Quando i “De Filippo” marciavano insieme. Gli anni in cui Eduardo e Peppino facevano coppia fissa.

Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, una delle famiglie più importanti del teatro e del cinema italiano. Eduardo si specializzò come commediografo e drammaturgo di eccelso livello, Peppino come grande attore comico della nascente commedia all'italiana, e Titina come prima
Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, una delle famiglie più importanti del teatro e del cinema italiano. Eduardo si specializzò come commediografo e drammaturgo di eccelso livello, Peppino come grande attore comico della nascente commedia all’italiana, e Titina come prima “donna” almeno fino a metà degli anni ’50. Ma prima della separazione professionale del 1944, Eduardo e Peppino fecero coppia fissa anche al cinema, con risultati molto più che positivi.

Negli anni ’30 e nella prima parte degli anni ’40 il cinema di Peppino coincideva per buona parte con il cinema di Eduardo, e viceversa. Benché non diano molto peso al cinema, a cui guardano essenzialmente per ragioni economiche, i De Filippo in questa prima parte di carriera, vi dedicano comunque più tempo di quanto non si creda: intervengono nelle sceneggiature e nei dialoghi, collaborano in pratica- soprattutto Eduardo- alla regia dei film. I loro ruoli sono in un certo senso intercambiabili, ma Peppino sembra prediligere fin da subito quelli più dichiaratamente comici; e se talvolta è già lo spassosissimo ingenuo gabbato che conosceremo meglio negli anni successivi, più spesso è un damerino d’epoca in baffetti e brillantina, una via di mezzo fra rubacuori e mamo, fra attor giovane e attor comico: una sorta di Vittorio De Sica dei poveri, a proprio agio specialmente negli ambienti paesani dove la sua fragile spocchia può essere presa addirittura per classe ( comunque, lui la vita bada principalmente a viverla, mentre Eduardo quasi sempre la guarda dalla finestra, ci filosofeggia su: il braccio e la mente, il corpo e lo spirito). Il loro film d’esordio ( “Tre uomini in frack”, diretto nel 1932 dall’ex divo del muto Mario Bonnard), è oggi irreperibile, anzi quasi sicuramente perduto. Nacque per motivi soprattutto economici da una proposta del produttore napoletano Peppino Amato, che dei De Filippo era ammiratore e anche amico. In realtà Eduardo e Peppino non avevano ancora raggiunto una notorietà nazionale, e dunque non costituivano l’attrazione principale del film: il vero protagonista era il tenore Tito Schipa, sulla breccia ormai da una ventina d’anni.

“Lui [Tito Schipa] era il primo, mio fratello il secondo, e io il terzo omino in frac. Io facevo il segretario della coppia di cantanti. Era la storia di uno che non aveva il coraggio di cantare in pubblico: sarebbe stato un soggetto mirabile oggi, con le voci che ci sono in giro adesso”.

Così Peppino in un’intervista del 1974 a Francesco Savio, che resta una delle pochissime testimonianze dirette del suo cinema. Quanto agli attori, i principali meriti e demeriti andarono a Tito Schipa, ma i due De Filippo vennero segnalati come “una piacevole coppia di comici” ( Filippo Sacchi, sul Corriere della Sera, del 25 gennaio 1933).

La locandina dell'introvabile pellicola
La locandina dell’introvabile pellicola “Tre uomini in frack”(1932), il primo film di Eduardo e Peppino De Filippo.

Nel 1934, a due anni di distanza dal loro esordio cinematografico, Eduardo e Peppino vi tornano per girare quello che resterà uno dei loro film più famosi, “Il cappello a tre punte”, di Mario Camerini, che a quel tempo era con Alessandro Blasetti il più importante regista italiano. In realtà il film resterà famoso più che altro per i suoi guai, e non c’è dubbio che sia già nato sotto una cattiva stella: durante la lavorazione i fratelli De Filippo ( che di giorno giravano il film a Roma e di sera recitavano in teatro a Napoli) furono coinvolti in un incidente di macchina a una ventina di chilometri dalla capitale. Peppino riportò varie ferite all’occhio sinistro e alle gambe, e le riprese furono sospese per alcuni giorni. Nonostante gli imprevisti, il film fu terminato nel giro di due mesi. Ma i guai veri dovevano ancora incominciare. Poiché un paio d’anni prima Mussolini aveva molto apprezzato un altro film di Camerini ( “Figaro e la sua gran giornata”, del 1931), il direttore dell’Istituto Luce Sandro De Feo pensò incautamente di fargli vedere in un’anteprima privata anche “Il cappello a tre punte”. Il Duce lo visionò a Villa Torlonia insieme a tutta la sua famiglia; ma dopo neanche trecento metri di pellicola si alzò in piedi infuriato, sfasciò una sedia e gridò, prima di andarsene sbattendo la porta: “Bella sensibilità politica dopo 13 anni!”. Le scene che avevano suscitato tale eclatante malcontento da parte del Duce, erano quelle dei tumulti degli ortolani contro le tasse ingiuste e il malgoverno: sequenze molto belle e molto efficaci, secondo quanto avrebbe dichiarato più volte Eduardo. Ma la censura, visto il gradimento che tali sequenze avevano incontrato presso la famiglia Mussolini, intervenne con decisione e tagliò tutte le scene di rivolta. Tanto per non correre rischi, i negativi delle parti tagliate furono bruciati. Così mutilato, il film uscì, nel 1935, per pochi giorni, ma fu tolto quasi subito dalla programmazione. Anche a causa di tutte queste grane con la censura, “Il cappello a tre punte”, già apprezzato da alcuni contemporanei, è stato persino sopravvalutato dai posteri ( “Un film davvero eccellente, uno dei migliori in assoluto della nostra cinematografia, lo definirà qualcuno a metà degli anni ’50). Sopiti dalla censura i propositi di critica sociale, resta apprezzabile l’affresco di un Settecento molto idillico, molto curioso, con le autorità a passeggio per i campi e in mezzo alla gente come gli dèi dell’antica Grecia, con le immagini quasi documentarie delle esibizioni di acrobati e cantastorie nelle piazze, con le superstiti scene di popolo estremamente vivaci e colorite nella loro allegra confusione. Si tratta del resto di uno dei pochissimi film a sfondo dialettale di un’epoca in cui si guardava il dialetto con estrema diffidenza. E comunque, nonostante i tagli e la censura, il film mantiene una sua forza sanguigna, una sua rabbia popolaresca. Quanto ai De Filippo, sono bravissimi ancora una volta, ma si vede che non sanno ancora tenere il set, come lo terranno negli anni ’50, o come facevano in palcoscenico. Del resto pare che durante le riprese, abituati ai ritmi del teatro, fossero sconcertati dai tempi morti del cinema e si lamentassero spesso con il produttore Peppino Amato: “Ma questo regista non ci fa fare niente!”.

Eduardo De Filippo in scena con Leda Gloria nel film
Eduardo De Filippo in scena con Leda Gloria nel film “Il cappello a tre punte”(1934): un film che fece molto divertire i De Filippo e molto arrabbiare il Duce.

L’anno seguente Eduardo e Peppino sono di nuovo insieme, questa volta come coppia autonoma, in un brioso film di Gennaro Righelli, “Quei due”“Un film riuscitissimo che Gennaro Righelli diresse molto bene” ricorda Peppino nell’intervista del 1974 a Francesco Savio. E senz’altro a ragione: per quanto sia meno noto di altri, “Quei due” è uno dei loro migliori film in assoluto. Pur frammentario, al punto da sembrare quasi a episodi, è però molto divertente, molto ben girato, e presenta numerosi motivi d’interesse. Il film di Righelli, ispirato alla commedia teatrale di Eduardo, “Sik-Sik, l’artefice magico”, era stato ideato dal produttore e cosceneggiatore Peppino Amato con l’intenzione non tanto di documentare ai posteri l’arte teatrale dei De Filippo, quanto di lanciarli nel cinema come una versione italiana di Stanlio e Ollio. In effetti è uno dei pochissimi film in cui funzionino davvero come coppia comica, l’uno spalla dell’altro, inseparabili e insostituibili, opposti e complementari, il burbero bonaccione ( Eduardo/Ollio) e il cretino combinaguai ( Peppino/Stanlio). Eduardo poi dà in continuazione dello “stupido” a Peppino ( solo l’accento è diverso da quello di Ollio: “stùpido”, appunto, e non “stupìdo”); e vi sono numerose situazioni e trovate direttamente ispirate ai film di Laurel e Hardy: ad esempio la cena invisibile a casa del pazzo omicida o la caduta dal tetto. Il risultato è molto convincente, sebbene non vi sia fra Eduardo e Peppino quello stacco fisico (il grasso e il magro) che rende perfettamente complementari Stanlio e Ollio anche da un punto di vista visivo. Degno dei grandi comici sia americani che italiani, ma più che altro italiani, è poi il tema di fondo del film, la fame: particolarmente caro ad entrambi, che la conobbero di persona nei primi anni della loro carriera e specialmente Peppino l’aveva già descritta spassosamente in due atti unici teatrali ( “Miseria bella” ,del 1931 e “Il ramoscello d’olivo”, del 1934). I protagonisti di “Quei due”, in effetti, cercano per tutto il film di mangiare e per un motivo o per l’altro non ci riescono mai: vi riusciranno alla fine della pellicola, ma noi comunque non li vedremo consumare l’agognato pasto, così come nei film dell’epoca non vediamo mai i protagonisti consumare il tanto sospirato matrimonio. E comunque tutti questi motivi di curiosità e di interesse non devono far dimenticare che il film è anche molto ben fatto, con uno stile e con delle idee che a tratti lo imparentano più al contemporaneo cinema americano che a quello italiano. Alcuni passaggi sono deliziosi, e non mancano soluzioni ai confini dell’avanguardia: ad esempio tutta una scena ( Peppino che insegue la gallina) guardata attraverso l’ottica deformante di un specchio concavo; o il litigio fra Eduardo e Peppino, durante il quale le loro parole sono sostituite nella colonna sonora da un’accozzaglia di rumori.

Un genio (incompreso), due compari e un pollo: Peppino, Eduardo e Assia Noris in
Un genio (incompreso), due compari e un pollo: Peppino, Eduardo e Assia Noris in “Quei due”(1935), il film più brillante dei fratelli De Filippo negli anni ’30.

Nel 1937 Peppino, Eduardo e Titina interpretarono un altro film prodotto da Peppino Amato: “Sono stato io!”, che i De Filippo avevano portato sulle scene nel 1933. In questa commedia agile e sbrigativa, Eduardo è lo zio scalognato e inetto che non ne fa una dritta e che tutti usano come capro espiatorio; Peppino è invece, con scarsa credibilità anagrafica, suo nipote: un rubacuori furbetto e impomatato, vanesio, ladruncolo, diplomatico, falso, che è sul punto di laurearsi in giurisprudenza ma per il momento usa le arti retoriche soltanto per corteggiare attricette e mettere incinta cameriere. Il film, quasi privo di trama, vive tutto della contrapposizione fra nipote e zio, il furbetto e il fessacchiotto, il gagà e il brav’uomo dai sani e inutili principi. Ma per quanto riguarda i De Filippo, comincia a delinearsi un fenomeno, che in futuro sarà sempre più evidente, e che dovrebbe far riflettere i sovraestimatori di Eduardo e i sottoestimatori di Peppino: quando è in scena Eduardo il ritmo cinematografico si appesantisce e perde colpi, quando compare Peppino si vivacizza come d’incanto, questo a sottolineare quello che in futuro sarà ancora più evidente: se Eduardo è superiore al fratello come autore teatrale, è di certo inferiore nell’ambito cinematografico, dove la formula interpretativa e la dilagante simpatia di Peppino sarà di gran lunga superiore e di gran presa sul pubblico, rispetto al pur eccelso fratello.

Lo zio parafulmine ( Eduardo) e il nipote scapestrato (Peppino) in
Lo zio parafulmine ( Eduardo) e il nipote scapestrato (Peppino) in “Sono stato io!”(1937), primo incontro dei fratelli De Filippo con il regista Raffaele Matarazzo.

Dopo altri due discreti, ma tutto sommato trascurabili film, “L’amor mio non muore…”(1937) e “Il marchese di Ruvolito”(1938), la fama come attori cinematografici dei due De Filippo, comincia a prendere piede, non solo negli appassionati, quanto anche nella critica, a tal proposito le parole dello scrittore Ennio Flaiano, potranno di certo essere esaustive su quanto detto:

“Molti anni or sono fece fortuna la battuta di un critico che proponeva, per liberare il cinema italiano dagli attori incompetenti, di sostituire alla macchina da presa una mitragliatrice. Tanta allora era la diffidenza verso gli attori in genere e verso quella gente che, obliando le proprie oneste occupazioni, si andava accampando attorno alla rinascita alimentando sogni ambiziosi. Ma oggi chi volesse ripetere la battuta dovrebbe per lo meno modificarla; poiché, durante questo lasso di tempo, molte esperienze hanno convinto che non sono sempre gli attori a mancare, anzi quasi mai loro, e anzi, che non esistono in senso assoluto cattivi attori, come non esistono cattivi cavalli, ma strade senza fondo e poco abili conducenti” .(Ennio Flaiano, nel 1938)

Titina, Peppino ed Eduardo in compagnia del loro grande ammiratore Luigi Pirandello (1933).
Titina, Peppino ed Eduardo in compagnia del loro grande ammiratore Luigi Pirandello (1933).

Persuasi forse dalle parole di Flaiano, nel successivo “In campagna è caduta una stella”(1939) i De Filippo pensarono non soltanto di condursi da soli ma anche di asfaltarsi la strada da sé. Il film, infatti, fu tratto dalla commedia di Peppino “A Coperchia è caduta una stella”, fu sceneggiato da Eduardo e Peppino, e fu diretto dallo stesso Eduardo. Non solo. Eduardo decise, contro il parere del più prudente e pavido Peppino, di farsi anche produttore della pellicola. Una non trascurabile sommetta, poi venne impiegata per l’ingaggio della protagonista femminile. Eduardo voleva infatti, nella parte della giovane americana, una vera attrice d’oltreoceano, e scelse Rosina Lawrence, nota anche in Italia per aver lavorato con Stanlio e Ollio nel film “I fanciulli del West”, del 1935. Ma i veri guai dovevano ancora arrivare. Si noti l’anno: 1939. Ebbene, iniziate nel luglio del 1939 a Tirrenia, le riprese del film si interruppero ai primi di agosto a causa dell’evolversi della situazione internazionale: a parte la paura della guerra, le auto private cominciavano ad essere requisite, i rifornimenti di benzina si stavano facendo sempre più difficili, e molti tecnici erano stati richiamati alle armi. Il film fu ripreso qualche settimana dopo, ma portato a termine in fretta e furia, con mezzi di fortuna. Anche perché lo stesso Peppino era stato richiamato ( soltanto grazie a fior di raccomandazioni ottenne una proroga) e la Lawrence voleva tornarsene al più presto in patria lasciando quest’Europa dove ormai non era più aria: ad un certo punto, film o non film, l’attrice americana salutò tutta la compagnia e prese il primo piroscafo per l’America. Sicché il film fu ultimato alla meno peggio: non con il ricorso ad una controfigura, visto che soldi non ce n’erano più, ma con qualche rapida modifica al copione. Ciò che ne venne fuori non fu proprio quello che Eduardo avrebbe voluto: benché visto oggi, il film è alquanto delicato e piacevole, fresco, arguto e spigliato. E azzeccata sembra, anche la ricerca di una poesia della natura, di una poesia rustica con molte riprese dei lavori nei campi: quasi un’atmosfera fuori dal tempo.

La locandina originale del film
La locandina originale del film “In campagna è caduta una stella”(1939). I due fratelli De Filippo sono in compagnia della stellina americana Rosina Lawrence, già compagna di lavoro oltreoceano di Stan Laurel e Oliver Hardy.

Seguì una breve pausa della coppia dal punto di vista cinematografico, vuoi per lo scoppio della II Guerra Mondiale, vuoi per alcune importanti prove da solisti per entrambi i fratelli: Peppino ad esempio con “Notte di fortuna”(1941)“Campo de’ Fiori”(1943);  Eduardo con l’esperienza de “Il fidanzato di mia moglie”(1941). La breve esperienza in proprio aveva messo in mostra le qualità comiche del Peppino solista, che sembrava far ridere persino di più senza il freno, senza il contrappeso di Eduardo. Ma il pubblico, ignaro dei loro sempre più acuti dissapori, amava i De Filippo come coppia, come contraltare l’uno dell’altro, e preferiva pagando un solo biglietto vederli all’opera tutti e due o, meglio ancora, tutti e tre. Così Eduardo e Peppino tornarono insieme sul grande schermo per 5 film nel solo triennio 1942-44, i quali resteranno i più famosi della coppia. Peppino, nella già citata intervista del 1974 di Francesco Savio, sarà piuttosto severo con questi film ( forse anche perché in un’epoca di rottura totale con Eduardo, gli ricordavano Eduardo). “Era venuto l’ordine dal regime di mettere sulla piazza film comici, e allora i produttori si diedero molto da fare. Venne fuori A che servono questi quattrini?, venne fuori Non ti pago!, venne fuori Non mi muovo!. Ma, con tutto il rispetto per chi ha diretto quei film, con tutto il rispetto per chi ha fatto la trasposizione cinematografica, no, non erano dei buoni film”.

Foto dei primi anni '40. I tre fratelli al completo all'apice della loro carriera. La loro compagnia teatrale era ormai da anni la più importante d'Italia.
Foto dei primi anni ’40. I tre fratelli al completo all’apice della loro carriera. La loro compagnia teatrale era ormai da anni la più importante d’Italia.

Forse Peppino avrebbe riveduto il suo giudizio se avesse rivisto questi film. Forse la sua predilezione per il teatro lo portava a raffronti sommari e ingiusti. Forse noi posteri troviamo, in questi film, soprattutto quello che vogliamo metterci noi. Ma una cosa è certa: essi rappresentano l’unico documento plausibile di attori grandissimi che non abbiamo visto a teatro nei loro giorni migliori e per i quali non ci fidiamo tuttavia dei giudizi degli altri, di critici che magari giudicavano più per amicizia che con obiettività. “A che servono questi quattrini?”, ad esempio, diretto nel 1942 dal semisconosciuto Esodo Pratelli, ad oggi sembra tutt’altro che un cattivo film. Eppure proprio su di esso Peppino, nella solita intervista concessa a Savio nel 1974, infierisce in modo particolare: “Come film non è un film riuscito. Tanto è vero che, quando hanno voluto fare la commemorazione non so di che cosa, la presentazione di alcuni film nostri, miei e di Eduardo, m’avevano invitato a parlarne, ma io non potevo che parlarne male e quindi…ho lasciato perdere”. Probabilmente alla base di questo scarso trasporto sta il solito confronto con il teatro, ma c’è da pensare che la poca simpatia con cui Peppino ricorda questo film abbia anche un’altra causa: per quanto i due fratelli dispongano più o meno dello stesso numero di scene e appaiano molto spesso insieme, è in realtà Eduardo ad avere il ruolo più interessante, quello del filosofo dalla pirandelliana ambiguità ( non si capisce fino all’ultimo se sia un cialtrone o un idealista, un furbo o un saggio); mentre a Peppino tocca una parte più convenzionale, il babbeo simpatico la cui filosofia, almeno in apparenza, è soprattutto il buon senso. In effetti, proprio per questa commedia, a teatro, si erano manifestati i primi seri screzi fra Eduardo e Peppino: Eduardo convinto che Peppino vedesse il personaggio di Vincenzino Esposito in modo troppo grottesco, gli aveva eliminato parecchie parti a soggetto, suscitando ovviamente il suo risentimento. A noi posteri, che non abbiamo la fortuna o la sfortuna di poter fare confronti, il film di Pratelli sembra abbastanza riuscito, una commedia umoristico-filosofica, fra Pirandello e Rohmer. Se anche c’è qualche verbosità di troppo, si tratta di spicchi di saggezza, non di chiacchiere a vanvera; e la morale viene suggerita ma non imposta, sfumata anzi da un finale aperto, bianco e nero, utopia e realtà, Eduardo e Peppino, filosofia e buon senso. Eduardo è il marchese-filosofo, un moderno e bizzarro Socrate che passeggia per le strade di Napoli portandosi appresso il suo codazzo di discepoli ( “Tutto quello che so è questo: che non so niente. Ma è già qualche cosa. Ci sta gente che non sa neanche questo”): con la sua barba lunga e i suoi occhi stanchi, cerca di educare la gente allo stoicismo, all’indifferenza assoluta, al prendersele senza reagire, al disprezzo del denaro e del lavoro. Fra i discepoli di don Eduardo, il più disponibile è il mite Peppino, falegname senza studi superiori e nemmeno inferiori, che fa sua in men che non si dica la filosofia del marchese, mettendosi senza troppa fatica a non lavorare. E’ uno stupido non del tutto stupido, anche lui in fondo con una sua ambiguità: si sforza senza troppi sforzi di assorbire gli insegnamenti che gli fanno comodo. Il film si conclude con un bel monologo di Eduardo, che ha scelto la povertà e lo comunica al maggiordomo in modo da farlo sapere anche agli spettatori ( guardando fisso in macchina al culmine del discorso):

“Non parlarmi di denaro, Michele: se ne parla fin troppo. Tutta questa gente, tutta questa umanità che corre, smania, suda, salta in tram, fa la coda dietro agli sportelli, fa i capelli bianchi per il denaro…Come se dovesse campare eternamente…E invece siamo tutti condannati a morte. Te lo immagini un condannato a morte che conta biglietti da mille!?! Il danaro è una parola, è una convenzione: c’è tanta gente che senza denaro riesce a vivere come se avesse milioni; c’è tanta altra gente, poi, carica di milioni, che vive come se non avesse nemmeno un soldo. Che pena fanno gli uomini! Per il denaro dimenticano le sole cose vere che ha la vita. Perché esistono delle cose vere, tutto quello che ha creato Iddio è vero: guardare una nuvola, un tramonto, un giardino, un prato pieno di margherite, i bambini che ridono, la campagna, il mare, un cielo pieno di stelle…Ma il denaro, ricordalo bene, non serve a niente, e non ha dato mai la felicità a nessuno…”

Tutto molto bello, molto vero, molto Eterna illusione, ma anche molto retorico, molto inapplicabile, nonostante la grandezza e la forza di persuasione di Eduardo. E allora ecco l’anticlimax, ecco che il film si conclude con Peppino, con un’ulteriore brevissima sequenza che è come una maliziosa correzione di campo alla Lubitsch: alle parole di Eduardo fanno da controcampo quelle di Peppino, “Il denaro non serve a nessuno, specialmente quando è poco”. E il film si chiude con questo punto interrogativo, che qualcuno potrà anche intendere come punto esclamativo, o come tre puntini, insomma un finale sospeso, curioso, innovativo.

Una scena del film
Una scena del film “A che servono questi quattrini?”(1942), il saggio professore di Eduardo e l’ingenuo Vincenzino Esposito di Peppino, a cena con gli amici per festeggiare una fasulla eredità.

Il film piacque molto al pubblico, ma comunque meno del successivo “Non ti pago!”(1942), considerato da molti la migliore interpretazione cinematografica dei fratelli De Filippo, prima della separazione del 1944. Scritto e diretto da Carlo Ludovico Bragaglia, il film è tratto abbastanza fedelmente dalla commedia omonima di Eduardo. E’ un film molto napoletano, uno di quei film, per intenderci, che non potrebbero essere ambientati a Domodossola o a Rovigo, ma soltanto all’ombra del Vesuvio, nei vicoli e nei quartieri dove persino la ragione può condurre alle fedi più straordinarie, dove persino lo scetticismo è una forma di credulità. Protagonisti sono infatti il lotto, la cabala, la smorfia; vale a dire la passione napoletana per il gioco, per le superstizioni: temi presenti già nella tradizione letteraria napoletana, e che resteranno sempre molto cari ai De Filippo. Basta pensare, per limitarci al cinema, a “Non è vero…ma ci credo!”(1952), un film tutto di Peppino, o al “Sogno di una notte di mezza sbornia”(1959), un film tutto di Eduardo. Naturalmente questa storia di un impiegato del lotto che ruba un sogno al proprio padrone è pensabile soltanto in un universo rigidamente chiuso, dove certe regole sono date per scontate e accettate da tutti. Così come nei film di Superman tutti gli altri personaggi, amici o nemici, ammettono comunque l’esistenza del supereroe, la considerano da sempre un fenomeno perfettamente naturale, non si stupiscono minimamente nel vederlo volteggiare sulle proprie teste, anche qui non c’è in pratica personaggio che non ammetta l’esistenza dei sogni premonitori, delle maledizioni, di questi spiriti di spirito che passano il loro tempo a suggerire i numeri del lotto ai parenti rimasti in terra a soffrire e aspettare. Se in “A che servono questi quattrini?” permaneva una certa opposizione fra razionalità e irrazionalità, fra la saggezza “alta” del personaggio di Eduardo e il buon senso quotidiano del personaggio di Peppino, in “Non ti pago!” i due personaggi credono in egual misura nella “Fortuna con la effe maiuscola”, anche se uno ne viene beneficiato in continuazione e l’altro no; e, come tutti coloro che perseguono in modo diverso ideali comuni, ci impiegano molto tempo e molti litigi per capire di trovarsi in realtà dalla stessa parte, di essere in fondo necessari, quasi complementari, l’uno all’altro. Eduardo è il gestore di un botteghino del lotto, un esperto di cabala ferratissimo nel proprio mestiere: basta descrivergli il sogno che si è fatto e zac, lui comunica automaticamente il numero corrispondente, come un servizio della SIP. Ma, benché dica di conoscere ogni segreto del soprannaturale e passi le notti sui tetti a interrogare le nuvole, il pover’uomo non ha mai vinto nemmeno un centesimo. Viceversa, l’impiegato baciato dalla buona sorte è naturalmente Peppino, faccia da schiaffi che ostenta la propria fortuna senza quasi darlo a vedere, anzi facendo finta di niente, mani in tasca, come se si trattasse di qualcosa che gli spetta per diritto naturale o divino. Ogni venerdì sera, mentre gli altri impiegati sognano leopardianamente il sabato, lui sogna ambi e terni, e infati fa vita da nababbo, abita in affitto nell’appartamento signorile del padrone, s’è fatto mobili e soprammobili, s’è comprato il grammofono ( che è un pò lo status-symbol giovanile dell’epoca, come lo stereo per i futuri ragazzi degli anni ’70, e i tablet per quelli di oggi). Ma la sorte cambia dopo le maledizioni del capo, che non può proprio più tollerare le sue continue vincite. Colpevole di avere sfruttato un sogno destinato a lui, Peppino ne deve subire le conseguenze e finisce coinvolto in una serie di sfortune da manuale, venendo costretto suo malgrado a restituire il biglietto vincente nelle mani di Eduardo. Ma dato che la figlia di Eduardo è promessa sposa di Peppino, egli dona in dote alla figlia il biglietto vincente per il loro futuro matrimonio, e così tutto si accomoda. Questo film teatrale che si avvale però di un ottimo ritmo cinematografico, quest’amena gazzarra a lieto fine, piacque molto al pubblico e ai critici per la verve dei protagonisti ma soprattutto per la precisione del copione, probabilmente il migliore di Eduardo prima del dopoguerra. “I De Filippo hanno una così prodigiosa efficacia di rappresentazione da intenerire anche il diavolo” ( dalla rivista “Film”, recensione scritta da Diego Calcagno il 31 ottobre 1942).

Peppino esausto dopo la scena madre di
Peppino esausto dopo la scena madre di “Non ti pago!”(1942). Attorno a Peppino, da sinistra a destra: Paolo Stoppa, Eduardo, Vanna Vanni e Titina.

Sempre nel 1942 Eduardo e Peppino tornano a lavorare con Bragaglia in “Casanova farebbe così!” dalla commedia omonima di Armando Curcio e Peppino De Filippo, rappresentata qualche tempo prima in teatro dal solo Peppino. Si tratta di qualcosa a metà fra Boccaccio e la pochade francese, di uno scherzo brillante che i De Filippo riescono a rendere psicologicamente molto serio, molto realistico. E’ la storia di un vanesio e ingenuo millantatore di paese (Peppino), convinto di essere un irresistibile tombeur de femmes, e che scommette con tre suoi amici di riuscire a passare una notte da solo in casa di Maria Grazia ( Clelia Matania), la virtuosa moglie di Don Ferdinando ( Eduardo). Ma le conseguenze dello stratagemma che ha messo in atto gli si rivolgeranno ben presto contro. “Casanova farebbe così!”, benché non fosse stata accolta positivamente presso la critica di allora, vista oggi è una commedia “nera” piuttosto interessante, che sul tradizionale canovaccio di equivoci e gallismo innesta una svolta piena di suspence. Il regista, quasi intimidito dall’autorevolezza degli interpreti, inibisce il suo fervido estro cinematografico lasciando il campo alla consumata maestria teatrale di Eduardo e Peppino. Il film ne risente un pò sotto l’aspetto stilistico, ma è sempre un gran piacere veder recitare i due fratelli napoletani. Ma per i cinefili del poi, il film riserva almeno una curiosità, ignorata da molti repertori filmografici. nel gruppo degli amici appare infatti, in una delle sue prime esperienze cinematografiche, un giovanissimo Alberto Sordi: allampanato, compunto, cordiale, perfettamente a disagio.

Sulla strada dei dongiovanni c'è sempre qualche marito geloso che rincasa nelle ore più inopportune e trasforma la loro boria in fifa ( Peppino, Eduardo e Clelia Matania in
Sulla strada dei dongiovanni c’è sempre qualche marito geloso che rincasa nelle ore più inopportune e trasforma la loro boria in fifa ( Peppino, Eduardo e Clelia Matania in “Casanova farebbe così!”(1942).

Ben altra risonanza, e altra fortuna anche presso la critica, avrà il successivo “Non mi muovo!”, del 1943 e diretto da Giorgio Simonelli. Il protagonista di “Non mi muovo!” è una figura tipicamente napoletana: l’imbroglione mezzo onesto, l’impostore di buon cuore, quello che a Roma sarebbe un piccolo delinquente, a Milano una vergogna cittadina, e qui invece finisce per diventare il signore del quartiere, il “professore”, colui che sa vivere e lo insegna più o meno gratuitamente a chi se lo merita. In questa parte che sembra ritagliata su misura per lui, Eduardo è perfettamente a suo agio, irresistibile specialmente nei duetti con il portiere Virgilio Riento, o quando chiede i documenti di riconoscimento ( lui, l’inquilino moroso) prima al padrone di casa e poi al suo avvocato. Peppino è, invece l’altro protagonista, nel ruolo, divertente, del commesso di farmacia e amico di Eduardo. Si può immaginare, naturalmente, di che farmacista si tratti: benché il principale lo impieghi soprattutto per ramazzare il negozio, lui si è messo in testa di fare il medico ( ” Io sono medico, sono sempre stato medico…I miei parenti, tutti medici erano…”). In particolare è convinto che l’intera umanità soffra di mal di fegato e non manca di farlo sapere, da perfetto menagramo, a tutti coloro che incontra. Stavolta, a differenza del precedente film, la critica dell’epoca torna a lodare un lavoro cinematografico dei fratelli De Filippo: “…la regia di Simonelli ha trattato con tanta abilità la materia teatrale, da renderla non solo cinematograficamente accettabile, ma gradevole fino al divertimento; e i tre De Filippo, disciplinati da un’attenta direzione, hanno recitato davanti all’obiettivo con una penetrante compostezza e con una fusione di cui non sempre s’erano giovati i film precedenti…”. ( Arnaldo Frateili, “La Tribuna”, 25 settembre 1943).

Anche per l'umile commesso di farmacia è venuto finalmente il momento di esercitare la professione del medico. ( Peppino ed Eduardo in
Anche per l’umile commesso di farmacia è venuto finalmente il momento di esercitare la professione del medico. ( Peppino ed Eduardo in “Non mi muovo!”, del 1943).

Del 1944 è invece l’ultimo film girato insieme da Peppino ed Eduardo prima della separazione: “Ti conosco, mascherina!”, diretto dallo stesso Eduardo e tratto da una commedia di Eduardo Scarpetta che era a sua volta l’adattamento di una pochade francese. Eduardo ha qui il ruolo di un abile maneggione che si rivela sotto sotto un vero e proprio mezzano. Al suo fianco la prosperosa cecoslovacca Lida Baarova, che al pari del suo personaggio non brilla per doti interpretative, ma ha le spalle di una rotondità da statua greca e quell’accento straniero che anche nell’Italia autarchica non guastava. Tuttavia il film, piuttosto lento e macchinoso, si ravviva e acquista di luce propria quando è in scena Peppino: debordante quando si finge medico e straordinario quando viene assunto come “cliente soddisfatto” da un dentista. Peppino, come in già in “Non mi muovo!”, è commesso di farmacia che quando può si spaccia per medico dispensando a destra e a manca consigli e ricette. Naturalmente le sue cognizioni di medicina sono piuttosto modeste ( sublime quando dice che “Il raffreddore è così: quando è mal curato dura sempre sette giorni; quando è ben curato, una settimana”); ma in compenso, egli, animo delicato e sensibile, scrive ricette che sono quasi poesie, mandando naturalmente fuori dai gangheri il suo principale Paolo Stoppa. Innamorato della divetta Lida Baarova, quando lei gli chiede un massaggio in camicia da notte lui tocca il cielo con un dito e le spalle dell’amata con tutti gli altri ( “Che velluto, che delizia, che profumo!”); sicché la frizione si trasforma in un gioco erotico, abbastanza ardito per l’epoca. Il padrone lo licenzia e lo mette sulla strada in una notte di tregenda; e lui, il farmacista poeta, medita di suicidarsi e si punta una pistola alla tempia; ma un tuono lo spaventa e lo distoglie dal proposito. Ubriaco, minaccia ancora il suicidio, ma ci rinuncia di nuovo quando un dentista gli offre un letto dove dormire e un lavoro. Qui lo straordinario Peppino ha la sua grande scena, quella che varrebbe da sola la visione dell’intero film: poiché il dentista lo ha ingaggiato nel ruolo di “cliente soddisfatto”, eccolo aggirarsi in anticamera come un imbonitore da salotto, più spaventando che tranquillizzando i pazienti, e urlando loro, impettito: “Non c’è che lui”. La frase si riferisce al dentista, ma a questo punto ( siamo a cavallo tra il 1943 e il 1944) un ragazzino, memore di antiche paure, risponde col saluto fascista: è probabilmente il primo sberleffo fatto a Mussolini in un film italiano. Ma c’è anche un’altra gag memorabile, in un film dove Peppino è l’assoluto mattatore della scena: quella della cerimonia del pubblico schiaffo che Peppino deve dare all’ex persecutore ed ex datore di lavoro Paolo Stoppa. Alla fine Peppino conduce all’altare la figlia del suo benefattore, il dentista per intenderci, ma alla domanda del prete che li sta sposando ( “Siete voi contento di prendere per legittima moglie…?”), è sublime nel rispondere con un balbettio: “Ecco, io, veramente…”. E prima di pronunciare il fatidico sì, palpa le gambe e il sedere della sposa, come un commerciante che si voglia sincerare della bontà della merce. Girato fra gli allarmi e i bombardamenti, “Ti conosco, mascherina!”, uscì in pieno 1944 e riscosse un discreto successo di pubblico, nonostante il periodo non certo tranquillo per la storia d’Italia: “…ci limitiamo a constatare l’ottimo successo decretato dalla folla inverosimile di spettatori accorsa alla prima visione” ( da “Il Messaggero”, 20 febbraio 1944).

Peppino ed Eduardo in una scena del film
Peppino ed Eduardo in una scena del film “Ti conosco, mascherina!”(1944), l’ultimo film interpretato in coppia dai due fratelli prima dell’inevitabile separazione.

Con “Ti conosco, mascherina!” si chiude il primo scorcio della carriera cinematografica sia di Peppino che di Eduardo. Una prima parte di carriera trascorsa quasi sempre insieme, in film tutto sommato molto molto buoni, dotati di quella grazia che in futuro mancherà a molte delle pellicole nazionali. Eppure, a proposito dei loro film degli anni ’30 e ’40, Peppino ricordò più di una volta che lui ed Eduardo non erano molto adatti allo schermo, almeno nel primo periodo, e anzi vi si sentivano a disagio, mancandovi l’elemento improvvisazione, la possibilità di un contatto diretto e immediato con il pubblico; nè fece mai mistero del fatto che la maggior parte di quei film furono girati essenzialmente per ragioni economiche. Ma qualche cura i due De Filippo ce la mettevano, eccome, in questi film. Basti dire che in realtà, benché il loro nome non comparisse nei credits ufficiali, Eduardo e Peppino contribuivano quasi sempre alle sceneggiature ( e soprattutto ai dialoghi) dei loro film. E se da un lato fecero mostra di snobbare la nuova arte, dall’altro si dispiacquero più volte di  non avervi portato quella ventata di novità che erano riusciti invece a portare nel teatro. Eppure nessun è peggior critico di se stesso, e a noi oggi, i loro film sembrano tutt’altro che deprecabili: si, certo è quasi teatro filmato, ma teatro di qualità e con due interpreti insuperabili. Casualmente, e benché i De Filippo non fossero mai stati artisti di regime, il loro consorzio artistico finì praticamente insieme al Fascismo. Il 10 dicembre del 1944, allo scadere del contratto con il Teatro Diana, Peppino si staccò dalla Compagnia del Teatro Umoristico: a suo dire, soprattutto per colpa del fratello, che già da tempo avrebbe cominciato a fare il dittatore, a frenare la sua esuberanza e i suoi momenti “a soggetto”. Un giorno Peppino montò su una sedia e cominciò ad indirizzare al fratello, in tono di scherzo, un “Duce!Duce!”. Eduardo, che non sempre metteva nella vita la stessa ironia che metteva nel teatro, reagì male: “Io sono il direttore della compagnia!” disse. “E io sono Peppino De Filippo!” rispose l’altro. E lasciò Eduardo per poter diventare finalmente Peppino, per non avere più freni nella sua carriera di brillante attore cinematografico. Un astio che durò per tutta la vita, salvo qualche breve riappacificazione puramente lavorativa, vedi nel 1952 “Ragazze da marito”, e nel 1959 “Ferdinando I, Re di Napoli”, con Peppino De Filippo nel ruolo del governatore, e Eduardo splendido Pulcinella. C’è comunque da essere convinti, che sotto sotto, anche durante le loro sfolgoranti carriere vissute da separati, più teatrale per Eduardo, più cinematografica per Peppino, i due si stimassero profondamente, tant’è vero che a turno si informavano reciprocamente su tutto ciò che accadeva all’altro, tramite la sorella Titina, che aveva continuato ad avere rapporti personali e lavorativi, con entrambi  indistintamente. Di sicuro i due si stimavano profondamente l’un l’altro, anche se per orgoglio non se lo dissero mai.

Nonostante la furibonda lite del 1944, non mancò negli anni futuri, e soprattutto negli anni '50, l'occasione per ritrovarsi, se non sul set, ad esempio nel corso di una premiazione al Quirinale, in cui entrambi vennero designati dell'onoreficenza di Commendatori all'ordine della Repubblica italiana. Un'occasione per ritrovarsi, dopo tanto tempo.
Nonostante la furibonda lite del 1944, non mancò negli anni futuri, e soprattutto negli anni ’50, l’occasione per ritrovarsi, se non sul set, ad esempio nel corso di una premiazione al Quirinale, in cui entrambi vennero designati dell’onoreficenza di Commendatori all’ordine della Repubblica italiana. Un’occasione per ritrovarsi, dopo tanto tempo.

Domenico Palattella

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