La grande stagione del Western all’italiana. I segni distintivi e l’innovazione stilistica di Sergio Leone.

La grande epopea del selvaggio Western americano, ebbe un nuovo sfolgorante rilancio con il fortunato genere del
La grande epopea del selvaggio Western americano, ebbe un nuovo sfolgorante rilancio con il fortunato genere del “Western all’italiana”, fiorente tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Specialmente con Sergio Leone, questo genere tocca i suoi momenti più sublimi, e soprattutto con il leggendario capolavoro “C’era una volta il west”(1968), con Charles Bronson, Claudia Cardinale ( l’unico personaggio femminile di rilievo della carriera del regista), Jason Robards ed Henry Fonda. La struggente fine di un’epopea per il massimo capolavoro del genere.

• La grande stagione del western all’italiana

Il “western all’italiana” (noto anche come “spaghetti western”) è un genere di film western di produzione italiana degli anni ’60 e ’70 con la partecipazione spesso di attori di valore, ancora agli albori della loro carriera, o già affermate star nazionali ed internazionali. Tali film erano girati generalmente in Italia o in Spagna ed in rari casi, in altri paesi del Mediterraneo. Rari, furono infatti, i casi di pellicole del genere girati nei veri luoghi del mitologico western americano, il più importante dei quali fu il celeberrimo “C’era una volta il west”(1968), di Sergio Leone, girato per davvero nei veri luoghi del west, in quella Monument Valley, che diede vita a tanti scontri epici. Grazie a questo prolifico filone, per circa un quindicennio (compreso grosso modo fra il 1964 e il 1978) il western conobbe una rinnovata popolarità in Italia dopo un periodo di decadenza. E non solo. Questo genere ha avuto successo anche fuori dall’Italia, influenzando successivamente anche i temi e le convenzioni del genere western di produzione non europea. Inizialmente l’espressione “spaghetti western”, nacque negli Stati Uniti d’America, e stava solamente ad indicare dei lungometraggi girati in italiano, con budget ridotti e povertà di mezzi, secondo le convenzioni dei primi western, in parte intenzionalmente, in parte come conseguenza della limitatezza delle risorse finanziarie. Nonostante un’iniziale diffidenza, il genere si andò sempre più imponendo presso il grande pubblico, mentre la critica si limitò per lungo tempo a riconoscere unicamente il valore di quello che fu il massimo esponente e maestro indiscusso del genere, il regista Sergio Leone (e di un pugno di attori impegnati nei suoi film). Costui, fin dai suoi primi lungometraggi, si era guadagnato infatti la stima e il rispetto dei propri colleghi americani e una crescente popolarità presso le platee statunitensi e internazionali.

Il grande maestro Sergio Leone. I suoi film, specialmente quelli western, hanno fatto scuola in tutto il mondo.
Il grande maestro Sergio Leone. I suoi film, specialmente quelli western, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

Ai più, può sembrare strano, ma la nascita del western all’italiana, ebbe avvìo come esilarante ed impertinente parodia da parte di una masnada di comici italiani di alto valore: Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Renato Rascel, Maurizio Arena, Raimondo Vianello, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Mario Carotenuto, Lando Buzzanca, financo addirittura Tina Pica (1958-64); imprevedibilmente il filone diventa a sua volta un genere, serio e popolare, che comincia a fare grossi incassi, tanto da rilanciare l’industria di casa nostra e fagocitare le stesse star dei prototipi d’oltreoceano (1965-69); poi d’un tratto, tutto finisce, arrivano Trinità e Bambino e si torna tutti a ridere, questa volta parodiando lo stesso spaghetti western (1970-75). Sembra folle, ma è più o meno quello che è successo in Italia nello spazio di tre lustri. A parte qualche sporadico caso negli anni ’50, Renato Rascel ne “Il bandolero stanco”(1952); Maurizio Arena ne “Il terrore dell’Oklahoma”(1959); e Tina Pica ne “La sceriffa”(1959); tutto ebbe inizio con due comici e attori di alta scuola come Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Il produttore genovese Emo Bistolfi, grande appassionato del genere western, ebbe l’intuizione di affidare al buon Giorgio Simonelli un progetto “sperimentale”: la prima parodia del western americano. Ingaggiando due dei migliori attori comici del periodo, che peraltro erano grandi amici ed avevano già fatto qualche film insieme. Così Chiari e Tognazzi furono i protagonisti del primo spaghetti western all’italiana, parodia dichiarata di “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks, uscito pochi mesi prima in Italia, dal titolo “Un dollaro di fifa”(1960). A parte l’affiatamento e il divertimento offerto dalla coppia Chiari-Tognazzi, l’importanza del film risiede appunto nel fatto di essere all’origine dello spaghetti-western, con un debito ancora evidente verso schemi e ritmi del varietà e del cinema comico degli anni ’50. Poco importa, dato il travolgente successo di pubblico della pellicola, che convinse il produttore Bistolfi, a mettere in cantiere immediatamente una nuova pellicola. L’anno successivo uscì, infatti “I magnifici tre”, parodia di un altro monumento a stelle e strisce come “I magnifici sette” di John SturgesConfermati  Chiari e Tognazzi, il terzo della compagnia è Raimondo Vianello. Il film è anche più divertente del precedente e venne girato nel deserto spagnolo di Almerìa, proprio dove qualche anno dopo Sergio Leone girerà con Clint Eastwood i suoi cult movies. Ormai il genere tira e non c’è neanche più bisogno di fare il verso a qualche celebre titolo americano. Allora, a questo punto, una miriade di produttori italiani, iniziarono a sfruttare questa vera e propria miniera di diamanti, e l’unione tra il genere e attori piuttosto popolari presso il pubblico italiano, portò a grossi successi al botteghino, come quel “Due mafiosi nel far West”(1964), con la coppia Franchi & Ingrassia, che superò il miliardo di lire di incasso.

Walter Chiari e Ugo Tognazzi nella parodia western
Walter Chiari e Ugo Tognazzi nella parodia western “Un dollaro di fifa” del 1960, considerato il primo vero spaghetti-western della storia del cinema italiano. E’ ancora un western comico e senza pretese, ma registrò un grande successo di pubblico e aprì letteralmente la strada al genere.

Ma siamo a metà degli anni ’60, e il genere come detto, comincia a mutare pelle. I film più conosciuti, e probabilmente gli archetipi del genere, sono quelli della cosiddetta trilogia del dollaro, diretti proprio da Sergio Leone, con Clint Eastwood (che diede vita al ruolo dell’Uomo senza nome) e le famosissime colonne sonore di Ennio Morricone (tre nomi che ormai oggi sono sinonimi del genere stesso): “Per un pugno di dollari” (1964), “Per qualche dollaro in più” (1965) ed infine “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966). Quest’ultimo è senza dubbio uno dei western più famosi di tutti i tempi, ed ebbe, relativamente agli altri film, un bilancio atipicamente alto: quasi un milione di dollari. A questa trilogia Leone aggiunse poi il capolavoro monumentale “C’era una volta il West” (1968), forse il miglior film del genere, un affresco nostalgico sull’epopea del West al tramonto, in cui i personaggi acquistano un maggiore spessore umano e la magistrale abilità tecnica e narrativa del regista si fonde con un soggetto ricco di significati, incontrandosi idealmente con le tematiche crepuscolari del nuovo western statunitense. Poi il quartetto di protagonisti è quanto di meglio si potesse chiedere, Henry Fonda negli insoliti panni del cattivo di turno, il misterioso Armonica di Charles Bronson, il simpatico personaggio del bandito Cheyenne interpretato magistralmente da Jason Robards, e la splendida prostituta Gil, disegnata in maniera memorabile dalla grande Claudia Cardinale, che essendo l’unico ruolo femminile di rilievo di tutto il cinema di Sergio Leone, diverrà il vero grande simbolo femminile del genere western, non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Sergio Leone erudisce Claudia Cardinale sul set del film
Sergio Leone erudisce Claudia Cardinale sul set del film “C’era una volta il west”(1968), da molti ritenuto il più grande western della storia del cinema mondiale.
Il grande Henry Fonda, il buono del cinema americano, è assolutamente sublime nel ruolo del cattivo Frank, pistolero senza scrupoli, nel capolavoro di Sergio Leone,
Il grande Henry Fonda, il buono del cinema americano, è assolutamente sublime nel ruolo del cattivo Frank, pistolero senza scrupoli, nel capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta il west”. Diceva Sergio Leone che per la parte del cattivo con quegli occhi celeste cielo, Fonda era perfetto, e così fu.

E come in una delirante e folle sceneggiatura alla Ed Wood, il genere cambia nuovamente pelle, arrivano Terence Hill e Bud Spencer, che parodiando lo stesso spaghetti-western riportano il genere verso la farsa, eliminando il lato violento e sanguinario del genere, che da loro in poi non sarà più pistola e sangue, ma fagioli e scazzottate esilaranti. Dopo tre film, in cui la coppia perfezionò il proprio affiatamento, “Dio perdona…io no!”(1967), “I quattro dell’Ave Maria”(1968) e “La collina degli stivali”(1969), arriva quel 1970, che segna un momento epocale, non solo per le loro carriere, ma per tutto il cinema italiano. Nel 1970, infatti, uscì nelle sale “Lo chiamavano Trinità…”, che battezzò un vero e proprio sottogenere dello spaghetti-western: quello dei fagioli-western (in ossequio alla prima scena del film dove Terence, in sosta in una bettola, si infila da solo nello stomaco un intero tegame di fagioli, suscitando il disgusto e la curiosità di locandieri ed astanti), dove le pallottole vedono una quasi integrale sostituzione da parte dei ganci destri. I produttori di allora non volevano saperne di mettere le mani su quella pellicola, persuasi che un western senza sangue e uccisioni fosse destinato ad un flop totale. Lo scrittore e regista del film E.B. Clucher non si arrese e infine ottenne il beneplacito da Italo Zingarelli. Il successo fu clamoroso: 3 miliardi di lire di incasso. Fu questa la pellicola che, corroborata dal successo dei precedenti tre film, consacrò la coppia, che raggiunse allora lo zenit assoluto in fama ed ascolti. Addirittura il sequel delle avventure dei fratelli Trinità e Bambino, “Continuavano a chiamarlo Trinità”(1971) è il film che nella storia del cinema italiano ha fatto registrare le maggiori presenze al botteghino: più di 15 milioni di biglietti venduti, rimanendo nelle sale per un anno e mezzo di fila, con un incasso record di 6 miliardi di lire.

Bud Spencer e Terence Hill, dagli
Bud Spencer e Terence Hill, dagli “spaghetti-western” al “fagioli-western”. Dalle pistole alle scazzottate. L’apoteosi di due grandi attori, ormai diventati a pieno titolo i simboli del western all’italiana. I loro due film western, nei panni di Bambino e Trinità, abbatterono ogni tipo di record nella storia del cinema italiano.

Il genere, dopo l’esplosione incredibile degli anni ’60 e ’70, scomparve repentinamente quasi del tutto, dando vita a pochissimi film nei decenni successivi, destino d’altronde non diverso da quello del film western in senso lato, anche statunitense, ormai quasi del tutto scomparso dalle nuove produzioni. Tuttavia, dagli anni ’80 in poi, si è avuta una sorta di riabilitazione ufficiale, a livello di critica, anche di alcuni film a torto considerati “minori”. Tale rivalutazione, che si è estesa con gli anni anche a molti altri film ascrivibili al genere, ha trovato la sua espressione più significativa in una celebre mostra retrospettiva organizzata nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2007. Uno degli ultimi film che si rifà al genere fu, “Gli spietati (Unforgiven)” del 1992, che vede l’icona del genere Clint Eastwood dietro la macchina da presa. Nei titoli di coda appare la significativa dedica: “a Sergio [Leone]” (la stessa che più di dieci anni dopo, nel 2003, Quentin Tarantino ha inserito nei titoli di “Kill Bill vol. 1” e “Kill Bill vol. 2”). Un ultimo omaggio al Western all’italiana è stato fatto ancora da Quentin Tarantino nel suo “Django Unchained” del 2012, inserendo nella scena finale del film il tema principale della colonna sonora di “Lo chiamavano Trinità…”.

Clint Eastwood nel capolavoro di Sergio Leone,
Clint Eastwood nel capolavoro di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”(1964).

I segni distintivi del genere e l’innovazione stilistica di Sergio Leone

Nel 1971 il regista e sceneggiatore Franco Ferrini pubblicò sulla rivista “Bianco e Nero” un articolo in cui individuava nove situazioni-tipo che distinguevano il western all’italiana da quello classico. Queste situazioni riguardavano l’uso diverso che negli spaghetti-western viene fatto dell’alcol, dei nomi, della banca, delle armi, della legge, del cimitero e del duello. Al di là di questo, si può dire che nei western all’italiana il protagonista non è quasi mai un eroe, ma più spesso un antieroe mosso da interesse invece che da motivazioni idealistiche. Il western italiano non è, poi, ottimista né tantomeno moralista come quello classico, e presenta quasi sempre il denaro come unico vero interesse dei personaggi. Le storie e le scene sono in genere più cruente, i personaggi più cinici, “niente più storie d’amore e lunghe e noiose chiacchierate dal tono moraleggiante ma tantissima violenza e azione a volte spinta ai livelli più estremi”, a parte nell’ultima parte del genere, quella più divertente e non violenta delle farse di Bud Spencer e Terence Hill.

Il maestro Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di tutti i film di Sergio Leone, e di un altro centinaio di pellicole nazionali ed internazionali. Le sue musiche e le sue colonne sonore sono ritenute all'unanimità le più belle del cinema mondiale, specialmente quella realizzata per
Il maestro Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di tutti i film di Sergio Leone, e di un altro centinaio di pellicole nazionali ed internazionali. Le sue musiche e le sue colonne sonore sono ritenute all’unanimità le più belle del cinema mondiale, specialmente quella realizzata per “C’era una volta il west”.

Nei western all’italiana la classica distinzione fra il “buono” e il “cattivo” viene così a sfumarsi notevolmente rispetto al western americano: specie dalla rivoluzione stilistica imposta da Sergio Leone in poi, tutti i personaggi, anche quelli “positivi”, appaiono in genere più cinici, trasandati, sporchi, ma in fondo più realistici; le stesse ambientazioni più inospitali, i villaggi appaiono desolati e polverosi. Ne esce, in definitiva, una immagine certamente meno epica e in generale molto più dura dell’ottocento americano nelle regioni del west. Da questo punto di vista, il fatto che gli autori dei film (e il pubblico a cui erano destinati principalmente) non fossero americani, ha senza dubbio consentito di distaccarsi con maggiore libertà dagli stereotipi più tradizionali e nostalgici del West, viceversa sentito ancora dagli statunitensi come una epopea nazionale. Anche per questo motivo, inizialmente, il genere fu visto con diffidenza dagli americani (il termine stesso spaghetti-western aveva infatti anche un sottinteso vagamente dispregiativo): alle differenze stilistiche si aggiungeva infatti una sorta di dissacrazione del mito del west, che aveva l’aggravante, dal loro punto di vista, di provenire da autori non americani.

La locandina originale del film
La locandina originale del film “Il buono, il brutto, il cattivo”(1966), di Sergio Leone, con Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef.

Gli spaghetti-western venivano talvolta girati nel deserto di Almería, ma molti di essi furono ambientati in locazioni dell’Italia centrale (specie del Lazio) e del Sud Italia. Spesso le riprese hanno avuto luogo in zone di alta quota, dove è facile la formazione di fenomeni nuvolosi: ciò spiega come mai in molti film il sole sia poco o per nulla visibile, elemento che finiva per accrescere il carattere ‘desolato’ delle scenografie. Le locazioni più usate erano la piana carsica di Camposecco, presso Camerata Nuova (ai confini fra Lazio e Abruzzo), il parco della Valle del Treia fra Roma e Viterbo, le zone di Bassano Romano e Formello (all’epoca scarsamente urbanizzate), le cave di travertino presso Tivoli Terme e la campagna di Lunghezza alla periferia di Roma, e ancora i Piani di Castelluccio, nei pressi di Norcia, i rilievi dell’Amiata e del Gran Sasso. Furono girate delle scene di alcuni film anche nel Tavoliere delle Puglie in prossimità del Gargano, dove il territorio assume i tipici caratteri di desolazione e di vegetazione selvaggia, compresa la presenza di cactus. In Calabria il luogo prediletto dei registi si trovava nei territori collinari, e desertici d’estate, tra Mesoraca e Isola di Capo Rizzuto. Temi ricorrenti dei western girati in Spagna (dove si ricorreva a comparse locali) erano la Rivoluzione messicana, i banditi messicani e la zona “calda” del confine tra il Messico e gli USA. Scarsa o nulla, invece, fu la presenza negli italowestern dei pellirosse e dei nativi, particolarità dovuta anche alla evidente difficoltà nel reperire in Europa attori e comparse che avessero una fisionomia adatta. Tipici del genere sono anche i titoli, particolari e quasi “parlanti”, delle vere e proprie frasi che rispecchiano gli stereotipi delle pellicole, al pari dei nomi e soprattutto dei soprannomi dei personaggi: Trinità, Alleluja, il Magnifico…Altrettanto caratterizzante è la presenza ricorrente di alcuni personaggi, Django, Sartana, Sabata giusto per citare i più famosi, a creare delle saghe a volte lunghe anche una decina di film, che puntavano molto sul richiamo del personaggio già noto al pubblico, oppure creando ogni volta nuovi protagonisti molto simili tra loro (ci sono svariati Joe ed altrettanti Colt). Un elemento caratteristico è la presenza di molte sparatorie e l’uccisione di molte persone, soprattutto da parte del “buono” che si fa giustizia da solo. In questo contesto rientra anche la presenza costante del duello, spesso alla fine del film, vero apice di tutta la vicenda. Altro elemento che ha reso questo genere molto caratteristico è lo stile delle locandine dei film, per la maggior parte realizzate dall’illustratore e disegnatore italiano Renato Casaro, oggi oggetto di un vero e proprio culto sfrenato da parte dei collezionisti.

Uno dei set di vari film western diretti sia da Sergio Leone che da altri registi situato ad Almería in Andalusia.
Uno dei set di vari film western diretti sia da Sergio Leone che da altri registi situato ad Almería in Andalusia.

Molte produzioni di spaghetti-western erano a basso costo e gli esterni venivano perciò girati in luoghi, come già detto, che ricordavano il lontano west americano ma erano meno dispendiosi di esso, spesso nel sud della Spagna, nel Lazio, in Sardegna o in Calabria, più raramente, nell’Africa mediterranea. Inoltre molti film alla loro uscita furono considerati dei film di serie B, cioè opere di bassa qualità. In realtà, come abbiamo avuto modo di vedere, accanto a produzioni di carattere esclusivamente commerciale e senza pretese artistiche figurano opere, come la già citata trilogia del dollaro e “C’era una volta il West”, considerate concordemente dalla critica delle pietre miliari della storia del cinema. Oltre a Sergio Leone, altri noti registi (fra cui Tonino Valeri, Florestano Vancini, Duccio Tessari, Sergio Corbucci, Lucio Fulci e Sergio Sollima) si cimentarono nel genere, spesso con buoni risultati qualitativi. Non vi è dubbio comunque che lo spaghetti western, per il tipo di personaggi e di situazioni rappresentate, abbia dato una ulteriore spinta, anche negli Stati Uniti, verso un revisionismo del western. Già dalla fine degli anni ’60 gli stessi americani infatti dovettero fare i conti col nuovo stile rimbalzato dall’Europa e imposto da Sergio Leone, tanto che già dalla prima metà degli anni ’70 in molti western prodotti negli Stati Uniti si nota una diversa impostazione di personaggi e situazioni, che si fa via via più vicina a quella dello spaghetti-western di qualità, piuttosto che al western classico alla John Ford. Secondo il critico Gian Piero Brunetta a tal proposito:

 “Nel western americano, così come nel poema epico o nel racconto d’avventura, l’evento, la prova qualificante o glorificante, è unico e posto in una posizione forte, a conclusione della vicenda. Nel western all’italiana la tensione non ha un vero e proprio climax: ad ogni unità di narrazione sono connessi scontri ed ogni unità produce una carica di emozioni equivalente, anche se, come negli spettacoli pirotecnici, il gran finale racchiude i botti più spettacolari e la carneficina risulta più carica di effetti”.

Leone portò nel genere western (e non solo) grandi novità, e il suo stile ha influenza ancora oggi. Nei western tradizionali americani, tanto gli eroi, quanto i cattivi tendono a essere perfetti nella loro indole e nei loro stereotipi. Al contrario i personaggi di Leone presentano elementi di marcato realismo e verità: raramente sono sbarbati e appaiono sporchi e talvolta rozzi. Si presentano in genere come antieroi, personaggi dalle personalità complesse, astuti e spesso senza alcuno scrupolo. Questi elementi di crudo realismo continuano a vivere, peraltro in alcuni western odierni.

“Da C’era una volta il West in poi il sogno americano di Leone inventa una delle più entusiasmanti avventure di emigrazione intellettuale di un europeo verso gli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni. Lo sguardo si allarga e il regista, pur mantenendo la capacità analitica di scomposizione dell’azione e di arresto del tempo, conquista il senso dello sguardo fordiano, il piacere di far cavalcare l’occhio entro coordinate geografiche conosciute”( G.Brunetta).

Sergio Leone sul set del film
Sergio Leone sul set del film “C’era una volta in America”(1984). Il suo sogno americano, si realizza nel capolavoro della piena maturità artistica.

Domenico Palattella

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