I mille volti del grande Aldo Fabrizi in sei film: dal comico al drammatico, mito e talento di un attore inarrivabile

Aldo Fabrizi è stato uno dei più importanti e popolari attori italiani di tutti i tempi. Dal comico al drammatico: mito e talento di un attore unico nel panorama del cinema italiano.
Aldo Fabrizi è stato uno dei più importanti e popolari attori italiani di tutti i tempi. Dal comico al drammatico: mito e talento di un attore unico nel panorama del cinema italiano. 60 film interpretati, in una carriera cinematografica di grande valore.

Ricostruire la storia di un attore in 6 film è già di per sè molto difficile, se poi l’attore in questione è il grande Aldo Fabrizi, uno dei più popolari e importanti interpreti del cinema italiano, l’impresa si fa ben più ardua, ma non impossibile. Impegnato ai massimi livelli, in tutti i ruoli cinematografici: come attore (dalle esperienze neorealiste alle commedie brillanti degli anni ’50 e ’60) è stato splendido protagonista di oltre 60 film, come regista ha diretto sapientemente otto film lunghi e uno breve (in un episodio del film “Questa è la vita”), e come sceneggiatore ha, per esempio vinto con Ennio Flaiano, Vitaliano Brancati, Steno e Mario Monicelli, il premio come miglior sceneggiatura al Festival di Cannes del 1952, per il film “Guardie e ladri”, interpretato tra l’altro in coppia con il suo grande amico Totò, il quale si aggiudicò la Palma d’oro come miglior attore protagonista nella stessa kermesse internazionale. L’esordio di Aldo Fabrizi nel mondo del cinema fu abbastanza tardo, meditato, ma di certo positivo ed esplosivo. Ciò avvenne con il film “Avanti c’è posto”, nel 1942, a cui fecero seguito l’anno successivo “Campo de Fiori” “L’ultima carrozzella”, i quali confermarono il suo successo e ampliarono le ambizioni cinematografiche dell’attore romano.

Il primo film interpretato da Aldo Fabrizi:
Una immagine di scena del primo film interpretato da Aldo Fabrizi: “Avanti c’è posto”(1942). Fabrizi, al momento del suo debutto cinematografico, era già una delle massime stelle dello spettacolo italiano.

1.La chiave del cinema di Aldo Fabrizi

Ora, proveremo a ricostruire la storia di un attore, tra i più grandi di tutti i tempi, in soli sei film, sei film che però hanno lasciato una traccia indelebile nella cinematografia italiana, e in qualche modo hanno aperto delle epoche, anche grazie all’apporto di Fabrizi: dall’esperienza neorealista di “Roma città aperta”(1945), in grado di inaugurare un filone cinematografico ed una nuova era nel cinema italiano e mondiale; alla pellicola “Vivere in pace”(1947), che mescola elementi neorealisti a momenti più divertenti e spensierati, facendo intravedere, ancora in embrione, alcune avvisaglie da commedia all’italiana; che con l’avvento degli anni ’50, troverà la sua consacrazione tra gli altri con la divertentissima trilogia della “Famiglia Passaguai”(1952) del quale Aldo Fabrizi è splendido protagonista; per finire con gli spensierati anni ’60 e il suo utilizzo in molte commedie brillanti di successo, la migliore delle quali è al fianco del grande Totò, nel film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960), un grande assolo a due, di due miti del nostro cinema. La chiave, quindi, per godere del cinema di Aldo Fabrizi è quella della perfetta commistione tra commedia e melodramma, capace come nessun altro di passare con grande scioltezza dalla risata alla commozione, dimostrando di essere un talento unico nel panorama del cinema italiano. E tutta l’essenza del cinema di Fabrizi, è perfettamente riassunta  in questi sei film, che non è detto che siano i suoi migliori film, per quanto sono ritenuti se non dei capolavori degli ottimi film, ma di certo quelli che semplificano meglio la sua sfolgorante carriera, e il suo essere attore completo e poliedrico, oltre che regista e sceneggiatore di talento.

Una scena del capolavoro di Roberto Rossellini
Una scena del capolavoro di Roberto Rossellini “Roma città aperta” (1945), che segnò in un colpo solo, la nascita di una nuova era cinematografica, quella del cinema girato per le strade, quella realista e verista del “neorealismo”. Memorabile Aldo Fabrizi nel ruolo di don Pietro Pellegrini, che verrà poi fucilato alle Fosse Ardeatine.

2. Roma città aperta(1945): la nascita di una nuova era cinematografica

“Roma città aperta” è un film tanto famoso quanto ingombrante, un capolavoro da cui non si può prescindere ma che spesso viene vissuto come qualcosa di cui si è parlato troppo e che sarebbe meglio lasciare su qualche scaffale. E invece l’opera di Roberto Rossellini ha ancora molto da dire e soprattutto da mostrare. Perchè davvero ha significato l’inizio di una nuova stagione cinematografica ma anche il punto di passaggio da un cinema “vecchio stile” a uno moderno e in sintonia con i tempi. E l’invenzione di un linguaggio da cui non si sarebbe potuto più prescindere. Ispirato ad una storia realmente accaduta pochi mesi prima, nella Roma ancora in mano alle truppe nazi-fasciste, e girato invece nella Roma appena liberata dalle truppe alleate, il coinvolgimento di Aldo Fabrizi per interpretare la parte del prete, che nel film si chiamerà don Pietro Pellegrini, porta a lavorare alla sceneggiatura anche Federico Fellini, che per Fabrizi aveva già scritto dei dialoghi; mentre sarà l’altro sceneggiatore Sergio Amidei a spingere per chiamare Anna Magnani nel ruolo di Pina, al posto della prima candidata, Clara Calamai, ma anche di Isa Miranda e di Assia Noris, ex amante di Rossellini. Così, al successo del film contribuirono non poco, le magistrali interpretazioni di Aldo Fabrizi e di Anna Magnani, molto amici anche fuori dal set, che diventarono, in qualche modo, i simboli attoriali del neorealismo. Peraltro gli unici simboli attoriali di tale fortunata, ma limitata ( non nel senso di qualità, ma di durata) stagione cinematografica, poichè, in seguito i film neorealisti avrebbero fatto volentieri a meno dei volti famosi, prediligendo voci e volti presi direttamente dalla strada. In seguito alla grande accoglienza all’estero e alla vittoria al Festival di Cannes, il film ebbe un grande successo anche in Italia, dove in precedenza era stato accolto freddamente. La critica internazionale arrivò a dire:

“la storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”

E in effetti il film, è il simbolo del neorealismo, ed ancora oggi commovente a distanza di anni. La chiave per comprenderlo sta nell’analizzare come la pellicola di Rossellini, riesca a reagire con il suo stile semplice e diretto alla retorica di tanti anni di fascismo e opporre a una tradizionale ipocrisia la sincerità e il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è: è la nascita di un nuovo modo di fare cinema, di un “nuovo cinema”, in un nuovo mondo appena uscito dalle catastrofi della seconda guerra mondiale. In tutto ciò, dopo questo film, le quotazioni cinematografiche di Fabrizi e della Magnani crebbero alle stelle, come anche la loro popolarità, anche se ad onor del vero bisogna dire, che anche prima del capolavoro rosselliniano, entrambi erano già due divi molto popolari ed apprezzati dal pubblico di tutta Italia.

“Vivere in pace”(1947) è uno dei massimi capolavori con Aldo Fabrizi, anello importante per capire l’evoluzione del cinema italiano verso la commedia all’italiana, nonostante un finale altamente drammatico.

3. Vivere in pace(1947): l’evoluzione del cinema italiano verso la commedia

Arriva il 1947, che sarà un anno molto importante per il nostro Aldo Fabrizi. Prenderà parte a 4 pellicole cinematografiche: “Il vento mi ha cantato una canzone”“Tombolo, paradiso nero”, “Il delitto di Giovanni Episcopo” “Vivere in pace”. E’ quest’ultimo progetto, però, a convincere maggiormente l’attore romano, contattato dal regista Luigi Zampa per questo film, che come vedremo sarà uno dei più importanti della sua carriera. Sospeso a metà tra la commedia di costume e il melodramma, il film riesce a raccontare con onestà e partecipazione emotiva il dramma di tutto un popolo, coinvolto in una guerra di cui non condivide le ragioni ma di cui paga le conseguenze. Riconosciuto all’estero come un capolavoro neorealista ( i critici newyorchesi lo elessero infatti il miglior film dell’anno), in realtà è un anello importante per capire l’evoluzione del cinema italiano verso la commedia all’italiana, di cui possiede il gusto del bozzetto e la capacità di aprirsi in improvvisi squarci comici, anche se di quella futura stagione manca la componente ironica e caustica, sostituita invece dalla bonaria umanità del personaggio interpretato magistralmente da Aldo Fabrizi. Un cammino di gloria lento ma inesorabile, cominciato in marzo con l’uscita nelle sale italiane e che ebbe il suo culmine in dicembre, con le notizie provenienti dagli Usa. La critica d’oltreoceano volle ribadire il suo amore per il cinema neorealista, di cui “Vivere in pace” venne considerato un ottimo esempio, e ne venne lodata, anche l’interpretazione di Aldo Fabrizi, che anche per gli americani era il simbolo attoriale di tale genere. “Vivere in pace” ebbe una risonanza quasi paragonabile a quella, cinquant’anni più tardi, de “La vita è bella” di Benigni, proprio perchè del neorealismo Zampa scelse di mantenere solo alcuni tratti di superficie. Il film non ne conserva infatti nè la durezza, nè il tono sconsolato, nè tanto meno la volontà di indagine sociale o di affresco storico. Il piccolo miracolo che avviene nella fattoria di Zio Tigna/Fabrizi (in cui un nero fraternizza con un tedesco) nell’anno 1944 rasenta la fiaba, corretta ed elevata da un finale per nulla “happy” che conferma, per certi versi, gli stereotipi smentiti fino a quel momento. Ecco allora arrivare i nazisti in campo lungo, crudeli e assassini, commentati da una colonna sonora, come sempre efficace del maestro Nino Rota. Al di là delle “regole del gioco” a cui Zampa si prestò volentieri e al successo neorealista ottenuto dalla pellicola, nel rivedere oggi “Vivere in pace” si resta colpiti dalla freschezza del dialogo, dall’intesa tra tutti gli attori del cast, dalla linearità e dalla sottile ironia della messa in scena, che più che a “Paisà” o a “Sciuscià” fa pensare davvero al cinema italiano dei due decenni successivi. Tutto ciò colloca il film piuttosto tra i primi film neorealisti sì, ma rosa, o tra i primi casi di embrione della commedia all’italiana di Monicelli e di Risi. A completare il tutto, un cast di attori in stato di grazia, dall’umanissimo Aldo Fabrizi nei panni di zio Tigna ( invecchiato all’uopo) a un’Ave Ninchi, straordinaria, premiata con il Nastro d’argento come miglior attrice protagonista per la perfetta interpretazione nel film. E’ inoltre, il primo film dove Ave Ninchi appare al fianco di Aldo Fabrizi, in quella che sarà la “moglie” cinematografica per eccellenza del commendator Fabrizi, dalla fine degli anni ’40, fino agli anni ’60, con una serie di film divertenti e di gran classe. “vivere in pace” è in definitiva il film di Fabrizi, che più di tutti gli altri, realizza quella perfetta commistione tra commedia e melodramma che è alla base del cinema dell’attore romano. Inutile dire la popolarità di Fabrizi, a questo punto, a che livelli sia arrivata, è ormai uno degli artisti più influenti del panorama cinematografico italiano, e come vedremo, il successo continuerà ad arridergli e a sopravvivere anche dopo l’estinzione del neorealismo come genere autonomo.

Aldo Fabrizi, insieme a Peppino De Filippo e Vittorio De Sica nel film
Aldo Fabrizi, insieme a Peppino De Filippo e Vittorio De Sica nel film “Natale al campo 119″(1948). I tre assi del nostro cinema erano molto amici anche nella vita privata, e il film, rappresenta per tutti e tre un’ottima occasione, in una pellicola di passaggio tra il neorealismo e la commedia umoristica degli anni ’50.

4. La fine del neorealismo e la nascita della commedia brillante e umoristica degli anni 50: Aldo Fabrizi continua ad essere una delle massime stelle dell’epoca

Malgrado l’enorme risonanza internazionale di svariati suoi prodotti, e malgrado l’indiscutibile, immensa influenza esercitata in patria su tutto il cinema coevo e successivo, il neorealismo vero e proprio ebbe una fioritura alquanto breve; già nel 1950 il genere non esisteva praticamente più. Si può dire che la rapida fine del neorealismo non fu determinata da un esaurimento delle batterie dei suoi capiscuola, i quali tutti continuarono brillantemente la propria carriera anche dopo aver mutato, chi più chi meno, temi e modi; ma che il pubblico impose le proprie esigenze, e all’industria cinematografica non restò che prenderne atto. E’ che dopo la guerra il pubblico del cinematografo aveva voglia soprattutto di distrarsi, e se respingeva i tentativi di riproporre la commedia abulica e senz’anima degli anni prima della guerra, non per questo voleva sentirsi ricordare lo sfacelo che aveva travolto il paese. Al cinema italiano si chiese dunque intrattenimento, ma di un tipo che non competesse con quello che ancora per decenni sarebbe stato monopolio di quello d’oltreatlantico: niente commedie sofisticate, e niente film di gangster, niente film d’azione o di avventura. Saggiamente insomma, fino dagli inizi, il cinema italiano più lungimirante si indirizzò al solo campo nel quale gli americani non avrebbero mai potuto batterlo, ossia a quello che aveva a che fare più da vicino con gli italiani stessi, con la loro cronaca locale o regionale prima ancora che nazionale; e in chiave prevalentemente umoristica. Perchè umoristica? ci si chiederà a questo punto. La prima risposta è la più ovvia: probabilmente, per reazione a vent’anni di retorica fascista; per pudore. Un’altra risposta potrebbe essere, perchè il terreno dell’umorismo è quello dove l’identità nazionale è più salda, dove il rischio dell’invasione da parte di un prodotto straniero è più ridotto. Sta di fatto che il genere comico apparve ben presto quello più richiesto dal pubblico italiano all’industria nazionale, nè le cose sarebbero cambiate troppo in seguito, malgrado l’esplosione di svariati “filoni cinematografici”, ciascuno dei quali avrebbe avuto il suo grande momento di fulgore. E sta di fatto che dal 1945 in poi praticamente tutte le “vedette” italiani di lunga durata- i grossi nomi del “box office”– sarebbero state attori comici o comunque brillanti. Prima Aldo Fabrizi e Anna Magnani (comica), quindi Macario, Totò, Renato Rascel, Walter Chiari, Nino Taranto, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto, poi Alberto Sordi, e poi Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, e poi ancora Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, e poi ulteriormente Massimo Troisi e Carlo Verdone. Insomma, il cinema italiano della rinascita, alle prese con i formidabili ostacoli a cui si è accennato- assenze di strutture e di capitali, inondazioni di prodotti esteri molto appetitosi- conquistò una sua identità anche, e forse soprattutto, grazie all’aver giocato fin dall’inizio la carta dell’umorismo.

La locandina cinematografica del capolavoro comico di e con Aldo Fabrizi,
La locandina cinematografica del capolavoro comico di e con Aldo Fabrizi, “La famiglia Passaguai”(1951), una delle prime vere commedie all’italiana di sempre e tra le migliori commedie in assoluto dei tutti gli anni ’50

5. La trilogia della Famiglia Passaguai nel contesto del cinema comico-brillante degli anni ’50: tra le migliori commedie italiane del decennio

E così nel primissimo anno del nuovo decennio, o meglio, con la stagione 1949/50, ebbe inizio la grande ripresa del cinema italiano, quella stagione umoristica-brillante della commedia all’italiana, che porterà il nostro cinema ad essere il primo al mondo, almeno per un ventennio, fino alla fine degli anni ’60. E’ un boom che per quanto riguarda gli incassi vide il cinema leggero e leggerissimo in prima fila. Il decennio cinematografico iniziò insomma nel segno del disimpegno, dell’allegria e del divertimento. In questo nuovo contesto, e in questi mutati gusti del pubblico, non fu difficile per un attore della classe  e della bravura di Aldo Fabrizi, riuscirsi ad inserire, d’altronde Aldo Fabrizi nasce artista comico-brillante, e la sua “vis drammatica” era stata solo prestata al neorealismo, finchè è durato tale genere. Ma ora si torna all’umorismo, nel campo in cui sa primeggiare e tirare fuori pietre miliari del cinema comico: e come vedremo, i capolavori del genere non tarderanno ad arrivare. Arriva il 1951 e ad Aldo Fabrizi, assistendo una sera al film dell’amico e regista Luciano Emmer “Domenica d’agosto”(1950), che descrive una domenica al mare di una famiglia italiana, balena in mente un’idea curiosa, la quale risulterà poi essere, dati i risultati, una vera e propria miniera di diamanti. L’idea fu di trarre una scatenata commedia di costume, dai racconti del grande umorista Anton Germano Rossi, e più precisamente dalla sua commedia “Cabina 27”. Così nacque “La famiglia Passaguai”, che è la terza fra le nove regie cinematografiche firmate da Aldo Fabrizi, nonchè la prima baciata da un autentico successo. L’attore romano, al vertice della fama, moltiplica i propri ruoli e ottiene uno straordinario successo di pubblico. Nel quadruplo ruolo di regista, attore, co-sceneggiatore e produttore- per la sua “Alfa film XXXVII”-Fabrizi è affiancato da un cast strepitoso e da una squadra di tecnici di grande qualità, a cominciare da Mario Bava alla fotografia. Fabrizi dirige se stesso e i suoi attori con la maestria del grande capocomico: gli incontri-scontri con la colossale Ave Ninchi sono memorabili, come anche i duetti con il grande Peppino De Filippo, e Carlo Delle Piane lascia il segno nell’economia calibratissima del racconto e delle gag. “La famiglia Passaguai” mischia slapstick e commedia degli equivoci, costume e avanspettacolo, neorealismo e commedia all’italiana, umorismo ed eleganza. Roboante, a tratti delicato, animato da un umorismo puntuale e inestinguibile, il film è una delle più grandi commedie italiane degli anni ’50. Una scatenata commedia di costume e degli equivoci dove Fabrizi nel quadruplo ruolo di regista,attore, sceneggiatore e produttore, ironizza sui comportamenti di una piccola borghesia che si confronta a fatica con i primi segni del benessere. Utilizzando l’esilissima trama come un vero e proprio canovaccio su cui innestare invenzioni e trovate, Fabrizi fonde gli elementi caratteristici della sua comicità ( il tipo romano pacioso e un pò tonto, bistrattato da tutti, a cominciare dall’ingombrantissima moglie) in una struttura che alterna elementi addirittura slapstick- le ripetute gag con l’anguria, l’esilarante trovata del volto deformato dal peso della moglie- a situazioni più tradizionali, derivate dall’avanspettacolo o dal teatro boulevardier, ottenendo effetti comici spesso irresistibili. Il lavoro sui co-protagonisti e sui caratteristi è, poi perfetto: oltre ai già citati, Peppino De Filippo e Ave Ninchi, una menzione meritano senza dubbio, Luigi Pavese, nel ruolo del bagnante ossessionato dall’anguria; e la frenetica maschera di Tino Scotti nei panni del capufficio di Fabrizi. A tre anni dal suo esordio dietro alla macchina da presa con il malinconico “Emigrantes”, Aldo Fabrizi trova, quindi, il testo che fa per lui e riversa decenni di esperienza tra il palcoscenico, il set e le pagine della rivista “Travaso delle idee” in un film reso grande dal pubblico e destinato a conquistare addirittura una distribuzione estera. Il film è, quindi, il primo grande esempio di ibrido tra cinema d’autore e cinema popolare, che sarà alla base, pochi anni dopo, della nascita della commedia all’italiana. Anche in questo caso, possiamo dire che Aldo Fabrizi, sia stato un precursore dei tempi, e sia stato in grado come nessun altro di intercettare i continui mutamenti dei gusti del pubblico, e che in qualche modo con questa trilogia abbia preparato il campo, verso la svolta epocale della commedia all’italiana. Il grande successo di pubblico spinse Fabrizi a dirigere addirittura due sequel, l’anno successivo: “La famiglia Passaguai fa fortuna”(1952) “Papà diventa mamma”(1952).

Il secondo film della trilogia della famiglia Passaguai, dal titolo
Il secondo film della trilogia della famiglia Passaguai, dal titolo “La famiglia Passaguai fa fortuna”(1952). Stavolta Aldo Fabrizi è in coppia con l’altrettanto grande Macario (i due erano molto amici anche nella vita) in un film divertente, il quale continua a scavare il solco verso l’affermarsi della commedia all’italiana.

Ad appena un anno di distanza dal successo de “La famiglia Passaguai”, Aldo Fabrizi recupera i personaggi creati dal commediografo Anton Germano Rossi, confortato dal successo notevolissimo del primo capitolo della saga. Per rendere al meglio le atmosfere di questa piccolissima Italia che ancora avverte l’odore acre della guerra appena lasciata alle spalle, ma già si avvia traballante verso le tentazioni del boom economico, l’attore romano sceglie di farsi aiutare da uno sceneggiatore di comprovata esperienza come Ruggero Maccari e da un giovanissimo di belle speranze che si chiama Ettore Scola e che scriverà pagine importanti per la storia del cinema italiano dei decenni a venire. Quindi, il capitolo due della fortunata serie della famiglia Passaguai, viene chiamato “La famiglia Passaguai fa fortuna”, e sviluppata, come nel primo, da un Aldo Fabrizi factotum e in forma smagliante, ancora una volta nel quadruplo ruolo di regista, attore, co-sceneggiatore e produttore. A far da innesco per questo secondo film, un’autentica coppia che scoppia. Da un lato il “fisico” di Fabrizi, dall’altro la lunarità marxiana e intangibile del leggendario Macario. I due si mangiano il film come Chaplin e Buster Keaton nel finale di “Luci della ribalta”, a colpi di pianoforte e violini segati a mezzo. Fabrizi, quindi, si riserva ancora una volta la regia e chiama come spalla ( in realtà è un co-protagonista a tutti gli effetti) il grande Macario a sostituire l’altrettanto grande Peppino De Filippo della storia precedente (entrambi suoi grandi amici). Certo, all’inizio appare un pò straniante l’idea di sovrapporre alla sorniona saggezza dell’attore napoletano la lunare guitteria del comico torinese. Eppure, a mano a mano che il film procede, tuttavia, ci si rende conto che il contrasto fisico fra i due protagonisti è il segno della ricerca di una comicità più elementare- quasi un omaggio implicito a Laurel e Hardy- e che la coppia riesce a toccare con grande efficacia le corde della tenerezza, necessaria a compensare gli aspetti ambigui di una storia, fatta di assegni in bianco e di speculazioni edilizie, che solo l’ingenuità dell’epoca poteva far narrare con tanta solidale leggerezza. Al solito, per il resto, cast di comprimari solo sulla carta, vista la verve indomabile di Ave Ninchi e la classe di attori di razza come Luigi Pavese, che ritorna nella serie dopo il primo film, ma interpretando un personaggio diverso. Le battute di Fabrizi & Co, fanno scintille reggono perfettamente tutto il peso del film, in una pellicola di equivoci edilizi e finanziari, che seppur meno scattante della prima, svolge il suo lavoro a dovere e spiana la strada per il terzo titolo, il più anarchico e il più divertente di tutti: “Papà diventa mamma”. Fabrizi avrebbe voluto girarne anche un quarto ( nel 1957), “Bruttissimo”, sorta di parodia del “Bellissima” di Luchino Visconti, elevando a ruolo di spalla, o meglio co-protagonista il “figlio” Carlo Delle Piane, ma il progetto naufragò rimanendo solo una lodevole intenzione. Il secondo film della serie registra, comunque, un lieve calo di incassi rispetto al primo, ma ancora più che soddisfacenti e più che sufficienti per convincere Aldo Fabrizi a girare, quasi immediatamente il terzo capitolo della saga.

Il film più surreale e scatenato della trilogia della famiglia Passaguai,
Il film più surreale e scatenato della trilogia della famiglia Passaguai, “Papà diventa mamma”(1952). Strepitosa interpretazione di Aldo Fabrizi, in una divertente ed elegante presa in giro dell’universo femminile. Grande successo di pubblico, il film è uno dei massimi capolavori comici del cinema italiano.

Dopo aver incassato elogi da ogni dove per le avventure della famiglia Passaguai, Fabrizi non restò con le mani in mano. Del resto non era il suo stile. Durante gli anni ’50, Aldo Fabrizi era infatti quanto di più vicino al re di Roma ci si potesse immaginare, e si mise subito al lavoro per il terzo capitolo della saga, quello del suo massimo capolavoro nel genere umoristico: “Papà diventa mamma”. La trilogia cominciata con “La famiglia Passaguai” si conclude, quindi, con il film più surreale e scatenato, sceneggiato dallo stesso Fabrizi con Ruggero Maccari e Mario Amendola, da un soggetto di Piero Tellini: se il meccanismo narrativo è evidentemente ripetitivo- Fabrizi in pose femminili che scimmiotta i difetti delle donne- le invenzioni e soprattutto la straordinaria misura recitativa sono la prova del grandissimo talento dell’attore-regista, capace di utilizzare al meglio uno dei luoghi canonici dell’avanspettacolo ( il travestitismo) senza mai cadere nella volgarità o nel luogo comune. Assolutamente irresistibile e da antologia la sua apparizione in camicia da notte e cuffietta o la scena del bucato, con Fabrizi in zoccoli che canta “Non c’è trippa pe’ gatti” e naturalmente litiga con le altre donne del caseggiato. Uno dei film più divertenti della’intera cinematografia italiana, un autentico capolavoro dell’arte comica, che sarebbe da far vedere nelle scuole, per capire l’importanza che ha avuto il genere comico-brillante nella storia del cinema, quello vero ed elegante, non quello volgare e infarcito di parolacce dei giorni nostri, o di tanta parte degli anni ’80 e ’90. Perchè se far piangere è difficile, come diceva il grande Peppino De Filippo, far ridere con gusto il pubblico è ancora più difficile. Tornando al film, lo script della pellicole brilla per rotondità e ritmo, e la messa in scena la serve al meglio, mettendo in perfetto risalto i contributi dei singoli attori, con un equilibrio comico invidiabile. A coronare gli sforzi di un Fabrizi tuttofare, qui al massimo della sua carriera, intervengono, alla perfezione due grandi spalle comiche di lusso, come Paolo Stoppa ( l’esperto di psichiatria d’oltreoceano) e Virgilio Riento (Ambrogio, il commesso). Il film andò alla grande al botteghino, spazzando il leggero calo del precedente film, e addirittura superando gli incassi, già di per sè molto alti, del primo film della serie. In questo 1952, il commendatore Aldo Fabrizi non aveva più nulla da dimostrare a nessuno. Due anni prima aveva conquistato il suo primo Nastro d’argento- grazie a “Prima comunione” di Alessandro Blasetti- e nel 1951 si era recato a Cannes insieme all’osannatissimo “Guardie e ladri”, con tanto di Principe De Curtis, vincendo il premio come miglior sceneggiatura della rassegna internazionale ( essendo anche uno dei co-sceneggiatori della pellicola). Nota di merito al soggetto del film, firmato dal grande Piero Tellini, che lo presentò al suo amico Fabrizi. E lui non si fece sfuggire l’occasione, che era molto ghiotta: rimettere in piedi il dionisiaco baraccone della famiglia Passaguai, con un’idea comica a dir poco travolgente. Fabrizi sfruttò, quindi al massimo la propria fisicità abbondante e verace, e fece di “Papà diventa mamma” un film in clamoroso anticipo sui tempi, e che resta ancora oggi assolutamente ineguagliato. Poi la sceneggiatura di grandi come Amendola, Tellini e Maccari (oltre che di Fabrizi), è perfetta nella sua straordinaria capacità di inventiva e nella sua attenta e precisa pregnanza sociologica. Grazie, poi a questa inventiva diabolica per ciò che concerne le singole situazioni, il film diventerà uno dei più citati e scopiazzati- anche involontariamente- della storia del cinema, da quello americano a quello italiano.

Una divertente immagine di scena tratta dal primo film della famiglia Passaguai, sulla spiaggia di Ostia(Roma). Vi si riconoscono Ave Ninchi, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo (co-protagonista e apparso soltanto del primo film della serie) e i giovanissimi Giovanna Ralli e Carlo Delle Piane.
Una divertente immagine di scena tratta dal primo film della famiglia Passaguai, sulla spiaggia di Ostia(Roma). Vi si riconoscono Ave Ninchi, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo (co-protagonista e apparso soltanto del primo film della serie) e i giovanissimi Giovanna Ralli e Carlo Delle Piane.

La trilogia della famiglia Passaguai, analizzata ad alcuni anni di distanza dopo la nascita e lo sviluppo, alla fine degli anni ’50 della commedia all’italiana, è a suo modo un trittico di film di denuncia, capaci di anticipare, nel bene e nel male, ciò che dalla fine del decennio avrebbe preso il nome, appunto di commedia all’italiana. Ancora una volta Aldo Fabrizi si fa carico di aprire la strada al cinema italiano, verso nuovi orizzonti, nuovi generi e nuovi traguardi. D’altronde ripercorrere la sua storia, è ripercorrere la storia di vent’anni di cinema italiano (dagli anni ’40 agli anni ’60), dalla sua evoluzione ai vari generi che nel corso degli anni si sono succeduti.

Una immagine di scena tratta dal film
Una immagine di scena tratta dal film “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960). Insieme interpretarono 5 film, che ottennero un grande successo di pubblico e critica.

6. Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi(1960): la parte più popolare della commedia all’italiana

Negli ultimi anni ’50 nasce ufficialmente la cosiddetta ( a posteriori) commedia all’italiana, fiorente nel quindicennio successivo. La commedia all’italiana è un certo tipo di satira, di costume e anche, seppur non sempre esplicitamente, politica, dall’impianto realistico e molto attenta ai fatti del giorno, con qualche puntata nella storia “scomoda” del paese. I suoi soggetti sono di regola storie che si sarebbero potute trattare anche tragicamente. C’è da dire che in grandissima parte alla commedia di questo tipo è affidata la sopravvivenza del tema fondamentale del neorealismo, il commento-denuncia dei mali della società contemporanea, e lo sfondo permeato di un profondo realismo sociologico. La chiave comica, talvolta comico-amara, consentì di raggiungere quel gran pubblico che al neorealismo in Italia aveva quasi sempre voltato le spalle. E tutto ciò accadde anche per quelle commedie anni ’50, non ancora ufficialmente commedie all’italiana ( l’ufficialità si fa risalire da “I soliti ignoti” del 1958), ma che lo sono a tutti gli effetti. La stessa chiave comica, consentì inoltre di aggirare l’ostacolo della censura, la quale, molto attiva negli anni ’50 e anche nei primi anni ’60, infieriva contro gli autori “seri” e contro i loro film più drammatici, ma si mostrava tollerante con i film comici, sottovalutandone (erroneamente) il loro elevato potenziale contestare. Gli anni ’50 sono gli anni della scoperta fatta da Fabrizi e Totò, da Rascel e Brancati, e poi da Sordi, da Monicelli, da Risi, da Germi e dai loro scrittori- la scoperta che gli italiani amavano sentir parlare dei loro difetti, delle disfunzioni del loro sistema, delle bugie dei loro manuali di storia e di altri argomenti scomodi o imbarazzanti, solo a patto di poterci ridere sopra- e venne sfruttata su ampia scala. Gli anni ’60, poi, sono gli anni del consolidamento e di massimo splendore di tale genere, il quale acquisto una posizione di preminenza rispetto a tutti gli altri generi, un vero e proprio monopolio. La commedia all’italiana ai suoi piani più “alti” è, quasi dispoticamente dominata dai quattro protagonisti comici del periodo, a coloro che sono stati definiti, non erroneamente, i “mostri della commedia all’italiana”: Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi, più il grande Mastroianni, meno disponibile al “type-casting” a differenza dei suoi colleghi. Ma della commedia all’italiana esisteva anche una fiorente, ed altrettante luminosa, “fascia popolare”, in cui, almeno fino alla metà degli anni ’60, si specializzarono ed ebbero grande successo tutti i grandi “vecchi” dell’epoca ed anche qualche volto nuovo. La fascia più popolare o popolana della commedia all’italiana, erroneamente definita da alcuni di “serie b”, era quella che attirava in sala il maggior numero di spettatori, più inclini al divertimento puro, senza particolari pretese culturali. Gli specialisti di questo cinema erano la stragrande maggioranza, e inglobarono dapprima le prestazioni dei grandi “vecchi” del nostro cinema: Totò. Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Vittorio De Sica, Renato Rascel, Macario, Nino Taranto, Carlo Dapporto, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Mario Carotenuto e altri ancora; successivamente anche qualche volto nuovo destinato a dominare la commedia all’italiana più popolare dal 63-64′ in poi, cioè la celebre coppia formata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Ma siamo ancora nella prima metà degli anni ’60, e almeno fino al 1965, i grandi “vecchi” come Aldo Fabrizi, continuano ad essere gli assoluti padroni del cinema italiano. Una premessa necessaria, per capire il clima culturale in cui si esplicano gli ultimi film di Aldo Fabrizi e di tutta quella categoria di attori. Infatti, il primo quinquennio degli anni ’60, concesse ampio spazio anche ad uno dei suoi re storici come Aldo Fabrizi. Fabrizi comparve in 9 film nel triennio ’60-62, 4 nel ’63, 2 nel ’64 e 1 nel ’65, quasi sempre come protagonista, e la media degli incassi, si mantiene molto buona. Sedici film in cinque anni significa comunque, è chiaro, che Aldo Fabrizi come tutti gli altri grandi della sua generazione, aveva ancora in mano, se non proprio il cinema italiano, una parte significativa di esso. E’ chiaro che a differenza degli altri comici più giovani- Sordi, Tognazzi, Manfredi, Gassman- il grande attore di mezza età Fabrizi, non tentasse di rinnovarsi diradando e pianificando meglio le sue pellicole. Del resto, perchè avrebbe dovuto farlo? La lunga carriera che aveva alle spalle, lo stesso favore che continuava a riscuotere, non lo consigliavano certo in questo senso. Di questa serie di film, rientrante nello schema culturale descritto, il più significativo di questi sembra essere la pellicola diretta da Mario Mattoli (altro grande “vecchio” dell’epoca), dal titolo “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960). Premiata da incassi molto alti la pellicola è una spumeggiante commedia molto divertente che permette ai due mattatori della scena, i grandi Totò e Fabrizi, di esibirsi in una serie di duetti molto divertenti, alcuni di essi rimasti nella storia del cinema, come quando si accorgono di aver ricevuto dal sarto ognuno il vestito dell’altro e sono costretti a un surreale scambio di vestiti in un taxi fuori dalla chiesa. Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano. Il loro fu un sodalizio cinematografico ridotto in termini numerici (5 film insieme nella loro carriera), ma non meno spumeggiante di altri, e non meno ricco di successi. Il primo film “Guardie e ladri”(1951) fece incetta di premi nazionali ed internazionali, ed è il loro capolavoro; poi venne “Una di quelle”(1953) con Totò e Peppino De Filippo protagonisti e Aldo Fabrizi dietro la macchina da presa, ritagliandosi solo una breve parte per sè; “I tartassati”(1959); il già citato e divertente “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960); e “Totò contro i 4″(1963). La loro fu una grande e umanissima amicizia, iniziata 40 anni prima, condividendo le scalcinate e polverose assi dei palcoscenici di provincia di mezza Italia. Interessante, per capire la loro profonda stima e amicizia, una testimonianza dello stesso Fabrizi in merito:

“Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell’attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un’anima veramente nobile… Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C’era solamente un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter più andare avanti per il troppo ridere.”

Totò e Aldo Fabrizi: la loro fu una profonda e grande amicizia, nata negli anni '30, mentre calcavano i palcoscenici polverosi di mezza Italia. Una di quelle amicizie vere e sincere durate tutta una vita.
Totò e Aldo Fabrizi: la loro fu una profonda e grande amicizia, nata negli anni ’30, mentre calcavano i palcoscenici polverosi di mezza Italia. Una di quelle amicizie vere e sincere durate tutta una vita.

Dopo questa serie di film, di cui si è ampiamente parlato sopra, le apparizioni cinematografiche di Fabrizi e di tutti gli attori della sua generazione si diradano sempre di più a partire dalla seconda metà degli anni ’60, riducendosi in sporadiche partecipazioni straordinarie. Da Aldo Fabrizi, a Macario, a Peppino De Filippo e altri, chi più e chi meno, tutti acettarono la “nuova” popolarità offerta dal nuovo genere popolare di intrattenimento di grande successo, la televisione. E così dalla metà degli anni ’60 a tutti gli anni ’70, tutti questi ex-miti del cinema godettero di una grandiosa rinnovata popolarità televisiva, riproponendo le loro macchiette e le loro commedie che tanto piacevano al pubblico.

Siamo arrivati dunque, alla fine di questo appassionante viaggio, che ripercorrendo l’arte di uno dei più grandi e poliedrici attori del nostro cinema, ovvero Aldo Fabrizi, ha ripercorso anche la storia di vent’anni di cinema italiano, del quale l’attore romano è stato geniale e assoluto protagonista.

Domenico Palattella

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