollegano le commedie vicine al genere del film comico, scritte e dirette dal regista Enzo Barboni (firmatosi sempre con lo pseudonimo di E.B. Clucher) e con protagonisti gli attori Bud Spencer e Terence Hill (nomi d’arte degli italiani Carlo Pedersoli e Mario Girotti). I due film più importanti del duo, che coniugano con simpatia risate e scene d’azione, sono Lo chiamavano Trinità… (1970) e il seguito …continuavano a chiamarlo Trinità (1972), quest’ultimo è risultato campione d’incassi nella stagione cinematografica 1971-1972.

Sergio Leone è stato uno dei più importanti registi della storia del cinema italiano e internazionale, particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western. Nonostante abbia diretto pochi film, la sua regia ha fatto scuola e ha contribuito alla rinascita del western negli anni '60, grazie a titoli come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C'era una volta il West e Giù la testa, mentre con C'era una volta in America ha profondamente rinnovato il lessico dei gangster movie.
Sergio Leone è stato uno dei più importanti registi della storia del cinema italiano e internazionale, particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western. Nonostante abbia diretto pochi film, la sua regia ha fatto scuola e ha contribuito alla rinascita del western negli anni ’60, grazie a titoli come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West e Giù la testa, mentre con C’era una volta in America ha profondamente rinnovato il lessico dei gangster movie.

Sarà, quindi chiaro in conclusione, che in molti film del cinema italiano quello che contava era la personalità dell’attore o degli attori principali, ai quali produttori, registi e sceneggiatori subordinavano la propria. Tuttavia non sarebbe sensato negare che non di rado emergessero ,nello sterminato panorama del cinema italiano post-guerra, individualità di registi molto ben definite, autori che sono stati in grado di ritagliarsi uno spazio indelebile nella storia del cinema italiano, con stili diversi, riconoscibili fin dalla prima inquadratura, ma ugualmente efficaci ed epocali.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...