La commedia all’italiana, i musicarelli e l’avanspettacolo: breve veduta d’insieme

Il capolavoro della
Il capolavoro della “commedia all’italiana”, la celeberrima pellicola del maestro Mario Monicelli, “I soliti ignoti”(1958), ritenuta unanimemente la miglior commedia all’italiana di sempre e il film capostipite del genere. Da sinistra a destra vi si riconoscono gli spendidi protagonisti del film: Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia, Renato Salvatori, Capannelle, Vittorio Gassman e Totò.

-La commedia all’italiana. La commedia all’italiana trae spunto dal filone neorealista che ebbe il suo massimo sviluppo e l’inesorabile declino negli anni tra il ’45 e il ’52 quando si poteva già considerare finito. Aveva ceduto il passo ad una forma più leggera di rappresentazione della realtà, i cui protagonisti erano sempre personaggi appartenenti ad uno strato sociale modesto se non addirittura povero che lottavano per la sopravvivenza, solo che il tutto avveniva in uno scenario idilliaco, pieno d’amore e di buoni sentimenti; e in fondo zeppo di allegria e di fiducia verso il futuro. Il nuovo filone fu chiamato neorealismo rosa che darà l’input alla nascente commedia all’italiana destinata a fare storia. Il massimo film ascrivibile a questo movimento artistico, che darà il là qualche anno dopo alla commedia all’italiana vera e propria, è il celeberrimo film di Luigi Comencini, “Pane, amore e fantasia”(1953), che aprì di fatto la stagione della commedia all’italiana: dopo questo film nulla nel cinema italiano fu più come prima. Con lo straordinario successo della serie dei “Pane, amore e…”, con Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida, poi sostituita da Sophia Loren; e delle avventure di “Don Camillo e Peppone” alias Fernandel e Gino Cervi, il cinema italiano trovava una nuova strada che metteva il popolo al centro delle sue storie, e che per la prima volta cercava un modo per parlare con il popolo. E usare la sua lingua e la sua cultura, la sua esperienza e la sua sensibilità. Nella commedia all’italiana si racconta l’Italia borghese che cambia, che vuole arrivare, che cerca di contare, che cerca il benessere: ci si ispirava alla realtà, come i maestri del neorealismo, ma deformandola a scopo satirico e isolandone gli aspetti negativi. L’Italia, quindi, stava cambiando evolvendosi. Passata la guerra, la voglia di modernità e di riscatto sociale di tutta una generazione si faceva via via più forte, rendendo gli spettatori insofferenti verso le storie che raccontavano di fame e miseria, delle quali la gente ne aveva già sofferto abbastanza.

Don Camillo e Peppone, alias Fernandel e Gino Cervi. Dai racconti di Giovannino Guareschi vennero tratti cinque film con protagonisti il sanguigno prete di campagna e il rivoluzionario sindaco del paesello emiliano. Fernandel e Gino Cervi con le loro facce e le loro perfette interpretazioni diedero alla serie un incredibile successo di pubblico, e in qualche modo furono tra i precursori del genere della
Don Camillo e Peppone, alias Fernandel e Gino Cervi. Dai racconti di Giovannino Guareschi vennero tratti cinque film con protagonisti il sanguigno prete di campagna e il rivoluzionario sindaco del paesello emiliano. Fernandel e Gino Cervi con le loro facce e le loro perfette interpretazioni diedero alla serie un incredibile successo di pubblico, e in qualche modo furono tra i precursori del genere della “commedia all’italiana.

E qui si innestò potente la commedia all’italiana: partiva sempre da un’analisi attenta della realtà, ma lo strumento che usava per rappresentarla era l’ironia unita alla satira di costume; e l’ambiente che veniva preso di mira non era più quello dei contadini e dei poveracci, ma quello della borghesia rampante che scalciava per emergere, messa alla berlina per i suoi tanti vizi e le sue contraddizioni. Il pubblico vi si riconobbe ed affollò le sale. Tale genere si sviluppò agli inizi degli anni ’50 con i già citati film, per iniziare ufficialmente da quel 1958 de “I soliti ignoti” ( con Gassman, Mastroianni e Totò, tra gli altri), non erroneamente ritenuta la miglior commedia all’italiana di sempre; per toccare, poi il suo massimo splendore negli anni ’60; per declinare a metà degli anni ’70, quando l’Italia stava cambiando ancora, quando la magia del boom economico dei decenni passati era diventato solo un pallido ricordo e si stava dissolvendo con l’avvento del terrorismo e l’inasprirsi degli scontri sociali. Venne a cancellarsi così, l’autoironia che aveva contraddistinto il genere della commedia all’italiana che fece, dunque, posto alla farsa pura e fine a se stessa della cosiddetta commedia sexy all’italiana a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, frutto di una certa, diffusa, involuzione culturale e stilistica della società italiana. Un genere, nella sua beceraggine, che fu comunque fioriero di talenti ancora importanti, quali Renzo Montagnani e Lino Banfi. I protagonisti della commedia all’italiana dunque, sono i grandi, grandissimi nomi del cinema italiano, quei nomi, quei personaggi, che fanno parte della nostra cultura e del nostro patrimonio artistico nazionale, quei nomi che tutti conoscono fin da bambini e che rimangono indelebilmente nella memoria collettiva del nostro paese.

Alberto Sordi, il
Alberto Sordi, il “volto per eccellenza” della commedia all’italiana, nel film “Il marito”(1957), uno dei primi grandi film del genere. A partire dalla metà degli anni ’50, Alberto Sordi si specializzerà in quella caratterizzazione perfetta dei vizi, dei difetti e delle virtù dell’italiano medio, che faranno la sua fortuna e quella del fortunato genere della commedia all’italiana.

Se negli anni ’50 la commedia all’italiana ebbe a consolidarsi con i monumentali nomi della cosiddetta “prima generazione” dei grandi interpreti del cinema italiano, per intenderci quelli nati nel primo decennio del ‘900: Totò, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Vittorio De Sica, Renato Rascel, Macario, Carlo Dapporto, Gino Cervi, e in anticipo sugli altri assi della loro generazione Alberto Sordi e Walter Chiari; poi, la commedia all’italiana conobbe il suo massimo splendore negli anni ’60, quando gli assi della “nuova generazione”( quella nata tra gli anni ’20 e gli anni ’30) monopolizzarono in maniera quasi tirannica il cinema cosiddetto “impegnato”, cioè il cinema comico-brillante di serie A. Questi assi passati alla storia come “i mostri della commedia all’italiana” sono Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, più l’apporto del grande Marcello Mastroianni, impegnato all’unisono tanto in produzione nazionali, che in quelle internazionali di eccelso livello. Siamo, dunque, in presenza del massimo assoluto che la nostra cinematografia abbia mai espresso. A braccetto con il cinema cosiddetto “impegnato” vi era anche la cosiddetta “commedia all’italiana popolaresca”, cioè il cinema comico definito (erroneamente, data la freschezza delle pellicole) di serie B, ancora più tirannicamente dominato dalla verve comica strabordante della coppia Franchi & Ingrassia, i quali furono la più grande e prolifica coppia del cinema italiano, arrivando a interpretare più di 120 film, in poco più di un decennio (media stratosferica di 10 film l’anno). In mezzo a questo quadro d’insieme molto schematizzato, vi erano anche alcune situazioni di mezzo, come quella di Walter Chiari, impegnato ad alternarsi tra il genere “impegnato” e quello più “popolare”, senza mai specializzarsi davvero in un senso o nell’altro, ma arrivando ad interpretare un centinaio di pellicole che riscossero sempre un grande successo di pubblico. Nel genere comico-brillante, poi ebbero modo di trovare spazio e di arrivare al successo, anche talenti comici di assoluto valore come Mario Carotenuto e Raimondo Vianello, tra le presenze fisse del cinema brillante degli anni ’60.

Nella fascia più
Nella fascia più “popolaresca” o “popolare” della commedia all’italiana, trovò ampio spazio la coppia composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i quali furono gli assoluti dominatori della branca più popolare del genere. 120 film in poco più di 10 anni, sono una media pazzesca, che fa capire quanto furono amati dal pubblico dell’epoca, che immancabilmente affollava le sale non appena usciva un loro film. Fosse esso ambientato all’epoca delle crociate, nell’antica Roma, nel presente o nel selvaggio West.

-I “musicarelli”: un genere di grande successo. A chiudere l’analisi, a metà degli anni ’60, sui grandi della “prima generazione”, possiamo dire che il filone cinematografico della commedia leggera sentimental-popolare e di poche pretese va ormai esaurendosi, costringendo coloro che ne sono stati protagonisti per lo più a trovare il loro spazio, con l’inevitabile declino delle loro carriere cinematografiche, nella giovane televisione, proponendo con successo le proprie commedie teatrali o di rivista, o i propri sketch d’avanspettacolo. A tal proposito va ricordato che, mentre Totò, viene finalmente rivalutato dalla critica perchè diretto da grandi registi, alcuni altri pur grandi attori, come Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo o Macario, abbandonano progressivamente il cinema, accettando la popolarità di nuovo genere proveniente dalla televisione. Pur, riutilizzandosi anch’egli in televisione, a tutto ciò fa eccezione il caso del grande Nino Taranto, che rappresenta un caso a parte di questi anni. Poichè negli ultimo decennio della sua carriera cinematografica, dal 1963 al 1971, diventa una presenza fissa nel cast di quei film del filone musicale, ossia i cosiddetti “musicarelli”, costruiti su trame effimere e con il solo scopo di portare sul grande schermo gli interpreti di musica leggera più noti del momento: Adriano Celentano , Gianni Morandi, Al Bano e Romina Power, Gianni Nazzaro, Little Tony e altri celebri nomi.

Nino Taranto, il signore della
Nino Taranto, il signore della “paglietta” (dal nome del tipico cappello che spesso indossava nelle sue commedie teatrali e cinematografiche) fu il massimo interprete della cosiddetta “commedia musicale” degli anni ’60. Fece da chioccia, e tenne a battesimo cinematograficamente parlando, nomi importanti della musica, come Gianni Morandi, Caterina Caselli, Bobby Solo, Al Bano e Romina…

Se questo sottogenere cinematografico ha da un lato scopi di mera promozione discografica, dall’altro presenta come pressochè unico contenuto l’espressione del modo di vivere modaiolo, moderno e ribelle della gioventù dell’epoca, spesso in polemica nei confronti degli adulti della vecchia generazione che vengono spregiativamente detti “matusa”. Questo filone cinematografico, però, registra un successo sempre crescente, in tutti gli anni ’60, seguendo di pari passo quello della canzone italiana, e con la sua connotazione nazional-popolare, si rivolge sia ai giovani, richiamati nelle sale dai cantanti del momento, e sia ad un pubblico adulto che in queste pellicole ritrova in veste di coprotagonisti alcuni attori famosi del cinema di qualche anno prima. Prodotte con costi ridottissimi di circa 80 milioni, queste pellicole arrivavano a superare sovente il miliardo di incassi: tra i meriti, senza dubbio, la costante presenza del grande Nino Taranto, non solo amatissimo dal pubblico “over”, ma ora amatissimo anche dalle generazioni più giovani che affollano le sale. Le sue caratterizzazioni di estrema classe interpretativa riescono ad innovare ed elevare il livello non certo eccelso di tali pellicole. Nino Taranto interpreterà oltre 25 film, ascrivibili a tale genere, dal 1963 al 1971, spesso diretto da uno dei pionieri del genere, Ettore Maria Fizzarotti, che ne fa una presenza fissa in quasi tutti quelli che dirige, assegnandoli generalmente appunto il ruolo dell’austero signore di mezz’età, burbero ma dal cuore d’oro, sia esso un genitore, un maresciallo dell’esercito o un severo ispettore, ma lasciandogli sempre ampie possibilità espressive e di caratterizzazione dei suoi personaggi, nonchè l’opportunità di cantare. L’interpretazione più riuscita e passata alla storia, è quella del maresciallo dell’esercito Antonio Todisco, severo ma dal cuore d’oro, protagonista dei tre film della serie degli “In ginocchio da te”, che lanciarono Gianni Morandi, giovane stella della musica italiana, tra le stelle del cinema. Infatti,“In ginocchio da te”(1964) è la prima delle fortunate pellicole della coppia Morandi-Efrikian ( nel ruolo di Gianni e Carla), con Nino Taranto nella parte del severo maresciallo Antonio Todisco, padre di lei e superiore di lui, nonché un cast di attori piuttosto noti come Enrico Viarisio, Raffaele Pisu, Gino Bramieri, Vittorio Congia, Ave Ninchi ed Enzo Tortora nella parte di se stesso. La notorietà nazional-popolare della coppia e degli altri interpreti e le musiche di Ennio Morricone fanno di questa pellicola uno dei più grandi successi della stagione 1965/66, tanto che il regista ne gira immediatamente il seguito in “Non son degno di te”(1965), e successivamente anche “Se non avessi più te”(1966), con gli stessi personaggi del primo film e con incassi, sorprendenti per l’epoca, di un miliardo e mezzo di lire. Per essere completi, ad onor del vero, bisogna annoverare, tra le altre presenze importanti del genere, ma di certo più saltuarie, anche quelle di grandi attori come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Dolores Palumbo, Raimondo Vianello, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto e altri ancora.

Nino Taranto, Gianni Morandi e Laura Efrikian (che diventerà sua moglie) nelle
Nino Taranto, Gianni Morandi e Laura Efrikian (che diventerà sua moglie) nelle “commedie musicali” in assoluto più importanti e redditizie degli anni ’60, nella serie di “In ginocchio da te”(1964), a quali seguì “Non son degno di te”(1965) e “Se non avessi più te”(1966). Il personaggio del maresciallo dell’esercito Antonio Todisco, severo ma dal cuore d’oro, così elegantemente interpretato da Nino Taranto, è rimasto nell’immaginario popolare.

Ecco i grandi protagonisti dell’epoca d’oro del cinema italiano: “una chiorma di amici” amava definire Totò tutti questi grandi artisti, lui compreso, “una chiorma di amici” che aveva fatto la gavetta sui palcoscenici polverosi di provincia, negli anni ’20 e ’30, e che si era ritrovata tutta quanta insieme nel cinema del secondo dopoguerra, nell’olimpo del cinema e poi anche nel nascente mezzo televisivo: amicizie indissolubili e cementate nel corso degli anni dalla passione comune per il teatro, per la rivista, per il cinema, insomma per il mondo dello spettacolo.

Aldo Fabrizi nell'esilarante sketch del
Aldo Fabrizi nell’esilarante sketch del “tranviere”, ripreso anche in televisione, quando Fabrizi e tutto il resto dei grandi attori della “prima generazione”, accettarono la popolarità di nuovo genere del mezzo televisivo.

-L’avanspettacolo. Tra tutti i generi, merita ben più di un’occhiata il genere dell’avanspettacolo, sviluppatosi sui palcoscenici italiani tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’50, e fucina di veri e propri talenti. Trattasi, comunque, di una branca del varietà, cioè della rivista, dalla quale si distaccò quando il regime fascista cominciò ad emanare provvedimenti ( soprattutto sgravi fiscali) per favorire i teatri che si sarebbero trasformati in sale cinematografiche. Le varie compagnie si trovarono così costrette, per sopravvivere, a elaborare una nuova forma di spettacolo, più breve ed incisiva, che intrattenesse il pubblico in sala in attesa del film o alla pausa tra il primo e il secondo tempo. L’avanspettacolo nacque quindi come una rivista in minore, dai tempi tiranni e dal budget ridotto. Ma fu un mondo magico, così quanto la rivista vera e propria, pieno zeppo di fascino e incanto, un mondo che fu una fucina di talenti senza pari: tutti gli attori sopracitati che poi fecero grande il cinema italiano, si fecero letteralmente le ossa in questi spettacolini di pochi minuti, che furono in grado di forgiare i grandi attori dei decenni successivi, quali poi furono. Divisi in siparietti, queste scenette, assunsero poi il famigerato nome di “sketch”, che fece la fortuna di un genere importante della cinematografia italiana, quali quello del genere ad episodi. Con l’avvento della televisione a partire dal 1954 questa forma di spettacolo, per ovvie ragioni si trasferì sul piccolo schermo, e gli attori che ne furono protagonisti, e che poi hanno avuto la loro fiorente carriera cinematografica, vi ci ritornarono a metà degli anni ’60, in una nuova scintillante stagione televisiva, riproponendo un pò tutti, gli sketch che li avevano resi immortali: ad esempio Nino Taranto riprese le macchiette di “Ciccio formaggio” e di “Dove sta Zazà”; Aldo Fabrizi quella del “tranviere”; Renato Rascel quella del “corazziere”; Macario riprese le sue sfolgoranti e scintillanti riviste che fecero epoca; Walter Chiari propose quel capolavoro dello sketch del “Sarchiapone” e così via…

Uno degli sketch di avanspettacolo più straordinari di tutti i tempi, è quello del
Uno degli sketch di avanspettacolo più straordinari di tutti i tempi, è quello del “corazziere” del grande Renato Rascel. Tanto fu il successo di questa caratterizzazione, che a partire dal personaggio inventato dall’attore romano, ne venne anche realizzata una versione cinematografica, del 1961, e dal titolo appunto “Il corazziere”, il quale rimane uno dei più divertenti film del “piccoletto nazionale”.

Insomma tutti i grandi nomi del cinema, nel corso degli anni accettarono, e fecero loro il mezzo televisivo, entrando nelle case degli italiani e allietando loro le serate.

Domenico Palattella

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