L’ultimo grande Totò: gli anni ’60 e l’incontro con Pasolini

Il grande Totò è stato protagonista di una ulteriore sfolgorante ultima parte di carriera negli anni '60, in cui afflitto da gravi problemi di salute agli occhi, ha saputo interpretare oltre 35 film nell'arco di 7 anni, dal 1960 al 1967 anno della sua prematura morte. Il settennio d'oro del cinema italiano, dunque, concesse ampio spazio anche al suo re storico, che è ormai più di un attore, più di una maschera per il pubblico, ma bensì un vero e proprio mito vivente.
Il grande Totò è stato protagonista di una ulteriore, sfolgorante, strepitosa ultima parte di carriera negli anni ’60, in cui afflitto da gravi problemi di salute agli occhi, ha saputo interpretare oltre 35 film nell’arco di 7 anni, dal 1960 al 1967 anno della sua prematura morte. Il settennio d’oro del cinema italiano, dunque, concesse ampio spazio anche al suo re storico, che è ormai più di un attore, più di una maschera, anche più di un sublime interprete, è ormai stato assunto dal pubblico a vero e proprio mito vivente. E lo riscopre anche la critica specializzata, lo riscoprono registi importanti come quel Pier Paolo Pasolini che, con il sommo principe De Curtis, firmerà i suoi capolavori più riusciti.

Il settenario d’oro del cinema italiano concesse ampio spazio anche al suo re storico, il grande Totò. Egli comparve in 6 film nel 1960, 4 nel ’61, 6 nel ’62, 7 nel ’63, 4 nel ’64, 4 nel ’65, 2 nel ’66, 1 nel ’67 e 1 postumo nel ’68, quasi sempre come protagonista ( le eccezioni sono “Il giorno più corto” di Sergio Corbucci 1963, dove Totò fa solo un’apparizione; e “Operazione San Gennaro” di Dino Risi 1966, al fianco dell’altrettanto grande Nino Manfredi). La media degli incassi, sempre dei film dove Totò è protagonista, si mantiene davvero ottimale fino al 1964, quando scende a 232 milioni ( era stata di 355 milioni nel ’60, 452 nel ’61, 474 nel ’62, 359 nel ’63); nel ’65 risale, ma probabilmente il merito va diviso assieme alla meteora Rita Pavone, co-protagonista con lui del raffazzonato “Rita, la figlia americana” di Paolo Vivarelli ( 503 milioni di incasso). In quest’anno Totò è protagonista solo di due film, ma è in attesa dell’ exploit del successivo biennio diretto dal maestro Pasolini. Trentacinque film in sette anni significa comunque, è chiaro, che il principe godeva ancora dei favori del pubblico: in questi anni ’60 solo in tre casi i produttori sentirono ancora il bisogno di cautelarsi affiancandogli nel titolo un altro nome di richiamo ( “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, 1960, “Totò, Peppino e la dolce vita”,1961, e “Totò e Peppino divisi a Berlino”,1962). E’ anche chiaro come a differenza degli altri comici e grandi attori più giovani di lui- Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi- l’anziano clown non tentasse di rinnovarsi diradando e pianificando meglio le sue pellicole. Del resto perché avrebbe dovuto farlo? La lunga carriera che aveva alle spalle, la salute malferma- oltretutto era quasi cieco, e veniva sul set con spessi occhiali nerissimi che si toglieva solo al momento del ciak- lo stesso favore che continuava a riscuotere, non lo consigliavano certo in questo senso. Nè produttori e pubblico gli chiedevano di cambiare. Glielo chiedevano continuamente, per la verità, solo i recensori dei suoi film ( come sempre, i “vice” più spesso dei titolari), curiosamente tetragoni, nel rifiuto di riconoscere che il partenopeo, unico e monumentale anello superstite di una catena che collegava il cinema alla quasi estinta tradizione popolare del varietà ( disceso a sua volta nientemeno che dalla commedia dell’arte), aveva in realtà il dovere culturale di restare se stesso. Per la verità qualcuno della critica apprezzava Totò per quello che era, come testimonia un articolo del regista e critico Mario Soldati, apparso sull’Europeo(13 settembre 1964) del quale è utile citare il passo in cui si descrive l’evoluzione stilistica dell’attore:

“Totò è giovanissimo e la sua arte è giovanissima. Scriverò anche di più: Totò è migliorato, perché alla smaccata e dilatata mimica che richiedeva la partecipazione acrobatica di tutto il suo corpo, e che forse era soltanto l’effetto della giovinezza, della sua intima esuberanza e vitalità, oggi è stato costretto a sostituire una recitazione più paziente e precisa, più musicale e più raffinata: un gioco da fermo; un pò come i grandi calciatori sul finire della loro carriera, quando fanno miracoli nello spazio di un metro quadrato: ma più efficacemente di loro e con la prospettiva di una durata molto più lunga per l’avvenire, dato che il calcio non può fare a meno di una certa violenza fisica,e, a un certo momento, dell’energia muscolare necessaria a un breve shoot, mentre a quello shoot degli attori che è il primo piano basta un silenzio, un’immobilità, la scelta di un tempo, un timido abbassare delle palpebre, una lieve contrazione della pelle tra naso e labbro superiore”.

(Mario Soldati sull’Europeo del 13 settembre 1964)

Totò col colbacco nel film
Totò col colbacco nel film “Letto a tre piazze”(1960) di Steno, nel personaggio di un marito ritenuto disperso nella campagna di Russia che ricompare all’improvviso creando serio imbarazzo alla vedova e al suo secondo marito, un grande Peppino De Filippo.

Il film che aveva provocato l’entusiasmo di Soldati, “Che fine ha fatto Totò Baby?”(1964), contiene in effetti momenti sublimi e può considerarsi, sia pur a tratti, il capolavoro dell’ultima parte di carriera del grande Totò. Vette del genere sono tuttavia frequenti nella tarda filmografia di Totò; sia pure nella stanchezza e nella ripetitività, che non di rado affiorano nelle sue performance di questo periodo, e nella quasi mai smentita regola della sciatteria formale dei prodotti, ravvivata però dalla sua formidabile e unica classe d’attore, anche Totò diede il suo contributo al momento magico del cinema italiano, e specialmente quello brillante e comico. Iniziando una rapida rassegna di qualcuno tra i più notevoli dei predetti 35 titoli, da evidenziare in primis sono proprio i due che incassarono meno, rispettivamente 207 e 217 milioni. Non sono affatto i due film peggiori di Totò, ma guarda caso, si tratta proprio dei due dove si tentò di far fare a Totò qualcosa di un pò diverso dal suo solito, calandolo nei panni di un personaggio: “Risate di gioia”(1960)di Mario Monicelli e “Il comandante”(1964),di Paolo Heusch. Nel malinconico “Risate di gioia”, che avrebbe trovato estimatori nelle sue riproposte televisive trent’anni dopo, Totò era affiancato ad Anna Magnani, splendida come sempre ma da tempo in declino come nome di cassetta. La storia della balorda nottata di fine d’anno di una generica di Cinecittà con patetiche pretese signorili, di un vecchio caratterista disoccupato e di un ladruncolo romanesco (l’americano Ben Gazzara, autolesionisticamente preferito all’indigeno Maurizio Arena che per ingenue manie di grandezza aveva imboccato una precoce parabola discendente) ha tra gli altri il merito di consegnare ai posteri un piccolo, stupendo numero di varietà rivisitato dalla coppia Magnani-Totò. Nel “Comandante”, anch’esso a tinte crepuscolari- è il ritratto di un generale dell’esercito messo a riposo, con la conseguente scoperta della propria inutilità e dell’ingombro che, a disagio nei panni e nelle nuove abitudini borghesi, l’uomo sembra ora arrecare alla famiglia- Totò è squisito. Ma il film è monocorde, senza storia; sceneggiatore abituale di Alberto Sordi, forse Rodolfo Sonego, contava su certi arricchimenti che qui Totò, in soggezione davanti ad un personaggio “serio e serioso”, evita di fornire, limitandosi a un grigiore sfumato che finisce per stendersi su tutto il lavoro. Una storia non adatta alla maschera di Totò, che perciò non piacque neanche al pubblico.

Totò in una scena del film
Totò in una scena del film “Il comandante”(1964) di Paolo Heusch con Andreina Pagnani che ha il ruolo di sua moglie. Il grande attore partenopeo l’ammira molto e la definisce “grande attrice e gran signora”.

I migliori risultati di Totò nel settennio sono, oltre al sopra ricordato “Che fine ha fatto Totò Baby?”, “I due marescialli”(1961) “Totò diabolicus”(di Steno, 1962). Nel primo ci si riallaccia alle situazioni diventate di moda dopo film come “La grande guerra”, “Tutti a casa”, “Il generale Della Rovere”. L’epoca è infatti l’8 settembre 1943, e siamo in un paesino. Totò è un ladro colto in flagrante mentre è travestito da prete, che poi durante un bombardamento ha il destro di indossare, per fuggire, la divisa del maresciallo dei carabinieri ( Vittorio De Sica, ancora una volta maresciallo, ma in un’epoca diversa dalla tranquilla epopea dei “Pane e amore”) dal quale era stato arrestato, lasciando a lui la sua tonaca. Sopraggiungono i tedeschi, e affidano al finto maresciallo il comando della zona; intanto il maresciallo vero si spaccia per sacerdote e trova rifugio in parrocchia. Grande il gusto con cui Totò interpreta il suo personaggio dalla faccia di bronzo, che tra l’altro aderisce prontamente alla Repubblica di Salò ( “Bitte?”, ” Ah si, grazie, un bitter lo prendo volentieri”) salvo poi aiutare in segreto i partigiani. Negli impacci talari del maresciallo vero,  Vittorio De Sica, tiene testa al suo grande amico Totò, con immensa classe. Nel finale si tocca la nota patetica con Totò eroicamente fucilato dai nazisti ( ma poi sapremo che se l’era cavata). “Totò diabolicus” si ispira al film inglese “Sangue blu”: come già Alec Guinness, Totò impersona i vari membri di una distinta famiglia assassinati l’uno dopo l’altro. La sceneggiatura crea un intrigo giallo giocoso ma di efficace ingegnosità, e Totò è strepitoso nelle macchiette dei sei fratelli. In particolare restano tra le sue riuscite indimenticabili la caratterizzazione di un chirurgo prepotente che perde gli occhiali al momento di operare un paziente in anestesia parziale, quella del generale che vive nel rimpianto del Ventennio e organizza in giardino fucilazioni finte di antifascisti, e quella della baronessa affamata di mariti. Irresistibile poi la tortura di un innocente portalettere che Totò, ultimo fratello non ancora assassinato, sospetta di essere il misterioso Diabolicus. Grande successo di pubblico e grande divertimento, per un Totò sempre debordante, ma qui contaminato da elementi noir.

La locandina originale del film
La locandina originale del film “Totò diabolicus”(1962), uno dei migliori film del tardo Totò. Strepitoso nella caratterizzazione di sei fratelli che vengono assassinati l’un l’altro da un fantomatico “Diabolicus”, in una trama infarcita di elementi gialli e noir.
La divertentissima caratterizzazione della baronessa del film
La divertentissima caratterizzazione della baronessa del film “Totò diabolicus”. Qui Totò in scena con Raimondo Vianello.

In questi anni Totò riceve la proposta di una famosa agenzia artistica americana, la Ronald A. Wilford Associates di New York, che lo vorrebbe scritturare per uno spettacolo che dovrebbe essere rappresentato in America, insieme a Maurice Chevalier, Marcel Marceau e Fernandel, ma Totò non se la sente di accettare e di varcare l’oceano, anche se deve rinunciare ad un cachet stratosferico. Preferisce rimanere in Italia, a casa sua, e continuare con il cinema, che, con gli orari da lui imposti, trova molto più riposante, e comunque redditizio. Infatti in tutti i contratti che ha sempre firmato e firmerà, fa inserire la clausola che inizierà a recitare non prima delle due del pomeriggio, perché è convinto che la mattina non si può far ridere, e perché rimane sveglio fino all’alba per pensare e comporre poesie. Nel 1960 Totò avrebbe dovuto interpretare “Io e il federale”, per la regia di Giorgio Bianchi, ma poi la produzione, per quel tipo di film, gli preferì Ugo Tognazzi, che diede un’ottima prova, l’anno seguente ne “Il federale”, per la regia di Luciano Salce. Escono invece sei film, “Noi duri”, di Camillo Mastrocinque; “Signori si nasce”, di Mario Mattoli; “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, ancora di Mario Mattoli; “Letto a tre piazze”, di Steno; “Risate di gioia”, di Mario Monicelli e “Chi si ferma è perduto!”, di Sergio Corbucci. Si tratta di opere molto divertenti e baciate da un ottimo successo di pubblico, ma alquanto discontinue, che testimoniano la tendenza del personaggio-Totò a non svilupparsi in modo lineare, ad evolversi attraverso avanzamenti e regressioni, come nel caso di “Noi duri”, parodia bruttina dei film polizieschi francesi, nel quale Totò interpreta il ruolo di spalla del protagonista Fred Buscaglione, il quale poco dopo la fine delle riprese morirà in un brutto incidente. Di ottima, se non di eccelsa fattura, sono invece “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, un meraviglioso assolo a due, di due grandi assi del nostro cinema, Totò e Aldo Fabrizi, che, in svariate scene da antologia, divertono dalla prima all’ultima sequenza, in una commedia brillante, giocosa e intelligente, tutta giocata sui loro esilaranti scontri, consuoceri pasticcioni e prepotenti; e il già citato “Risate di gioia”, dove in verità si ride poco, ma l’amarezza di fondo che sanno imprimere alla vicenda sia la Magnani che Totò, ne fanno una delle migliori prove d’attore del principe della risata e della grande “Nannarella”.

Totò e Aldo Fabrizi, grandi amici nella vita, sul set del loro film di successo
Totò e Aldo Fabrizi, grandi amici nella vita, sul set del loro film di successo “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960). Diverse le scene da antologia, per un film che diverte con intelligenza e gusto.

Nel 1961, dopo aver rifiutato di recitare nella parodia “Totò e i suoi cognati”, firma un contratto per quattro film, tutti girati nello stesso anno: “Sua Eccellenza si fermò a mangiare”, di Mario Mattoli, eccellente e spigliata farsa con parodia di pochade alla francese, interpretato in modo impeccabile al fianco di altri big del cinema come Ugo Tognazzi, Virna Lisi e Raimondo Vianello, per citarne alcuni; “Totò, Peppino e la dolce vita”, di Sergio Corbucci, un’ottima parodia del film di Fellini che era uscito l’anno prima e in cui l’affiatata coppia formata da Totò e Peppino diverte e convince ( per la verità una prima bozza del film era anche antecedente al capolavoro felliniano, datata 1958, avrebbe dovuto chiamarsi “Totò e Peppino in Via Veneto”, poi non svolto per l’aggravarsi della malattia agli occhi che colpì Totò, e c’è da chiedersi quanto sarebbe stato anticipatore del film di Fellini? Mistero che purtroppo rimarrà insoluto); “Tototruffa ’62”, spigliata e intelligente commedia di Camillo Mastrocinque, nella quale la coppia tutta partenopea formata da Totò e da Nino Taranto è perfetta in una miriade di travestimenti, tutti peraltro estremamente riusciti; e il già citato “I due marescialli”, di Sergio Corbucci, al fianco di Vittorio De Sica, e nel quale entrambi raggiungono straordinari risultati di comicità e insieme di intensa drammaticità. Più complesso e travagliato era stato il rifiuto di entrare nel supercast de “Il Giudizio universale”, un’idea di Cesare Zavattini con la regia dello stesso Vittorio De Sica. In effetti Totò avrebbe voluto accettare, perché un film diretto dall’amico De Sica, come era stato per “L’oro di Napoli”, sarebbe stato certamente una garanzia di qualità e oltretutto gli avrebbe permesso di lavorare nella sua Napoli, ma, oltre tutta una serie di difficoltà di riprese, il contratto prevedeva una serie di pose da effettuarsi nell’arco di molte settimane. Era troppo stanco e la salute malferma non gli permetteva pose troppo lunghe, preferendo quindi di gran lunga un impegno costante, giornaliero, ma per così dire ad ore fisse, quasi impiegatizio. E’ in questo periodo che Fellini, al culmine della sua celebrità in tutto il mondo, dopo l’uscita de “La dolce vita”, invita a cena a casa sua, ai Parioli, Totò e Franca Faldini, la sua compagna di vita dal 1952 in poi. Racconta lo stesso Federico Fellini:

“Venne una sera a cena a casa mia con Franca Faldini che gli si mise accanto per poterlo aiutare. C’era anche mia moglie Giulietta e altri amici ancora, ed eravamo tutti come sospesi in una imbarazzante fascinazione, fatta di simpatia, di emozione, di meraviglia. La sua era un presenza veramente particolare, poteva venire da qualunque luogo, aveva qualcosa dell’ectoplasma, se ne stava lì appollaiato come un araldico bellissimo uccello. In un momento di silenzio, mi cercò nel vuoto, per capire da che parte ero, credette in qualche modo di individuarmi e con un’espressione da tucano disse all’improvviso, con quella voce rauca, profonda, sfiatata: ‘Siete diventato un reggistone!'”.

Uno degli esilaranti e improbabili travestimenti di Totò e Nino Taranto nel film
Uno degli esilaranti e improbabili travestimenti di Totò e Nino Taranto nel film “Tototruffa ’62”, il grande capolavoro in coppia di due assi del nostro cinema.

Per la verità Totò aveva sperato che quell’invito di Fellini preludesse ad una scrittura per il suo prossimo film. Quando poi Fellini affidò il ruolo di protagonista a Peppino De Filippo per il corrosivo apologo “Le tentazioni del dottor Antonio”, che era un vendetta raffinata del regista su coloro che avevano gridato allo scandalo per “La dolce vita”, peraltro reso sublimemente dallo stesso Peppino, Totò restò malissimo, anche se fu contento per la fortuna toccata all’amico e collega di tanti film. Non ne fa un dramma e continua a sperare ed ad attendere una scrittura di Fellini, che però non sarebbe mai arrivata. Tuttavia all’orizzonte iniziavano i primi contatti con un altro grande regista del nostro cinema, quel Pier Paolo Pasolini, che con Totò, scriverà le sue più emozionanti pagine di cinema.

Una simpatica foto dei primi anni '60 che ritrae il grande Totò in atteggiamenti divertiti. Il principe De Curtis, quando ancora aveva una discreta vista era abituato a leggere, spesso anche in camerino. Si rammaricava di non essere stato un uomo colto, ma apprezzava le buone letture. Amava in modo particolare Luigi Pirandello e si identificava nel titolo di una sua opera:
Una simpatica foto dei primi anni ’60 che ritrae il grande Totò in atteggiamenti divertiti. Il principe De Curtis, quando ancora aveva una discreta vista era abituato a leggere, spesso anche in camerino. Si rammaricava di non essere stato un uomo colto, ma apprezzava le buone letture. Amava in modo particolare Luigi Pirandello e si identificava nel titolo di una sua opera: “Uno, nessuno, centomila”.

Sul finire del 1961 Totò vince a Saint Vincent la Grolla d’oro alla carriera e l’anno dopo escono sette film: il già citato “Totò diabolicus”, di Steno, una divertentissima parodia dei noir comici, inserita in un esilarante e pirotecnico susseguirsi di travestimenti in sei personaggi tutti stupendamente interpretati; “Totò contro Maciste”, di Fernando Cerchio, apprezzabile parodia del genere “peplum”, che negli anni ’60 imperversava sugli schermi italiani, quì Totò e Nino Taranto interpretano i personaggi di Totòkamen e Tarantenkamen alle prese con mirabolanti avventure nell’antico Egitto, grande successo di pubblico; “Totò e Peppino divisi a Berlino”, di Giorgio Bianchi, non molto riuscita parodia dell’evento del secolo; “Lo smemorato di Collegno”, di Sergio Corbucci; “Totò di notte n.1”, di Mario Amendola, garbata parodia dei film sexy, con la coppia Totò-Macario a far da protagonisti; “Il giorno più corto”, di Sergio Corbucci, nel quale Totò, come decine di altri celebri attori, è poco più di una comparsa; e “I due colonnelli”, di Steno, che è una deliziosa commedia bellica, ancora una volta ispirata al periodo intorno all’8 settembre del 1943, e recitata al fianco di Walter Pidgeon e Nino Taranto. E’ l’anno, del decennio dei ’60, in cui i film di Totò fanno registrare il maggior numero di presenze al botteghino, e inevitabilmente illustri registi, si rendono sempre più conto che il principe della risata non è solo il pagliaccio protagonista di tanti film dozzinali, ma anche il più grande e amato attore italiano di sempre, un poeta capace di caricare i personaggi che interpreta di un’umana malinconia, di una struggente pietà. Luigi Zampa, che aveva già realizzato con Totò lo splendido grottesco pirandelliano “La patente”, ha in mente di chiamarlo per il suo “Anni ruggenti”, che però verrà poi interpretato egregiamente da Nino Manfredi. Elio Petri propone Totò al produttore Goffredo Lombardo per il ruolo di Cesare nel suo “I giorni contati”, ma Lombardo gli preferisce Salvo Randone. Questo nuovo modo di sentire ed interpretare l’arte di Totò troverà poi nel 1963 un coronamento in una famosa intervista di Oriana Fallaci per la rivista “L’Europeo”, nel corso della quale la giornalista affermerà:

“Lo considero l’unico, autentico artista fra tanti cialtroni, l’unico vero signore fra tanti cafoni, l’unica Altezza Imperiale, dinanzi alla quale mi tolgo non uno, ma cento cappelli”.

Totò e Vittorio De Sica insieme nel film
Totò e Vittorio De Sica insieme nel film “I due marescialli”(1961), una delle vette assolute dei due grandi attori, in un ottimo mix tra drammatico e comico. Totò recita la parte di un ladruncolo da strapazzo, Antonio Capurro, che, grazie alla sua furbizia, riesce sempre a farla franca. Un giorno ruberà la divisa al maresciallo De Sica, ma siamo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, e i due dovranno cavarsela alle prese con i nazifascisti.

Ormai Totò è diventato un mito vivente e non c’è un solo italiano che non lo consideri alla stregua di un nume tutelare, il simbolo di quella parte dell’anima quotidianamente avvilita dai mille problemi della sopravvivenza, dalla fame, dal lavoro che non c’è, dall’amore inseguito e mai raggiunto, dal sopruso dei capiufficio, dei superiori, insomma dei “caporali”. Gira al ritmo di un film ogni due mesi, non si fa in tempo nelle sale a togliere dalla visione un film con Totò, che ecco ne spunta subito un altro. Nel 1963 escono “Totò contro i quattro”, di Steno, una garbata commedia che tra l’altro contiene degli esilaranti duetti con i “quattro” assi del titolo, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto e Macario; “Il monaco di Monza”, di Sergio Corbucci, una deliziosa parodia de “I promessi sposi”, con Macario e Nino Taranto; l’episodio “Il vigile ignoto” del film “Le motorizzate”, di Marino Girolami; “Totò e Cleopatra”, di Fernando Cerchio, farsa di genere storicomico di divertente efficacia; “Totò sexy”, di Mario Amendola, seguito di “Totò di notte n.1”, ancora in coppia con Macario; e infine “Gli onorevoli”, di Sergio Corbucci, dove Totò offre una interpretazione comica strepitosa, venata di profonda malinconia. Nel 1963 Totò ha ormai sessantacinque anni e il 15 febbraio i suoi amici più intimi organizzano per lui a Napoli grandi festeggiamenti. Con gli occhiali da sole, seduto in mezzo alle persone a lui più care, si commuove quasi alle lacrime, poi parla di Napoli con nostalgia e ammirazione struggenti. E’ triste perché si sente quasi abbandonato. In quell’occasione non è venuto nemmeno un giornalista, nemmeno un regista, nemmeno un critico.

la locandina d'epoca del film
la locandina d’epoca del film “Totò e Cleopatra”(1963), di genere stori-comico, è un film molto divertente, soprattutto nel vedere Totò calato nei panni di Marcantonio alle prese nientedimeno che, con la regina Cleopatra, ben interpretata dalla brava Magali Noèl.

Le perdita della vista che lo ha colpito nel ’57 si è ulteriormente aggravata. E’ Fellini stesso a stupirsi del fatto che riesca a recitare in modo sempre impeccabile in quelle condizioni. Fellini lo incontra nei giardinetti della Scalera Film, dove sta curando il doppiaggio di “Otto e mezzo” e Totò gira con Sergio Corbucci “Gli onorevoli”. Racconta Fellini:

“Era l’ora della pausa, e nel giardinetto della Scalera tutti stavano seduti, chi qua e chi là, a mangiare il cestino. Vedo Donzelli, un vecchio attore napoletano, che guida Totò verso il muretto dove c’è un pò di sole, lo portava per mano, un passo alla volta, come si conduce un ammalato, un cieco. Totò aveva il volto nascosto quasi completamente dietro i grandi occhiali neri che da parecchi anni ormai portava sempre. Donzelli mi si avvicina, gli chiedo come sta Totò. ‘Niente, non ci vede per niente, assolutamente niente’, e poi a gran voce, rivolgendosi a Totò: ‘Principe, lo sapete chi c’è qua? C’è il registro Fellino che vi saluta’. Totò solleva la testa guardando in alto verso il cielo, mi fa molte feste cercandomi le mani, scambiamo qualche parola, e poi rimango in silenzio a guardarlo, era più fatato che mai, impalpabile, irraggiungibile. Sorrideva con quel sorriso inerte e disarmato che hanno i ciechi. Adesso vengono due della produzione a prenderlo, uno da una parte e uno dall’altra, lo fanno camminare quasi sollevandolo, come portassero un santo in processione, una reliquia…Motore! Ciak! E solo a questo punto Totò toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi, ma cento, mille, che vedono tutto, perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto zeppo di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande”.

Ma la fine del 1963 è funestata da una grande perdita per il teatro e il cinema italiano. Il 26 dicembre, dopo una lunga malattia al cuore, muore a Roma Titina De Filippo, nella sua casa di Via Archimede, a poche decine di metri da quella di Totò. La grande Titina era apparsa in pubblico l’ultima volta nel 1960, invitata da Mario Riva nella popolarissima trasmissione televisiva “Il musichiere”, dove aveva recitato a fatica il toccante monologo nel quale Filumena Marturano si difende davanti agli avvocati del marito. Titina, con la versione cinematografica del 1952, diretta dal fratello Eduardo, era entrata di diritto nella storia del cinema italiano, con la memorabile interpretazione appunto di Filumena Marturano. Nella sua ultima apparizione era apparsa chiaramente provata e aveva già sul volto i segni della malattia inesorabile che l’avrebbe poi costretta a lasciare le scene e a rimanere a letto fino alla fine. Appresa alla radio la notizia della morte di Titina, che era stata sua grandissima amica e sua partner in quattro film ( “San Giovanni decollato”, “Napoli milionaria”, “Totò, Vittorio e la dottoressa” “Totò, Peppino e i fuorilegge”, nel quale riduce il fratello Peppino e Totò al ruolo di spalle), corre insieme a Franca Faldini in via Archimede col cuore spezzato dal dolore. Titina, che era nata anche lei a Napoli il 27 marzo 1898, solo quaranta giorni dopo Totò, era stata una presenza forte e un punto di riferimento profondo per lui. I funerali hanno luogo nella chiesa di piazza Euclide a Roma, proprio a pochi passi dalla casa di Totò. Alla funzione funebre assistono anche i fratelli di Titina, Eduardo e Peppino, che nemmeno la morte della sorella è riuscita a riappacificare. Siedono in due banchi lontani e si ignorano, mentre Totò, in prima fila, assiste sgomento, accanto alla corona di fiori, tra tutte la più grande e piena di stelle natalizie, che aveva inviato a nome suo e di Franca Faldini: che signore!.

Totò e Titina De Filippo, storia di una grande amicizia. La grande Titina, splendida attrice e sorella maggiore di Eduardo e Peppino, morì nel 1963, e Totò addolorato fu tra i primi a recarsi al capezzale della sua grande amica e compagna di tanti spettacoli e alcuni film di successo.
Totò e Titina De Filippo, storia di una grande amicizia. La grande Titina, splendida attrice e sorella maggiore di Eduardo e Peppino, morì nel 1963, e Totò addolorato fu tra i primi a recarsi al capezzale della sua grande amica e compagna di tanti spettacoli e alcuni film di successo.

Arriva il 1964, e due pellicole su tutte sono da segnalare: il già citato “Il comandante”, uno dei film più intensi di Totò, drammatico, malinconico e struggente; e il più allegro e leggero “Totò contro il pirata nero”, di Fernando Cerchio, che riporta Totò verso il macchiettismo e il marionettismo delle origini. E’ un film in costume da non sottovalutare, sia pur nella sua leggerezza, e in cui Totò, tra equivoci, funambolismi, gag, filastrocche, pantomime e trovate surreali, ha modo di esprimere tutta la sua immensa verve comica. Anche la critica elogia il vecchio grande leone dello spettacolo, il critico Alberto Anile disse infatti a proposito della pellicola: “…degli ultimi film di Totò, è quello in cui emerge con maggiore evidenza la propensione del favoloso interprete alla trovata assurda, alla comicità astratta, alle gag visive illogiche, quindi surreali”. Trascurabile è invece l’episodio “Amare è un pò morire”, del film “Le belle famiglie”, di Ugo Gregoretti, che ritrae un Totò affetto da demenza senile.

Totò pirata nel film in costume
Totò pirata nel film in costume “Totò contro il pirata nero”(1964), non uno dei peggiori Totò, ricco di gag visive, funambolismi, giochi di parole e gustose trovate surreali. Qui in una scena del film con la sua “spalla” per eccellenza, Mario Castellani.

Pur girato a fine estate del 1964, all’inizio dell’anno successivo esce nelle sale “Che fine ha fatto Totò Baby?”, di Ottavio Alessi, truculenta, sadica e feroce parodia, in cui Totò, ebbro della marijuana con cui per sbaglio si è fatto un’insalata, uccide e mura nel salone di una villa, dov’è stato assunto come segretario, una serie di malcapitati, e alla fine seppellisce nella sabbia il fratello ( Pietro De Vico) e danza intorno alla sua testa. Qui è formidabile la carica di energia anarchica, beffarda di ogni convenzione, sprigionata dall’attore, tornato- è quasi un canto del cigno- alle trascinanti ebbrezze dei tempi della rivista. Altri due  “personaggi gioiello” dell’ultima parte della sua carriera, meritano più di un’occhiata: il trombatissimo candidato Antonio La Trippa da “Gli onorevoli”(1963), di Sergio Corbucci, in cui Totò candidato per il Partito della Restaurazione, ossessiona i vicini con gli slogan della campagna elettorale- rimasto nella storia è il suo “Vota Antonio, Vota Antonio, vota La Trippa” a cui una voce anonima aggiunge: “si, al sugo…”- e rinuncia a tutto quando scopre di essere stato coinvolto in uno scandalo; e quello del colonnello dell’esercito Di Maggio dal film “I due colonnelli”, in cui alternativamente riconquista e riperde un paesino greco dove si è attestato un ultimo pugno di fucilieri inglesi stringendo amicizia con il suo parigrado inglese (Walter Pidgeon), e dove all’intimazione di un comandante nazista di radere al suolo il villaggio “badate colonnello io ho carta bianca”, in un impeto di eroismo risponde “e ci si pulisca il culo”, con tanto di ovazione finale del suo scalcinato manipolo capitanato dal sergente La Quaglia di un grande Nino Taranto. Seguirebbe la fucilazione di tutto il reggimento, il giorno seguente, ma è l’8 settembre 1943, e la compagnia capitanata dall’inglese Walter Pidgeon arriva in soccorso dei nostri prima che sia troppo tardi, per riprendere la guerra, e questa volta da alleati, contro l’invasore nazi-fascista.

Totò esilarante nei panni di Antonio La Trippa, candidato alle elezioni nazionali nel film
Totò esilarante nei panni di Antonio La Trippa, candidato alle elezioni nazionali nel film “Gli onorevoli”(1963). La sua campagna elettorale consiste principalmente in una cantilena ripetuta come un tormentone: “Votantonio, votantonio, votantonio”. Uno dei più famosi Totò di sempre.

Negli ultimi due anni della sua vita Totò lavorerà a stretto contatto con il grande regista romano Pier Paolo Pasolini, che lo dirigerà in un film lungo e due film brevi. Come dire, dove Fellini non riuscì ad arrivarvi, vi arrivò Pasolini. Infatti, nel 1966, ad un anno dalla sua morte, il vecchio grande clown, talora quasi imperdonabilmente avvilito in film di ignobile fattura, come alcuni degli anni ’60, incontra un grande maestro del cinema e della poesia, come Pier Paolo Pasolini. E’ lo stesso Pasolini a spiegare il perché di questa sua scelta:

“Io ho scelto Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletario napoletano, e dall’altra c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato, l’uomo dei lazzi e degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio. Ed è per questo che l’ho usato. Nei miei film Totò non si presenta come piccolo-borghese, ma come proletario o sottoproletario, cioè come lavoratore. E il suo non accorgersi della storia è il non accorgersi della storia dell’uomo innocente, non del piccolo borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali”.

Pasolini aveva alle spalle film straordinari quali “Accattone”, del 1961, “Mamma Roma“, del 1962 con Anna Magnani, e “Il Vangelo secondo Matteo”, del 1964. In quel grande capolavoro che è “Uccellacci e uccellini”(1966), apologo misterioso e ruvidamente mistico, Pasolini sa mettere in luce una delle qualità più profonde di Totò, che forse proprio per questo era rimasta occultata, ossia l’innocenza, in una chiave che sa coniugare perfettamente il realismo col sogno e la favola. Sia sul set che nella vita privata, Totò e Pasolini, pur tanto diversi per carattere e formazione, riuscirono a trovare un’intesa straordinaria, che ebbe un esito di toccante poesia nel trittico finale. “Uccellacci e uccellini” ricevette molti premi e riconoscimenti, tra cui il Nastro d’argento, il Globo d’oro dell’Associazione dei Critici Cinematografici Stranieri e il Riconoscimento speciale della Giuria di Cannes. Inoltre Totò fra scroscianti applausi ottenne la menzione speciale al festival di Cannes e il Nastro d’argento come miglior attore protagonista. Proprio la sera della consegna dei Nastri d’argento, accadde un fatto curioso che testimonia la riverenza di Pasolini per il sommo principe De Curtis. Quella sera l’attore napoletano Ferraù aveva accompagnato Totò in prima fila e l’aveva fatto sedere accanto alla poltrona che era destinata a Pasolini, incaricato di ritirare il premio insieme a Totò. Pasolini però si presentò vestito con una giacca marrone di fustagno, praticamente in tenuta da caccia, e venne respinto all’ingresso. Indispettito e infuriato da questo gesto “borghese”, il regista dichiarò di tornarsene in albergo e di non voler più partecipare alla cerimonia. Quando però Ferraù gli spiegò che Totò, essendo cieco, non poteva ritirare il premio senza farsi accompagnare sul palco da lui, Pasolini andò immediatamente a cambiarsi e ritornò vestito con un abito da sera accompagnando quindi Totò sul palco. Intanto l’anno successivo, nel 1967 escono gli ultimi tre film, “La terra vista dalla Luna”, di Pier Paolo Pasolini, episodio del film “Le streghe”(1967)“Il mostro della domenica”, di Steno, e “Che cosa sono le nuvole?” ancora di Pier Paolo Pasolini, entrambi episodi della pellicola “Capriccio all’italiana”, girata nel 1967, ma uscita postuma nel 1968, per la morte di Totò. Mentre l’episodio di Steno è un banale raccontino che fa il verso ai film di James Bond e alla moda dell’epoca di portare i capelli lunghi, i due episodi di Pasolini sono due vere e proprie gemme, che concludono l’attività e la vita del più grande attore italiano del secolo. Le ultime parole in assoluto pronunciate dal Totò cinematografico, una marionetta gettata con altre marionette in un deposito di immondizia, nell’ultimo fotogramma di “Che cosa sono le nuvole?”, posso quasi essere intese come un testamento spirituale: “Straziante, meravigliosa bellezza del creato”. Uno strepitoso squarcio di poesia, a cui Totò dà la chiusura perfetta del cerchio, e dal quale è difficile non farsi prendere o quasi “ricattare” dalla commozione, per l’addio dell’attore alle scene, al pubblico e alla vita.

Nel 1966, un anno prima di morire, Totò, interprete del film di Pier Paolo Pasolini,
Nel 1966, un anno prima di morire, Totò, interprete del film di Pier Paolo Pasolini, “Uccellacci e uccellini”, viene finalmente riconosciuto “grande attore” dalla critica. Con Pasolini lavora molto volentieri, e, infatti, recita un altro suo film subito dopo, “Le streghe”. Eccolo con Silvana Mangano e Ninetto Davoli, nell’episodio “La terra vista dalla Luna”(1967).

Le riprese furono effettuate nel febbraio 1967, e Totò morì per una serie di infarti due mesi dopo il 14 aprile. Fu un incredibile lutto nazionale, da Roma a Napoli, una marea di gente accorse al capezzale del principe De Curtis per porgergli l’ultimo saluto, chi come amico di una vita, chi come collega, ma la maggior parte come pubblico, che oggi come allora lo ha eletto a suo massimo mito, venerato quasi come fosse un dio. La sua tomba è infatti meta di un continuo, incessante, perenne pellegrinaggio, di chi vuole, porgendogli un fiore, semplicemente omaggiarlo, con affetto, di ciò che ci ha donato ( e quanta roba): la sua immensa eredità artistica e la sua eccezionale umanità.

“Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato”, le ultime parole cinematografiche del grande Totò, riferite alla bellezza delle nuvole, mentre marionetta di Jago, viene buttato in una discarica, assieme alla marionetta di Otello ( Ninetto Davoli). Lo squarcio di poesia di quest’episodio, direttdo da Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Che cosa sono le nuvole?”, tratto dal film “Capriccio all’italiana”(1968), è splendido e geniale nello stesso tempo, e può essere visto come il testamento spirituale del grande Totò e il saluto al suo amatissimo pubblico.

Domenico Palattella

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