Gli anni ’80 e ’90 del cinema italiano: la crisi, i successi, i personaggi e i film d’autore

Gli anni '80 e '90 del cinema italiano: la crisi industriale dell'apparato cinematografico, i trionfi dei nuovi
Gli anni ’80 e ’90 del cinema italiano: la crisi industriale dell’apparato cinematografico, i trionfi dei nuovi “personaggi” del nostro cinema e i successi non sporadici del periodo. Da Massimo Troisi, Carlo Verdone e Roberto Benigni, un viaggio nel ventennio di fine secolo, concluso degnamente nel 1998 col trionfo de “La vita è bella” di e con Roberto Benigni.

Agli albori del nuovo decennio si avvertono i primi sintomi di una crisi che esploderà nella seconda metà degli anni ottanta e che si protrarrà, con alti e bassi, fino all’inizio degli anni novanta. Per dare un’idea delle proporzioni di questa crisi industriale, basti pensare che nel 1985 vengono prodotti soltanto 80 film (il minimo dal dopoguerra) e il numero totale di spettatori dai 525 milioni del 1970 scende inesorabilmente a 123 milioni. Si tratta di un processo fisiologico, che investe nello stesso periodo altri Paesi dalla grande tradizione cinematografica come il Giappone, la Gran Bretagna e la Francia. La crisi colpisce soprattutto il cinema italiano di genere, il quale, in virtù dell’affermazione della televisione commerciale, viene privato della stragrande maggioranza del suo pubblico. Cosicché, i film di genere realizzati negli anni ottanta non fanno altro che copiare pedissequamente i blockbuster d’oltreoceano, con il risultato di produrre semplici film di serie B, i quali finiscono direttamente nel circuito dell’home video. Di conseguenza le sale cinematografiche italiane si trovano ad essere monopolizzate dalle più abbienti pellicole hollywoodiane, che da qui in poi prenderanno il sopravvento. In questi anni viene a tramontare la commedia all’italiana, in virtù del progressivo esaurirsi della vena creativa dei propri maestri o dei suoi massimi mentori. Eppure i vari Monicelli, Scola, Fellini, Bertolucci, e davanti alla macchina da presa, Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi e Mastroianni, saranno ancora in grado di tirare fuori dal cilindro i loro ultimi grandi colpi, segnando in maniera indelebile il ventennio in questione, almeno fino alla prima metà degli anni ’90. All’inizio degli anni ’80, il maestro Monicelli dipinge su un Alberto Sordi in grandissima forma, uno dei personaggi più importanti della carriera del grande Albertone, quel “marchese Onofrio del Grillo”, protagonista della pellicola “Il marchese del Grillo”(1981), nobile burlone, che fa parte della guardia di papa Pio VII, ai tempi dell Roma papalina di inizio ottocento, destinato ad entrare nell’immaginario comune popolare grazie ad uno straordinario successo di pubblico. Il protagonista è infatti interamente e deliziosamente costruito attorno alla grande capacità dell’attore romano di interpretare e caratterizzare maschere popolari sempre in bilico tra sentimenti umani contrastanti. Il film rappresenta una commedia popolare, un’opera di puro intrattenimento teatrale nella quale i giochi di battute, condite di abbondante dialetto romanesco, di situazioni paradossali, di scambio di persone, determinano totalmente la comicità. E questo è stato il segreto dell’enorme successo della pellicola, con una chicca di Sordi, entrata nell’immaginario popolare:a un gruppo di popolani arrestati perché coinvolti con lui in una rissa, spiega lapidario la propria immunità alla legge, «Io sono io, e voi non siete un cazzo».

Alberto Sordi nel film
Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo”(1981), capolavoro di Mario Monicelli rimasto nell’immaginario popolare.

In uno scenario desolante, in cui la tv ha letteralmente saccheggiato i magazzini dei produttori cinematografici e manda in onda un quantitativo spropositato di film, di fatto inducendo il pubblico a disertare le sale e contribuendo a mettere in crisi l’industria della celluloide, la crisi del mercato cinematografico diventa anche crisi creativa. Cessata la spinta per l’innovazione e la ricerca, si aprono orizzonti diversi e più dozzinale che puntano al guadagno facile e immediato. L’ormai defunta commedia all’italiana viene rimpiazzata dalla farsa pecoreccia e fine a se stessa, che porterà alla creazione dei “cinepanettoni” o collaterali simili, farsacce con dialoghi scurrili, che raggiungerà il suo apice di indecenza agli inizi degli anni ‘2000, con pellicole come “Natale sul Nilo”“Natale in India”, sia pur avendo nei cast attori tutt’altro che mediocri, come Christian De Sica o Massimo Boldi. In un contesto simile, dicevamo, è arduo, già agli inizi degli anni ’80 individuare buoni soggetti su cui impegnarsi, soprattutto riferito ad attori, di consumata fama, che hanno fatto dell’ottimo, e in svariati casi, eccelso livello delle pellicole da loro interpretate, la base principale della loro carriera. Un attore su tutti, di indiscusso talento e fama internazionale, come Ugo Tognazzi, si trova a dibattere in questo scenario desolante. Ma qualcosa che rasenti il capolavoro riesce a tirare fuori dal cilindro: due film su tutti nel decennio, “La tragedia di un uomo ridicolo”(1981)“Amici miei: atto II”(1982). Se la seconda pellicola, sempre diretta da Mario Monicelli, è l’ottima continuazione della avventure dei cinque amici vitelloni cinquantenni, che organizzando burle esorcizzano la morte, con Tognazzi sempre leggendario nei panni dello spiantato conte Lello Mascetti; la prima, diretta da Bernardo Bertolucci, è quella che consegna Tognazzi definitivamente nell’olimpo dei grandi interpreti del cinema mondiale. Ne “La tragedia di un uomo ridicolo” di Bernardo Bertolucci, Tognazzi interpreta magistralmente un industriale a cui hanno rapito il figlio, e che decide di investire nella propria azienda i soldi raccolti per il riscatto quando gli comunicano l’uccisione del figlio. Ma il figlio non era morto e la truffa tentata gli si rivolterà contro. Un amara, terribile riflessione sul rapporto tra padri e figli, ma anche lucida rappresentazione della borghesia italiana che cerca di barcamenarsi tra le incertezze di quegli anni. Un film sulla perdita dei valori, dei sentimenti, “tutto sulle spalle di un meraviglioso Tognazzi, attore comico che qui coinvolge, sorprende, sconvolge, incanta…”. Il film esaltato dalla critica, viene presentato in concorso al Festival di Cannes in quello stesso anno e Tognazzi è candidato per la quarta volta come miglior interprete maschile della prestigiosa kermesse francese. E’ in lizza per quella “Palma d’oro” a Cannes, tante volte sfiorata, ma mai vinta, e che sarebbe la sua consacrazione nel mondo del cinema. La gioia trasmessagli dall’incontro con un grande regista come Bertolucci, in anni così bui per il cinema italiano, seguita dall’euforia divampata per la successiva assegnazione, tra applausi scroscianti, della Palma d’oro come miglior interprete maschile al festival di Cannes, non è sufficiente a levare al sensibile Tognazzi l’amaro di bocca, sia pur nell’ovvia soddisfazione di aver vinto, forse, il premio più prestigioso che un attore possa vincere nella sua carriera. Quel riconoscimento lo giudica tardivo; era stato in più occasioni a un soffio dal ritirarlo, ma gli era solo e sempre passato sotto il naso: una volta perchè i giurati avevano deciso di assegnarlo a un attore brasiliano e dunque alla cinematografia emergente; un altra perchè i francesi avevano boicottato “La donna scimmia”, reo di aver fatto a pezzi l’icona di Annie Girardot; un’altra perché alla sua interpretazione nell’“Immorale” era stata preferita quella di un oscuro attore israeliano dal momento che era appena scoppiata la Guerra in medio oriente; un’altra ancora perché Ingrid Bergman, che presiedeva la giuria, aveva minacciato di andarsene se fosse stata concessa una qualsiasi gratifica a “La grande abbuffata”, un film a suo dire indecente. Ora che con “La tragedia di un uomo ridicolo”, finalmente si pose rimedio a quell’ingiustizia ventennale, Tognazzi non sa gioirne fino in fondo. Lo avverte quasi come un risarcimento, non proprio come un premio, oppure non come un premio all’interpretazione del film, ma quasi come se fosse una Palma d’oro alla carriera, quindi risarcitoria.

Foto sul set del film 'La tragedia di un uomo ridicolo' 1981, pellicola con cui Ugo Tognazzi vinse a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Nello scatto dietro le quinte è ritratto insieme al regista Bernardo Bertolucci e all'attrice Anouk Eimee.
Foto sul set del film ‘La tragedia di un uomo ridicolo’ 1981, pellicola con cui Ugo Tognazzi vinse a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Nello scatto dietro le quinte è ritratto insieme al regista Bernardo Bertolucci e all’attrice Anouk Eimee.

Come si può notare, gli ultimi colpi della “vecchia” guardia del cinema italiano, sono tutt’altro che “colpetti”, e anche Nino Manfredi non è da meno rispetto all’amico e collega Tognazzi. Nel 1980 esce nelle sale “Cafè express”, diretto da Nanny Loy, e interpretato in maniera memorabile da Nino Manfredi nel ruolo di Michele Abbagnano venditore abusivo di caffè sulla tratta ferroviaria per Napoli, a detta di molti la sua interpretazione più intensa e sofferta. Tra comicità e patetismo, un mondo di risorse e umanità, affidato all’estro agrodolce del grande Manfredi, che rende appieno l’intenzione del regista. E a coronare questa sua stupenda interpretazione, Nino Manfredi vinse l’ennesimo David di Donatello della sua carriera come miglior attore protagonista.

Nino Manfredi nel ruolo del venditore ambulante di caffè Michele Abbagnato, nel film
Nino Manfredi nel ruolo del venditore ambulante di caffè Michele Abbagnato, nel film “Cafè express”(1980), a detta di molti la sua interpretazione più intensa e sofferta.

Nel 1987 un film su tutti trova il consenso unanime di pubblico e critica ed esce vincitore (solo) morale dal festival di Cannes: “La famiglia”, splendido ritratto di una famiglia italiana del ‘900 diretta dal maestro Ettore Scola e interpretata da attori di gran classe come Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Carlo Dapporto. Il film che è stato anche candidato all’Oscar come miglior film straniero, racconta la storia di Carlo ( Vittorio Gassman) e della sua famiglia della media borghesia romana. Molti gli avvenimenti: l’avvicendarsi delle generazioni, battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi, attraverso ottant’anni della storia d’Italia, dal 1906 al 1986, la storia di una famiglia per raccontare più in generale la storia del nostro paese e dei numerosissimi cambiamenti sociali ed economici avvenuti. Un film di attori ( su tutti Gassman e Carlo Dapporto), una bella prova di professionismo e maestria narrativa, di sintesi all’insegna dell’armonia. Scola riesce nell’impresa di rendere straordinaria l’insignificante avventura esistenziale del protagonista, a cavallo tra comicità e patetismo. Scola riesce a tenere a bada l’emozione intensa, perfino la forza del ricordo è coscientemente controllata, fermata nel passato, sotto il trucco e sotto la polvere: un film malinconico, ma memorabile. E il personaggio interpretato da Vittorio Gassman, è la perfetta chiusura del cerchio così come era stato pensato dal regista e reso meravigliosamente dal “mattatore” del cinema italiano. Gassman oltretutto si aggiudicherà il David di Donatello come miglior attore protagonista della stagione 1987, l’ennesimo della sua sfolgorante carriera.

Vittorio Gassman tra Fanny Ardant e Stefania Sandrelli nel 1987 al festival di Cannes per la presentazione del film
Vittorio Gassman tra Fanny Ardant e Stefania Sandrelli nel 1987 al festival di Cannes per la presentazione del film “La famiglia”(1987).

Nonostante questi ultimi grandi “fuochi”, è ovvio che gli attori di punta della cinematografia italiana con l’avanzare dell’età, diradino la loro presenza cinematografica, e vengano affiancati da una nuova generazione di interpreti di indiscusso valore, su tutti Carlo Verdone, Massimo Troisi e Roberto Benigni. Nel 1980 il cineasta Carlo Verdone propone nel film “Un sacco bello” un’originale vena comica supportata da un impianto narrativo conforme agli schemi classici della commedia all’italiana. L’esordio al cinema di Verdone come regista e attore avvenne sotto l’egida addirittura del grande Sergio Leone, che si spese affinché “Un sacco bello” vedesse la luce, convincendo la Medusa a produrre e distribuire il film. Realizzato in cinque settimane con un budget di 500 milioni di lire, il film si guadagnò i favori di critica e pubblico, con un incasso di oltre 2 miliardi. Verdone fino a quel momento aveva lavorato in teatro e in televisione, dando prova delle sue doti di trasformismo comico. Diviso in tre episodi che si sviluppano sullo sfondo di una Roma semideserta ( siamo a ferragosto), “Un sacco bello” è costruito intorno a tre personaggi, comici e al contempo malinconici, tutti interpretati da Verdone, con una vis comica di incredibile efficacia. Verdone pone qui le basi del suo cinema: una galleria di tipi umani variamente caratterizzanti e una comicità attraversata da una vena di profonda malinconia, dettata soprattutto dalla spesso penosa situazione dei suoi personaggi. E’ da molti considerato l’erede naturale di Alberto Sordi (anche se lui ha negato spesso questo accostamento), per la capacità di far rivivere nel contesto degli anni ’80 una figura di abitante della capitale che, in tutte le sue sfaccettature anche contrastanti, rappresenta l’archetipo dell’italiano medio. Sordi e Verdone, uniti da una forte amicizia, hanno anche girato due pellicole insieme, entrambe da loro sceneggiate con Rodolfo Sonego: “In viaggio con papà”(1982), per la regia dello stesso Sordi, e “Troppo forte”(1986) diretto da Verdone stesso. Il successo dei suoi personaggi stralunati e bizzarri è immediato e porterà l’attore a produrre per tutti gli anni ’80 numerose pellicole, tra le quali si ricordano: “Bianco, rosso e Verdone” (con Elena Fabrizi e Mario Brega), “Borotalco” (con Eleonora Giorgi), “Acqua e sapone” (1983), “Io e mia sorella” (1987) e il film corale “Compagni di scuola” (1988). Tra i vari riconoscimenti Verdone vanta ben nove David di Donatello e otto Nastri d’argento, arricchita con la partecipazione nel ruolo di co-protagonista al film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”(2013), che si è aggiudicata l’Oscar come miglior film straniero. Il laboratorio di maturazione e crescita dell’artista è da ritrovarsi nel programma televisivo “Non stop”, che dal 1978 in poi sforna una ricca fucina di talenti tra i quali Massimo Troisi, lo stesso Carlo Verdone, Roberto Benigni, Lello Arena, Diego Abatantuono.

I tre buffi personaggi interpretati dal grande Carlo Verdone nel film
I tre buffi personaggi interpretati dal grande Carlo Verdone nel film “Un sacco bello”(1981), la pellicola che lo lanciò nel cinema italiano.

E nello stesso verso può essere inteso il curioso film “Il pap’occhio”(1980) diretto dallo showman Renzo Arbore, importante per capire come il confine tra cinema e televisione si stia andando rapidamente dissolvendo. In maniera goliardica e sgangherata il film racconta dell’incarico di costruire un palinsesto per la televisione Vaticana assegnato dal papa a Renzo Arbore. Tutti i personaggi che gravitavano attorno al personaggio di Renzo Arbore, legati da lui da una stretta amicizia, nonché quelli che lavoravano insieme a lui nella trasmissione “L’altra domenica”, sono stati quindi coinvolti nell’avventura, interpretando se stessi nel film. Tra questi da ricordare senza dubbio i monologhi deliranti di Roberto Benigni e l’accento “terrunciello” di Diego Abatantuono. Non figura nel film, pur facendo parte della schiera dei più stretti amici di Arbore, nonché dei più importanti attori emergenti, quel Massimo Troisi, che di lì a poco dominerà tutto il cinema italiano degli anni ’80 e nella prima metà di quello successivo con il suo modo personalissimo di interpretare il cinema, prima che lo colga la sua morte prematura avvenuta nel 1994.

Una bizzarra parodia dell'Ultima cena, nel film
Una bizzarra parodia dell’Ultima cena, nel film “Il pap’occhio”(1980), con Roberto Benigni, Andy Luotto e Renzo Arbore, che del goliardico film ne è anche l’ideatore e il regista.

Massimo Troisi debutta al cinema con la pellicola “Ricomincio da tre”, che svela al pubblico cinematografico tutta la sua comicità innovativa e umorale. Il film, acclamato dalla critica, permette a Troisi di ottenere tre Nastri d’argento (tra i quali uno per il miglior regista esordiente e uno per il miglior attore esordiente) e due David di Donatello per il miglior film e per il miglior attore. Dopo l’uscita della pellicola “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, nel 1983 dirige e interpreta “Scusate il ritardo”, che addirittura ottiene un successo ancora maggiore del suo film d’esordio, con Giuliana De Sio, dove l’attore ha modo di riproporre le caratteristiche dei suoi personaggi precedenti. Nel 1984 arriva nelle sale cinematografiche “Non ci resta che piangere”, diretto e interpretato assieme all’amico e collega Roberto Benigni. L’opera è ricca di citazioni ed è rimasta nell’immaginario collettivo per le numerose invenzioni ideate dai due artisti. Fra le tante, si menziona la scena della scrittura della lettera a Girolamo Savonarola, chiara citazione dell’analoga scena interpretata da Totò e Peppino De Filippo in “Totò, Peppino e la… malafemmina”. Il film ebbe un successo di pubblico senza precedenti, pieno di gag e tormentoni entrati nel linguaggio comune e divenuti immortali. I due comici, grandi amici, simili per l’uso personale della parola e della mimica e per il ricorso al dialetto, ma anche profondamente diversi per l’appartenenza a due universi culturali tra loro assai distanti, appaiono come complementari in questo che restò il loro unico film recitato in coppia.  La consacrazione di Massimo Troisi avvenne nel 1989 alla 46esima edizione del festival di Venezia, quando vinse il premio come miglior interprete maschile ex aequo con Marcello Mastroianni per il film “Che ora è?”(1989), diretto da Ettore Scola, ed interpretato proprio dalla insolita coppia. Un film sublime sulle difficoltà di comunicazione tra un padre e un figlio costruito sulle qualità recitative eccezionali dei due attori, che infatti trionfarono a Venezia. Pochi mesi prima c’era stato anche “Splendor”(1989), sempre diretto da Scola e sempre interpretato dalla coppia Troisi-Mastroianni, un film malinconico, perfetto, memorabile e nostalgico: un amarcord per i film del passato e per una stagione ormai conclusasi, di cui è metafora la chiusura della sala, appunto lo Splendor del titolo. Mastroianni ne interpreta il proprietario, Troisi il suo proiezionista appassionato morbosamente a tutto ciò che riguarda il cinema. Presentato in concorso alla 42esima edizione del festival di Cannes, ottenne la nominations come miglior film della kermesse. Curioso come questo film sulla morte del cinema in sala e sul ricordo di un glorioso passato, venga interpretato da chi ne è stato uno dei massimi esponenti a livello mondiale (Mastroianni); e da chi si accingeva a diventarlo (Troisi).

Il film d'esordio di Massimo Troisi,
Il film d’esordio di Massimo Troisi, “Ricomincio da tre”(1981), campione di incassi della stagione, lanciò la stella di Troisi nell’olimpo dei grandi del cinema italiano, facendo incetta di premi nazionali. Troisi infatti vinse il David di Donatello come miglior film e miglior attore protagonista, e anche il Nastro d’argento come miglior regista esordiente. Ancora oggi, il film detiene il record di maggiore permanenza nelle sale cinematografiche italiane, con più di 600 giorni di programmazione.
Ettore Scola, Massimo Troisi e Marcello Mastroianni in una pausa sul set del film
Ettore Scola, Massimo Troisi e Marcello Mastroianni in una pausa sul set del film “Che ora è?”(1989). Il duo di protagonisti Troisi-Mastroianni, sempre diretti da Ettore Scola si erano già visti nel film “Splendor”(1988), di pochi mesi prima.

In questi anni, anche Roberto Benigni arriva al successo, il quale dopo alcune felici prove nei film “Berlinguer ti voglio bene” e “Chiedo asilo”, rispettivamente di Giuseppe Bertolucci e Marco Ferreri, mette in scena tutta la sua verve comica nel film da lui diretto “Tu mi turbi”, uscito nelle sale nel 1983,è un film diviso in quattro episodi molto divertente, nei quali si parla in un modo o nell’altro di Dio, e venne molto apprezzato da pubblico e critica La sua irruenza satirica (propria del vernacolo toscano), unita ad una studio maturo della commedia degli equivoci porterà l’artista a dirigere pellicole di grande successo come “Il piccolo diavolo” (1988), “Johnny Stecchino” (1991) e “Il mostro”, del 1994.

Roberto Benigni in una scena del film
Roberto Benigni in una scena del film “Tu mi turbi”(1983), il suo esordio alla regia cinematografica. Il film, costruito ad episodi, diverte e convince nella sua semplicità.

All’interno di questa “nuova ondata” va sottolineata l’opera dell’attore romano Enrico Montesano, che per tutti gli anni ’70 e ’80 ha coniugato la propria attività teatrale a pellicole cinematografiche disimpegnate, non trascurando incursioni più serie e mature. Infatti, dopo l’interpretazione di “Febbre da cavallo” di Steno in coppia con Gigi Proietti (1976), gli anni ’80 sono molto proficui sul fronte cinematografico. È del 1982 il ruolo de “Il conte Tacchia” di Sergio Corbucci accanto a Vittorio Gassman e Paolo Panelli, seguito dal film “Più bello di così si muore”, del regista Pasquale Festa Campanile. Nel 1984 è diretto nuovamente da Steno in “Mi faccia causa” e l’anno successivo, grazie al film “A me mi piace”, vince il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior regista esordiente. Nel 1985 è poi splendido protagonista in “I due carabinieri”, accanto all’altrettanto grande Carlo Verdone. La pellicola divenne subito campione d’incasso della stagione e si aggiudicò il Biglietto d’oro AGIS, registrando la più alta presenza al botteghino dell’anno solare. A seguire arriva la collaborazione con Mario Monicelli ne “I picari” e quella con Maurizio Ponzi ne “Il volpone”, entrambi del 1987.

Enrico Montesano e Carlo Verdone in una scena del film campione di incassi della stagione 1984,
Carlo Verdone e Enrico Montesano in una scena del film campione di incassi della stagione 1984, “I due carabinieri”.

Dal punto di vista autoriale, Michelangelo Antonioni ripercorre il tema dell’alienazione nel film “Identificazione di una donna” (con Tomas Milian), uscito nel 1982. Il film, presentato al festival di Cannes nello stesso anno, darà l’occasione al regista di ricevere una Palma d’oro speciale per l’insieme della sua opera. Dal canto suo Federico Fellini, parimenti, prosegue la sua ricerca surrealista e onirica nei film “E la nave va”(1983) e soprattutto “La città delle donne” (1980) e “Ginger e Fred” (1985), dove ritrova come primo attore l’amico Marcello Mastroianni. Su queste due pellicole val la pena aprire un’ampia parentesi. “La città delle donne”(1980) è un film dalle caratteristiche tipicamente felliniane, la storia grottesca, onirica e visionaria di un uomo che, per seguire una donna che gli appare durante un viaggio in treno, si trova coinvolto in una sorta di incubo avventuroso dove varie figure di donna lo inseguono, lo irretiscono, cercano di linciarlo, lo processano, lo condannano. Al risveglio di quest’incubo l’uomo si ritrova con la moglie nello scompartimento, mentre il treno entra in una galleria, metafora della sessualità. Il personaggio di Mastroianni ha molto in comune col protagonista di “Otto e mezzo” (1963,sempre interpretato da Mastroianni), di cui riprende il soprannome Snaporaz e la visione delle donne, creature sognate ma che nello stesso tempo gli incutono timore, che popolano le sue visioni, i suoi ricordi e i suoi sogni. In questo personaggio Mastroianni ancora una volta è allo stesso tempo alter ego del regista, di cui riprende nel trucco le fattezze fisiche, ma allo stesso tempo anche autoritratto, cercando di portare in Snaporaz tutta l’ironia, l’amore giocoso, la visione in parte goliardica in parte ammirata del mondo femminile caratteristica dei due amici Marcello e Federico, che insieme si divertono a inventare filastrocche allusive, fare lunghi giri in macchina, commentare le ragazze che li circondano e che rendono più divertente la loro vita. Mastroianni viene ancora una volta lodato come perfetto alter ego del regista riminese, Morandini in particolare specifica che “ritornando ad essere portavoce, strumento, tramite del regista, Mastroianni offre una delle più misurate e sottili interpretazioni della sua carriera”. Tutti comunque sono concordi nel riconoscere la potenza visionaria del regista, che nella sua descrizione carnale e formosa delle donne e nel ritratto chiassoso, colorato e rutilante dell’ambiente in cui si muovono i personaggi, sembra anticipare molta della superficialità e della sfacciata opulenza di quello che sarà la fine del secolo. “Ginger e Fred”(1986) a sua volta ha come protagonisti Giulietta Masina, l’attrice preferita di Fellini,nonché sua moglie da quasi 50 anni; e ancora una volta Marcello Mastroianni, l’attore preferito del regista riminese, nonché suo alter ego. Il film racconta la storia di Amelia ( G. Masina) e Pippo ( Mastroianni) due ex artisti che hanno alle spalle un modesto ma entusiasmante trascorso come ballerini di avanspettacolo specializzati nell’imitazione dei numeri di danza di Fred Astaire e Ginger Rogers. Dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, i due ormai attempati danzatori accettano l’offerta di una tv privata italiana di partecipare ad uno show televisivo. Il momento del loro numero di danza arriva, ma un black out lo interrompe sul nascere: nell’oscurità dello studio televisivo Amelia e Pippi comprendono la loro estraneità a quel modo di fare spettacolo. La coppia si convince che il miglior finale per Ginger e Fred sia l’abbandono della ribalta proprio mentre l’occhio di bue è spento, ma quando i due decidono di andarsene l’elettricità ritorna e il loro numero di danza deve riprendere, e qui la loro magia, per un attimo, si prenderà una rivincita sulla volgarità del mondo degli spot e degli sponsor. Il film è una feroce satira della cultura del consumismo e del mondo delle TV private, che Fellini detestava specialmente per la cattiva abitudine di interrompere i film con gli spot pubblicitari. Lo strapotere della pubblicità cancella ogni poesia, mettendo al centro della scena la figura scialba di un presentatore televisivo, ferocemente ritratto da Fellini. Il telequiz e la pubblicità sono rappresentati come le forme dominanti e alienanti della nuova cultura di massa. In forma ora sognante ora inquietante il film esprime un cupo pessimismo di fondo, mitigato solo dalla dolcezza dei due protagonisti e dalla loro storia d’amore, e sembra anticipare profeticamente i tratti salienti delle forme di comunicazione e dominazione della società di massa contemporanea. La critica di Fellini alla tv commerciale ( il riferimento non certo velato è alle emittenti di Silvio Berlusconi che all’epoca si stavano consolidando) si inserisce sulle vicende personali dei due vecchi ballerini, che rivivono la malinconia dei tempi perduti e il rimpianto di un amore lasciato a metà. Infatti il film è anche una tenera storia d’amore, in equilibrio perfetto tra sentimento ed ironia, con due attori che dir sublimi è dir poco. Dalla nominations all’Oscar come miglior film straniero, a quella ottenuta ai BAFTA nella stessa categoria, la pellicola fece incetta di premi, tra i quali i più importanti sono il David di Donatello e il Nastro d’argento a Marcello Mastroianni entrambi nella categoria “miglior attore protagonista”; e il Nastro d’argento a Giulietta Masina nella categoria “miglior attrice protagonista”.

Federico Fellini istruisce il suo alter ego cinematografico Marcello Mastroianni, sul set del film
Federico Fellini istruisce il suo alter ego cinematografico Marcello Mastroianni, sul set del film “La città delle donne”(1980), ancora un altro capolavoro della coppia Fellini-Mastroianni.
Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, nei panni rispettivamente di Ginger e Fred, due attempati ex ballerini di avanspettacolo. Diretti da Federico Fellini, Mastroianni e la Masina, danno ancora una volta prova del loro indiscusso ed enorme talento.
Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, nei panni rispettivamente di Ginger e Fred, due attempati ex ballerini di avanspettacolo. Diretti da Federico Fellini, Mastroianni e la Masina, danno ancora una volta prova del loro indiscusso ed enorme talento.

Un caso a parte costituisce l’imponente affresco di “C’era una volta in America”(1984), diretto da Sergio Leone che si avvale di un cast di attori stranieri e una produzione tutta hollywoodiana. Tratta dal romanzo di Harry Grey The Hoods del 1952, la pellicola narra, nell’arco di quarant’anni, le drammatiche vicissitudini del criminale David Aaronson (interpretato da Robert De Niro) e del suo progressivo passaggio dal ghetto ebraico all’ambiente della malavita organizzata nella New York del proibizionismo. La pellicola, malgrado lo scarso successo di pubblico, col passare degli anni, è stata dichiarata come una delle più importanti dell’intera cinematografia italiana, quasi sempre richiamata nelle classifiche di preferenza di pubblico e critica. Tra le poche rivelazioni del decennio meritano d’essere ricordati Carlo Mazzacurati che debutta con “Notte italiana” e Giuseppe Tornatore, che esordisce nel 1986 con la pellicola “Il camorrista”, liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo che narra la biografia romanzata del boss della camorra Raffaele Cutolo.

Il grande Sergio Leone mentre istruisce le comparse sul set del suo capolavoro
Il grande Sergio Leone mentre istruisce le comparse sul set del suo capolavoro “C’era una volta in America”(1984). Il mito di un maestro inarrivabile del cinema italiano.

Arrivati alle soglie degli anni ’90 c’è da analizzare come questi due decenni, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi per alcune tragedie premature, registrino una marea di lutti nel mondo del cinematografo, lasciando intuire come sia davvero giunta la fine di un’epoca. Già nel 1980 erano deceduti artisti, anche leggendari come Peppino De Filippo e Macario; nel 1984 era morto il grande Eduardo De Filippo; nel 1986 toccherà a Nino Taranto; nel 1988 a Steno. Ma è nella prima metà degli anni ’90, che ci lasciano pezzi enormi della storia del cinema italiano: nel 1990 muoiono Ugo Tognazzi e Aldo Fabrizi; nel 1991 tocca a Walter Chiari e pochi giorni dopo nel 1992 anche a Renato Rascel; pochi mesi dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera, nel 1993 muore Federico Fellini, seguito pochi mesi dopo dalla moglie Giulietta Masina, che non riuscì a superarne il dolore. Poi, e più struggente di così non si può, il 4 giugno del 1994, subito dopo la fine delle riprese del capolavoro “Il postino”, morì, colto da arresto cardiaco, a poco più di 41 anni di vita, il grande Massimo Troisi. Il quale affetto da dei seri problemi al cuore, e in attesa di trapianto, aveva rinviato la data dell’operazione per portare a termine le riprese del film che lo aveva rapito e per il quale diede letteralmente la vita: “Lui stava male e ha voluto fare questo film a tutti i costi: tutti gli dicevano “ma dai, fai il trapianto e poi lo farai”, e lui diceva “No, questo film lo voglio fare con il mio cuore”. […] E poi questo film è il suo testamento morale. » (Renato Scarpa su Massimo Troisi). Nel 1995 morirà anche Marcello Mastroianni, forse l’attore più grande, di sicuro il più internazionale, della storia del cinema italiano.

Era il 5 giugno del 1994, quando tutti i quotidiani aprirono con questa notizia sconvolgente: la morte prematura a soli 41 anni del grande Massimo Troisi. L'attore italiano più richiesto e senza dubbio il più amato dell'ultima parte del secolo. Un lutto che colpì tutti quanti, proprio tutti, perchè Massimo era come uno di famiglia, un personaggio malinconico, ma anche comico e divertente che aveva conquistato tutti quanti.
Era il 5 giugno del 1994, quando tutti i quotidiani aprirono con questa notizia sconvolgente: la morte prematura a soli 41 anni del grande Massimo Troisi. L’attore italiano più richiesto e senza dubbio il più amato dell’ultima parte del secolo. Un lutto che colpì tutti quanti, proprio tutti, perchè Massimo era come uno di famiglia, un personaggio malinconico, ma anche comico e divertente. Un personaggio che fa parte delle nostre vite, un personaggio più unico che raro.

La crisi creativa ed economica emersa negli anni ottanta comincerà ad attenuarsi nel decennio successivo. Ciononostante, le stagioni 1992-1993 e 1993-1994 segneranno il minimo storico nel numero di film realizzati, nella quota di mercato nazionale (15%), nel numero totale di spettatori (sotto i 90 milioni annui) e nel numero di sale. L’effetto di questa contrazione industriale sancisce la definitiva affermazione della televisione come mezzo di intrattenimento privilegiato, tanto da inglobare in sé tutto il cinema di genere, non più idoneo a competere con i grandi blockbuster hollywoodiani. In tale situazione di ristagno emergono nuove personalità cinematografiche che raggiungono in breve tempo fama e notorietà internazionale. Tra queste il primo a distinguersi è il regista siciliano Giuseppe Tornatore. Dopo aver debuttato sul grande schermo con la pellicola “Il camorrista”, due anni più tardi realizza “Nuovo cinema Paradiso”, che riscuote un grande successo di pubblico e di critica, donandogli un vasto e ampio richiamo, grazie anche alla sublime interpretazione dell’attore francese Philippe Noiret, che proprio in Italia ha interpretato le sue migliori pellicole. Una commovente e nostalgica rassegna di storia e costumi patri dal punto di vista di una sala di provincia, e soprattutto la fenomenologia di un modo di consumare il cinema che si è perduto: quando i preti tagliavano le scene di baci, e il pubblico rideva e piangeva con i film di Totò, John Ford o Raffaele Matarazzo. Dopo alcuni imprevisti (tra cui alcuni tagli imposti dalla censura), il film si aggiudica il gran premio della giuria al Festival di Cannes e l’Oscar al miglior film straniero. Nel 1995 dirige poi Sergio Castellitto ne “L’uomo delle stelle”. Il lungometraggio vince il David di Donatello e il Nastro d’argento per la miglior regia, nonché il Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia. L’opera è anche candidata agli Oscar nella sezione relativa al miglior film in lingua non inglese.

Un'immagine di scena dal film
Un’immagine di scena dal film “Nuovo cinema Paradiso”(1988) di Giuseppe Tornatore, con Philippe Noiret splendido proiezionista di pellicole cinematografiche che spiega ad un giovane ragazzino (Salvatore Lo Cascio) la magia del cinematografo.Oscar come miglior film straniero nel 1989.

Altro regista ad imporsi tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta è senz’altro Gabriele Salvatores. Nel 1989 si fa notare per l’opera “Marrakech Express”, cui segue, nel 1990, “Turné”. Entrambi questi film vengono girati con l’attore Diego Abatantuono, con cui l’autore inizierà un connubio artistico protrattosi in molte altre pellicole. Nel 1990 riceve la candidatura agli European Film Awards nella categoria registi esordienti per “Turné”. Il terzo film, dal titolo “Mediterraneo”, conclude la cosiddetta “trilogia della fuga”, che verrà idealmente proseguita con il film del 1992 “Puerto Escondido”. L’opera gli vale il Premio Oscar come miglior film straniero, ricevuto dall’Academy nell’inverno dell’anno successivo. La pellicola si aggiudicherà altri premi tra cui il David di Donatello per il miglior film, il montaggio ed il suono ed un Nastro d’Argento per la regia. “Mediterraneo” è un film generazionale, ovvero un’opera che identifica, esprime e incarna la riflessione storica di una determinata generazione. La generazione alla quale il regista appartiene e alla quale si rivolge è quella che agli inizi degli anni novanta si ritrova orfana di un impegno politico «in bilico tra una utopia che sfuma e un realismo che incombe». A prima vista leggero e spensierato, il film di Gabriele Salvatores è una commedia malinconica che scorre via vivace, anche per merito della briosa sceneggiatura e dell’affiatamento degli attori, (su tutti il grande Diego Abatantuono, sublime nei panni del sergente maggiore Nicola Lo Russo, e Claudio Bisio) abituali compagni di strada del regista a teatro e sul grande schermo. Una pellicola ambientata in Grecia e collocata storicamente nel 1941, che è stata in grado di raccontare l’identità di una nazione, anche e soprattutto prendendo in esame anni terribili per la storia patria: il segreto del suo successo sta proprio in questo, nella storia di questa amicizia virile di un gruppo di soldati italiani, sbarcati a presidiare un’apparentemente isola deserta dell’Egeo nel giugno del 1941. Con la radio in avaria, e persi i contatti con tutto il resto del mondo, scoprono che l’isola è abitata soltanto da vecchi,bambini e donne, dopo che gli uomini sono stati tutti deportati dai tedeschi. Intessono legami e amicizie con gli abitanti dell’isola e alcuni decidono persino di rimanervi a guerra finita. A proposito di identità nazionale, bisogna dire che gli ozi a cui i protagonisti si dedicano sull’isola sono il pretesto ideale per riflessioni esistenziali, e sono metafora della crisi che un’intera generazione, alle prese con il crollo di certezze e ideologie, si ritrovava a vivere proprio agli inizi degli anni ’90. Tra “zingarate” e gesti di solidarietà verso gli isolani, gli otto militari, sospesi in un luogo e in un tempo irreali, vivono un’avventura senza precedenti, che segnerà profondamente le loro vite. “Se le cose fossero sempre così, che ti portano via le armi e ti lasciano con questa roba qua…”, chiosa seraficamente il sergente Lo Russo, interpretato da Diego Abatantuono, mentre fuma una pipa di hashish lasciata sull’isola da un trafficante turco. Un film che merita pienamente, il grosso successo, sia nazionale che internazionale, di critica e pubblico che ha ricevuto.

Una foto del cast del film
Una foto del cast del film “Mediterraneo”, che nel 1991 si aggiudicò l’Oscar come miglior film straniero. Vi si riconoscono attori di fama e di gran talento come Diego Abatantuono, Claudio Bigagli e Claudio Bisio.
Ancora un'altra immagine tratta dal film
Ancora un’altra immagine tratta dal film “Mediterraneo”, di Gabriele Salvatores. Qui Diego Abatantuono nel ruolo dell’umano sergente maggiore Nicola Lo Russo.

Opere non meno importanti uscite nella prima metà degli anni novanta sono certamente l’ultima fatica di Fellini (“La voce della Luna”, 1990), interpretata da Paolo Villaggio e Roberto Benigni, Jona che visse nella balena (1993), che mette in luce le qualità artistiche del cineasta Roberto Faenza e L’amore molesto (1995) dell’artista napoletano Mario Martone. Specialmente sul primo film val la pena soffermarcisi. “La voce della luna”, ultima pellicola diretta dal maestro Fellini, è un vero e proprio elogio della follia, ispirato al “Poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, del quale ne riprende il tono divagante e alcuni episodi (come quello della moglie insaziabile che si trasforma in vaporiera). Geniale e bizzarro come solo un film di Fellini riesce a essere, è una sintesi geniale dell’Italia degli anni ’90, così come “Amarcord” lo era per il fascismo e “La dolce vita” per gli anni di passaggio al boom. Influenzato dalla poetica romantica di Leopardi, a cui fa esplicito riferimento, “La voce della luna” è l’ultimo, estroso, viaggio onirico di Fellini, e narra la storia di Ivo Salvini ( Benigni), dimesso da un ospedale psichiatrico e innamorato della luna e dell’Aldina ( Nadia Ottaviani), oggetti irraggiungibili del proprio desiderio. Persuaso di sentire la voce dell’astro che gli sussurra dal fondo dei pozzi, Ivo trova un compagno in Adolfo Gonnella ( P.Villaggio), prefetto costretto alla pensione e ossessionato dai complotti. Ivo e Alfredo sono personaggi pieni di grazia e in conversazione segreta con la natura, simboli di una stagione della nostra civiltà e del cinema che furono e che ora lascia il posto a un’età sguaiata piena di relitti, interpretata da narcisisti di cui il mezzo televisivo è soltanto lo strumento di annunciazione. La poesia in immagini di Fellini è interpretata da due dei maggiori attori comici italiani, Paolo Villaggio e Roberto Benigni, delizioso nel disegnare questi due bizzarri personaggi, la cui comicità si ribalta in una pirandelliana tragicità esistenziale. Il loro viaggio surreale non presenta una trama lineare ma piuttosto un affiancarsi di eventi e avvenimenti apparentemente slegati, che offrono una valutazione e un’interpretazione intimamente lirica della società contemporanea postmoderna, dominata dai ritmi frenetici del consumismo. Per l’interpretazione del bizzarro e buffo prefetto in pensione, Paolo Villaggio vinse un meritatissimo Nastro d’argento come miglior attore protagonista. Da ultimo, è da evidenziare l’Ivo di Benigni, probabile alter ego di Fellini, che esorta il pubblico al viaggio senza meta e alla ricerca di sè. “Se tutti facessimo un pò di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”, sono le sue parole finali, dopo che i paesani hanno catturato la luna e in paese si è organizzata una ridicola tavola rotonda televisiva.

I due bizzarri, e quasi plautini, personaggi di Ivo e Adolfo alias Roberto Benigni e Paolo Villaggio, mentre parlano con la luna, nell'ultima pellicola del maestro Fellini,
I due bizzarri, e quasi plautini, personaggi di Ivo e Adolfo alias Roberto Benigni e Paolo Villaggio, mentre durante la notte parlano con la luna, nell’ultima pellicola del maestro Fellini, “La voce della luna”(1990). Poesia in immagini splendidamente resa dai due grandi comici.

Sempre in questo periodo si sviluppa un piccolo filone cinematografico di derivazione neorealista, ampiamente contaminato da tematiche civili più aderenti all’attualità. A tale filone (denominato Nuovo neorealismo) appartengono artisti emergenti tra i quali il giovane Marco Risi. Figlio del celebre regista Dino Risi, dopo aver diretto alcune commedie giovanili si indirizza verso un cinema più impegnato con pellicole come “Soldati – 365 all’alba” (1987) e il dittico “Mery per sempre” (1989) e “Ragazzi fuori” (1990), incentrati sulle storie di alcuni detenuti nel carcere minorile di Palermo. Nel 1991 vede la luce il pluripremiato “Il muro di gomma” , realistica rielaborazione dei numerosi depistaggi relativi alle indagini sulla strage di Ustica. Altre opere inseribili nel filone neo-neorealista sono “Ultrà” (1990), incentrato sulla violenza delle tifoserie calcistiche, “La scorta” (1993) ispirato alle contemporanee stragi mafiose siciliane e “Vite strozzate”, tutti diretti dal cineasta Ricky Tognazzi, figlio del grande Ugo. Da citare in questo senso anche “Teste rasate” (1993) di Claudio Fragasso, violento ritratto dell’ambiente skinhead e neonazista. Altra pellicola ascrivibile al genere e profondamente influenzata dai convergenti avvenimenti riguardanti Cosa nostra è “Giovanni Falcone” (1993) di Giuseppe Ferrara, lungometraggio che ripercorre gli ultimi giorni di vita dei magistrati siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, interpretati da Michele Placido e Giancarlo Giannini.

Un'immagine di Michele Placido nei panni del giudice antimafia Giovanni Falcone, barbaramente ucciso dalla mafia nel maggio del 1992, e qui interpretato nell'omaggio cinematografico del 1993, dal titolo appunto di
Un’immagine di Michele Placido nei panni del giudice antimafia Giovanni Falcone, barbaramente ucciso dalla mafia nel maggio del 1992, e qui interpretato nell’omaggio cinematografico del 1993, dal titolo appunto di “Giovanni Falcone”.

Gradualmente riprende quota anche la commedia, anch’essa rivisitata con temi e stili contemporanei: ricevono consensi “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” (1991) di e con un divertentissimo Massimo Troisi, splendida commedia romantica “d’amore, sull’amore, intorno e dentro l’amore, che ha avuto moltissimi sostenitori: piccolo piccolo e anarchico…uniforme e imprevedibile, fluidissimo e singhiozzante, febbricitante e dolcissimo”; “Io speriamo che me la cavo” (1992) di Lina Wertmuller (interpretato da Paolo Villaggio), “Stasera a casa di Alice”(1990), “Maledetto il giorno che t’ho incontrato” (1992) e “Perdiamoci di vista” (1994) rispettivamente del regista e attore romano Carlo Verdone. Sempre nel 1994 fa il suo esordio cinematografico il regista livornese Paolo Virzì, subito salutato dalla critica come una rivelazione. Tra i suoi primi lungometraggi si evidenziano: “La bella vita” (1994), “Ferie d’agosto” (1995) e “Ovosodo” (1997), quest’ultimo vincitore del gran premio della giuria al Festival di Venezia. Riceve grandi consensi di pubblico l’attore e regista toscano Leonardo Pieraccioni, specialmente con commedie leggere come “I laureati” (1995) e soprattutto “Il ciclone” (1996), per molti anni rimasto la pellicola che ha incassato di più nella storia del cinema italiano, con oltre 70 miliardi di lire di incasso. “Io speriamo che me la cavo” specialmente, merita un approfondimento. Tratto dall’omonimo libro di Marcello D’Otra, il film diretto dalla regista Lina Wertmuller, ebbe un grande successo di pubblico, divenendo una delle commedie più popolari degli anni ’90. Merito anche dell’ottima interpretazione di Paolo Villaggio, che con una finezza interpretativa come pochi, disegna magistralmente il personaggio di un maestro elementare del nord, che per un errore viene assegnato a una scuola elementare del napoletano. Incontra non poche difficoltà, ma pian piano riesce a farsi amare dai ragazzini che ha strappato alla vita di strada e alla delinquenza. Una pellicola intensa, lineare, quasi una commedia all’italiana fuori tempo massimo, una critica sociale lieve, ma non per questo meno efficace, delle periferie, troppo spesso lasciate sole dalle istituzioni latitanti e spesso colluse con la malavita.

Una scena del film
Una scena del film “Io speriamo che me la cavo”(1992) in cui un Paolo Villaggio tenero e sublime ( e lontano dai suoi soliti cliché) nei panni del maestro elementare che riesce con il suo amore per l’insegnamento, a strappare dalla strada e dalla delinquenza un gruppo di ragazzini del napoletano.
La locandina originale del film
La locandina originale del film “Perdiamoci di vista”(1994), diretto e interpretato da Carlo Verdone, insieme alla bella e sensuale Asia Argento. Una commedia romantica dal retrogusto un pò amarognolo, tipicamente in stile “Verdoniano”. Grande successo di pubblico.

Dal punto di vista autoriale si afferma agli inizi del decennio il cinema di Daniele Luchetti, costantemente diviso fra la classica commedia e una matura attenzione all’impegno civile. Fra le sue opere più significative sono senz’altro da citare “Il portaborse” (1991), con Nanni Moretti e Silvio Orlando, con quest’ultimo che appare anche nel successivo “La scuola”, del 1995. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta fa la sua comparsa la cineasta romana Francesca Archibugi (ancora molto attiva oggi). Debutta dietro la macchina da presa con la commedia “Mignon è partita”, che vede come protagonista Stefania Sandrelli. La pellicola si aggiudicherà nel 1988 cinque David di Donatello, tra cui quello per il miglior regista esordiente. Dopo la pellicola “Verso sera” (1990), con Marcello Mastroianni, dirige nel 1993 “Il grande cocomero”, avvalendosi dell’attore Sergio Castellitto. In quest’opera la Archibugi affronta il difficile tema della neuropsichiatria infantile, ispirandosi ad un saggio dello psichiatra Marco Lombardo Radice e alle sue esperienze nel reparto di via dei Sabelli a Roma. Il film si aggiudica due David di Donatello e il premio della Giuria Ecumenica al festival di Cannes.

La locandina originale del film
La locandina originale del film “Mignon è partita”(1988), che segna il debutto di una grande e affermata regista come Francesca Archibugi, che riesce, in maniera molto efficace, a mettere in scena la vita quotidiana con pochi movimenti di macchina, capaci però di dischiudere allo sguardo la compessità dei rapporti umani. Tutto reso attraverso gli occhi di una ingenua ragazzina parigina ( Céline Beauvallet).

Ma le due pellicole simbolo degli anni ’90, i due film in qualche modo più coinvolgenti (anche per ragioni extra-filmiche) sono i due capolavori “Il postino”(1994)“La vita è bella”(1997), rispettivamente dei grandi Massimo Troisi e Roberto Benigni. Due pellicole, che in qualche modo, segnano la fine di una vecchia maniera di vedere e pensare il cinema, segnano un pò la fine di un’epoca lunga mezzo secolo ( da quello squarcio di realismo di “Roma città aperta” del 1945); e con la loro struggente bellezza conquistano il mondo. “Il postino” è l’ultimo film di Massimo Troisi, la cui morte subito dopo la fine delle riprese avvolge la visione del film di una commozione e di un alone di malinconia, da cui è difficile non farsi prendere. Innamoratosi del romanzo del cileno Antonio Skàrmeta “Il postino di Neruda”, e soprattutto del personaggio del protagonista, Massimo Troisi, già provato per l’aggravarsi della patologia cardiaca di cui soffriva, decise caparbiamente di trarne la versione cinematografica. All’inizio del 1994 Troisi, recatosi ancora una volta negli Stati Uniti per dei controlli cardiaci, apprese di dover sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, dopo quello del 1976 alla valvola mitralica, si parlò in pratica di trapianto di cuore, ma decise di non rimandare le riprese del suo nuovo film: “Il postino” (1994), girato tra Procida e Salina. Adatta il testo di Skàrmeta modificandone ambientazione ( dal Cile all’Italia) e cronologia (dal 1969 al 1952), affidando in prima battuta a Furio e Giacomo Scarpelli e successivamente lavorando al copione assieme ad Anna Pavignano e all’amico scozzese Michael Radford, cui affida la direzione del film ( anche se l’attore è accreditato anche per la regia “in collaborazione” per volontà di Radford stesso). Il personaggio in questione è quello di Mario Ruoppolo, disoccupato figlio di pescatori che, quando nell’estate del 1952 arriva sull’isola di Procida il celebre poeta Pablo Neruda ( Philippe Noiret), viene assunto come primo e unico postino locale proprio per recapitare la corrispondenza al poeta in esilio, dato che fino a quel momento il resto della popolazione, quasi interamente analfabeta, non aveva avuto necessità di una figura del genere. Mario rimane immediatamente affascinato dalla persona dell’intellettuale e, lentamente, tra lui e Neruda nasce un rapporto di amicizia, tanto che il secondo darà al primo un grande aiuto per conquistare la bella ostessa Beatrice ( l’esordiente Maria Grazia Cucinotta nel ruolo della vita, scippato alla cantante tarantina Mietta, che aveva ottenuto la parte in prima battuta battendo anche la concorrenza di Monica Bellucci; ma fu proprio Troisi ad innamorarsi di quegli occhi “rotondi e pieni di luce” della Cucinotta, e a volerla fortemente per impersonare l’amata Beatrice). Mario riuscirà a sposare la donna, che gli darà anche un figlio, ma presto perderà l’amico: dopo la sua partenza dall’isola, infatti, non avrà più notizie di Neruda. Il poeta lo ricorderà solo tardivamente, tornando in quei luoghi dopo cinque anni e scoprendo che Mario è morto a seguito degli incidenti scoppiati nel corso di una manifestazione comunista durante la quale avrebbe voluto leggere proprio un suo poema. La malinconia e la dolenza che hanno sempre contraddistinto la comicità e lo stile cinematografico di Massimo trovano nel “Postino” una declinazione drammatica e sofferente, eppure lieve e lunare al tempo stesso. Il film, che all’epoca dell’uscita cercò con successo di rilanciare la tradizione della commedia all’italiana su scala internazionale, racconta un’Italia sospesa tra stereotipo e utopia, un mondo chiaramente metaforico di una condizione più ampia, esistenziale più che geografica, e trova nel rapporto, in tutti i sensi squilibrato tra il personaggio di Troisi e quello di Noiret un baricentro narrativo emozionale perfetto, che si perde proprio quando questo rapporto viene a mancare. Il tentativo, riuscito, di recuperarlo attraverso trovate evocative, ma ricche di poesia e di brividi emozionali, come quella di registrare i suoni dell’isola per riportare a se l’amico perduto, è ulteriore conferma della natura intimamente impressionista e sintatticamente poetica della storia e della sua declinazione. Molti sono i temi che erano evidentemente cari a Troisi: “Il postino” è film che parla al cuore, che parla di ricerca della cultura, del senso della poesia, di amore e della natura spesso incerta e volatile dell’amicizia ( questi ultimi due argomenti già centrali nel precedente cinema dell’attore napoletano, spesso definito, non a caso, “il comico dei sentimenti”), ma a passare in primo piano è quasi inevitabilmente la sovrapposizione tra interprete e personaggio. Massimo sorregge e domina tutto il film, e la sua recitazione è qui meno verbale che altrove, e se è funzionale alla caratterizzazione di Mario e rappresenta la spina dorsale irrinunciabile di un film altrimenti molto meno incisivo, tradisce le difficoltà di un uomo malato: Troisi, rimandò il trapianto di cuore a cui doveva sottoporsi pur di girare il film, spesso si fece sostituire da una controfigura nei campi lunghi, per non affaticarsi troppo, ma purtroppo 12 ore dopo la fine delle riprese, morì per arresto cardiaco a casa della sorella, a Ostia.

La scena più romantica del film, quella in cui il timido postino dell'isola Mario (Troisi) riesce finalmente a dichiararsi, a suon di poesie, alla sua amata Beatrice (Maria Grazia Cucinotta).
La scena più romantica del film “Il postino”(1994), quella in cui il timido postino dell’isola Mario (Troisi) riesce finalmente a dichiararsi, a suon di poesie, alla sua amata Beatrice (Maria Grazia Cucinotta).

“ Stava male da tanto tempo, ormai, quando girò Il postino. Sul set poteva interpretare solo i primi piani, tanto era esausto. Ma lo voleva fare, ci teneva tantissimo, al quel personaggio tratto dal romanzo del cileno Antonio Skàrmeta”. Racconta il regista Michel Radford. “Con Massimo ci vedemmo a Roma e decidemmo di trasformarlo in un film cambiarlo tutto, tranne la storia d’amore con la ragazza e il rapporto del giovane con Neruda. Le riprese furono complicate, lui girava un’ora al giorno, i primi piani. Ma avevamo tutti una pena nel cuore. Una volta lo dissi a Massimo e lui mi rispose che io avevo un’umanità che è uguale ovunque. A tutto il resto avremmo pensato noi, insieme. Era davvero una persona speciale.”

Massimo Troisi e Philippe Noiret sul set de “Il postino”(1994), il capolavoro artistico del grande Massimo.
Massimo Troisi e Philippe Noiret sul set de “Il postino”(1994), il capolavoro artistico del grande Massimo. Sullo sfondo l’incanto del mare dell’isola di Salina, nelle Eolie.

“Il postino” venne presentato al Festival del cinema di Venezia il primo settembre del 1994, anticipando di tre settimane l’uscita nelle sale. Negli Usa uscì invece nel giugno dell’anno successivo, riuscendo così ad ottenere cinque candidature ai premi Oscar del 1996: come miglior film, miglior attore protagonista, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora. Ne vinse solo uno: quello per la miglior colonna sonora, firmata dall’argentino Luis Bacalov e da Sergio Endrigo, ma già di per sè, le numerose candidature all’Oscar ne fanno il film italiano ad avere ricevuto più nominations alla prestigiosa kermesse americana.

La locandina originale del capolavoro di Massimo Troisi e Michael Radford
La locandina originale del capolavoro di Massimo Troisi e Michael Radford “Il postino”(1994), il film per il quale il grande Massimo diede letteralmente la vita. Sublime, incantevole, meravigliosa, unica la sua recitazione. Come si può notare nelle locandine Massimo Troisi è accreditato anche come regista, un omaggio postumo voluto da Michael Radford in persona.

E poi nel 1997 venne “La vita è bella”, un pò il gioiello che mancava ad un secolo, in cui il cinema italiano è stato tra gli indiscussi padroni del mondo, come qualità delle opere, idee narrative e talenti eccelsi di attori ed autori. In tutto questo “La vita è bella” si colloca come un film fuori dal mondo, è praticamente una pellicola neorealista, in un’epoca in cui il neorealismo è solo gloriosa storia passata. Eppure Benigni incanta la platea, il pubblico, la critica, il mondo. La storia di questo simpatico e bizzarro ebreo italiano di nome Guido ( Benigni) che si innamora della maestrina di scuola elementare Dora, interpretata da Nicoletta Braschi, moglie di Benigni anche nella vita, è tenera e divertente. La incontra quasi per magia, come se fossimo in una favola, e come in una favola la corteggia in modo eccentrico e insistente, mandando persino all’aria i festeggiamenti per il fidanzamento di Dora con il promesso sposo, un fervente sostenitore del fascismo. La giovane donna, di origini altolocate, sceglierà, dunque, l’amore per Guido che verrà suggellata dalla nascita del figlio Giosuè. La nuova famiglia trascorre una vita felice e tranquilla- Guido ha aperto anche una piccola libreria- fino all’introduzione delle leggi razziali del 1938. E quì si chiude la prima parte del film, quella da commedia brillante e romantica, che con la deportazione nei campi di concentramento cambia radicalmente registro, assumendo toni ben diversi e tragici. Nel tentativo di salvaguardare il figlio dagli orrori della deportazione, Guido inventa un gioco il cui premio finale sarà un carro armato. Per nascondere al figlio i terrori del campo di concentramento l’uomo inventa un gioco a punti partecipando al quale tutti devono seguire fedelmente le regole dei nazisti. Benigni, modifica così, sapientemente, la sua vena istrionica, più marcata nella prima parte del film, per mettere in scena il dramma dell’olocausto senza però cadere nel sentimentalismo e nella retorica vuota, osando in modo deciso e spingendosi verso le soglie dell’indicibile. Madre e figlio saranno salvati, lui morirà giustiziato, il giorno prima che le truppe alleate arrivino a liberare il campo di concentramento. Il sesto film di Benigni come regista è il suo capolavoro, e sicuramente anche quello più rischioso: scritto a quattro mani con il fidato Vincenzo Cerami ( con il quale collabora da anni), Benigni propone una struttura narrativa e stilistico-formale scissa in due segmenti diametralmente contrapposti nei toni e nei registri, nelle ambientazioni e nella fotografia. Tanto la prima parte è solare e leggiadra, quanto la seconda si addentra nell’oscurità del crimine nazista, rischiarando le tenebre di quel periodo buio della storia dell’umanità con la luce della commedia. La scelta ardita di trattare l’atrocità dello sterminio attraverso la prospettiva deformante e surreale del gioco, evitando volutamente le tinte del drammatico, sottolinea, per contraddizione e per scarto, la follia sanguinaria nazista. Benigni colpisce davvero nel segno con la sua scelta di raccontare un tema così complesso, come la negazione della vita umana nei campi di concentramento ribadendone l’indicibilità: dal momento che nessuna logica potrebbe spiegare a un bambino finito in un lager nazista ciò che sta vivendo, allora è meglio inventarsi questo strano gioco collettivo. In questo modo Benigni evita le trappole del patetismo, sottolinea la follia dello sterminio e giustifica il rilassato umorismo della prima parte, ambientata nei primi anni ’30 a guerra lontana, necessaria introduzione allo stile del film. Inizialmente l’idea era quella di un film comico, dopo i successi di “Jonnhy Stecchino” e “Il mostro”, ma in seguito fu modificato il soggetto. Il film fu girato tra il novembre 1996 e l’aprile 1997, tra Arezzo, Montevarchi, Castiglion Fiorentino, Cortona, Ronciglione, Roma e Papigno (Terni) con il titolo “Buongiorno Principessa” ma successivamente cambiato. Benigni dichiarò: «Questo film, che si chiama La vita è bella, mi è venuto fuori, ma con emozione, tanto che mi ha fatto tremare tutte le costole del costato, ma anche a girarlo, ma bello, bello, è un film che non fa dormire la notte». Durante le riprese, Benigni ebbe comunque qualche esitazione: «La gente mi diceva di fare attenzione perché era una idea molto estrema, temevo di offendere la sensibilità dei sopravvissuti. Lo so che tragedia sia stata, e sono orgoglioso di aver dato il mio contributo sull’Olocausto e sulla memoria di questo terrificante periodo della nostra storia. Io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti». Benigni si avvalse della consulenza dello storico Marcello Pezzetti e di Shlomo Venezia, sopravvissuto di Auschwitz, che a quei tempi era uno dei Sonderkommando, cioè quelle unità speciali che avevano il compito di estrarre i corpi dalle camere a gas e cremarli. In seguito quasi tutti i Sonderkommando vennero uccisi, per tentare di mantenere il segreto sull’Olocausto: Venezia fu uno dei pochissimi sopravvissuti. Strepitoso successo di pubblico, il film incassò solo in Italia, quasi 60 miliardi di lire e venne ampiamente elogiato dalla comunità ebraica. La pellicola sbarcò anche negli States dove venne accolta entusiasticamente dalla critica americana. Ma non solo. La critica di tutto il mondo ebbe parole di elogio, di ammirazione e di lode per la pellicola: “È il sesto film di Benigni come regista, sicuramente il più difficile, rischioso e migliore; analizzando la pellicola si possono quasi vedere due film in uno, oppure un film in due parti, nettamente separate per ambientazione, tono, luce e colori. La prima spiega e giustifica la seconda, una bella storia d’amore, prima tra un uomo e una donna, poi per un figlio, ma allo stesso tempo l’una è la continuazione dell’altra, chapeau Benigni! Con questo film hai raggiunto la perfezione”. Il film ebbe una pioggia, per non dire valanga, di premi nazionali ed internazionali: su tutti ovviamente i tre Oscar vinti, quello alla miglior colonna sonora, quello come miglior film straniero e quello come miglior attore protagonista. Benigni ritirò quest’ultimo premio proprio dalle mani di Sophia Loren in una storica scena di commozione ed entusiasmo strabordante rimasta nella memoria collettiva. Così Roberto Benigni si consacrò alla leggenda e alla storia del cinema mondiale. La sfilza di premi ricevuti dal film è incredibile: altre 4 nominations all’Oscar, un BAFTA come miglior attore protagonista, 9 David di Donatello, 5 Nastri d’argento, il premio speciale della giuria al festival di Cannes e altri innumerevoli premi minori.

Roberto Benigni trionfante alla cerimonia degli Oscar, si lascia immortalare con due delle tre statuette vinte per il suo leggendario capolavoro
Roberto Benigni trionfante alla cerimonia degli Oscar, si lascia immortalare con due delle tre statuette vinte per il suo leggendario capolavoro “La vita è bella”(1997). Un film sublime che commosse il mondo. Quella sera a premiarlo ad Hollywood fu una sgargiante ed emozionata Sophia Loren.
Siamo negli anni '30 e nella prima parte del film, quella di un amore sbocciato così, quasi per magia e quello di una famiglia serena, felice e con tanta voglia di vivere.
Siamo negli anni ’30 e nella prima parte del film, quella di un amore sbocciato così, quasi per magia e quello di una famiglia serena, felice e con tanta voglia di vivere…
...a cui fa da contraltare la seconda, ambientata durante la Seconda guerra mondiale, e quella in cui Benigni cerca in tutti i modi di tener nascosto al figlio le assurde e terribili atrocità dei campi di concentramento e dei nazisti. Chapeau, capolavoro assoluto.
…a cui fa da contraltare la seconda, ambientata durante la Seconda guerra mondiale, e quella in cui Benigni cerca in tutti i modi di tener nascosto al figlio le assurde e terribili atrocità dei campi di concentramento e dei nazisti. Chapeau, capolavoro assoluto.

Domenico Palattella

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