Fernandel e Gino Cervi, faccia da prete e faccia da comunista: il miracolo di Don Camillo e Peppone

Fernandel e Gino Cervi, due grandi attori della nostra cinematografia, il primo francese di origine italiana, il secondo bolognese, entrarono nella leggenda con la serie delle avventure di Don Camillo e del sindaco comunista Peppone, nati dalla penna dissacrante di Giovannino Guareschi.
Fernandel e Gino Cervi, due grandi attori della nostra cinematografia: il primo francese di origine italiana, il secondo bolognese, entrarono nella leggenda con la serie delle avventure di Don Camillo e del sindaco comunista Peppone, nati dalla penna dissacrante di Giovannino Guareschi.

1. Introduzione

Creati da Giovannino Guareschi per una serie di racconti apparsi sul settimanale “Candido” e poi raccolti e unificati in un libro, “Mondo piccolo- Don Camillo” (pubblicato nel 1948), questi due personaggi hanno saputo dare concretezza e colore, nell’Italia del dopoguerra, a due delle anime più diffuse nell’immaginario della piccola borghesia nazionale, divisa dalle ideologie ma unita dal “buon senso delle cose concrete”. Don Camillo è il sanguigno parroco di campagna di Brescello, un paesino emiliano di quella “fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino”; Peppone è il sindaco del paese, acceso comunista e nemico dichiarato della Chiesa: la loro convivenza è eternamente polemica, e la passione trascina spesso i due contendenti a far volare pugni, panche e tavole per difendere i loro argomenti, salvo poi aiutarsi reciprocamente quando la necessità lo richiede. E l’essenza della grande e profonda amicizia che li lega è riassunta in queste parole, enunciate dalla voce fuori campo nell’ultima sequenza del terzo film della serie “Don Camillo e l’Onorevole Peppone”:

“…ecco, ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo, però se uno dei due si attarda, l’altro lo aspetta, per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita”.

Fernandel (Don Camillo), Gino Cervi (Peppone) e Giovannino Guareschi sul set del film
Fernandel (Don Camillo), Gino Cervi (Peppone) e Giovannino Guareschi sul set del film “Il compagno Don Camillo”(1965), l’ultimo della serie. Tra i tre artisti nacque una profonda amicizia.

A raffreddare gli animi, interviene poi anche il Cristo crocefisso dell’altare maggiore, a cui Don Camillo chiede spesso consigli e che a volte richiama il parroco a più miti comportamenti. Salutati da un immediato successo di pubblico, i due personaggi trovarono nuova fortuna trasferiti al cinema, e interpretati magistralmente da due grandi attori: Fernandel, attore francese ma di origine italiane interpretò Don Camillo; a Gino Cervi toccò invece, la parte del sindaco Peppone. I due attori sono quì, al meglio della loro carriera, capaci di unire meravigliosamente, maturità artistica e gusto del pittoresco. Fernandel e Gino Cervi diventarono peraltro anche grandi amici dopo la prima esperienza comune, diretti dal regista francese Julien Duvivier, riuscendo con le loro sagome e la loro interpretazione a rendere al meglio l’esaltazione dell’amicizia e del buon senso, capaci di superare anche le barriere dell’ideologia che in quegli anni divideva l’Italia in due. Il pubblico dunque, vi si riconobbe e ne decretò il trionfo. Per una volta le leggi della coproduzione ( Fernandel per il pubblico francese nella parte del parroco, Gino Cervi per l’Italia in quella di Peppone), non ostacolarono ma anzi aiutarono il successo dell’operazione. La scaltra regia del francese Julien Duvivier per i primi due film della serie, l’ottima per non dire eccelsa interpretazione dei due attori protagonisti, e una divertente varietà nei caratteri secondari, fanno di “Don Camillo”(1952) e dell’immediatamente successivo “Il ritorno di Don Camillo”(1953) i capolavori che lanciarono la celebre coppia verso il grandissimo successo cinematografico, e senza dubbio la loro consacrazione nell’olimpo dei grandi attori del cinema italiano. I successivi tre film, specialmente il terzo della serie, quello intitolato “Don Camillo e l’onorevole Peppone”(1955) diretto dall’italiano Carmine Gallone, mantengono immutato il loro canovaccio, lo strepitoso e azzeccato duo di interpreti, ed anche il grande successo di pubblico; il quale verrà confermato anche nel quarto e nel quinto film della serie, “Don Camillo monsignore…ma non troppo”(1961), ancora diretto da Carmine Gallone e “Il compagno Don Camillo”(1965) diretto invece da Luigi Comencini. Questi due ultimi film, pur perdendo di freschezza e di originalità, riducendo al minimo lo spunto sociologico del romanzo di Guareschi, rimangono nella loro leggerezza comunque molto interessanti e piacevoli, grazie alla bravura di Fernandel e di Gino Cervi. Ci sarebbe stato anche un sesto film della serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi, dal titolo “Don Camillo e i giovani d’oggi”(1972), poi ripreso e re-interpretato dalla coppia composta da Gastone Moschin e Lionel Stander, non concluso dagli interpreti originali per l’improvvisa morte di Fernandel e il rifiuto di Gino Cervi di continuare a prendervi parte alla pellicola senza il suo amico appena defunto.

Una delle classiche immagini di Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone, sempre intenti a litigare, ma sempre pronti un minuto dopo a fare pace.
Una delle classiche immagini di Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone, sempre intenti a litigare, ma sempre pronti un minuto dopo a fare pace.

2. La genesi della serie

Da anni e annorum, ogni estate, alla Bassa il sole fa coscienziosamente il suo dovere picchiando delle gran martellate in testa a chiunque capiti a tiro. Nel luglio del 1951 non c’era nessun motivo per fare eccezioni e, dunque, anche quell’anno martellava gagliardamente e forse anche un pò di più del solito. Sotto c’erano quelli del cinema. Gente arrivata un pò da Roma e un pò dalla Francia per il primo film su Don Camillo e sul sindaco Peppone. Con loro, lungo le strade e gli argini, navigava Giovannino Guareschi, il padre dei due personaggi, tutto preso a spiegare quale sarebbe stato il paesaggio ideale per le sue storie. Ma al regista Julien Duvivier non andavano a genio i posti in cui lo portava lo scrittore. “Pas bien” Busseto, “Pas bien” Roccabianca, “Pas bien” Soragna e, alla fine, Guareschi si stufò. Quel rompiscatole di francese con il suo “Pas bien” andasse dove voleva. Lui riprese la strada dell’argine e tornò a casa. Il rompiscatole francese, dunque continuò il viaggio in compagnia di Francesco Borri, un amico di Giovannino, attraversò tutta la provincia di Parma, passò in quella di Reggio Emilia e si fermò soltanto a Brescello. Lì c’era tutto quanto gli serviva. Una bella chiesa, un bell’edifico che poteva fungere da comune e, in mezzo, una piazza come diceva lui. Pazienza se Guareschi, quando scriveva le sue storie, aveva in testa Roccabianca. “Pas bien” anche lui. Ma qui bisogna fare un passo indietro di tre anni. Il primo regista a essere interpellato fu Alessandro Blasetti, che cominciò a pensarci con entusiasmo e poi, visti i problemi di natura politica che ne sarebbero sorti, rifiutò in modo simpatico e cordiale. L’affare passò nelle mani del produttore Peppino Amato, che coinvolse la Cineriz di Angelo Rizzoli, e furono interpellati altri registi. Mario Camerini, che nel 1972 avrebbe diretto “Don Camillo e i giovani d’oggi”, non se la sentì di passare per anticomunista. Vittorio De Sica si vantò su “l’Unità” di aver rifiutato sdegnosamente l’offerta. Luigi Zampa, solo all’idea di mischiarsi a quel bifolco reazionario di Guareschi disse che non ci pensassero nemmeno. Lo scoglio politico pareva insormontabile, quanto meno in Italia. D’altra parte, in una lettera a Rizzoli, lo scrittore era stato chiaro:

“La tesi dei racconti di Mondo piccolo è grosso modo questa: far risaltare la differenza sostanziale che esiste tra la massa comunista e l’apparato comunista. Indurre cioè l’uomo della massa a ragionare col suo cervello e la sua coscienza: fargli cioè capire che le direttive che vengono dal centro possono essere seguite soltanto fino a quando esse non vadano a ledere quelli che sono universalmente riconosciuti come sani e onesti principi. Indurre cioè la massa fondamentalmente onesta ( Peppone) a ritirare i cervelli dall’ammasso comunista. Io pertanto non darò mai l’approvazione a un film che non risponda ai precisi requisiti che ho cercato di esporre”.

La copertina del primo libro delle avventure di Don Camillo e Peppone, dal titolo
La copertina del primo libro delle avventure di Don Camillo e Peppone, dal titolo “Mondo piccolo ( Don Camillo) del 1948, e da cui è tratto il primo film della serie. I personaggi inventati dallo scrittore Giovannino Guareschi, che è uno degli scrittori italiani che in assoluto ha venduto più copie, ottennero un nuovo incredibile successo trasposti al cinema e impersonati da Fernandel e Gino Cervi.

Vista la fermezza di Guareschi e visto che in Italia la fifa faceva 90, Amato tentò all’estero. Il primo a essere interpellato fu Frank Capra, ma il regista americano si sarebbe liberato solo nel 1953, troppo tardi per i progetti del produttore. Finalmente si arrivò a Duvivier, uno dei cineasti di maggior successo in quel periodo, che accettò e ottenne la possibilità di riscriverne il copione. Era l’aprile del 1951. Regista e scrittore si incontrarono un paio di volte. Dire che ne sortì un pò di simpatia sarebbe veramente dire troppo. In compenso, a Duvivier piacque molto la faccia di Guareschi, tanto che lo volle nel ruolo di Peppone. Lo scrittore ce la mise tutta. Si presentò sul set di Brescello ai primi di settembre che pareva davvero il sindaco comunista di “Mondo piccolo”. Attorno c’era il pubblico delle grandi occasioni, ma la recitazione non era nelle corde del povero Giovannino. Girò quattordici volte, con Franco Interlenghi nei panni di Mariolino, la scena dell’intervallo della partita di calcio tra la squadra della parrocchia e quella della sezione comunista. “Pas bien”, niente da fare. Il suo posto fu preso dal grande attore bolognese Gino Cervi, che avrebbe dovuto e tanto voluto essere Don Camillo. Nei panni del prete, dato che il film era una coproduzione italo-francese, arrivò Fernandel, grande attore francese, ma di origine italiana, nato a Marsiglia ma originario del comune di Perosa Argentina, in provincia di Torino. Il regista era entusiasta, lo scrittore meno, molto meno. Quel francese con la faccia da cavallo non aveva proprio nulla del suo prete. Andasse, Duvivier, a guardarsi tutti i disegni con cui lui aveva corredato le sue storie e l’avrebbe capito. Ma Duvivier non cambiò idea neppure per un secondo, tra l’altro con l’attore francese il regista ci aveva già lavorato nel lontano 1937 nel film “Carnet di ballo”, e quindi lo conosceva bene. E, alla fine, lo stesso Guareschi cominciò a mutare parere. Quando il francese con faccia da cavallo si infilava nella tonaca, si metteva un paio di scarpe smisurate e prendeva quell’andatura bislacca, si emozionava anche lui. Più tardi, avrebbe confessato che, scrivendo le storie di “Mondo piccolo”, vedeva Don Camillo con la faccia di Fernandel. Esattamente come, da allora in poi, sarebbe capitato ai lettori di tutto il mondo tuffandosi nei suoi libri. L’alchimia della coppia Fernandel- Gino Cervi ebbe, e ancora oggi ha, qualche cosa di magico. Migliaia di spettatori ingolfavano i cinema allora, e milioni di spettatori non mancano l’ennesimo passaggio televisivo oggi. Tutti per lo stesso motivo, per un forma di immedesimazione magnetica che non smette di attrarre. Una forza talmente invincibile che, se capita di vedere Fernandel in un altro film, ci si sorprende a pensare: “Ma che cosa ci fa Don Camillo in borghese?” e non sembra proprio conveniente che vada in giro abbigliato in quel modo. Lo stesso vale per Gino Cervi, che pure è stato per la televisione un amatissimo commissario Maigret. Il suo nome e la sua faccia vengono istintivamente associati a Peppone, nonostante abbia interpretato per il cinema quasi 80 pellicole. Solo in un secondo momento, poi, si pensa al poliziotto di Georges Simenon. Per il Cristo dell’altare maggiore, Duvivier fece costruire un grosso Crocifisso che rispettasse tutti i canoni della pietà popolare. Ora si trova in una cappella laterale della chiesa di Brescello. Nel film avrebbe parlato con la voce di Ruggero Ruggieri.

Brescello è il paese dove vennero girati i film di Don Camillo. Oltre al museo dedicato ai protagonisti, si possono ammirare anche vari luoghi e oggetti che erano presenti nei film: ad esempio la chiesa o la piazza adiacente ad essa, in cui sono state collocate due statue in bronzo, ognuna nella metà della piazza che gli si addice, ritraenti Don Camillo e Giuseppe Bottazzi (Peppone) nell'atto di salutarsi vicendevolmente, ovviamente con i volti rispettivamente di Fernandel e di Gino Cervi.
Brescello è il paese dove vennero girati i film di Don Camillo. Oltre al museo dedicato ai protagonisti, si possono ammirare anche vari luoghi e oggetti che erano presenti nei film: ad esempio la chiesa o la piazza adiacente ad essa, in cui sono state collocate due statue in bronzo, ognuna nella metà della piazza che gli si addice, ritraenti Don Camillo e Giuseppe Bottazzi (Peppone) nell’atto di salutarsi vicendevolmente, ovviamente con i volti rispettivamente di Fernandel e di Gino Cervi.

I comunisti di Brescello non trovarono nulla di strano, almeno inizialmente, nel fatto che il Don Camillo si girasse a casa loro. Anzi, molti compagni ci lavorarono. C’era anche il compagno Saro Urzì, nei panni del Brusco, che più tardi sarebbe diventato sindaco del paese. Filò tutto liscio fino a quando la centrale rossa di Reggio Emilia riempì Brescello di manifesti in cui si accusava di tradimento coloro che avevano collaborato con il fascista Guareschi alla realizzazione del film. Nel teatro del paese venne organizzato un incontro in cui risultarono chiare tre posizioni. Quella dei comunisti che si scagliavano a priori contro un obiettivo indicato dall’alto. Quella del produttore Amato che spiegava di trovarsi nel mezzo e di voler fare qualcosa che piacesse tanto a De Gasperi quanto a Togliatti. Quella di Guareschi che chiedeva ai comunisti come potevano criticare un film non ancora girato tratto da un libro che non avevano letto. Risultato: tutto rimandato al grande incontro del 4 ottobre al Teatro Municipale di Reggio Emilia. Il 4 ottobre il teatro di Reggio Emilia era stracolmo. I giornalisti si erano impadroniti della vicenda e soffiavano sul fuoco. Neanche Mussolini e Togliatti, dissero le cronache, avevano saputo richiamare tanta gente. I compagni Renzo Bonazzi e Mario De Micheli, questa volta, il libro lo avevano letto. Però non lo avevano capito e scambiavano le invenzioni letterarie per realtà effettiva. Non contenti scomunicarono il reazionario padre di Don Camillo e Peppone sia dal punto di vista comunista sia da quello cristiano. Guareschi replicò con gli stessi argomenti che poi avrebbe impiegato su “Candido”( la rivista che diresse negli anni ’50), tra cui uno molto semplice:

“Io sono riuscito a fare qualcosa di impossibile, qualcosa che ha del miracoloso: io sono riuscito a rendere simpatico un comunista!”

Il frutto di un simile baccano risultò essere la fifa a scoppio semiritardato di Duvivier. Fin dall’inizio aveva avuto qualche remora nell’associarsi a un reazionario dichiarato come Guareschi. Ma ora proprio voleva prenderne le distanze. Cominciò modificando la sceneggiatura e, per prima cosa, tolse dal copione il colpo di pistola sparato contro Don Camillo. La decisione non piacque per niente allo scrittore che reagì duramente in una lettera al regista e in una a Rizzoli e ad Amato. E ancora più duramente reagì quando vide che cosa era uscito dal montaggio e dal doppiaggio. L’opera di depoliticizzazione era arrivata quasi ovunque lasciando spazio al solo umorismo. Eppure, quando il film andò nelle sale nel 1952, gli spettatori capirono ugualmente quello che Guareschi aveva voluto dire. Merito dei suoi personaggi, delle sue atmosfere, del suo sentimento della vita. E merito anche di quella accoppiata fantastica e bizzarra, ma azzeccata fatta da Fernandel e Gino Cervi. Pochi ci avrebbero scommesso al momento di metterli insieme. Uno arrivato per caso dalla Francia e l’altro costretto a fare il sindaco comunista quando avrebbe voluto vestire la tonaca del prete. Eppure funzionarono e addirittura gran parte del merito dello strepitoso successo, che ancora oggi ha la serie, è il loro. Nelle compagnie teatrali degli oratori di un tempo, quando uno era proprio un cane e non si poteva sostituirlo data la scarsità di volontari, gli si diceva di recitare con gli occhi. Fernandel e Gino Cervi, pur essendo tutt’altro che cani, fecero così. DIssero con gli occhi tutto quello che i funzionari sforbiciavano dalla sceneggiatura. Grazie a loro e alle loro magnifiche interpretazioni, Guareschi è rimasto vivo nel cuore e nella testa di tanta gente nonostante il minculpop dell’Italia democratica e antifascista ne avesse decretato la morte per oblio.

Un'immagine di scena tratta dal primo film della serie
Un’immagine di scena tratta dal primo film della serie “Don Camillo”(1952), il quale girato tra polemiche di ogni tanto, risulto essere addirittura il campione di incassi della stagione 1952/53, anche e soprattutto grazie all’accoppiata Fernandel-Cervi, così bizzarra da funzionare alla grande e da essere entrata nei cuori del pubblico di tutte le generazioni e di tutte le epoche.

Il successo del primo film chiamò il seguito e Rizzoli, sentendo profumo di incassi, mise in cantiere “Il ritorno di Don Camillo”. Stesso regista, stessi interpreti e stessi mal di pancia per lo scrittore. Anzi di più. Guareschi si lamentò a voce e per scritto prima, durante e dopo la lavorazione. Dopo la visione in anteprima scrisse una memoria che faceva a fette tutto il lavoro. Le sue osservazioni, curioso a dirlo, erano le stesse di monsignor Albino Galletto, consulente ecclesiastico dei Centri cattolici cinematografico, teatrale e radiofonico, al quale Rizzoli si era rivolto per un parere. Sia Guareschi, sia monsignor Galletto ritenevano che lo spirito sacerdotale e la poesia che permeavano l’opera letteraria fossero completamente stati traditi. Ma ormai era troppo tardi. Nuovo strepitoso successo nelle sale. Così il 1955 fu l’anno del terzo capitolo, “Don Camillo e l’onorevole Peppone”. Lo scrittore lavorò alla sceneggiatura di nascosto mentre era in carcere dopo la condanna per la questione De Gasperi. Riuscì a farla uscire solo grazie a uno stratagemma. Prese un volume di poesie di Giuseppe Giusti e uno della Vita di Benvenuto Cellini, ne tolse il contenuto e ci infilò i fogli della sceneggiatura opportunamente piegati. Poi consegnò tutto all’ignaro Otto Muller, il suo editore austriaco, chiedendo di portare i pregevoli libri all’amico Alessandro Minardi con la preghiera di leggerli senza indugio. Alla regia, questa volta, c’era Carmine Gallone. Ne uscì un film che non accontentò pienamente Guareschi. Ma alcuni punti sono di una forza straordinaria e ne fanno il capitolo, a detta di molti, migliore della serie, anche più della prima pellicola, marcando ancora di più la differenza costitutiva tra “Mondo piccolo” e il mondo moderno. Uno gerarchico, comunitario e fondato su una metafisica tradizionale, l’altro democratico, massificato e fondato su una filosofia rivoluzionaria. Per tutti valgano due esempi. Quello del comizio di Peppone sulle note dell’Inno del Piave che sgorga dall’altoparlante di Don Camillo, e quello in cui la moglie del sindaco si rifiuta di salutare il marito in partenza per Roma dopo le elezioni dicendogli: “Quando si hanno moglie e figli non si va in giro a fare il deputato”. E poi ancora una volta gran parte del merito del successo del terzo film della serie, e di questo essere considerato ( forse) il migliore della serie, sta nell’affiatamento sempre più eccezionale di Fernandel e Gino Cervi, ormai diventati grandi amici già da parecchio tempo.

La scena finale del film
La scena finale del film “Don Camillo e l’onorevole Peppone”(1955), quella in cui in un certo senso è riassunta l’essenza del rapporto tra Don Camillo e Peppone, questo rapporto di amore-odio che è la storia di un vero e profondo legame che va al di là della disputa politica: Peppone si vede costretto a scegliere se iniziare una carriera da deputato a Roma o restare nel suo paesino in veste di sindaco, e solo all’ultimo saprà prendere la sua decisione dopo le struggenti parole del suo amico Don Camillo.

Poi arrivarono gli ultimi film della serie, dapprima “Don Camillo monsignore…ma non troppo”, uscito nel 1961 e sempre diretto da Carmine Gallone; e “Il compagno Don Camillo”, che sarebbe uscito nel 1965 con la regia di Luigi Comencini. Le due pellicole non andarono allo stesso modo delle altre tre, non tanto come incassi, ma più che altro come resa finale, ben lontana dai primi tre capitoli della serie. In questi due film, è ancora di più evidente come le pellicole poggino quasi esclusivamente sulla verve comica e sulla simpatia dei due protagonisti, bravi come sempre e che non deludono le aspettative. Quel che manca è lo spunto sociologico delle precedenti avventure, ed ebbero profonde critiche da parte di Guareschi, soprattutto per quanto riguarda la pellicola del 1961, che, in una profonda lite, portò alla rottura tra Guareschi e Rizzoli. Dopo aver visto l’anteprima, lo scrittore mandò un eloquente telegramma al suo editore e produttore: “Visionato Don Camillo monsignore…ma non troppo, giudico film non accettabile perchè arbitraria deformazione del mio racconto. Stop. Richiedo film venga riportato integralmente alla mia stesura concordata con Gallone et accettata senza riserve dalla Cineriz”. Il film, in effetti, era certamente il peggiore della serie. Peggiore persino dell’ultima pellicola “Il compagno Don Camillo”, che pur essendo inferiore ai primi tre capitoli, ha al suo attivo molte scene di forte impatto visivo in grado di riportare, a tratti, la saga ai fasti di un tempo. Comunque “Don Camillo monsignore…ma non troppo” è un film tutt’altro che deprecabile, ma suscitò le forti ire di Guareschi che peraltro se ne lamentò in una lunga lettera indirizzata ad Andrea Rizzoli, il figlio del produttore, in cui diceva: “Monsignore è un film che mi danneggia enormemente anche sul piano politico perché, falsando lo spirito dei miei personaggi e della loro vicenda, mi presenta come un normale banale distensivo. E’ un film che mi squalifica come sceneggiatore, come scrittore, come umorista e come giornalista politico”. Eppure il pubblico continuava a gradire, con incassi ancora altissimi, dimostrando che la magia di Don Camillo e Peppone, di Fernandel e Gino Cervi, continuava imperterrita ad essere nel cuore della gente.

Un'immagine di scena tratta dal quarto film della serie,
Un’immagine di scena tratta dal quarto film della serie, “Don Camillo, monsignore…ma non troppo”(1961), quella in cui Don Camillo e Peppone ritornano al paese dopo aver trascorso tre anni a Roma. E’ il film che meno piacque allo scrittore Giovannino Guareschi, che si scagliò pesantemente contro sceneggiatori e produttori.

Ci sarebbe poi stato anche un sesto film della serie, anzi la sua esistenza è ancora oggi avvolta dal più profondo mistero, un film dal titolo “Don Camillo e i giovani d’oggi” del 1972 e diretto da Christian Jacque, una pellicola rimasta incompiuta e avvolta da un alone di leggenda che proviamo qui a ricostruire. Le riprese del sesto capitolo della serie cinematografica delle avventure di Don Camillo e Peppone, con Fernandel e Gino Cervi, per la regia di Christian Jaque, cominciarono nel 1970. Le riprese del nuovo film, per la regia di Christian Jaque, cominciarono nel 1970. I primi problemi si riscontrarono a metà luglio, quando, durante una scena che prevedeva che Fernandel dovesse portare Graziella Granata fra le sue braccia, l’attore non riuscì nemmeno a sollevarla, strano, molto strano per un uomo della sua stazza fisica. Il 29 luglio Fernandel era a Parma per consultare uno specialista. Gli venne diagnosticato un tumore ai polmoni, e il regista cercando parole di conforto si rivolse così a Fernandel: «On reprendra le tournage dès que tu seras rétabli. Rentre à Marseille.» («Riprenderemo le riprese quando sarai ristabilito. Ritorna a Marsiglia»). Il regista francese, peraltro aveva già lavorato in parecchie circostanze con Fernandel, con il quale era legato da una sincera amicizia.

Una rara foto sul set di quello che sarebbe stato il sesto film della serie. Il sorriso a trentadue denti dell'attore francese non faceva presagire la malattia che il 26 febbraio 1971 lo avrebbe portato alla morte. Era il luglio del 1970 e sul set di Brescello il regista francese Christian Jaque girava
Una rara foto sul set di quello che sarebbe stato il sesto film della serie. Il sorriso a trentadue denti dell’attore francese non faceva presagire la malattia che il 26 febbraio 1971 lo avrebbe portato alla morte. Era il luglio del 1970 e sul set di Brescello il regista francese Christian Jaque girava “Don Camillo e i giovani d’oggi”; con Fernandel, l’attore Gino Cervi, amico e collega di sempre della fantastica serie (sesta pellicola) tratta dai libri di Giovannino Guareschi.

Nell’agosto 1970 la produzione sospese le riprese a causa dello svenimento di Fernandel dovuto al suo tumore. Gino Cervi ritornò a Roma. La soluzione più semplice sarebbe stata rigirare le scene in cui compariva Don Camillo con un altro attore protagonista e completare così il film salvando buona parte del girato, ma la proposta della produzione in tal senso si scontrò con il rifiuto di Jaque e di Cervi di continuare senza il loro amico Fernandel. A metà gennaio del 1971 Fernandel telefonò a Christian Jaque, per rassicurarlo sulle proprie condizioni di salute che parevano migliorare e per dirgli che poteva contare su di lui, ma il 26 febbraio 1971 Fernandel morì. La produzione tuttavia, incassati i rifiuti di Cervi e Jacque a continuare, aveva già deciso di affidare i ruoli di protagonisti ad altri attori e di rifare da capo il film con un altro regista. Il film, con il medesimo titolo ma diretto da Mario Camerini e con Gastone Moschin nella parte di Don Camillo e Lionel Stander in quella di Peppone, sarebbe infine uscito nel 1972, senza tuttavia ottenere il medesimo successo dei precedenti, anzi fu un clamoroso flop, che dimostrò ancora di più come alla base del grosso successo cinematografico della serie ci fossero su tutti Fernandel e Gino Cervi, persino al di sopra dei personaggi da loro interpretati. Erano quindi le loro maschere a dare vitalità e spessore all’intera serie, e ad appassionare e commuovere il pubblico. Eppure il mistero su questo sesto film incompiuto della serie rimane, infatti a distanza di decenni vi sono voci contrastanti riguardo al suddetto film: mentre alcune fonti dicono che fossero state girate poche scene, altre affermano mancassero poche riprese alla fine del film che, in qualche modo, avrebbe potuto essere completato o distribuito almeno per far contenti i numerosissimi fan della serie. Il regista Gigi Oliviero afferma che alla morte di Fernandel più della metà del film era stato girato e che mancava poco per finirlo. Prima della morte di Fernandel erano state girate cinque o sei settimane di film. Effettivamente, in base a fotografie e vecchi filmati, risulta che più di metà pellicola fosse stata girata. Durate l’intervista fatta a Fernandel nel 1º agosto del 70 diceva che questo film era l’ultimo della saga di Don Camillo perché Giovanni Guareschi era morto e non aveva più scritto libri. Quindi fa pensare che il film fosse in omaggio a Guareschi. Peraltro nella trasmissione televisiva “Vite straordinarie” andata in onda sulle reti Mediaset, è stata proposta una delle scene inedite che avrebbero dovuto comporre il film con Fernandel e Gino Cervi, e testimoniano di un Fernandel in forma nonostante la malattia. Sopravvissute sono anche delle fotografie, delle immagini di Cervi e Fernandel insieme sul set del film, che testimoniano innanzitutto che le riprese del film erano a buon punto, e che ancora una volta erano girate nella cittadina emiliana di Brescello. Immagini originali custodite nel Museo di Don Camillo e Peppone che ha sede nella stessa cittadina emiliana, oggi visitabile e meta di un nugolo di turisti e appassionati.

Una simpatica immagine di Fernandel durante la pausa sul set di uno dei film della serie di Don Camillo. L'attore francese di origini italiane, amatissimo dal pubblico per la sua innata simpatia, ha disegnato come nessun altro avrebbe fatto, il volto di Don Camillo, conquistando pubblico e critica.
Una simpatica immagine di Fernandel durante la pausa sul set di uno dei film della serie di Don Camillo. L’attore francese di origini italiane, amatissimo dal pubblico per la sua innata simpatia, ha disegnato come nessun altro avrebbe fatto, il volto di questo parroco di paese, conquistando pubblico e critica.

3. I cinque film della serie in breve

Don Camillo( Italia/ Francia 1952, b/n) di Julien Duvivier. Con Fernandel [Fernand Contandin], Gino Cervi, Franco Interlenghi, Vera Talqui, Saro Urzì, Leda Gloria. ♦ A Brescello, paesino emiliano nell’Italia del dopoguerra, l’elezione del sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone ( Gino Cervi) acuisce lo scontro con il parroco del paese Don Camillo ( Fernandel): le ragioni di lite sarebbero infinite- una partita a pallone tra opposte fazioni, la costruzione di una Casa del popolo oppure di un Giardino del fanciullo, uno sciopero che rischia di distruggere le mandrie- ma siccome la stima è reciproca è evidente, i due finiscono per trovare sempre una via d’uscita. Tratto dal romanzo “Mondo piccolo (Don Camillo)” di Giovannino Guareschi, sceneggiato dal regista con René Barjavel, il film è campione di incassi della stagione 1952/53, ed è il primo di una serie che continuò fino al 1965 con 5 film e la stessa strepitosa coppia di interpreti; per la verità ci fu anche un sesto film incompiuto intitolato “Don Camillo e i giovani d’oggi”, rimasto tale per la morte improvvisa di Fernandel. Nonostante le intenzioni conservatrici dell’autore e pur riflettendo il clima integralista da guerra fredda degli anni ’50, la commedia strapaesana trovò spettatori e consensi più o meno espliciti a destra e a sinistra perchè, in fondo, i due tradizionali nemici sono in realtà due facce della medesima medaglia. Conterranei, si capiscono e si stimano; divisi sulle faccende locali, si trovano spesso uniti contro il mondo esterno. E’ indubbio, quindi, che la pellicola cerchi di stemperare i contrasti e le contraddizioni di una società allora in pieno fermento, rimuovendone gli autentici nodi; ma è altrettanto vero che lo straordinario successo al botteghino significa che il pubblico vi trovava “il segno di un bisogno diffuso in Europa di riappaesamento, di recupero di coordinate di vita semplice e di valori stabili e riconoscibili”. Al successo del film e della serie, poi contribuirono non poco le interpretazioni di Fernandel e Gino Cervi, quì per la prima volta insieme, i quali oltre alle cinque avventure di Don Camillo e Peppone, interpreteranno anche una sesta pellicola dal titolo “Il cambio della guardia” del 1963 e diretta da Giorgio Bianchi.

• Il ritorno di Don Camillo( Italia/Francia 1953, b/n) di Julien Duvivier. Con Fernandel [ Fernand Contandin], Gino Cervi, Paolo Stoppa, Saro Urzì, Leda Gloria e Charles Vissiére. ♦ Don Camillo ( Fernandel) è stato mandato per punizione in un paesino di montagna e pensa con nostalgia alla sua vecchia parrocchia e al suo paese. Anche i suoi parrocchiani lo rimpiangono e ne sente la sua mancanza anche il sindaco Peppone ( Gino Cervi). La costruzione di un argine e la lotta contro un egoista proprietario terriero sono l’occasione per il suo ritorno. Più zuccheroso ed innocuo del primo, questo secondo episodio della serie segna qualche punto di vantaggio nei confronti del precedente. La narrazione è meno frammentaria, le trovate più saporose, le bravate e gli scontri tra i due protagonisti più umanamente credibili. Ancora grande successo di pubblico, sia in Italia che in Francia.

• Don Camillo e l’onorevole Peppone( Italia 1955, b/n) di Carmine Gallone. Con Fernandel [Fernand Contandin], Gino Cervi, Claude Silvain, Saro Urzì, Leda Gloria e Memmo Carotenuto. ♦ Il sindaco Peppone ( Gino Cervi) si presenta candidato nelle liste del Fronte Popolare ( la sinistra unita) per le elezioni del 1953, ma gli occorre la licenza di quinta elementare. Ottenuta la licenza si prende anche una cotta per una militante proveniente dalla direzione del partito (Claude Silvain). C’è però Don Camillo (Fernandel), che vigila sull’integrità della famiglia e sulla moralità del suo proverbiale amico-nemico, che alla fine preferisce la sua terra alla carriera politica, come anche sua moglie (Leda Gloria) alla militante per cui aveva preso una sbandata. Terzo film della serie, da molti ritenuto il più bello e il più riuscito. Da Duvivier la mano passa a Gallone, ma il gioco rimane tutto al copione di astuta efficacia, alle idee di Giovannino Guareschi e all’efficace duetto della coppia Fernandel-Cervi, che diverte e convince come sempre. La scena finale è quella che in un certo senso riassume l’essenza del rapporto tra Don Camillo e Peppone, questo rapporto di amore-odio che è la storia di un vero e profondo legame che va al di là della disputa politica: Peppone si vede costretto a scegliere se iniziare una carriera da deputato a Roma o restare nel suo paesino in veste di sindaco, e solo all’ultimo saprà prendere la sua decisione dopo le struggenti parole del suo amico Don Camillo. E il film finisce con la voce fuoricampo che ne riassume l’essenza dell’amicizia che li lega, mentre ritornando a Brescello si sorpassano e risorpassano in bicicletta: “…ecco, ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo, però se uno dei due si attarda, l’altro lo aspetta, per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita”.

• Don Camillo monsignore…ma non troppo( Italia 1961, b/n) di Carmine Gallone. Con Fernandel [Fernand Contandin], Gino Cervi, Saro Urzì, Leda Gloria, Gina Rovere e Valeria Ciangottini. ♦ Entrambi i rivali hanno fatto carriera: il primo (Fernandel) è diventato monsignore a Roma, il secondo ( Gino Cervi) senatore. Ma sentono la nostalgia di Brescello e tornano al paese a litigare: Don Camillo per far sposare anche in chiesa il figlio di Peppone, e quest’ultimo per far suonare le campane della chiesa al funerale civile di un comunista. Quarto episodio dell avventure di Don Camillo e Peppone, l’inventiva è in calando, ma a tenere le redini di tutto ci sono ancora una volta Fernandel e Gino Cervi, come sempre bravissimi. Pochi momenti buoni, ma gli incassi reggono.

• Il compagno Don Camillo( Italia/Francia 1965, b/n) di Luigi Comencini. Con Fernandel [ Fernand Contandin], Gino Cervi, Saro Urzì, Gianni Garko, Graziella Granata, Leda Gloria e Paul Muller. ♦ Peppone ( Gino Cervi) ritornato ad essere il sindaco del paese, ha ottenuto di gemellare Brescello con un paese sovietico, ma Don Camillo ( Fernandel) anch’esso ritornato parroco del paese, lo ricatta e si inserisce nella delegazione italiana in visita in Russia, con il breviario travestito da “Pensieri di Lenin”: una volta lì, indurrà un pavido pope ( Miller) a riaprire una chiesa, ma scoprirà che i comunisti non mangiano i bambini e sono più furbi di quello che pensa. Quando poi decide di portare un gruppo di sacerdoti negli Stati Uniti d’America si troverà di fronte uno “strano” monsignore. Scritto da due grandi sceneggiatori come Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, nel tentativo di rinvigorire e rilanciare la formula, la pellicola ne esce la più reazionaria e rivoluzionaria delle 5 pellicole che compongono la serie, la quale cerca di distaccarsi dalla retorica anticomunista di Guareschi con qualche guizzo davvero molto riuscito ( vedi il finale, con Peppone senza baffi che rende pan per focaccia a Don Camillo). Il regista Luigi Comencini diresse malvolentieri il film, quasi costretto dal produttore Angelo Rizzoli, con il quale aveva un grosso debito e gli aveva pignorato i mobili.

La locandina originale del film
La locandina originale del film “Don Camillo”(1952).
Il secondo film della serie:
Il secondo film della serie: “Il ritorno di Don Camillo”(1953).
La locandina cinematografica di
La locandina cinematografica di “Don Camillo e l’onorevole Peppone”(1955), il terzo film della serie.
Siamo nel 1961, dopo sei anni di assenza, ritornano le avventure di Don Camillo e Peppone, con il film
Siamo nel 1961, dopo sei anni di assenza, ritornano le avventure di Don Camillo e Peppone, con il film “Don Camillo monsignore…ma non troppo”.
La serie si conclude nel 1965 con il film
La serie si conclude nel 1965 con il film “Il compagno Don Camillo”, nella locandina una simpatica immagine di scena con i grandi Fernandel e Gino Cervi, in trasferta nientedimeno in Russia.

4. Fernandel e Gino Cervi: storia di due grandi attori e di un’amicizia sincera

I due attori, quasi coetanei, Fernandel nacque a Marsiglia nel 1903 e Gino Cervi nel 1901 a Bologna, si conobbero sul set del primo film della serie delle avventure di Don Camillo e Peppone, nel 1951, e divenirono da subito grandi amici, tanto che i due attori fecero da testimoni al matrimonio di Carlotta Guareschi, figlia dello scrittore. Il sodalizio artistico e personale tra i due attori fu talmente profondo, che quando Fernandel morì (sul set del sesto film della saga), Gino Cervi si rifiutò di proseguire l’opera. Gli atti successivi della saga, infatti, vennero girati con attori differenti ed ebbero uno scarso successo di pubblico. Insieme interpretarono sette film, dei quali cinque inerenti i personaggi di Don Camillo e Peppone, e due indipendente dalla serie, dal titolo rispettivamente “Noi gangster”(1959) diretto da Henry Verneuil e “Il cambio della guardia” del 1963 e diretto da Giorgio Bianchi. Quest’ultima pellicola, tratta dal romanzo “Avanti la musica” di Charles Exbrayat, narra la storia di due amici, Mario e Attilio ( Gino Cervi e Fernandel) ai tempi dell’arrivo degli alleati a fine seconda guerra mondiale. Il primo è podestà fascista del paesello di Ardea, vicino Roma; il secondo è l’oste del paese, suo amico e fermo antifascista. Poco prima dell’arrivo degli alleati, il primo trasferisce al secondo il comando dell’amministrazione comunale, tanto i loro due figli stanno per sposarsi e tutto rimane dunque in famiglia. La pellicola sfruttando la falsa riga dell’antagonismo Don Camillo-Peppone in chiave di fascismo-antifascismo, retrodatato al primo dopoguerra è una commedia popolare molto pungente, e riflette la moda dei film storici dell’epoca ambientati nella seconda guerra mondiale o poco dopo. La coppia Fernandel-Cervi dimostra di funzionare e di convincere, anche al di là dei loro personaggi più celebri. Qualcosa di similare avvenne anche nella pellicola “Noi gangster” di qualche anno precedente, in cui la coppia di attori molto affiatata dà un saggio della loro classe, interpretando il ruolo di due poveracci che rapiscono un bambino talmente pestifero che pagheranno loro i familiari pur di restituirlo ai genitori. Il divertimento è alto, così come gli incassi, dimostrando ancora una volta come il pubblico ami i due attori, anche e soprattutto quando sono insieme.

Fernandel e Gino Cervi nel film
Fernandel e Gino Cervi nel film “Il cambio della guardi”(1963), il secondo dei due film in coppia in cui non interpretano i ruoli di Don Camillo e di Peppone. Una commedia molto riuscita atta a dimostrare come la coppia funzionasse anche al di là dei loro personaggi più famosi.
Un'altra immagine dal film
Un’altra immagine dal film “Il cambio della guardia”(1963) diretto da Giorgio Bianchi, che ebbe grande successo di pubblico, dimostrando come l’accoppiata Fernandel- Cervi avesse, e a tutt’oggi ha, qualcosa di magico in grado di rapire e incantare il pubblico.
La locandina della versione italiana del film
La locandina della versione italiana del film “Noi gangster”(1959), in cui la coppia composta da Fernandel e da Gino Cervi interpreta il ruolo di due poveracci che rapiscono un pestifero bambino: guai e divertimento a non finire.

Sia Fernandel che Cervi hanno avuto modo di dimostrare nel corso delle loro lunghe carriere, il loro enorme talento interpretativo e la loro poliedricità di attori di eccelso livello anche quando impiegati singolarmente. Già nei primi anni ’30 quello di Cervi è un nome ben noto ed apprezzato del teatro italiano. Nello stesso periodo anche il cinema, che sin dagli inizi aveva attinto al teatro per fabbricare i propri divi, lo scopre. L’esordio cinematografico avviene nel 1932 con “Frontiere”, diretto da Cesare Meano, ma a farne un grande nome dello schermo ci penserà il regista Alessandro Blasetti, rendendolo protagonista di una fortunata serie di film storici, quali “Ettore Fieramosca” (1938), “Un’avventura di Salvator Rosa” (1939) e “La corona di ferro” (1941). Sempre Blasetti, nel 1942, lo dirige in un toccante film dai toni amari che precorre il neorealismo: “Quattro passi fra le nuvole”(1942), una delle più grandi pellicole che lanciò Gino Cervi tra le stelle del cinema. E’ un piccolo grande film, che in qualche modo anticipa i temi, le ambientazioni, gli umori e i caratteri che sarebbero emersi compiutamente nel periodo neorealista. Cervi disegna deliziosamente questo mite commesso viaggiatore infelicemente sposato, che accetta di farsi passare per il marito di una ragazza sedotta e abbandonata, e che rimane affascinato dalla bellezza della tranquilla vita contadina. Da qui gli si aprono le porte del grande cinema, confermata dal successo ottenuto per l’interpretazione del superiore di Carlo Campanini nel film “Le miserie del signor Travet”(1946), nel quale nel ruolo di co-protagonista è superlativo a rubare la scena a tutti, trionfando all’undicesima edizione del festival di Venezia con la vittoria della Coppa Volpi come migliore attore della prestigiosa kermesse internazionale. Per questa interpretazione Gino Cervi si aggiudicò anche il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista. La sua consacrazione avviene, come già ampiamente anticipato, con l’interpretazione del sindaco Peppone, e con altre pellicole del periodo appartenenti al genere comico, come “O.K. Nerone”, “Cameriera bella presenza offresi”, “La sposa non può attendere”, “Tre storie proibite”: tutte pellicole, che unite al capolavoro di Duvivier, “Don Camillo”, porteranno all’assegnazione nel 1953 di un secondo Nastro d’argento speciale per il complesso delle sue interpretazioni, che sancisce il suo ingresso nell’albo dei migliori attori italiani del suo tempo.

Gino Cervi insieme alla bella Adriana Benetti nel film
Gino Cervi insieme alla bella Adriana Benetti nel film “Quattro passi tra le nuvole”(1941), di Alessandro Blasetti. E’ il film che insieme ad “Ossessione” di Visconti e “I bambini ci guardano” di De Sica inaugurano la grande stagione del neorealismo. Il capolavoro di Blasetti lancia definitivamente Gino Cervi tra le stelle del cinema, con un’interpretazione umana e anche sognante. Elogio della campagna e della vita rurale.

Dal canto suo il grande Fernandel non gli è da meno, il suo debutto è datato 1931 quando ebbe un piccolo ruolo nel film “Le Blanc et le noir”. Lo stesso anno Jean Renoir gli affidò un ruolo più importante in “On purge bébé”, tratto da un lavoro di Georges Feydeau. Sempre nel 1931, fu protagonista nel film di Bernard Deschamps “Le Rosier de Madame Husson”, dove interpretò un ruolo che in carriera gli avrebbero offerto spesso, quello di giovanotto ingenuo, che in questo caso perdeva la verginità in una casa di piacere. Giunse il successo, che continuò per tutti gli anni ’30, periodo in cui Fernandel tuttavia proseguì la carriera di cantante comparendo in numerose commedie musicali, che spesso furono dopo poco trasposte in versione cinematografica. Dopo una lunga pausa dal grande schermo, durata quasi dieci anni, avvenne la svolta con la serie dei film incentrati sulle figure di Don Camillo e del sindaco Peppone, che lanciarono l’attore italo-francese al grande successo internazionale. Dopo di che, per tutti gli anni ’50, per Fernandel fioccarono occasioni cinematografiche da ogni dove, in produzione italiane, statunitensi e francesi. Attore molto versatile ed espressivo, fu tra gli attori più richiesti degli anni ’50 e ’60, vuoi per la sua innata simpatia, vuoi per la sua indubbia classe recitativa, vuoi per la sua quasi unica poliedricità di attore. Alternò, infatti, ruoli prettamente comici, come ne “La legge è legge”(1958) al fianco di Totò; a pellicole più complesse, tra le quali spicca “La vacca e il prigioniero”(1959), il suo grande capolavoro, il film che lo issò definitivamente tra i più grandi interpreti del suo tempo. E’ la storia di un prigioniero in un campo di concentramento delle Alpi bavaresi, che escogita un modo originale per evadere: l’idea è quella di mettersi a camminare tranquillo al fianco di una mucca nel tentativo di tornare verso la Francia. Ne succederanno di cotte e di crude. Il paradossale tentativo gli permette di attraversare tutta la Germania fino al confine con la Francia, dove però salirà su un treno sbagliato che tornerà indietro al punto di partenza. Una deliziosa storia bellica, ambientata ai tempi della seconda guerra mondiale, girata con garbo e interpretata magistralmente da Fernandel, che sa approfittare degnamente dell’improvviso spazio aperto davanti al suo personaggio tratteggiandolo in maniera umana e realistica. Campione di incassi in Francia e grossissimo successo internazionale. Da segnalare in quegli anni, anche “Era di venerdì 17” (1956), che curiosamente è un rifacimento del film “Quattro passi fra le nuvole” (1942) nel quale Fernandel ha interpretato il ruolo che fu proprio di Gino Cervi, al quale partecipò anche Carlo Romano, suo doppiatore nei film di Don Camillo; e “Il Giudizio Universale”(1961) dove l’attore francese è diretto da Vittorio De Sica.

Diretto da Henry Verneuil
Diretto da Henry Verneuil “La vacca e il prigioniero”(1959) è il capolavoro di Fernandel, perfetto nel tratteggiare questo soldato francese che scappa dal campo di concentramento insieme ad una vacca fingendosi un pastore. Il suo paradossale viaggio verso la Francia, permette al regista di descrivere tutti gli scempi e i disastri di una guerra inutile e sanguinosa, vista attraverso gli occhi di uno strepitoso Fernandel, che diverte e convince. Grande successo internazionale di pubblico, per un film che unisce magistralmente cinema d’autore con un’attenta precisione storica.

Negli anni ’50 e ’60 le carriere di entrambi gli attori continuano senza sosta nel genere comico brillante dove entrambi eccellono una spanna sopra gli altri: ad esempio Gino Cervi è impiegato stabilmente nella nascente commedia all’italiana, in film brillanti e di successo come “Il Cardinale Lambertini”(1954), in cui interpreta magistralmente la figura del cardinale Prospero Lambertini, futuro papa Benedetto XIV e ambientato nel 1739, “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo”(1956), “Anni ruggenti”(1962), “Mogli e buoi”(1956)“Gli onorevoli”(1963);  e Fernandel in pellicole di raffinato umorismo come “Me li mangio vivi!”(1953), “Il nemico pubblico n.1″(1953), “Il capitano della legione”(1957) e “Psicanalista per signora”(1959). Fernandel è stato poi, uno dei pochissimi attori ad avere il proprio nome all’interno del titolo del film, un pò come capitava stabilmente a Totò: è protagonista infatti di tre spassose pellicole che portano la sua impronta fin dal titolo, “Fernandel e la pepita volante”(1940), “Fernandel e le donne”(1950) e “Fernandel, scopa e pennel”(1960). Soprattutto quest’ultimo film è da segnalare per la divertentissima caratterizzazione di Fernandel, molto ironico nel dipingere il ruolo di un pacifico netturbino che diventa per puro caso un pittore e artista affermato. Si ride con classe.

Una scena tratta dalla commedia brillante
Una scena tratta dalla commedia brillante “Fernandel , scopa e pennel”(1960), con un divertentissimo Fernandel autentico padrone della scena. Grande successo di pubblico anche in Italia.

Tornando a Gino Cervi, negli anni ’60, conobbe un nuovo forte impulso alla sua già eccelsa carriera cinematografica e televisiva, con l’impeccabile interpretazione della serie poliziesca “Le inchieste del commissario Maigret”, interpretate tra il 1964 e il 1972 e ispirata ai romanzi dello scrittore belga Georges Simenon. Al fianco della storica compagna d’arte Andreina Pagnani, tratteggia con arguzia e bonarietà il celeberrimo personaggio del commissario parigino dal fiuto infallibile, amante della casa e della buona cucina. Lo stesso Simenon considererà quella di Cervi tra le migliori interpretazioni del personaggio di Maigret. La serie interpretata da Gino Cervi, che conterà alla fine più di 16 film-tv e un film per il cinema, ottenne uno strepitoso successo di pubblico, anche grazie alla caratterizzazione assai personale e riuscita dell’attore bolognese, capace di tenere incollati davanti allo schermo l’Italia intera per otto anni di fila. Tra gli interpreti non francesi del commissario Maigret, Gino Cervi merita senza dubbio il posto d’onore, protagonista di tutti gli episodi realizzati dalla Rai e dell’unico film italiano destinato al grande schermo, “Maigret a Pigalle”(1967) il quale avrà un grande successo di pubblico in sala. Quando si cala nei panni del commissario, Cervi ha 63 anni, ma bastano pochi ritocchi al colore dei capelli e dei baffi per rendere del tutto credibile la scelta. L’attore ha il physique du ròle, il suo accento bolognese evoca in qualche modo la provincia gaudente da cui proviene il Maigret letterario, il suo fare burbero e allo stesso tempo pieno di calore umano conferma l’assoluta identità tra l’interprete e il personaggio conosciuto attraverso le pagine dei gialli Mondadori. Persino Simenon riconobbe che Cervi era perfetto nei panni del suo commissario ed era stata una scelta molto azzeccata. Le produzioni televisive italiane risalgono agli anni ’60 e ’70. Tutte dirette da Mario Landi, comprendono “Le inchieste del commissario Maigret”(1965), “Le nuove inchieste del commissario Maigret”(1966) e “Le nuove inchieste del commissario Maigret/ seconda serie”(1968/72).Oltre a Cervi vi è un’altra presenza insostituibile, quella di Andreina Pagnani nel ruolo della pazientissima Madame Louis, moglie del commissario.

Il perfetto commissario Maigret di Gino Cervi, con tanto di immancabile pipa in bocca.
Il perfetto commissario Maigret di Gino Cervi, con tanto di immancabile pipa in bocca.
“Maigret a Pigalle”(1967) è l’unica trasposizione puramente cinematografica del romanzo simenoniano realizzata dal regista Mario Landi e da Gino Cervi.
La locandina d'epoca del film
La locandina d’epoca del film “Maigret a Pigalle”(1967), con il quale Gino Cervi confermò il grande successo di pubblico che aveva ottenuto in televisione, nei panni del famoso commissario Maigret.

Dal canto suo, per concludere, invece Fernandel avrà tra le più grandi soddisfazioni, non solo della sua carriera professionale, ma della sua vita privata, quella che avvenne il 18 gennaio del 1953. Allorquando Fernandel, divenuto famoso con la sua interpretazione di Don Camillo, si trovava a Roma con la figlia Jeanine, e arrivò loro un invito molto speciale. Pio XII, saputo della sua presenza in città, invitò in Vaticano l’attore e la figlia per incontrare «…il prete più conosciuto della cristianità dopo il Papa».

Quella volta in cui papa Pio XII invitò in Vaticano Fernandel e la figlia per incontrare «...il prete più conosciuto della cristianità dopo il Papa». Era il 18 gennaio del 1953: un'emozione unica per il grande attore francese, ma ormai italiano di adozione e non solo per le sue origini piemontesi.
Quella volta in cui papa Pio XII invitò in Vaticano Fernandel e la figlia per incontrare «…il prete più conosciuto della cristianità dopo il Papa». Era il 18 gennaio del 1953: un’emozione unica per il grande attore francese, ma ormai italiano di adozione e non solo per le sue origini piemontesi.

La storia di due grandi amici, di due grandi attori, che hanno attraversato universalmente quella di due differenti cinematografie, quella italiana e quella francese, che si sono fuse in un unico abbraccio, nei capolavori delle avventure di Don Camillo e di Peppone. Fernandel e Gino Cervi hanno saputo a poco a poco entrare nelle coscienze e nei cuori della gente, così in profondità da superare quella barriera spazio-temporale, che spesso è la differenza tra attori ritenuti retrò e attori, che in un certo senso rimangono allo scorrere impetuoso del tempo, delle mode e dei gusti che mutano in fretta. Ebbene loro ci sono, oggi più che mai, grazie alla loro freschezza interpretativa, alla loro splendida vis comica e grazie in fondo anche a quei due personaggi così curiosi, ma così tanto italiani, che più di ogni altro gli si sono rimasti cuciti addosso in maniera indelebile: Don Camillo e Peppone.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...