I mostri della commedia all’italiana: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi

Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi: i dominatori del cinema italiano degli anni '60 e '70
Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi: i dominatori del cinema italiano degli anni ’60 e ’70.

Negli ultimi anni ’50 si sviluppa e si consacra la cosiddetta “commedia all’italiana”, fiorente nel quindicennio successivo e quasi dispoticamente legata ai volti dei quattro grandi protagonisti comici del periodo, più l’apporto di Marcello Mastroianni che predilige fare la spola tra la carriera internazionale e il genere di film legati alla “commedia all’italiana”Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi prendono per mano il cinema italiano e lo portano a livelli sublimi. Si pensi, a tal proposito, che da soli rappresentavano il 60% di tutti gli incassi del cinema italiano nel solo ventennio 60-70, lasciando al resto, a parte la dissacrante comicità della coppia Franchi e Ingrassia e la verve scatenata di Walter Chiari, pressochè le briciole. Innanzitutto bisogna iniziare l’analisi sui cosiddetti “mostri della commedia all’italiana” evidenziando come la stella di Alberto Sordi sia la prima delle quattro a sorgere, già dalla metà degli anni ’50. L’attore romano arrivò al successo con “I vitelloni” del 1953, diretto dal grande Federico Fellini, e si confermò con titoli passati alla storia come “Un americano a Roma”, “Il seduttore”, “L’arte di arrangiarsi” “Il marito”, iniziando così quella incomparabile serie di ritratti dei vizi e delle virtù degli italiani che durerà per più di un trentennio. Ma la nascita vera e propria della florida e scintillante stagione della “commedia all’italiana”, ha un titolo ben preciso: la celeberrima pellicola di Mario Monicelli, “I soliti ignoti”(1958), che non senza ragione viene ritenuta la migliore commedia all’italiana di sempre. Tra una serie di personaggi sbozzati alla perfezione ed entrati nella memoria collettiva, da Tiberio Murgia all’esordiente Claudia Cardinale, da Capannelle a Renato Salvatori, spiccano le interpretazioni di Vittorio Gassman, che vinse il prestigioso “nastro d’argento” e per la prima volta impiegato nel registro comico; di Marcello Mastroianni, sempre più tra i grandi protagonisti del nostro cinema; e quello di Totò, nei panni memorabili di Dante Cruciani, maestro dell’arte dello scasso. Fu la svolta soprattutto per Vittorio Gassman, fino ad allora impiegato nel cinema melodrammatico. Svolta che avvenne grazie all’intuizione di Monicelli di utilizzare lo stesso Gassman per la prima volta in un ruolo brillante, poi l’innata simpatia del grande Vittorio e le sue indubbie, straordinarie doti comiche, fecero il resto. Basti pensare che una costante dal dopoguerra in poi fu che i grandi divi del nostro cinema sarebbero stati esclusivamente attori comici o brillanti. Dopo il grande successo della pellicola per Gassman si spalancarono, dunque le porte del successo, con “La grande guerra”, uno dei film più importanti della storia del cinema italiano, al fianco dell’amico e collega Alberto Sordi, con il quale accettò il confronto ed addirittura ne uscì vincitore (anche se c’è da evidenziare le memorabili prove di entrambi gli attori); con lo scatenato film di Dino Risi, “Il mattatore”(1959) che tolse ogni dubbio, se mai ce ne fossero stati, circa la star quality comica dell’attore. Qui Gassman esibisce in maniera perfetta una serie infinita di travestimenti sciorinando atleticamente tutto il suo vasto repertorio. E’ il film che lo consacrò definitivamente nell’olimpo dei grandissimi del nostro cinema. Tanto fu il successo di questo film, che Gassman da questo momento in poi, verrà soprannominato come “il mattatore del cinema italiano”. Subito dopo fu chiamato a dividere i titoli di testa con Alberto Sordi, Silvana Mangano, Franca Valeri e Nino Manfredi, in una deliziosa commedia nour, giallo-comica di grande successo, “Crimen”(1960). Poi venne il 1962, l’anno de “Il sorpasso”, altra pietra miliare del nostro cinema, altro trionfo di Gassman. Il grande attore incarna con precisione sociologica perfetta, uno spaccato, realisticamente autentico, dell’Italia del boom economico con tutti i difetti e i pochi pregi della società italiana. Il film, rimasto nella storia del cinema italiano e nell’immaginario popolare, ha uno stile misurato ed equilibrato, e a dispetto della tiepida accoglienza dell’epoca si è guadagnato fama e pubblico nel corso degli anni.

Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant nel capolavoro di Dino Risi,
Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant nel capolavoro di Dino Risi, “Il sorpasso”, del 1962

Si affacciava, intanto, nel cinema cosiddetto “impegnato” anche un altro dei grandissimi del nostro panorama cinematografico: Ugo Tognazzi, che dopo l’esperienza televisiva in coppia con Raimondo Vianello, e dopo una quarantina di film appartenenti al cinema comico-leggero tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60, compie il salto di qualità con due grandi film, due pellicole che sono come un esame di laurea di Tognazzi attore a tutto tondo. I film in questione sono “Il federale” “La voglia matta”, entrambi del 1962, ed entrambi diretti dal regista Luciano Salce, che aveva conosciuto Tognazzi sul set del film “balneare”“Tipi da spiaggia” ,e che lo aveva voluto immediatamente per queste due pellicole che aveva in cantiere. Si tratta di due film, molto lineari, due “commedie all’italiana” in piena regola, soprattutto il secondo è un amaro ritratto dell’italiano soddisfatto ed egoista del boom economico che viene educato lui, suo malgrado, dal confronto con un esponente della generazione giovane, scoprendo di essere in realtà un conformista pieno di pregiudizi. Tognazzi in entrambi i film è bravissimo e le sue interpretazioni davvero di prim’ordine lo proiettano sull’ampio autobus della “commedia all’italiana”, ed anche lui dopo Sordi e dopo Gassman, aveva insomma scoperto, a 40 anni, di poter raggiungere traguardi nuovi, storici ed insospettati mettendo la sua sagace e sanguigna verve ironica al servizio di personaggi a tutto tondo, presi dalla vita, in cui calare un pò di se stesso. Il quarto grande della “commedia all’italiana”, pur coetaneo di Sordi, Gassman e Tognazzi arrivò al cinema relativamente in ritardo, e per tappe lente e guardinghe, lui è il grande Nino Manfredi. A tutto questo si accenna non perchè ci si possa porre, in un saggio come questo, l’obiettivo di ricostruire le singole carriere, ma perchè è significativo il modo con cui l’esplosione del filone realistico della “commedia all’italiana” riuscì a conferire quasi contemporaneamente una personalità cinematografica così nuova e così interessante a tre attori già maturi, tanto dissimili e provenienti da esperienze tanto diverse, come il classico e aitante Gassman, il farsesco e sanguigno Tognazzi e ora, il corretto e in apparenza freddo e prudente Manfredi. La maschera di Sordi, dal canto suo, era da almeno un quinquennio già formata nei suoi caratteri principali. Tornando a Nino Manfredi, è tra il 1957 e il 1959, che si fa conoscere al grande pubblico con titoli leggeri, freschi, divertenti e di grande successo, quali “Carmela è una bambola”, ambientato ad Amalfi; “Venezia, la luna e tu”, con Alberto Sordi; il seguito delle avventure della scalcinata banda dei soliti ignoti, cioè “L’audace colpo dei soliti ignoti”, in cui interpreta Pied’amaro, mago dei carburatori e new entry del cast; e soprattutto “L’impiegato”, del 1959, nel quale l’attore romano sfrutta al meglio le sue doti di umorismo sommesso e controllato, non comuni nel cinema italiano, in un film curioso, inconsueto che per una volta mise d’accordo critica e pubblico. La consacrazione,poi, avvenne con il già citato “Crimen” e con “Anni ruggenti” del 1961, in cui magistralmente Nino Manfredi potè sfoggiare il suo congeniale gioco di rimessa, facendo valere la finezza e l’eleganza della sua interpretazione, in una commedia ambientata nel ventennio fascista, storicamente molto valida.

Un'immagine di Nino Manfredi sul set del film
Un’immagine di Nino Manfredi sul set del film “L’impiegato” del 1959.

Fatta una breve presentazione dei “mostri della commedia all’italiana” si può tranquillamente procedere alla descrizione degli anni d’oro della commedia, che sono nella loro interezza tutti gli anni ’60. Per i quattro grandi specialisti sono gli anni della loro conferma, in cui trasformano tutto in oro, sia quando compaiono insieme in svariate produzioni, che separatamente. Alberto Sordi continua la sua carrellata dei difetti e dei vizi dell’italiano medio, tra i tanti film interpretati dall’attore romano nel decennio, ne spiccano 4 di notevole spessore: “Tutti a casa” , ispirato agli avvenimenti immediatamente post-8 settembre 1943; “Una vita difficile”, in cui il grande Albertone sfodera una prova da applausi, forse il suo miglior film, uno straordinario affresco dell’Italia degli anni ’60 e della sua democrazia, dagli entusiasmi della ricostruzione alla rapida involuzione; “Il vigile”, è divertentissimo nei panni del vigile Otello Celletti, il quale arriva a multare addirittura il sindaco di Roma in persona; e “Il medico della mutua”, campione di incassi nel 1968, il quale sancisce, se mai ce ne fosse stato il bisogno, con un successo strepitoso, il primato di Alberto Sordi nella commedia, continuando a rappresentare meglio di chiunque altro, i vizi e i difetti dell’italiano medio.

Alberto Sordi in una scena del film
Alberto Sordi in una scena del film “Il medico della mutua” del 1968.

Vittorio Gassman, dal canto suo, è al cinema con più di 30 film, in tutti gli anni ’60, tra questi spiccano senza ombra di dubbio “Il gaucho” del 1964, malinconica avventura di un gruppo di italiani in trasferta in Argentina; e “L’Armata Brancaleone” del 1966, una delle punte più alte del cinema italiano, un autentico capolavoro di fantasia e avventure farsesche, che mette a nudo in maniera perfetta i vizi e le virtù del popolo italiano. “L’Armata Brancaleone” è uno dei pochi film che hanno dato vita a un modo di dire, è sinonimo di un gruppo di persone inadeguate, mandate allo sbando per imprese più grandi di loro. Il film, entrato nell’immaginario collettivo ha avuto un successo enorme, grazie soprattutto allo straordinario apporto di Vittorio Gassman, e ha avuto anche un seguito, che sia pur in tono minore, ne bissò il successo del precedente, “Brancaleone alle crociate” del 1970. Degli anni ’60 degni di nota sono anche “Slalom” “La congiuntura”, due divertissement di ottimo successo che mettono in mostra le straordinarie doti atletiche e la verve comica trascinante del grande Vittorio Gassman. Due film divertenti e allegri che piacquero molto al pubblico. Il terzo grande della compagnia, Nino Manfredi, sempre contenuto ed accurato amministratore di se stesso, negli anni ’60, sforna un successo dietro l’altro, nel solo quinquennio 1964-69 è protagonista di oltre 20 film, tra film a episodi come “Le bambole”“I cuori infranti”; e lungometraggi interamente basati sulle sue straordinarie capacità di attore a tutto tondo, quali “Straziami, ma di baci saziami”, “Italian secret service” e soprattutto “Operazione San Gennaro”, ambientato all’ombra del Vesuvio e impreziosito da un mirabile intervento del grande Totò; per finire con “Il padre di famiglia”, uno dei migliori Manfredi di sempre, perfetto nel tratteggiare, in maniera composta ed efficace, il ritratto di un padre di famiglia dell’Italia del boom, alle prese con tutte le problematiche sociali e lavorative del periodo. Una piccolo gioiello diretto dal regista Nanni Loy. Infine il quarto grande, Ugo Tognazzi, con il delizioso “Marcia nuziale”, con “La donna scimmia” o con la sofferta interpretazione de “Il commissario Pepe”, si conferma al pari degli altri suoi illustri colleghi, uno degli assoluti dominatori del cinema italiano, con 30 film interpretati tra il ’63 e il ’69, e tutti peraltro supportati da un costante consenso di pubblico e di critica. In questo decennio ha modo di affinarsi e di svilupparsi, la coppia formata da Gassman e da Tognazzi, che, molto amici anche fuori dal set, si trovarono a lavorare in coppia in ben 7 film nel giro di due decenni: una coppia di lusso, sporadica si, ma comunque duratura ed affiatata, sulla falsariga di Totò e Peppino. Il loro primo titolo è “La marcia su Roma” del 1962, ispirato al celebre avvenimento dell’ottobre del 1922. Il film, molto divertente grazie alla vis-comica e all’affiatamento dei due mattatori, è molto valido anche dal punto di vista storico-sociologico. L’affinità trova comunque la sua perfezione, nel capolavoro di Dino Risi, “I mostri”, dell’anno successivo, in cui la coppia Gassman-Tognazzi, in maniera magistrale e dissacrante prende in giro con ironia le follie e crudeltà spicciole dell’italiano medio dei nostri giorni. Il film diviso in 20 piccoli episodi viene all’unanimità considerato il più riuscito film ad episodi della storia del cinema italiano, tanto che molti dei personaggi interpretati dalla coppia ,sono entrati nella memoria collettiva.

Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman nel film
Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman nel film “La marcia su Roma”, diretto da Dino Risi nel 1962.

Negli anni ’70 nonostante i fallimentari tentativi di lanciare nuovi protagonisti e nuovi assi, saranno, infatti ancora i 4 attori gli artisti più richiesti del decennio. Questi sono gli anni di piombo, la società disillusa dalla fine del boom economico e sferzata da continui avvenimenti di matrice terroristica, si è andata incupendo, tutto è diventato più buio rispetto alla luce accecante degli anni ’50 e degli anni ’60. Quindi anche il cinema, che è lo specchio della società, si fa più acre, più cupo, almeno quello d’autore, anche perchè la “commedia all’italiana” mostra i primi segni di cedimento: si intenda, il genere, non gli autori o gli attori che l’hanno resa grande. Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi sono ancora presenti con titoli straordinari, come “Profumo di donna”, con una commovente interpretazione di Vittorio Gassman; “Pane e cioccolata” “Per grazia ricevuta”, probabilmente le due migliori prove d’attore del grande Nino Manfredi, soprattutto nella seconda pellicola è impegnato nel triplice ruolo di regista-attore-sceneggiatore; “Nell’anno del Signore”, campione di incassi della stagione 1969-70, con Nino Manfredi splendido protagonista e impreziosito dalle partecipazioni straordinarie  molto riuscite di Tognazzi e di Sordi; “La grande abbuffata” (1973), splendida allegoria della società del benessere condannata all’autodistruzione, fece scandalo per i suoi toni esagitati, per le molte nudità e per le sue immagini crude, qui Tognazzi, Mastroianni, Noiret e Piccoli sono i 4 splendidi protagonisti del film di Marco Ferreri; addirittura il quartetto di protagonisti tornerà a lavorare insieme l’anno seguente nel film “Non toccare la donna bianca”, che non bissò il successo e lo scandalo del precedente film, ma rimase comunque una grande prova d’attori e d’autore. Come scordare poi, “Lo scopone scientifico”(1972)“Polvere di stelle”(1973), due grandi capolavori interpretati da Alberto Sordi, soprattutto il secondo è un perfetto e nostalgico omaggio al morente mondo della rivista che Alberto Sordi aveva conosciuto molto bene negli anni della dura gavetta. E’ difficile stabilire, in ogni caso, di quali film parlare e quali saltare in un breve saggio come questo, di certo per tutti e 4 gli attori sono anni di successi e di trionfi, nell’intero decennio avranno interpretato tutti e 4 stabilmente ben più di 40 film, il che vuol dire non meno di 5 film l’anno.

Alberto Sordi e Monica Vitti nello splendido film
Alberto Sordi e Monica Vitti nello splendido film “Polvere di stelle”(1973), nostalgica rievocazione del mondo dell’avanspettacolo reso con brio, classe e gusto.

Tre film, a metà degli anni ’70, vennero visti dalla critica specializzata, come l’ultimo colpo di coda della “commedia all’italiana”, quasi il testamento artistico di tale genere, tre pellicole che sono degli assoluti capolavori della cinematografia italiana, ma pervasi da un alone di malinconia, dal quale è difficile non farsi travolgere: C’eravamo tanto amati (1974), “Amici miei” (1975) “I nuovi mostri” (1977). Il primo dei tre è un omaggio amaro e sincero al cinema italiano e in particolare alla morente “commedia all’italiana”, magistralmente interpretato da Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores e il grande vecchio Aldo Fabrizi. “Amici miei” ,anch’esso pervaso da una malinconia che domina tutto il film, è anch’esso uno degli ultimi grandi capolavori della “commedia all’italiana” e si regge tutto sulla grande interpretazione dei cinque protagonisti, Tognazzi, Moschin, Noiret, Celi e Del Prete,in particolare il personaggio del Conte Mascetti, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi e la sua celeberrima “supercazzola” sono rimasti nella memoria collettiva. Il film è, a modo suo anche divertente, e racconta le zingarate, ossia le burle organizzate da cinque buontemponi toscani di mezz’età, nel tentativo di esorcizzare la vecchiaia e la morte, reso con grande realtà e umiltà, esaltando il valore dell’amicizia e del tempo che scorre inesorabile.Inutile dire che fu uno degli incassi più alti della storia del cinema italiano: 6 miliardi di lire di incassi e pellicola che rimase nelle sale per oltre due anni. “I nuovi mostri”  è, invece la continuazione del primo film della serie, quindici anni dopo. Quindici anni in cui tanto è cambiato, la voglia di fare degli anni ’60 ha lasciato spazio alla disillusione del decennio successivo. Il film, oltre che della conferma di Ugo Tognazzi e di Vittorio Gassman, si arricchisce anche della presenza di Alberto Sordi e della giovane Ornella Muti. Specialmente due dei quattordici episodi, sono rimasti nella storia: “Hostaria”, dove dei fantastici Tognazzi e Gassman interpretano, il ruolo di due omosessuali, proprietari di un ristorante alla moda, che devastano la cucina del loro ristorante, in preda ad una furiosa litigata per questione di gelosia, con annessa pace finale, uno dei più divertenti cortometraggi di sempre; e lo struggente “Elogio funebre”, in cui un posato Alberto Sordi dà il meglio di sè nella parte di un capocomico, che insieme alla sua compagnia di rivista improvvisa uno sketch davanti alla bara del collega defunto. In questo episodio la critica specializzata ha visto l’omaggio, neanche troppo nascosto, alla morente “commedia all’italiana”. Una metafora della morte di questo filone cinematografico, così che il collega morto, è in verità la “commedia all’italiana” e l’omaggio è reso da colui che, ne è stato forse il più grande interprete, assieme a Gassman, a Tognazzi e a Manfredi. In questi anni meritevole di nota è, anche il capolavoro di Mario Monicelli, “Vogliamo i colonnelli” (1973), sottotitolo “cronaca di un colpo di stato”, ispirato al tentato golpe del generale De Lorenzo (scoperto e denunciato da “L’Espresso” nel 1969, cinque anni dopo i fatti) e a quello ancora più farsesco di Junio Valerio Borghese (1970). I campi di addestramento paramilitari preparatori al fallito colpo di stato, la mancata occupazione della Rai, il progettato arresto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, descritti nel film, era proprio quello che era stato progettato nel “golpe Borghese”, poi naufragato miseramente e improvvisamente, non si sa ancora per quale reale motivazione, probabilmente la rinuncia da parte di Giulio Andreotti di essere posto al vertice del nuovo assetto governativo. In ogni caso, “Vogliamo i colonnelli”, rimane il più importante film di satira politica realistica mai fatto in Italia, e il grande Ugo Tognazzi nei panni di Junio Valerio Borghese ne rende in maniera sublime il personaggio e il clima di quegli attimi terribili per la democrazia italiana.

Ugo Tognazzi nei panni del conte Mascetti, nel capolavoro di mario Monicelli,
Ugo Tognazzi nei panni del conte Mascetti, nel capolavoro di mario Monicelli, “Amici miei” del 1975.

Le cose, sia pur con uno scontato avvicendamento anagrafico, non vanno tanto male per le 4 leggende del nostro cinema, neanche negli anni ’80, dove nonostante l’età inizi a farsi sentire, ed alcuni di loro, come Tognazzi e Gassman, inizino a soffrire di depressione, sono ancora tra le presenze più incisive e importanti della cinematografia italiana del decennio. Spesso impiegati come presenze di lusso, in grado con il loro carisma di dare nerbo e realismo al prodotto cinematografico. Non mancano però, vette assolute per tutti e 4: Tognazzi con l’interpretazione perfetta del film di Bernardo Bertolucci, “La tragedia di un uomo ridicolo”, vinse nel 1981 la tanto desiderata “Palma d’oro” al Festival di Cannes, entrando di diritto tra i grandi del cinema mondiale; Alberto Sordi è campione di incassi con l’irriverente “Il Marchese del grillo” di Mario Monicelli; Nino Manfredi è esaltato da pubblico e critica per l’interpretazione di un poveraccio napoletano che si è inventato un servizio bar clandestino sul treno per Napoli, nel film “Cafè express” nel 1980, da molti ritenuto la più convincente prova cinematografica dell’attore romano; e Gassman è il capo famiglia nel kolossal di Ettore Scola, “La famiglia” nel 1987, capolavoro di eleganza e classe in grado di ottenere la nomination all’Oscar come “miglior film straniero”. Su tutti Gassman, Stefania Sandrelli e il grande vecchio Carlo Dapporto, uno dei massimi artisti del nostro teatro e del nostro cinema, qui al suo passo d’addio. Da non dimenticare, anche i due seguiti della banda di “Amici miei”, sempre con un grande Tognazzi, e il terzo film della serie dei soliti ignoti, realizzato a distanza di quasi trent’anni dai primi due della serie, e che vede della storica banda, la presenza soltanto di Vittorio Gassman, di Marcello Mastroianni assente nel secondo della serie, e di Tiberio Murgia. In questi anni ’80 una generazione gloriosa, se non prende definitivamente congedo, perlomeno si storicizza, annunciando quasi ufficialmente di aver fornito il suo contributo e di essere d’ora in avanti disponibile semmai a indirizzare le nuove leve ( sono gli anni in cui, ad esempio, la stella luminosissima di Massimo Troisi salirà alla ribalta). L’Italia, insomma, cambiava; e pur continuando ad amare i Sordi e i Tognazzi, i Gassman e i Manfredi, aspettava una nuova generazione capace ancora una volta di farla ridere denunciando i suoi mali. In conclusione, tra film citati, e altri, e me ne dolgo, non citati, Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi, hanno davvero rappresentato non solo un tipo di cinema, ma il Cinema Italiano, con la c e la i maiuscoli. Oggi quando si parla di cinema italiano non si può prescindere dal non nominare i 4 mostri della “commedia all’italiana”, che sono senza ombra di dubbio non solo nella storia del cinema italiano, ma di certo più in generale nel patrimonio culturale del nostro paese.

Una scena dal film
Una scena dal film “Cafè express”, con Nino Manfredi, datato 1980.

Domenico Palattella

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