Il grande cinema di Peppino De Filippo in 6 memorabili film

Il grande Peppino De Filippo è stato interprete di 94 pellicole cinematografiche tra il 1933 e il 1978, ed è stata una presenza fissa, insostituibile, delle produzioni cinematografiche degli anni '50 e '60.
Il grande Peppino De Filippo è stato interprete di 94 pellicole cinematografiche tra il 1933 e il 1978, ed è stata una presenza fissa, insostituibile, irrinunciabile delle produzioni cinematografiche degli anni ’50 e ’60.

“Io non sono napoletano, ma di fronte a Peppino, non so come, mi capita sempre di diventarlo”.(Indro Montanelli)

“Peppino? Un uomo adorabile, elegante nei modi e nell’animo. Un artista di grande intelligenza, oltre che un autore di farse e commedie di grande freschezza. Come comico il più grande. Lui era l’estro, la fantasia, l’invenzione. Nel camerino di Totò, ad esempio, dove si provavano le scene, le migliori gag erano le sue. Quando entrava in scena lui, gli altri sparivano. Eduardo compreso.” (Aroldo Tieri)

“Come si può parlare di Peppino, di Totò, di Buster Keaton? Sono fenomeni naturali, quasi inspiegabili…Peppino è stato senza dubbio una delle maschere più pure ed entusiasmanti della grande barca dei comici che era la Commedia dell’arte; un capocomico surreale e imprevedibile che qualsiasi teatro del mondo ci poteva invidiare tanto era particolare e seducente. Peppino mi faceva proprio morire dal ridere; con un’incoscienza totale e una capacità di controllarla altrettanto totale, sapeva mettere in piedi i più irresistibili e paradossali sketch. E’ stato un compagno di viaggio pieno di simpatia e intelligenza anche quando tendeva ad essere un pò scontroso: dopo poco tornava a fare le piroette. Io l’ho diretto in due film, “Luci del varietà” e “Le tentazioni del dottor Antonio” episodio del film corale “Boccaccio ’70”, e in entrambe le occasioni fu perfetto, tanto che lo avrei voluto in altri miei progetti, tipo “Lo sceicco bianco”, poi non concretizzatisi per suoi pregressi impegni teatrali.” ( Federico Fellini)

Dei 94 film interpretati dal grande Peppino De Filippo, alcuni in coppia con Totò, altri con Aldo Fabrizi o con il fratello Eduardo, da segnalare una mezza dozzina di film che sono da ritenersi, senza ombra di dubbio, tra i migliori risultati del Peppino De Filippo cinematografico, importanti anche per la valenza che essi hanno avuto nella cinematografia italiana degli anni ’50, e in alcuni casi per il grosso successo di pubblico che hanno ottenuto. Sei vette cinematografiche del Peppino De Filippo protagonista assoluto, promosso a pieni voti da pubblico e critica. Da “Luci del Varietà”(1950), primo incontro cinematografico tra Federico Fellini e Peppino De Filippo ( che da ora in poi chiamerò più semplicemente Peppino); a “Non è vero…ma ci credo!(1952), versione cinematografica di “Gobba a ponente”, una delle sue più riuscite opere teatrali. Poi venne “Via Padova 46″(1953), pellicola ritenuta per molti anni perduta e ritrovata nei primi anni 2000, una deliziosa commedia brillante condita di elementi giallo-psicologici di notevole rilievo, con un gustoso ritratto d’epoca. Nel biennio 1957-58, poi con la coppia di film “La nonna Sabella”“La nipote Sabella”, Peppino è perfetto nei panni del timido don Emilio, al fianco di Tina Pica e Dolores Palumbo, incantando il pubblico in due delle commedie italiane di maggior successo degli anni ’50. In ultimo, da segnalare, “Arrangiatevi!”, del 1959, con Peppino De Filippo e l’elegante Laura Adani protagonisti, e Totò in regime di partecipazione straordinaria nei panni del suocero di Peppino. La pellicola è a ragione, ritenuta uno dei film più importanti degli anni ’50, ed è anche una delle primissime commedie all’italiana, ispirato alla recente chiusura delle cosiddette “case chiuse” ad opera della “Legge Merlin”, appena votata in parlamento. Un film ambizioso che confermò le importanti premesse: fertilità d’invenzioni, dialogo sagace, ritmo scorrevole e coraggioso impegno sociale.

Peppino De Filippo insieme al suo grande amico Totò, con il quale formò una delle coppie più prolifiche e divertenti della cinematografia italiana. La loro fu un'amicizia, vera, profonda e sentita, che durò tutta la vita.
Peppino De Filippo insieme al suo grande amico Totò, con il quale formò una delle coppie più prolifiche e divertenti della cinematografia italiana. La loro fu un’amicizia, vera, profonda e sentita, che durò tutta la vita.

– Luci del varietà (Italia, 1950). 

Nel 1950 arrivò quello che Peppino, dopo le esperienze anteguerra in coppia con il fratello Eduardo, considerava non senza ragione il suo primo film importante, “Luci del varietà”, regia di Alberto Lattuada e Federico Fellini: una sorta di film a “conduzione familiare”, proprio come erano stati negli anni ’30 alcuni di quelli dei De Filippo. A produrlo fu una cooperativa fondata da Lattuada e Fellini, con la partecipazione di quasi tutti gli attori e i tecnici; e le due protagoniste femminili erano le mogli dei registi: Carla Del Poggio, che con le sue gambe mozzafiato era stata la vera musa ispiratrice di tutta l’operazione, e Giulietta Masina, che molti ritengono la migliore attrice femminile italiana di tutti i tempi, anche superiore alla Magnani e alla Loren. Il film ebbe guai a non finire, dal fallimento della società che lo doveva distribuire, alla mancata concessione del contributo statale alle opere di qualità ( una vendetta del sistema contro chi s’azzardava a produrre film in proprio); e del resto era stato girato in fretta e furia per battere sul tempo un altro film dal soggetto affine realizzato contemporaneamente da Ponti e De Laurentiis per la regia di Steno e Monicelli: “Vita da cani”, con Aldo Fabrizi e Gina Lollobrigida, che anche se in Italia incassò di più, venne considerato, fin da subito, inferiore alla pellicola di Lattuada e Fellini. In Italia (almeno all’epoca) “Luci del varietà” non ottenne il successo sperato, ma piacque moltissimo all’estero e alla critica contemporanea; e negli anni successivi sia Lattuada che Fellini amarono spesso attribuirsene l’esclusiva paternità, come ragazzetti che si contendono a forza di “E’ mio! E’ mio!” la proprietà di un quadernetto o di un temperino. Nonostante la maggior esperienza di Lattuada, qui Fellini è al suo primo film da regista, si sente lo zampino del regista romagnolo nell’amore per il mondo del varietà, nei primi piani dei personaggi di contorno, nel sapore di provincia dolceamara, nell’allegria un pò triste, nel pallido ottimismo finale. Peppino ha quì un’occasione con i fiocchi, e non la fallisce, il ruolo a cui ogni comico ambisce almeno una volta nella vita, lo stesso che si riserverà Charlie Chaplin in un film dal titolo e dalla storia affini realizzato l’anno seguente, “Luci della ribalta”: con la differenza che il Calvero di Chaplin è stato un grande attore, dunque alla fine non può che morire; il Checco di Peppino grande non lo è mai stato, e allora sopravvive, anche perchè la speranza tiene in vita molto più dei ricordi. C’è naturalmente qualcosa di autobiografico in questo personaggio, che dovette ricordare all’attore la seconda metà degli anni ’20, quando batteva le piazze dell’Italia centrale con guitti disposti a tutto, spinti e ispirati molto più dalla fame che dall’arte. E infatti Peppino è bravissimo nel tratteggiare senza eccessi, anzi in modo estremamente sorvegliato, l’artista semifallito che si porta la mediocrità stampata sul volto e che si lascia sovrastare da un amore giovane e crudele. Da principio il “brillante fantasista” ostenta la sicurezza di chi non ha mai dovuto subire raffronti. “Io devo essere pagato, io sono una vedette nazionale” esclama, quando minacciano di sequestrare l’incasso della compagnia: “A me non me ne importa niente degli altri, ma io voglio essere pagato: io sono io!”. Ma ahilui, con tutto questo focoso impeto di egoismo ottiene soltanto che il capocomico Dante Maggio gli sputi in un occhio: perchè, sotto al trucco di scena, dietro alla fragile maschera della dignità a tutti i costi, abbiamo già capito che si tratta di un perdente, di una figura minore del teatro e della vita. Infatti, anche quando approfitta del carisma di prim’attore per mettere le mani addosso alla ragazza Del Poggio, rimedia soltanto un paio di schiaffoni. Ma come Charlot, o come la futura Cabiria di Fellini, più lo calpestano e più riesce a ritrovare le ragioni della dignità: alla fine accetta lo sfumare dei sogni artistici e sentimentali con signorile rassegnazione e torna a sperare sotto i baffi, a credere con quasi immutata energia nella vita e in se stesso, ritornando al suo primo amore Melina ( una tenerissima Giulietta Masina) che lo aveva aspettato confidando in un suo ritorno tra le sue braccia e in compagnia. Anche se gli altri, quelli che a teatro e nella vita il successo lo hanno raggiunto davvero, parlano di Milano, di Parigi, e lui e i suoi compagni- sul treno dell’ultima sequenza- di Trani, di Molfetta, di Andria ( ma anche questo fa parte del gioco, e in fondo le luci del varietà brillano meglio al buio: “Per me il teatro è la vita: là sopra sono nato e là sopra devo morire”). Nell’ultimo scorcio del film Peppino sembra davvero uno Charlot mediterraneo ( e a Charlot lo fanno rassomigliare in modo impressionante non soltanto le situazioni, ma anche il trucco, anche certe inquadrature felliniane di mezzo profilo). Certamente è per lui- lui che faceva ridere solo a guardarlo- uno sforzo supremo, il massimo dei virtuosismi, impersonare un comico che non fa ridere; e nella grandezza tranquilla con cui riesce a fingersi un uomo senza qualità l’attore mostra tutto il suo immenso talento e cosa avrebbero potuto farne i registi se l’avessero utilizzato anche fuori dal solito cliché. Fellini, entusiasta della sua prestazione, l’avrebbe voluto subito nello “Sceicco bianco”, per il personaggio che sarà poi di Leopoldo Trieste: ma Peppino fu costretto a declinare l’invito a causa dei soliti impegni teatrali. Si ritroveranno, poi 12 anni dopo con il medio-metraggio “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio del film “Boccaccio ’70”. Col suo sapore di cosce a buon mercato e paillettes dei poveri, con la sua sensualità non ancora addomesticata e le sue amarezze venate di ottimismo, “Luci del varietà” resta comunque il miglior film sul varietà italiano, che era essenzialmente palcoscenici di provincia, piccole scaramucce, qualche volta battaglie con pubblici dal fischio facile e ballerinette dalle grandi cosce sprecate disposte a tutto per il proprio successo personale.

Peppino De Filippo, ingenuo
Peppino De Filippo, ingenuo “Charlot mediterraneo” sempre eternamente affamato, e Giulietta Masina, ingenua soubrette innamorata di lui, nel capolavoro del tandem Fellini- Lattuada, “Luci del varietà”(1950).

– Non è vero…ma ci credo! (Italia, 1952).

Don Gervasio Savastano ( Peppino De Filippo) è talmente ossessionato dalla scaramanzia da non alzarsi dal letto se vede qualcosa di storto. Così, quando gli capita un impiegato con la gobba (Carlo Croccolo), lo assume subito, sperando che gli porti fortuna. Combina anche le nozze della figlia con l’impiegato, salvo poi angosciarsi per le eventuali malformazioni ereditarie dei nipotini. Ma sarà tutto un trucco, con tanto di lieto fine finale. “Non è vero…ma ci credo!” debutta nelle sale italiane nel 1952, e registra ottimi incassi. Per la famiglia, e per la “ditta” De Filippo, è un anno di grandi riunioni. In aprile i tre fratelli si ritrovano a lavorare insieme nel film “Ragazze da marito”, per la prima volta dopo la clamorosa rottura del 1944. Anche “Non è vero…ma ci credo!” è un’occasione importante per ritrovarsi, se non tutti e tre, almeno in due. Artefice del progetto è Peppino, che sta conquistando credito presso il pubblico teatrale anche senza il fratello maggiore e al cinema è tra i massimi protagonisti. Preso il testo di “Gobba a ponente”, una sua commedia che con Eduardo e Titina aveva portato in scena con successo nel 1942, la riadatta in maniera molto fedele per il grande schermo, con la collaborazione di sceneggiatori già affermati come Nicola Nazzari e Mario Corsi. Come si può intuire dal titolo originario, tema della commedia e del film è la superstizione: un’altra incursione, dopo quella eduardiana di “Non ti pago!”, nei rapporti di quotidiana convivenza e connivenza fra napoletani e soprannaturale. Peppino per sè riserva la parte del protagonista don Gervasio, e gli esilaranti dibattiti mattutini sulle possibili catastrofi sono tra le scene meglio riuscite del film. Al suo fianco abbiamo il duttile Carlo Croccolo, che, come si è detto, è il gobbo intorno al quale ruota tutta la surreale vicenda. Nella parte della moglie, però, Peppino chiama la sorella Titina, che per questa e la prossima stagione è più libera dagli impegni teatrali visto che Eduardo, il quale si sta dividendo tra il cinema e la ricostruzione del teatro San Ferdinando di Napoli, non ha formato compagnia. Poi arruola Lidia Martora Maresca, sua nuova compagna,e futura moglie, dopo il divorzio dalla prima moglie Adele Carloni, nella parte della segretaria Mazzarella; e il cognato Pietro Carloni, marito di Titina ma anche fratello di Adele, in quella dell’avvocato Donati. Suo figlio Luigi, che subito dopo il liceo è entrato in Compagnia anche lui, è il segretario Spirito. Fu diretto dall’inesperto Sergio Grieco, ma in realtà la messinscena e la direzione degli attori furono curate dallo stesso Peppino. La pellicola è da considerarsi soprattutto un documento cinematografico di valore dell’arte teatrale di Peppino De Filippo, e del suo modo curioso di interpretare il teatro della vita, una maniera diversa, ma non meno efficace di quella più filosofeggiante del fratello Eduardo.

La locandina d'epoca del film di successo
La locandina d’epoca del film di successo “Non è vero…ma ci credo!”(1952), tratta da una delle più riuscite commedie teatrali del grande Peppino De Filippo. Nel cast anche la sorella Titina.

– Via Padova 46 (Italia, 1953).

“Via Padova 46” fu diretto da Giorgio Bianchi nel 1953 e rieditato nei primi anni ’60 con il titolo de “Lo scocciatore” dopo l’exploit di Alberto Sordi. Il “vero” protagonista del film è comunque il grande Peppino, praticamente capocomico di un cast numerosissimo e di grande livello, che annovera attori illustri come Alberto Sordi, Giulietta Masina, Carlo Dapporto e Leopoldo Trieste, per nominarne solo alcuni. La pellicola, invisibile per oltre 40 anni, e quindi ritenuta perduta, è stata ritrovata nel 2004 in seguito ad una segnalazione di Vittorio De Benedetti ( figlio del noto sceneggiatore Aldo) negli archivi della Cineteca del comune di Bologna. Il materiale, l’unico esistente, è una copia positiva degli anni ’50 gravemente danneggiata. La versione arrivata ai giorni nostri, quella “resuscitata” dal sapiente lavoro di recupero dei restauratori, riporta alla luce uno dei più curiosi e interessanti film italiani degli anni ’50, un film che è un ibrido, peraltro riuscito, tra commedia brillante, giallo-psicologico e noir all’italiana. La versione restaurata, ci presente un film evidentemente mutilato in alcune scene ( dovrebbero mancare della versione originale, circa 23 minuti, 78 minuti invece di 100 è la durata della versione restaurata), ormai irrecuperabili, ma anche per questo la pellicola acquista un fascino ancora maggiore: un vero e proprio gioiello che ha ritrovato la luce avvolto da un alone di leggenda. Eppure l’ossatura fondamentale del film, fortunatamente è stata preservata e riportata alla luce, mantenendo così intatto il suo significato intrinseco. “Via Padova 46”, scritto dallo sceneggiatore di origine ebrea Aldo De Benedetti, e diretto dal sempre disponibile Giorgio Bianchi con l’aiuto di Leopoldo Trieste, è una commedia di carattere molto gradevole, che si trasforma poi in un giallo-rosa, per la verità, irrisolto ( non veniamo a sapere chi sia il vero assassino, anche se è lecito nutrire forti dubbi sul personaggio comparsa di Leopoldo Trieste, anche confortati dalle recensioni dell’epoca) e si risolve in una commedia di grana grossa, con il protagonista che si crede ricercato dalla polizia e minaccia di buttarsi giù dall’hangar dell’aeroporto. Il film all’epoca non ebbe il successo sperato, soprattutto per gli strali del centro cattolico nazionale, che non vedeva di buon occhio la storia di questo marito esemplare che cerca l’avventura a pagamento con una prostituta ( per finanziarla impegna pure l’orologio d’oro ereditato dal padre) ma non riesce neppure a condurla in porto: la storia di un tentato, ma fallito adulterio, è troppo precursore dei tempi rispetto ad un paese e ad una censura ancora troppo attenti alla morale pubblica. Peppino è dunque, per l’ennesima volta, un travet del suo tempo e di tutti i tempi, un perdente nato, un protoFantozzi: l’impiegatuccio compunto, timido, scarognato, con i capelli sempre in ordine, la voce sempre esitante, le mani sempre in imbarazzo. Se in ufficio a tartassarlo ci pensa il capufficio, a casa lo aspetta la suocera; e lo aspetta naturalmente anche la moglie (impersonata dalla sua compagna anche nella vita reale, Lidia Martora), che gli conta i soldi in tasca e con la scusa dei propri mal di testa lo priva anche dell’unico e ultimo svago, che è quello di suonare, o quanto meno strimpellare, il pianoforte. Visto come vanno le cose in famiglia, il pover’uomo si regala da solo una cravatta per il proprio compleanno e nel tempo libero fa i soliti sogni da impiegato a vita: le donne francesi, una vacanza a Capri, una vincita alla lotteria. Così, quando conosce casualmente in un caffè della domenica pomeriggio una ragazza francese ( l’affascinante Arlette Poirier), vestita oltretutto come sono vestite le ragazze nei sogni degli uomini, non si preoccupa minimamente del fatto che sia una “donnaccia” e la notte sogna di trovarsela nel letto al posto della moglie. Anzi, comincia a vederla un pò dappertutto, e con questa sua ossessione il mite impiegato ministeriale Arduino Buongiorno sembra già anticipare un altro personaggio peppiniano in lotta contro l’onnipotenza del sesso: il censore piccolo piccolo di “Boccaccio ’70”. Dal momento però che l’unico modo per liberarsi da una tentazione è cederle, Peppino sceglie infine l’azione, sia pure dopo mille comiche esitazioni: esce dall’ufficio fingendo un mal di denti lancinante e raggiunge la casa di Via Padova 46 dove dovrebbe toccare per una volta nella vita il cielo con un dito. Invece non tocca un bel niente, e di fronte alla porta chiusa dell’appartamento-squillo non solo lui ma anche gli spettatori restano delusi, in uno di quelle rare interazioni tra pubblico e attore che solo i “grandissimi” come Peppino hanno saputo creare: ci si aspettava, infatti, di vedere il timido e sfortunato impiegatuccio alle prese con la smaliziata francesina. Invece la possibile commedia degli imbarazzi e degli equivoci finisce prima di incominciare, con la morte per assassinio della francese; mentre ha inizio con il secondo tempo la seconda parte del film, in cui ritroviamo un altro Peppino di nostra conoscenza, quello più classico, ma non meno efficace: quello pauroso, balbettante, tremante, che nel timore di essere accusato dell’assassinio ( e, soprattutto, della scappatella extraconiugale), scoppia a piangere davanti all’avvocaticchio Carlo Dapporto ( “Io sono uscito puro, puro da questa avventura…Io non ci vado in galera…”) e medita di arruolarsi nella “regione straniera” ( la Sardegna). Poco per volta gli orizzonti degli anni ’50 vengono a galla, in un gustoso ritratto d’epoca, e l’ometto che sognava l’avventura e le trasgressioni internazionali comincia già ad avere nostalgia della sua casa, del suo tran tran, delle sue pantofole. Nell’ultima sequenza eccolo tornarsene a casa, ben disposto persino nei confronti della moglie, cui compra per la prima volta in tanti anni un mazzolino di fiori. Certo gli viene ancora un brivido nel veder passare una bella ragazza, e si volta per un attimo a guardare, a desiderare; ma la voce fuori campo, qui fa la buona madre e richiama Peppino sulla retta via, nei ranghi di quell’ideologia piccolo-borghese che in fondo non dispiaceva nemmeno al Peppino uomo. Nonostante la presenza di Alberto Sordi ( strepitoso nel ruolo di un inveterato e oppressivo rompiscatole), e di altri attori di indiscutibile valore quali Carlo Dapporto e Giulietta Masina, il film grava tutto sulle spalle di Peppino De Filippo e resta in fondo un suo, riuscitissimo, show personale, come già notarono i critici dell’epoca. “Il film è agile e divertente grazie alla garbatissima comicità di un Peppino De Filippo in gran forma”; e “Il soggetto di Aldo De Benedetti sembra trovato per dare spicco alla comicità, angustiata, balbettante, senza riso, di Peppino De Filippo, e poichè l’attore è quasi sempre in scena, il film ingrana, gira piacevolmente”.

L'all star cast di
L’all star cast di “Via Padova 46″(1953), accanto al protagonista Peppino De Filippo, altri tre grandi attori della cinematografia italiana: Alberto Sordi, splendido scocciatore; Carlo Dapporto, principe del foro; e la sognatrice Giulietta Masina.

– La nonna Sabella (Italia, 1957) e La nipote Sabella (Italia, 1958)

Uno dei maggiori successi di pubblico degli anni ’50, “La nonna Sabella” è un film che contribuì ancora di più a lanciare nell’olimpo dei grandi del cinema, le stelle già affermate di Peppino De Filippo e di Tina Pica, che ne sono i protagonisti. La pellicola in questione è diretta da Dino Risi: un film che, curiosamente, precedette la pubblicazione del romanzo di Pasquale Festa Campanile da cui era tratto ( il romanzo esisteva sotto forma di manoscritto, e venne pubblicato dopo l’uscita e il susseguente enorme successo di pubblico del film). Premiato al festival di San Sebastian e al festival del cinema umoristico di Bordighera, il film, insieme al suo immediato seguito, rappresenta l’ultimo acuto di quel neorealismo rosa-paesano che aveva riempito di sè gli anni ’50: dopo di esso, nel decennio successivo la commedia di paese si trasferirà in città. Come canto del cigno, però, rasenta il capolavoro, la commedia è si semplice nei contenuti, ma molto divertente, molto aggraziata nella forma, molto svelta e fresca nei dialoghi. Il film, ambientato nel piccolo paesello campano di Pòllena, è molto ben architettato, al punto da raggiungere spesso l’umanità della commedia; e i personaggi sembrano sì usciti da un’opera buffa settecentesca, ma da una di quelle che avevano nel realismo psicologico il loro punto di forza. Mattatrice del film è Tina Pica, con il suo cipiglio sinistro e la sua voce baritonale ( “Noi dobbiamo parlare da uomo a uomo” dice al nipote Renato Salvatori): terribile come la moglie che in “Marito e moglie”(1952) costringeva un altro De Filippo, il povero Eduardo, a covare le uova per il bene economico della famiglia. Al suo fianco Paolo Stoppa, uno di quegli avvocati meridionali sempre cupi, sempre in agguato, sempre pronti alla rissa; e Renato Rascel, nel ruolo di un pretino fragile ma buono. Quanto alle belle di turno, Rossella Como batte in bravura, anche se non in bellezza, la prorompente ma abbottonata ( in tutti i sensi) Sylva Koscina, appena lanciata dal “Ferroviere” di Pietro Germi. Ma il vero protagonista, giustamente davanti agli altri anche nei titoli di testa, è Peppino De Filippo: l’impiegato postale in pensione Emilio Mescogliano ( o “Garofaniello”, come lo chiama l’eterna fidanzata Dolores Palumbo), costretto all’alba dei 60 anni a fare ancora l’amante abusivo. Questa volta il percorso è inverso rispetto alla maggior parte dei personaggi di Peppino: si parte dal personaggio-marionetta, da connotati quasi farseschi, per scoprire poco per volta che sotto quei panni c’è un uomo, un vigliacco per natura che di fronte all’amore trova il coraggio della dignità, esce dalla farsa ed entra nella commedia della vita. Peppino appare in scena quasi subito: con la sua coppola da mafioso, sta appostato come un avvoltoio, o perlomeno come una cornacchia, piccolo e nero contro il paesaggio chiaro, ad aspettare con impazienza la morte annunciata- ma sempre rimandata- della terribile vecchia ( ha già la corona funebre pronta e raccomanda a un ragazzetto di tenere sotto controllo la situazione: “Tu stai sul chi muore”, assolutamente geniale). Da vent’anni infatti è fidanzato in gran segreto con un’antica bellezza del posto, la sorella minore di nonna Sabella, e la loro vita da adolescenti coi capelli bianchi è fra le cose deliziose del film: chiamati dalla gente “i promessi sposi”, si scambiano di nascosto bigliettini ai tavoli dei bar, fanno insieme le matasse da balcone a balcone e discutono sull’opportunità di scappare o meno di casa. Intanto Peppino comincia a corteggiare spudoratamente Renato Salvatori, fidanzato di sua nipote Sylva Koscina, perchè parli bene di lui alla nonna, piagnucolandogli addosso nel più puro stile peppiniano, baciandogli le mani, tirandolo per la giacca, mandandogli sgraditissimi baci sulla bocca con la punta delle dita. E poichè la situazione non si sblocca, il nostro pensionato-amante gioca la carta infallibile della gelosia: durante uno di quei funerali da commedia all’italiana in cui a tutto si pensa meno che al morto, fa il galante con una bella francesina e induce così la povera Carmelina ad accettare il matrimonio segreto. Ed eccoci alla deliziosa sequenza, entrata nella storia del cinema italiano, del matrimonio notturno: di una tenerezza un pò spaesata. Peppino è compunto, emozionato, intimidito, imbarazzato come un adolescente di fronte agli amici nell’offrire alla sposa i fiori di garofano ( “per quelli d’arancio ormai non è più stagione”, si dice nel film). Il rito è spassoso e insieme toccante, persino emozionante, con officianti e officiati tutti nascosti dietro l’altare quando si teme che stia per arrivare nonna Sabella, con Peppino che fa pasticci con gli anelli, che si siede sul proprio cappello, che anziché dire semplicemente “si” confonde il parroco ( un delizioso Renato Rascel) a forza di perifrasi; al punto che anche il buon sacerdote, in tanta confusione, fa la sua tenera gaffe: “…del resto siete giovani, avete tutta la vita davanti a voi…”. Tutto finisce bene, meglio tardi che mai, con un clarinetto che rompe il silenzio della notte intonando l’ “Ave Maria” di Schubert. Incombe ancora la presenza ingombrante di nonna Sabella ( ma che brava Tina Pica): una presenza che, non appena vede la sorella vestita di bianco, punta il fucile contro il suo seduttore e lo insegue per tutta casa fino a metterlo in fuga a gambe levate come un personaggio di cartoon. Ma alla fine omnia vincit amor, almeno nei film, e nessuno ha più la forza di scacciare Peppino quando si ripresenta in casa della suocera con letto, lenzuola e cuscini. Finisce non proprio in gloria, ma comunque meno peggio del previsto, con Peppino, che in ogni caso, per sicurezza, si porta il fucile in camera: spassosissimo. Ciò che finisce in gloria, invece, è il film stesso, che ebbe talmente tanto successo di pubblico, da convincere la “Titanus” a progettare per l’anno successivo il suo immediato seguito, “La nipote Sabella”.

Uno dei manifesti d'epoca del film
Uno dei manifesti d’epoca del film “La nonna Sabella”(1957). Qui vi si riconosce la scena in cui Peppino appena sposatosi con la sorella (Dolores Palumbo) di nonna Sabella( Tina Pica), chiede aiuto al nipote (R. Salvatori) dell’arzilla vecchietta, per riuscire ad arrivare in camera da letto. Che spasso!

Ne “La nipote Sabella”, che conferma, sia pur in tono minore, il grande successo di pubblico del suo prequel, si torna nel minuscolo paesino campano di Pollena, e torna intatto il quintetto di protagonisti: Tina Pica e le due coppie composte da Peppino De Filippo-Dolores Palumbo e Renato Salvatori-Sylva Koscina. Stavolta la regia passa da Dino Risi a Giorgio Bianchi, uno dei registi più assidui frequentatori del talento cinematografico di Peppino. Poiché il numero 1 della serie si concludeva con un doppio matrimonio, e poiché tutti sappiamo quant’è noiosa la vita matrimoniale anche sullo schermo, gli sceneggiatori dovettero spremersi le meningi per portare avanti le vicende dei protagonisti. E alla fine ebbero un’idea, curiosa e redditizia. Proprio in quegli anni, infatti, si cominciava a parlare dei fortunati americani che s’erano fatti il loro bravo giacimento di petrolio in giardino. Si pensò allora, visto che tutto il mondo è paese, visto che “anche New York è una piccola Pòllena”, di esportare l’oro nero pure in Italia, e addirittura in quelle zone da cui nella realtà sarebbe difficile cavar fuori anche una rapa. Eppure il film fila via liscio come l’olio e molto divertente, anche grazie agli esilaranti duetti tra Tina Pica e Peppino De Filippo, con l’invadente matriarcato della prima e i furbeschi intrighi del secondo. La trama narra di un giacimento di petrolio che sembra si trovi nel terreno di famiglia e che andrà alla coppia che per prima farà una figlia di nome Sabella: l’indomita Sabella (Tina Pica) cerca di favorire il nipote Raffaele ( Renato Salvatori) e la moglie Lucia (Sylva Koscina), ma don Emilio (P. De Filippo) e donna Carmelina (Dolores Palumbo) non vogliono essere da meno. Tutto si risolve per il meglio alla fine, con due nuovi piccoli arrivi, uno per coppia, e con la decisione che il ricco giacimento appartiene in egual misura a tutti i membri della famiglia.

La scena finale de
La scena finale de “la nipote Sabella”(1958), che conclude le avventure del divertente quintetto di attori. Qui Tina Pica, Peppino De Filippo, Sylva Koscina, Renato Salvatori e Dolores Palumbo, annunciano al paese intero, che il giacimento di petrolio che li ha resi ricchi, è di tutta la famiglia Mancuso al completo e dei suoi eredi. Un commovente lieto fine.

– Arrangiatevi! (Italia, 1959).

Del 1959 è invece, uno dei pochi film che Peppino ricordava con soddisfazione: “Arrangiatevi!”, di Mauro Bolognini, a ragione ritenuta una delle migliori pellicole e delle migliori commedie degli anni ’50: “fertilità d’invenzione, dialogo sagace, ritmo scorrevole e coraggioso impegno sociale”. Passano gli anni, l’Italia “democratica” è avviata al boom economico, molti italiani stanno già sognando o addirittura costruendo la seconda casa. Ma c’è ancora chi non ha trovato la prima, chi ha ben altro per la testa che la Seicento con sedili ribaltabili o le vacanze a Taormina. Insomma, il problema prospettato in tanti film ( da “Non mi muovo!”, 1943, a “Totò cerca casa”,1949, da “Siamo tutti inquilini”, 1953, a “Il tetto”, 1956) è rimasto irrisolto: per cui, anche nell’epoca delle prime commedie del boom ( “Il marito”, “Il vedovo”), non appare fuori luogo né fuori tempo raccontare le vicissitudini di una famiglia- neppure fra le più miserabili- ancora alla ricerca di un’abitazione. Ma questo bel film, ambizioso e importante, non si limita ad affrontare il problema delle case che non ci sono ancora: affronta anche il problema di quelle che non ci sono più: le case chiuse, o case di piacere, o case di tolleranza. Fu girato infatti nell’ex bordello di via Fontanella Borghese a Roma chiuso da pochi giorni per effetto di una legge falsamente progressista, e che ha fatto epoca: la famosa “Legge Merlin”. Durante le riprese vi fu anche un litigio autentico di Totò e Peppino con un deputato missino ( probabilmente un ex frequentatore assiduo, come tutti i personaggi maschili del film) che reputava scandaloso girare una pellicola in quei luoghi e farli dunque conoscere ai pochi che non li conoscevano. “La più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni” la definì un critico solitamente prudente come Morando Morandini. E per il tema trattato e per il coraggioso impegno sociale, la pellicola è anche una delle primissime commedie all’italiana. Un film triste, crepuscolare, vagamente malinconico, un estremo tentativo, riuscitissimo, di commedia neorealista, di una delle ultime immagini cinematografiche di un’Italia povera, sofferente, a testa bassa. I protagonisti del film sono Peppino De Filippo nei panni del capo di famiglia Peppino Armentano, e la bravissima Laura Adani, che interpreta sua moglie Maria. Totò, in regime di partecipazione straordinaria, interpreta il ruolo del nonno Illuminato, padre di lei e suocero di Peppino. Infatti, per quanto siano insieme nel film, qui Totò e Peppino non sono una vera coppia comica come nelle altre loro pellicole, Peppino ha infatti un ruolo più importante di quello di Totò ( che nonostante ciò amava moltissimo il film). Totò, come detto, è il nonno di famiglia noiosetto, improduttivo, rissoso, Illuminato di nome ma non di fatto: tormenta in continuazione il nonno avversario ( Achille Majeroni) e lo sfida addirittura a una gara di tiro alla fune, beccandosi entrambi un’ernia bilaterale. Peppino è invece il capofamiglia, un’omino paziente e onesto, di professione callista. Si capisce subito che, come tanti suoi predecessori, amerebbe sopra ogni altra cosa il quieto vivere, e invece è costretto a dannarsi in continuazione per i problemi degli altri. Quale sia il suo destino, lo capiamo fin dalla prima sequenza, allorché deve contendere a un altro potenziale inquilino, in una specie di gara ad eliminazione, l’appartamento che si è appena reso disponibile. Da allora, poiché la gara finisce in perfetta parità e l’alloggio viene equamente spartito, lo attendono per anni e anni le recriminazioni dell’intera famiglia, moglie, figli e suocero, che vorrebbero una sistemazione migliore. Così raggirato da un maneggione truffatore, Peppino perde tutti i soldi che avrebbe dovuto investire per cercare un nuovo appartamento, ed è costretto a ripiegare su un ex bordello e vi si trasferisce con l’intera famiglia, tacendo però a tutti la vera identità della casa. Adesso il capofamiglia, costretto a nascondere alla famiglia la vera natura della nuova casa, vive in continuo terrore, come l’Arduino di “Via Padova 46”, rischia addirittura di sfracellarsi giù dalle scale per andare a rispondere lui al telefono; e diventa un omino sempre più piccolo, schiavo dei propri terrori, del proprio insopprimibile perbenismo. Ma alla fine le ripetute umiliazioni, gli fanno recuperare la dignità perduta, quando decide di riunire la sua famiglia dopo che si era scoperto il passato “scandalistico” della casa. Ma vessati dai commenti ironici dei vicini e da lettere anonime, la famiglia al completo trova il coraggio di reagire, in un’epica scena finale, in cui dalla finestra dello stabile Laura Adani grida al mondo intero che quella dove abitano è una casa come tutte le altre e che la rispettabilità di un luogo dipende dalla gente che lo abita e non dal suo passato. Un finale moralizzatore, con una presa di coscienza e una riconquista della dignità, quasi commovente. Splendido e dissacrante il discorso finale di Totò, che si conclude con quel “Arrangiatevi!”, che dà il titolo al film, rivolto ai militari che si affollano sotto le finestre di casa sua, credendo che vi sia ancora un bordello: e che si estende a un’Italia pigra e repressa, che deve ancora superare lo shock della già citata Legge Merlin. Che film curioso, tutti del set conservarono un ottimo ricordo, anche la scelta bizzarra ma altamente realistica del regista Mauro Bolognini, di girare il film in una vera ex casa di tolleranza, contribuì alla perfetta riuscita della pellicola. Una scelta che sollecitò baruffe, malumori e curiosità: i vicini facevano la faccia scura credendo che nell’appartamento fosse ricominciata l’antica attività; qualche ex cliente, vedendo il portoncino di nuovo aperto, s’infilò dentro speranzoso; molte donne ansiose di vedere in cosa consistettero queste famose case chiuse dove si recavano gli uomini, si fecero avanti per ottenere il permesso di visitare il set; anche numerosi nobili varcarono la soglia dell’appartamento con la scusa di venire a trovare l’attrice Laura Adani, che era duchessa. Non c’è che dire, un set molto movimentato, e dato l’ambiente di realizzazione, saturo di doppi sensi, ai quali con arguti motti di spirito si abbandonava il divertito Peppino, a tal proposito il regista Bolognini, ebbe a dire: “In un clima così allusivo, il commendator Peppino De Filippo, molto divertito da tutto quell’inusuale andirivieni di gente, si abbandonava a motti di spirito ambigui e magari anche piuttosto pesanti, suscitando i fastidi di Totò, che sì faceva ridere, ma a riflettori spenti ridiventava l’austero principe De Curtis, il quale osservava l’ilarità generale un pò in disparte”. Totò, infatti diceva all’Adani, nobile come lui: “Lei è la duchessa Visconti di Modrone, non può accettare che in sua presenza si dicano delle cose indecenti”. In ogni caso sia Peppino, qui in una delle sue più riuscite interpretazioni, sia Laura Adani e sia Totò, conservarono un ottimo ricordo del film, vuoi per il risultato finale molto importante, vuoi per l’ottimo successo di pubblico che la pellicola riscuoterà al botteghino nei mesi a venire.

Totò, Laura Adani e Peppino De Filippo in una scena dello splendido film di Mauro Bolognini,
Totò, Laura Adani e Peppino De Filippo in una scena dello splendido film di Mauro Bolognini, “Arrangiatevi!”(1959).

Domenico Palattella

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