Antonio Cifariello, Maurizio Arena e Renato Salvatori: i simboli dell’Italia “giovane” della Dolce Vita

Antonio Cifariello, Renato Salvatori e Maurizio Arena, i divi
Antonio Cifariello, Renato Salvatori e Maurizio Arena, i divi “giovani” dell’Italia della Dolce Vita: la storia di tre grandi divi dell’epoca.

L’esplosione di giovani attori che diventassero il simbolo dell’Italietta spensierata ed allegra degli anni ’50, si ricollega alla nascita della cosiddetta fase del “neorealismo rosa”, inaugurata dalle due saghe campagnole dei “Pane e amore”  e dei “Don Camillo”, che danno il via libera alla commedia all’italiana vera e propria. Questo genere di commedia leggera, molto blandamente satirica e a carattere fortemente regionale, sarebbe continuata urbanizzandosi, nell’Italia del boom, e non di rado trasferendosi persino nei luoghi vacanzieri più chic e importanti d’Italia. Per ragioni anche logistiche, la nuova Arcadia cinematografica sarebbe stata stabilita dapprima nelle città di Roma e Napoli, per estendersi poi alle più note stazioni balneari del Bel Paese. ANTONIO CIFARIELLO, MAURIZIO ARENA e RENATO SALVATORI, sono stati gli attor giovani che meglio hanno rappresentato questo particolare periodo storico del cinema e della società italiana.
Più giovani di un Sordi o di un Chiari, (Salvatori e Arena classe ’33, e Cifariello classe ’30), i tre attori sono stati gli attori più affascinanti e richiesti di tutta una generazione del cinema italiano, amatissimi dal pubblico femminile per la loro avvenenza, ed anche da quello maschile per la loro simpatia, vedevano in loro infatti quello che avrebbero voluto essere: alti, atletici, fotogenici, superficiali, ma in definitiva onesti e lavoratori. Se Sordi, ad esempio, ha rappresentato i vizi, i difetti e le virtù dell’italiano medio come nessun altro, i tre hanno rappresentato un’intera generazione di ventenni o trentenni alle prese con l’Italia spensierata del boom economico. Eppure per un motivo o per l’altro, la loro è stata una carriera intensa, ricca di successi, ma sfortunata. Passato il periodo d’oro, soprattutto Salvatori e Arena sono stati quasi ingiustamente messi da parte, venivano considerati forse troppo legati a un momento irripetibile della nostra storia, troppo legati a un costume, per poter essere protagonisti anche negli anni ’70. Salvatori e Arena condussero in ogni caso una vita molto sregolata e al limite, rispetto al più pacato Cifariello. Per quanto riguarda Salvatori ad esempio, negli anni ’70, forse per le delusioni relative al declino professionale, cominciò ad avere problemi di alcolismo. Nei primi anni ’80 decise poi, di abbandonare definitivamente il cinema, un mondo che non gli apparteneva più, come spiegò in un’intervista piuttosto amara e polemica. Il suo fisico era ormai già minato dalla cirrosi epatica, che lo portò prematuramente alla morte il 27 marzo 1988, all’età di 54 anni. Ancora prima morì Maurizio Arena, romano de Roma, che per ingenue manie di grandezza, si autodiresse in due pellicole, “Il principe fusto”(1960) “Gli altri, gli altri e…noi”(1967) che non ottennero il successo sperato, imboccando una precoce parabola discendente. Dopo un periodo di assenza, alla fine degli anni ’60 la sua fama era già in netto declino: ingrassato e con un’estesa calvizia, veniva ormai chiamato soltanto per piccole parti da caratterista. La sua ultima interpretazione, ispirata al personaggio dei fumetti Braccio di Ferro, e intitolata “Pugni, dollari e spinaci”, non riuscì neppure a trovare uno sbocco commerciale. Scomparve all’età di 45 anni nella notte tra mercoledì 20 e giovedì 21 novembre 1979 nella sua Villa di Casal Palocco a causa di una crisi cardiaca sopraggiunta in seguito al riacutizzarsi di un’affezione renale di cui soffriva da tempo. Cifariello, invece, che dei tre è stato sempre quello più pacato e più oculato amministratore di sè stesso e della sua immagine, continua anche negli anni ’60 ad essere uno degli attori più richiesti dai produttori e dai registi italiani. Intuendo con sagacia, prima dei suoi due colleghi, di non poter divincolarsi dallo stereotipo assunto, decide quindi di alternare la carriera cinematografica a quella di inviato speciale e documentarista per la RAI, che lo porterà a compiere numerosi viaggi in giro per il mondo, dimostrando doti di notevole preparazione e serietà. Sfortunatissimo, in uno di questi reportage all’estero, trova purtroppo una tragica morte in un incidente aereo nei cieli d’Africa e più precisamente a Lusaka nello Zambia, a soli 38 anni nel 1968. Una fine terribile per uno degli attori più amati dell’epoca e che si era saputo riciclare, trasformare, rigenerare, mantenendo inalterati professionalità e successo, riuscendo a superare quindi, il cliche cui era stato relegato. Lasciò peraltro un figlio piccolissimo, Fabio Cifariello, che all’epoca aveva 8 anni ed oggi è un apprezzato compositore e musicista.

Renato Salvatori, Marisa Allasio e Maurizio Arena nel capolavoro epocale di
Renato Salvatori, Marisa Allasio e Maurizio Arena nel capolavoro epocale di “Poveri ma belli”(1956), un film destinato a lanciare i suoi protagonisti tra le grandi star del cinema italiano e inaugurando la stagione felice e spensierata della “Dolce Vita”.

Eppure nonostante tutto, si può dire che il loro sia stato, per usare un termine tecnico-critico, un rapporto con il cinema “intenso, ancorchè limitato”, il limitato ovviamente si riferisce alla durata cronologica ristretta, non di certo alla quantità e alla qualità delle pellicole da loro interpretate. Hanno avuto infatti modo di lavorare con i registi più importanti dell’epoca, Dino Risi, Federico Fellini, Mario Monicelli, Mario Camerini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Valerio Zurlini, insomma tutto il meglio del panorama registico italiano. In tutto questo il primo ad affacciarsi in maniera significativa nel panorama cinematografico nazionale è Antonio Cifariello, il quale si accosta al cinema appena ventenne interpretando da protagonista il film “La sposa non vestiva di bianco”(1950), anche se a ragion del vero non siamo ancora all’attore che apprezzeremo in futuro, ma è già un segnale di quello che potrà diventare. In quegli anni ha modo di conoscere e di stringere una profonda e sincera amicizia con la allora sconosciuta Sophia Loren, anche lei in cerca di uno sbocco professionale nel mondo del cinema. E quando, pochi anni dopo entrambi saranno diventati famosi, saranno scritturati insieme, come coprotagonisti, in uno dei film più graditi al pubblico di tutte le epoche: “Pane, amore e…”(1955), diretti da Dino Risi e interpretato accanto al sommo maestro De Sica, delizioso nei panni del leggendario maresciallo dei carabinieri. Per avere una qualifica di attore vero e preparato, Cifariello frequentò i corsi di recitazione al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma, ottenendo il diploma nel 1953, proprio l’anno in cui viene scelto da Fellini per interpretare il suo episodio del film corale “Amore in città”, ed intitolato “Agenzia matrimoniale”. Da quel momento in poi Cifariello diventa uno dei giovani attori più richiesto dai produttori e dai registi italiani, soprattutto per commedie brillanti o sentimentali o per pellicole avventurose fino ad ottenere il “suo” ruolo, quello che si potrebbe definire il “ruolo della vita”, e cioè quello dello scapestrato ed esuberante giovanotto fiorentino a caccia continua di sottane nel capolavoro di Valerio Zurlini “Le ragazze di San Frediano”(1954), tratto dal piacevole romanzo di Vasco Pratolini. Lo stesso regista ebbe parole di elogio per la sua pellicola: «È una commedia all’italiana, ma un po’ diversa dai modelli di allora, tipo “Pane, amore e fantasia” (…). “Le ragazze di San Frediano” era un film spiritoso, allegro, ironico, tutto interpretato da attori alle prime armi, e questo gli dava un’aria di freschezza e di vivacità. Del resto era una commedia piena di malinconia: faceva ridere ma fino a un certo punto». E persino la critica attuale lo definisce in grado di sfiorare le corde del capolavoro: Il Dizionario Mereghetti infatti loda l’«insolita freschezza e schietta ironia, l’attenzione al contesto e la resa figurativa» e la prova di tutti i giovani attori, su tutti quell’Antonio Cifariello, al quale ormai sono spalancate le porte del grande cinema. Anche il Dizionario Morandini parla di «garbo, brio e freschezza» e di «ottima direzione di attori».

Sophia Loren e Antonio Cifariello, due monumenti del nostro cinema, protagonisti del film
Sophia Loren e Antonio Cifariello, due monumenti del nostro cinema, protagonisti del film “Pane, amore e…”(1955). La storia d’amore del film tra l’avvenente donna Sophia e il povero Nicolino, alla fine messa a posto nel migliore dei modi dal maresciallo De Sica, fece sognare l’Italia intera, sullo sfondo di una Sorrento mozzafiato. La Loren e Cifariello erano inoltre grandi amici e si erano incontrati non di rado, nei duri anni della loro gavetta prima del grande successo.
Un giovanissimo Cifariello nel capolavoro di Valerio Zurlini, del quale è protagonista,
Un giovanissimo Cifariello nel capolavoro di Valerio Zurlini, del quale è protagonista, “Le ragazze di San Frediano”(1954).

Sul set del film a episodi “Villa Borghese”(1953), Cifariello ebbe inoltre modo, di incontrare per la prima volta il maestro De Sica, anche se non erano scritturati per lo stesso episodio, ed anche quel Maurizio Arena, che allora era poco conosciuto, ma di lì a poco diventerà come lui il simbolo di un’epoca. La storia cinematografica, almeno all’inizio, di Arena e Salvatori è diversa rispetto a quella di Cifariello. Loro al successo arrivano molto dopo, e devono aspettare l’intuizione del regista Dino Risi, per poter finalmente godere del meritato successo. La popolarità, infatti arriva per entrambi grazie a quel “Poveri ma belli”(1956), che ormai fa parte della storia del nostro cinema, e che ottenne un successo insperato e clamoroso. Un film dialettale, giovanilmente scanzonato, proletario nell’estrazione ma piccolo-borghese nello spirito, che decretò il successo di un genere ( la commedia all’italiana) e di un regista in perfetta sintonia con l’evoluzione del costume nazionale. E poi il successo di Renato Salvatori, di Maurizio Arena, ed ancora delle avvenenti e prosperose Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro. Cinque giovani attori, pressoché sconosciuti, che passarono subito alla notorietà dando vita a dei personaggi tipici e destinati a durare nel tempo, e diventando, affiancandosi dunque a Cifariello, il simbolo di tutta una generazione di giovani, uomini e donne, ragazzini e ragazzine, che si stavano in quel momento affacciando alla vita. I “miti” di una generazione, quella spensierata ed allegra della “Dolce Vita”, quella Dolce Vita di Via Veneto, che soprattutto Arena e Salvatori frequentavano. SI narra che a Salvatori piacesse fare le ore piccole in via Veneto, da Rosati o da Doney, ascoltando discorsi che non capiva fino in fondo, ma che (dato importantissimo, fu il segreto della sua simpatia) non fingeva mai di capire. In quegli anni la sua naturalezza conquistò tutti; e la sua carriera cinematografica prese senza sforzo le vie del film impegnato fino al trionfo di “Rocco e i suoi fratelli”(1960) di Luchino Visconti. Quel Luchino Visconti che lo amava moltissimo eche protesse la sua unione con Annie Girardot come un vecchio zio. Lo trattava in maniera burbera, provocandolo, sgridandolo, bruscamente lodandolo quand’ era il caso. E Salvatori visse qualche anno di intensa vita artistica, con titoli che formano una “personale” di tutto rispetto. Da “I soliti ignoti”(1958) di Monicelli a “Un giorno da leoni”(1961) di Nanni Loy, da “La banda Casaroli” di Vancini ai misconosciuti “Omicron” di Gregoretti e “Una bella grinta” di Montaldo, da “I compagni” di Monicelli a “I magliari”(1959) di Francesco Rosi. Con propaggini che si protrarranno nel decennio successivo in film di grandi firme: Ferreri, Costa Gavras, Pontecorvo, Rosi, Petri, Bertolucci. Una galleria di personaggi alla base dei quali c’ era sempre l’ intuito della scelta tempestiva, l’ istinto sicuro, la disponibilità cinematografica.

Il ruolo della vita per Renato Salvatori, quello del ladro Mario nel capolavoro di Monicelli,
Il ruolo della vita per Renato Salvatori, quello del ladro Mario nel capolavoro di Monicelli, “I soliti ignoti”(1958), la più grande commedia all’italiana di sempre. Qui ed anche nel seguito, non sfigura affatto accanto a mostri sacri come Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman, con i quali è in scena insieme nella suddetta foto.

La popolarità arrivò, come già detto, grazie al ruolo di Salvatore nella trilogia di Dino Risi Poveri ma belli (1956), Belle ma povere (1957) e Poveri milionari (1958). Buon successo di pubblico ottenne anche nel dittico La nonna Sabella (1957, sempre di Risi) e La nipote Sabella (1958, di Giorgio Bianchi), al fianco di Tina Pica e di Peppino De Filippo e in I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli e nel séguito Audace colpo dei soliti ignoti (1960) di Nanni Loy. Fu anche buon interprete drammatico in pellicole come I magliari (1959) di Francesco Rosi al fianco di Alberto Sordi e in Era notte a Roma (1960) di Roberto Rossellini, ma il ruolo fondamentale per Salvatori fu quello di Simone in Rocco e i suoi fratelli (1960). Sul set di questo film incontrò l’attrice francese Annie Girardot, che sposò due anni più tardi e strinse una fraterna amicizia con Alain Delon, che anche negli anni del declino lo volle accanto a sé in alcuni film poliziotteschi come La mia legge, Flic Story, Lo zingaro. Non mancano nella filmografia di Renato Salvatori altre prove coraggiose, come La banda Casaroli di Florestano Vancini (1962), o film polemici e controcorrente come Una bella grinta di Giuliano Montaldo, Smog di Franco Rossi o Omicron di Ugo Gregoretti, film che volevano rappresentare la risposta italiana alla nouvelle vague. Un attore e uomo simpatico, sensibile, forse troppo, che amava molto il suo mestiere, e forse per questo ad un certo punto gli si chiuserò le porte del cinema. Perchè tutto questo, a un certo punto, finì? Perchè il cinema chiuse le porte a Renato, o perchè Renato voltò le spalle al cinema? Negli ultimi anni, si era dedicato ad altre attività, parlava del passato con rabbia e nostalgia. Era invecchiato, ma le rughe lo rendevano più interessante. Lo consideravano troppo legato a un momento irripetibile della nostra storia, troppo legato a un costume per non imporre stucchevoli confronti con il passato? Fatto sta che si ritrovò addosso, da un momento all’ altro, quell’ etichetta di “has been” (è stato) fatale a tanti campioni dello spettacolo. Non aveva un retroterra professionale di dizione e voce impostata, persa l’ occasione al momento giusto non poteva fare teatro. Si contentò di vivere ai margini dell’ ambiente che amava e non era più il suo, ma del quale, e lui lo sapeva, ne aveva fatto la storia, con titoli come “I soliti ignoti”“Rocco e i suoi fratelli”. E dire che, a differenza di Arena autodefinitosi “principe fusto” per la passione di frequentare la nobiltà, Renato era attratto dalla gente di penna e di pensiero, non aveva manie di grandezza, e rimase sempre indelebilmente umile nell’animo. Arena dal canto suo, nonostante alcuni scellerati tentativi in proprio, naufragati purtroppo miseramente, su tutti quel “Principe fusto”, girato in contemporanea con “La Dolce Vita” di Fellini, proprio in Via Veneto, che ovviamente fu offuscato in pieno dalla grandezza impressionante del capolavoro felliniano; ebbe comunque i suoi anni di gloria con tante pellicole interessanti e di successo. Dopo il trittico dei “Poveri ma belli”, a fine anni ’50 prese parte ad una marea di commedie spensierate del quale è stato indiscusso protagonista, e spesso interpretate nelle più importanti località turistiche italiane condividendo non di rado il set, con gli amici e colleghi Antonio Cifariello e Renato Salvatori, ad esempio in “Racconti romani”(1955).

La locandina originale del film
La locandina originale del film “Poveri ma belli”(1956), ormai diventata un oggetto di culto tra i collezionisti. La pellicola è inoltre tra le più importanti e significative della storia del cinema italiano. Renato Salvatori e Maurizio Arena sono ritratti in maniera spavalda e simpatica.

Quegli anni a cavallo tra il decennio dei ’50 e quello dei ’60, videro un enorme sviluppo delle commedie all’italiana brillanti e spensierate ambientate nelle località turistiche più belle d’Italia, quindi finalmente fuori dall’Arcadia romanesca della capitale. Fiorirono quindi numerose commedie di questo genere, dal successo enorme e dai cast eccelsi e di prim’ordine: “Vacanze a Ischia”(1957), con Antonio Cifariello, Maurizio Arena, Vittorio De Sica, Peppino De Filippo e Miriam Bru; “Avventura a Capri”(1958), con Maurizio Arena, Nino Taranto e Alessandra Panaro; “Marinai, donne e guai”(1958), con Maurizio Arena e Ugo Tognazzi, ambientato a La Spezia; “Costa Azzurra”, con Antonio Cifariello, Alberto Sordi e Giovanna Ralli; “Brevi amori a Palma de Majorca”(1959), sempre con Cifariello; o ancora “Promesse di marinaio”(1958), con Antonio Cifariello e Renato Salvatori, ambientato in una splendida e luminosa Taranto, pre-Ilva. In questo film Cifariello divide la scena con un altro corpo schermico tipico del cinema italiano degli anni ’50 e ’60, Renato Salvatori, reduce dal successo delle commedie risiane. L’esile vicenda incentrata sulle peripezie amorose di un gruppo di marinai sbarcati a Taranto da un motosilurante ha comunque parecchi motivi di interesse. Su tutti Cifariello e Salvatori. Per finire poi, degno di nota è anche “Classe di ferro”(1959) ancora con Renato Salvatori. Nella dimensione turistica, nata da una costola del film a episodi, Antonio Cifariello trovò comunque la formula migliore per esprimere il suo talento di attore, è infatti uno dei più assidui frequentatori di questo genere, che fa a tutti gli effetti parte del grande cinema d’autore, e per dire vedeva la presenza, non di rado, di attori del calibro di Sordi, di Mastroianni, di Tognazzi o di Chiari. “Souvenir d’Italie”(1957), è per esempio un piccolo gioiello di questo genere, e vede ancora una volta la presenza fissa di Antonio Cifariello, al fianco di De Sica e di Sordi, anche se non sono mai in scena insieme. In seguito Cifariello, amatissimo dal pubblico e dai registi, per una certa pacatezza negli atteggiamenti e nei comportamenti, sempre molto composto e lontano dai riflettori anche fuori dai set- cosa alquanto inusuale per uno dei protagonisti più importanti della “Dolce Vita” romana- continuò a ricevere numerose e importanti proposte di lavoro in ruoli da protagonista o co-protagonista, da autori di valore come Franciolini, Camerini, Pietrangeli, Bolognini. Alternando dunque,  la carriera cinematografica, a quella “nuova” che si era ritagliato, come documentarista per la RAI. Interessantissimi peraltro, i suoi reportage in giro per il mondo: Africa, America del Sud, ma anche inchieste importanti e di un certo livello, ad esempio sull’affollamento delle carceri e sulla mancanza di lavoro nell’Italia del boom economico. In ultimo, meritevole di segnalazione, la pellicola di Giuseppe Bennati, “La mina”(1958) una commedia romantica con risvolti drammatici, interpretata da Antonio Cifariello ed Elsa Martinelli; qualcuno parlò di un breve flirt tra i due, veri e propri sex symbol dell’Italia della Dolce Vita, quel che è certo è che la loro intensa giovò alla riuscita del film. Un film riuscito, uno di quei film ambientati in un epoca dove per campare bisognava arrangiarsi e accontentarsi di poco,le amicizie erano più genuine,il sentimento più casto. Dramma di ambiente marinaresco con una perfetta visione di un certo stile di vita ormai quasi dimenticato e retto quasi per intero da Antonio Cifariello ed Elsa Martinelli, ottimi interpreti oltre che belle presenze sceniche.

Sul set di
Sul set di “Avventura a Capri”(1958), Maurizio Arena è in scena tra le spiagge di Capri, insieme all’avvenente attrice francese Yvonne Monalur. Si narra che, forse per l’atmosfera di Capri, tra i due nacque una breve storia d’amore, e ovviamente i paparazzi e i giornali scandalistici dell’epoca si occuparono abbondantemente di ciò.
Sul set del film
Sul set del film “Racconti romani”(1955), Maurizio Arena e Antonio Cifariello sono in scena insieme a Franco Fabrizi.
La locandina del film
La locandina del film “Vacanze a Ischia”(1957), una delle più belle commedie all’italiana di ambientazione turistica, che andavano di moda in quegli anni. I nomi di Maurizio Arena e Antonio Cifariello, sono lì tra i primi, tra i protagonisti di questa pellicola divertente e di enorme successo.

Alcuni critici e studiosi si sono chiesti se questi tre splendidi attori siano stati uccisi proprio dal quel cinema che amavano follemente. Un primo appunto è giusto farlo, e riguarda Cifariello, il quale ancora all’apice del successo e della fama, nonostante non facesse più film da qualche anno, trovò la morte in una circostanza tragica e sfortunata; viceversa per gli altri due la morte fu di certo conseguenza del loro declino artistico. Dunque Arena e Salvatori sono stati uccisi dal cinema? Forse, in parte sì, ma li ha uccisi, quella che Milan Kundera ha battezzato “l’ insostenibile leggerezza dell’ essere”. Mi scuso per citare una formula di moda, ma come non pensare a Renato quando si legge (nel romanzo dello scrittore praghese): “…L’ assenza assoluta di un fardello fa sì che l’ uomo diventi più leggero dell’ aria, prenda il volo verso l’ alto, si allontani dalla terra, dall’ essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato?”. Assorto contemplatore di quei pensieri intelligenti che ammetteva di non capire fino in fondo, Renato Salvatori sarebbe soddisfatto di avere un epitaffio con parole di Kundera. Ma sarebbe ancora più lietamente sorpreso di avvertire, nei discorsi di rito, che qualcosa della sua presenza lieve e corposa, così tipica e irripetibile, resterà. Eppure non meritano tanta malinconia, questi tre grandi attori dell’Italia del grande cinema, una riscoperta sarebbe opportuna e di certo meritata, per le loro carriere e per l’essere stati in qualche modo il simbolo di tutta una generazione, quella della “Dolce Vita” , che ad oggi rimane il periodo più luminoso della storia dell’Italia unita.

Una foto curiosa ritrae il grande Antonio Cifariello sul set di uno dei suoi numerosi film.
Una foto curiosa ritrae il grande Antonio Cifariello sul set di uno dei suoi numerosi film.
la locandina originale del film
la locandina originale del film “Promesse di marinaio”(1958), girato a Taranto, con protagonisti Renato Salvatori e Antonio Cifariello, due pezzi da 90. Si racconta che le riprese nella città jonica durarono per oltre un mese, e i due attori furono presi letteralmente d’assalto per le vie del centro di Taranto, da fan e ammiratori di tutte le età, chi chiedeva una foto, chi chiedeva un autografo o semplicemente un bacio sulla guancia.
Renato Salvatori e Inge Schoener in una scena del film
Renato Salvatori e Inge Schoener in una scena del film “Promesse di marinaio”(1958).

Domenico Palattella

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3 pensieri su “Antonio Cifariello, Maurizio Arena e Renato Salvatori: i simboli dell’Italia “giovane” della Dolce Vita

  1. Bellissimi ricordi per me quegli anni, spensierati giovani, cristallini, li ho amati e seguiti tutti negli anni a venire.Peccato che, specialmenta Arena,si siano un po’distrutti da soli, forse non c’era stata una grande scuola, non so, o forse erano tempi che prendere le cose con leggerezza portava ad un illusione distruttiva. Comunque io li ringrazio per il bel periodo passato insieme.Antonio Cifariello secondo me ha dimostrato più intelligenza, però aimè è stato molto sfortunato, soffrii molto quando venne a mancare, sicuramente avrebbe dato del filo da torcere al grande Marcello Mastroiani.

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