I Caratteristi del cinema italiano: gli interpreti minori che hanno fatto grande il nostro cinema. Nello specifico i casi dei grandi Carlo Campanini, Mario Carotenuto, Memmo Carotenuto, Tina Pica, Bombolo, Enzo Cannavale: molto più che caratteristi

Carlo Campanini, Mario e Memmo Carotenuto, Tina Pica, Carlo Croccolo, Luigi Pavese, Ave Ninchi, Tiberio Murgia, Virgilio Riento e Carlo Pisacane in arte Capannelle. Tra i più grandi caratteristi del cinema italiano, alcuni di essi promossi a protagonisti assoluti per la loro immensa bravura.
Carlo Campanini, Mario e Memmo Carotenuto, Tina Pica, Carlo Croccolo, Luigi Pavese, Ave Ninchi, Tiberio Murgia, Virgilio Riento e Carlo Pisacane in arte Capannelle. Tra i più grandi caratteristi del cinema italiano, alcuni di essi promossi a protagonisti assoluti per la loro immensa bravura.

1.Introduzione

Anche se molte volte, erroneamente, relegati ai margini della storiografia e della pubblicistica cinematografica, i caratteristi costituiscono da sempre la spina dorsale della nostra numerosissima produzione filmica. Spalle di comici o interpreti di secondo piano, talvolta anonimi nell’immaginario collettivo, hanno saputo colorare con poche pennellate personaggi memorabili entrati nella storia del cinema e col tempo diventati addirittura emblematici di condizioni sociali e comportamentali: attori di serie A,quindi,  anzi, come definito dal grande regista Steno, “di superserie A”, riusciti a scrollarsi di dosso l’etichetta “di serie B” . Il cinema italiano deve moltissimo a questa categoria di artisti, senza i quali molti film mitici della nostra commedia sarebbero sicuramente meno interessanti e meno capolavori di quel che sono. Cosa sarebbero i “Pane, amore e…” senza Tina Pica? E cosa sarebbero “I Soliti ignoti” senza Tiberio Murgia o Carlo Pisacane? E “La banda degli onesti” senza Giacomo Furia? Quante commedie perderebbero sapore, colore e vitalità senza la presenza di Mario e Memmo Carotenuto, Carlo Campanini, Leopoldo Trieste, Bombolo, Mario Castellani, Gigi Ballista, Gianni Agus, Carlo Croccolo, Marco Messeri, Riccardo Billi, Luigi Pavese, Tina Pica, Aroldo Tieri e altri ancora…Insomma, il grande cinema italiano è grande anche perchè a recitare in quei film ci sono dei grandissimi attori usati in piccoli ruoli. Spesso è capitato, che la loro bravura sopraffina li ha fatti assurgere al ruolo di protagonisti, in pratica, una promozione sul campo: così, emblematici sono i casi del grande Carlo Campanini, di Tina Pica o di Mario e Memmo Carotenuto, o ancora del romanesco Bombolo; o caratteristi che con la maturità sono diventati apprezzati protagonisti, tra tutti Carlo Delle Piane, Lino Banfi e Alvaro Vitali, spesso utilizzati dapprima in ruoli di caratteristi ma con il tempo diventati decisamente dei protagonisti. Promosso in corso d’opera anche Paolo Stoppa, che pure nel cinema ha sempre sostenuto ruoli di secondo piano, ma talmente significative (il caporale di “Siamo uomini i caporali?”, don Calogero Sedara de “Il Gattopardo”, il vecchietto truffato di “Amici miei atto II”) da non essere considerato un caratterista puro; tanto meno lo è Alida Valli, grandissima diva del cinema internazionale degli anni ’30 e ’40, che col passare del tempo è stata relegata a ruoli di secondo piano, sebbene incisivi, nel cinema degli anni ’50 e ’60.

un ritratto di Paolo Stoppa
Un ritratto del grande Paolo Stoppa.

2. I casi di Mario e Memmo Carotenuto, Carlo Campanini, Tina Pica, Bombolo, Enzo Cannavale.

 -Mario Carotenuto. Ma, qui, val la pena soffermarci nello specifico, sui casi di Mario e Memmo Carotenuto, di Carlo Campanini, di Tina Pica e di Bombolo, che alternarono la carriera di caratteristi, con grossi successi personali da primi attori. Specialmente Mario Carotenuto è detentore di un record curioso, ma emblematico del suo grande successo: è l’attore al mondo ad aver partecipato, in ruoli secondari, da co-protagonista, in partecipazione straordinaria o come protagonista assoluto, al più alto numero di film: 220 pellicole al suo attivo. Sempre presente nei film che hanno fatto grande la commedia all’italiana, è presenza fissa di quasi tutte le pellicole italiane dalla metà degli anni ’50 fino a tutti gli anni ’70. Mario Carotenuto è collezionista di “facce italiche” come pochi altri, è presenza comica ma con molte venature ironiche, amare. Interpreta spesso il ruolo di cavaliere estroverso sempre pronto al corteggiamento di belle signore e in cerca di avventure extraconiugali, oppure l’imbroglione che vuole gabbare, ma che finisce sempre gabbato. Mario Carotenuto con una serie di caratterizzazioni perfette si è guadagnato, ben presto, già dalla fine degli anni ’50, la promozione a co-protagonista o protagonista assoluto di parecchi gustosi e divertenti film, diventando una presenza inamovibile nel cinema popolare degli anni ’60, con film che arrivano a toccare vette altissime in termini di incassi. Tra le sue interpretazioni più riuscite non si può dimenticare il ruolo di don Matteo (fratello di Vittorio de Sica) in “Pane, amore e…”, oppure nei film “Colpo gobbo all’italiana” “Gli eroi del doppio gioco” agli inizi degli anni ’60, che offrono magistralmente la misura dell’identificazione dell’attore con una tipologia italiana di uomini comuni in situazioni più grandi di loro; per toccare la perfezione negli anni ’70, dapprima nel film “Lo scopone scientifico” al fianco di Alberto Sordi, con il quale si aggiudica il prestigioso “nastro d’argento” come miglior attore non protagonista, poi con il film “Febbre da cavallo”. Qui interpreta l’avvocato De Nardis, uno dei bidonatori bidonati che affollano la storia, una partecipazione straordinaria talmente riuscita, in un film tra i più importanti della cinematografia italiana, da essere definita dal regista Steno “…un interpretazione quasi da Oscar”. Specie in “Colpo gobbo all’italiana”, Mario Carotenuto è splendido nel ruolo di un ex scassinatore che deve aiutare un ingenuo metronotte amico suo (Andrea Checchi) a ritrovare la refurtiva di una rapina ad una banca, entro 24 ore. Si ride con classe e grosso successo di pubblico. Da segnalare anche “Maciste contro Ercole nella valle dei guai” di Mario Mattoli, con protagonisti Mario Carotenuto e Raimondo Vianello, nei panni di Mario e Raimondo, dirigenti di una piccola compagnia teatrale, che tentano di far fortuna usando una macchina del tempo, sbagliando però data e finendo così 7 000 anni addietro, trovandosi invischiati nelle lotte eteree, tra Maciste, Ercole, financo la maga Circe ( una splendida Bice Valori). E la critica, strano ma vero, ebbe pareri favorevoli per il film: “Marchesi e Metz scrivono per Mattoli una parodia dei “peplum” di Cinecittà utilizzando l’espediente del viaggio nel tempo e confidando sulla simpatia e sul talento del duo di protagonisti, Carotenuto-Vianello”.

Una scena del film
Una scena del film “Colpo gobbo all’italiana”(1962), da sinistra a destra vi si riconoscono Gino Bramieri, Nino Terzo e il grande Mario Carotenuto, nel ruolo perfetto di un ex scassinatore, che deve salvare l’onore e il posto di lavoro di un suo amico guardia notturna: e il tutto in 24 ore. Si ride con classe.

-Memmo Carotenuto. Non gli è da meno il fratello Memmo Carotenuto, altra grandissima presenza fissa cinematografica tra gli anni ’50 e gli anni ’60. Anche lui come il fratello, ha alternato parti secondarie a parti da co-protagonista o protagonista assoluto di più di 100 pellicole cinematografiche.  Il primo ruolo importante arriva con l’interpretazione del compagno di stanza d’ospedale del protagonista di “Umberto D (1952), in cui Vittorio De Sica gli dà la possibilità di mettere in mostra il suo talento drammatico che si perfeziona con gli anni in ruoli di popolano capitolino di sanguigna espressività e grande cuore. Anche il saggio carabiniere Baiocchi nei primi due film della serie dei “Pane, amore e…” contribuisce a lanciare Memmo, quale uno dei massimi attori e caratteristi del nostro cinema. La consacrazione, infatti avviene nel 1956, con la stupenda interpretazione di Quirino, nel ruolo di co-protagonista nel film “Il bigamo” di Luciano Emmer, spalleggiando perfettamente Marcello Mastroianni, e vincendo il prestigioso Nastro d’argento come miglior attore non protagonista. Premio che cade nel pieno dell’attività artistica di Memmo, che per tutti gli anni ’50 e ’60 è uno dei volti più ricorrenti della comicità nazionale. Con una caratteristica voce arrocchita e dall’incontenibile ironia tipicamente romana, i modi plebei ma sinceri, Memmo, spesso ha recitato con maestri della commedia all’italiana, come Totò, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, il già citato Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida e tanti altri, riuscendo sempre, in maniera impeccabile a reggerne il confronto. Sotto l’attenta direzione di un maestro come De Sica, Memmo Carotenuto precisa i caratteri di quello che sarà negli anni a venire il suo personaggio cinematografico: un povero diavolo che sbarca il lunario con fantasia e tenacia, pronto anche a trasgredire le regole, ma sempre animato da un fondo di umana bontà. De Sica ne plasma le sue capacità recitative, permettendogli un indubbio salto di qualità, valorizzandone la genuina e ruspante simpatia di popolano romano. La sua bravura di eccellente comprimario o co-protagonista, si evince in alcune personaggi e caratterizzazioni rimaste nell’immaginario popolare: la guardia notturna  che divide il letto con Maurizio Arena nel film “Poveri ma belli” di Dino Risi, nel 1956; il simpatico e divertente delinquente “Ignazio, detto il Torchio”, nel film “Totò, Peppino e i fuorilegge” (1956); il guardiano dello zoo, nel ruolo di co-protagonista, nel delizioso film “Padri e figli”(1958); oppure il ruolo del parroco del paese, nel film “Gente felice”, sempre del 1958. Un suo personaggio, addirittura, quello del ladro Cosimo, è anche all’origine della nascita della commedia all’italiana: la sua morte ne “I soliti ignoti” (1958), infatti, cambia le carte in tavola alla commedia cinematografica, virandola verso l’amarezza e la denuncia di costume. Con tutto questo grande successo, e questo grande consenso popolare, per Memmo fioccano le parti da protagonista o co-protagonista nel cinema popolare degli anni ’60, in molte commedie fresche e divertenti. Del 1960 sono proprio due film, popolari, freschi e divertenti, che ebbero un consistente successo di pubblico: “Mariti in pericolo”“I piaceri dello scapolo”; e che vedono per le uniche due volte i due fratelli Carotenuto, Mario e Memmo, insieme in due lavori cinematografici. In questi due film sono una coppia comica a tutti gli effetti, come erano stati Stanlio e Ollio, o Totò e Peppino, o come di lì a poco lo saranno Franco e Ciccio. I duetti tra i due fratelli, qui protagonisti assoluti di entrambe le pellicole, sono perfetti, gioiellini di comicità mai volgare e di scavo psicologico nell’immaginario popolare. Due film da gustarsi in assoluta spensieratezza. Osannati anche dalla critica oltre che dal pubblico, per questi due film, i due fratelli serberanno sempre un ottimo ricordo del lavoro comune svolto insieme.

I fratelli Mario e Memmo Carotenuto nel divertente film
I fratelli Mario e Memmo Carotenuto nel divertente film “I piaceri dello scapolo” (1960)

-Carlo Campanini. Il grande Carlo Campanini, invece, è forse l’unico esempio di ibrido tra caratterista e primo attore: non è ancora chiaro oggi, in che categoria inserire le sue raffinate interpretazioni, di sicuro è tra i grandi del nostro cinema. Presenza fissa nel cinema degli anni ’40 e degli anni ’50, ha interpretato più di 80 film, come spalla di lusso di Totò o di Walter Chiari, o come protagonista assoluto in alcuni memorabili film entrati nella storia del cinema. Le sue innate doti di simpatia e di comunicativa uniti ad un’ incontenibile e gradevole esuberanza, ne fanno uno degli attori più popolari e amati dal grande pubblico, una presenza rassicurante e familiare. Il successo non si fa attendere: piovono per Carlo Campanini scritture su scritture dai registi più validi del cinema. Per tutti gli anni ’40 e perfino negli anni ’50, Campanini è quasi insostituibile. Gira anche dieci film l’anno, in parti importanti, tanto da farsi affibbiare l’epiteto di “prezzemolo del cinema italiano”, che dà sapore e gusto ai sapidi e deliziosi personaggi a lui affidati. E’ sempre un buon amico, presente e premuroso, pronto a dar consigli al protagonista di turno, talvolta un pò pasticcione ed imbranato, ma di gran cuore. Fin dalle sue prime apparizioni, conquista pubblico, critici ed anche registi di grande livello, come Mario Mattoli o Mario Soldati. Tra le sue eccelse caratterizzazioni degli anni ’40 spiccano, la sua interpretazione dello studente fuori corso in “Addio giovinezza” quella del bidello pasticcione, vittima degli scherzi delle studentesse in “Ore 9, lezione di chimica” e i ruoli di “spalla” di Totò, nel ruolo di co-protagonista ne “Il ratto delle Sabine” e ne “I due orfanelli” parodia del celebre dramma. E’ in questi anni che fioccano le parti da protagonista assoluto in film peraltro di un certo spessore e di un certo valore culturale: è meraviglioso nel film di Mario Soldati, “Le miserie del signor Travet” (1945), tratto dall’omonima famosissima commedia dello scrittore torinese Vittorio Bersezio del 1863; spassosissimo nel film “Partenza ore sette” (1947), di Mario Mattoli, in cui interpreta il capo comico di una scalcinata compagnìa di rivista in giro per l’Italia, è irresistibile quando, insieme alla sua compagnìa viene assalito dai banditi e rimangono tutti in mutande nella notte, ed è geniale il suo fregolismo finale nei panni dei suoi tanti parenti. Il film è anche in qualche modo anticipatore di un paio d’anni dei similari “Vita da cani”, con Aldo Fabrizi e “Luci del varietà”, con Peppino De Filippo, in cui anche qui viene descritta la vita di sacrifici dei poveri guitti di provincia. E’ fantastico anche ne “La primula bianca”(1947), di Carlo Ludovico Bragaglia, una deliziosa commedia degli equivoci tutta centrata sulla comicità paradossale e delicata di Campanini. Nella sua carriera ,”unica”, nell’oscillare tra le caratterizzazioni di lusso e le parti da protagonista o co-protagonista, negli anni ’50 Campanini è eccezionale spalla dapprima di Totò, ad esempio nel film “Un turco napoletano” (1953), e poi di Walter Chiari, con il quale lavorerà parecchie volte insieme, nel ruolo di spalla o co-protagonista sia al cinema che in teatro e poi anche in tv. Tra i due si sviluppa un felice sodalizio con film divertentissimi come “Noi due soli” “O.K. Nerone!”, premiati da enormi incassi. Di rilievo anche le parti nei film “I pompieri di Viggiù” (1949), scintillante film sulla rivista, dove Campanini è il vero protagonista, in mezzo a tanti fuoriclasse della rivista come Totò, Nino Taranto, Carlo Dapporto e Wanda Osiris; in “11 uomini e un pallone (1948), dove è un goffo e simpatico arbitro di calcio; e in “Cento anni d’amore” (1954) nell’episodio intitolato “Pendolin”, tratto da un racconto di Gabriele D’Annunzio, in cui nel ruolo di protagonista assoluto riduce, con un interpretazione perfetta, a ruolo di spalle due pezzi da novanta come l’amico Vittorio De Sica e Nadia Gray. Negli anni ’60 le sue apparizioni cinematografiche si diradano sempre di più, e si dedicherà a pieno regime alla gestione di una compagnia teatrale piemontese. La sua grande umanità dimostrata anche lontano dalle macchine da presa, fu alla base del grande amore che il pubblico provava nei suoi confronti, potenziata anche dal fatto di essersi riavvicinato in maniera convinta e profonda alla fede, tanto da diventare uno dei più stretti devoti e amici di San Pio da Pietralcina. Carlo Campanini è infatti sepolto a San Giovanni Rotondo, vicino al venerabile San Pio, proprio a testimoniare questa grande amicizia, questa grande devozione e la sua profonda fede religiosa. Uno degli attori italiani più amati di sempre e da tutte le età.

Carlo Campanini e Vera Carmi nel celebre film di Mario Soldati,
Carlo Campanini e Vera Carmi nel celebre film di Mario Soldati, “Le miserie del signor travet”, del 1945.
La grande amicizia che legava Carlo Campanini a San Pio da Pietralcina è testimoniata da questa rara ed emozionante foto
La grande amicizia che legava Carlo Campanini a San Pio da Pietralcina è testimoniata da questa rara ed emozionante foto.

-Tina Pica. Proseguendo troviamo, il caso della grande Tina Pica, classe 1884, napoletana verace, che dopo poche partecipazioni secondarie nel cinema degli anni ’30 e ’40, scala le vette del cinema italiano, a partire dal secondo dopoguerra, esattamente nella prima metà degli anni ’50. Grazie ad alcuni ruoli indovinatissimi, saporitamente conditi dal suo umorismo corrosivo e sagace, assurge ad una notorietà insperata. Già dal personaggio di Rosalia, la domestica di Titina e di Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”(1951), definisce i contorni di quelle che saranno le caratterizzazioni più riuscite e più personali degli anni a venire. Nel 1952 Tina Pica mette a punto due personaggi, nel film “Marito e moglie”, un film diviso in due episodi, sempre al fianco di Eduardo e di Titina De Filippo. In uno di essi, con un ruolo di primo piano, cui aderisce perfettamente, è una moglie avida e avara che costringe il marito, paralizzato a letto, a covare le uova; in un altro, quasi un bozzetto, è la sorella zitella di un uomo dalla vita piatta e senza sorprese. Semplicemente adorabile è il ruolo che sostiene nel trittico dei “Pane,amore e…” diretti da Luigi Comencini nel biennio 1953-54 e da Dino Risi nel 1955: è “Caramella”, un personaggio gioioso e dalla simpatia contagiosa, che tiene testa con arguzia e sapienza al compagno di scena Vittorio De Sica e alle affascinanti prime donne, Gina Lollobrigida (nei primi due) e Sophia Loren (nell’ultimo), ma mettendosi in rilevante posizione anche rispetto a tutti gli altri caratteristi che affollano le storie, risultando uno dei personaggi più amati della serie di successo. E’ grazie a questo personaggio che Tina Pica vince, nella stagione 1954-55, il prestigioso nastro d’argento come miglior attrice non protagonista per “Pane,amore e gelosia”. La grande popolarità acquisita con questi film capisaldi della commedia all’italiana, conducono Tina Pica al traguardo di attrice protagonista assoluta con “La nonna Sabella”(1957) di Dino Risi e con il suo seguito “La nipote Sabella” dell’anno seguente. Sono i capolavori di Tina Pica, la quale delinea in maniera magistrale, il ritratto di una burbera, insopportabile ed autoritaria vecchietta che si intromette in tutte le questioni. Un piccolo grande gioiello, un piccolo grande monumento eretto alla straripante comicità e simpatia di Tina Pica che provoca un successo travolgente: piovono contratti e scritture nella seconda metà degli anni ’50, tutte da protagonista assoluta, in film leggeri ma dal successo assicurato. Zie d’America, sceriffe, duchesse, detective in pensione saranno il suo pane quotidiano, con titoli come “Arriva la zia d’America”, “La sceriffa”, “La Pica sul Pacifico” o “Mia nonna poliziotto”. Datata 1963 è la sua ultima partecipazione cinematografica, con il celeberrimo film dell’amico e maestro De Sica, “Ieri, oggi, domani”. Tina Pica recita magistralmente nell’ultimo dei tre episodi che compongono il film, al fianco di attori del calibro di Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Inoltre il capolavoro di De Sica si aggiudicò l’Oscar come miglior film straniero nella stagione 1964, e fu un’enorme grande soddisfazione per Tina Pica, ottenuta proprio al suo ultimissimo film. Alcune frasi di Tina Pica, sentenziose e perentorie simili a fucilate, lapidarie e solenni, fanno parte ormai della storia del cinema italiano comico-brillante. Tra piccoli tocchi e parole quasi sussurrate in “Filumena Marturano”, o nei panni della governante del maresciallo “De Sica”, o nel suo capolavoro assoluto de “La nonna Sabella”, Tina Pica è eccezionale e sciorina una battuta dietro l’altra, tutte inesorabilmente efficacissime. Tina Pica è il classico esempio di come una caratterista del cinema italiano possa essere promossa sul campo a protagonista assoluta, caso più unico che raro nel mondo dello spettacolo. Pur fra tanti alti e pochi bassi. Ma unica!

Peppino De Filippo e Tina Pica sul set del film
Peppino De Filippo e Tina Pica sul set del film “La nonna Sabella”(1957).

-Bombolo. L’altro grande caratterista, sui quali pongo un approfondimento, è il leggendario Bombolo, il cui vero nome è Franco Lechner, romanaccio che più romanaccio non si può, approda piuttosto tardi sul grande schermo: lo scopre Bruno Corbucci, che subito ne intuisce le singolari doti espressive e il latente potenziale comico. Così da venditore ambulante di stoviglie, Bombolo si trasforma in uno dei caratteristi più gustosi del cinema italiano a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, ottenendo la promozione a “primo attore” sul campo e lavorando intensamente per circa un decennio, interpretando oltre 40 film. Scompare prematuramente a causa di un male incurabile a soli 56 anni, nel 1987, nel pieno del successo. L’anno di esordio è il 1976, quando interpreta “Squadra antifurto” di Bruno Corbucci, appunto nel ruolo di un ladro imbranato e simpatico, il Pancia, personaggio che nei film successivi muta il nome in quello più noto di Venticello. Sempre comprimario, ma di lusso in quanto sarà il nome più atteso di queste pellicole anni ’80, ha finalmente l’occasione di girare un film tutto da protagonista: “E’ forte un casino”(1982) di Alessandro Metz, vero e proprio monumento alla sua bravura di attore istintivo dalla sorprendente vis comica. La pellicola è girata in coppia con Enzo Cannavale, altro grande caratterista del periodo, con il quale formerà una coppia di vasta popolarità, tra comico-polizieschi e commedie pecorecce. Insieme gireranno ben 14 film, tutti rientranti nel genere della “commedia sexy”, titoli cult come “La settimana al mare”(1980), “Una vacanza del cactus”(1981)“Il sottomarino più pazzo del mondo”(1982). Il fisico grosso e tarchiato, l’inconfondibile dizione romanesca, segnata da una specie di balbuzie lo rendono un’icona inconfondibile di quel cinema italiano che dopo la metà degli anni ’70 si piega alla farsa scurrile, pur non abdicando alla qualità professionalmente ineccepibile del prodotto: in questo caso emblematico il caso dei tanti film che Bombolo interpreta, per la regia di Bruno Corbucci, al fianco di Tomas Milian alias ispettore Nico Giraldi. Tra questi merita di essere ricordato “Delitto al ristorante cinese”(1981), in cui Bombolo è il cameriere di un esotico ritrovo culinario alle prese- ancora insieme al collega Cannavale- con il cadavere del proprietario. E come dimenticare il travestimento femminile con cui Bombolo compare in “Delitto al Blue Gay”(1984)? Le battute che pronuncia in questo film sono diventate famosissime, ripetute da ragazzini entusiastici: “Io so’ innocente dottò, n’ho fatto gnente…mì madre è vedova e mì padre pure…tze”, dice Bombolo, nei panni di Venticello, per discolparsi di un reato contestatogli in “Assassinio sul Tevere”(1979). In “Delitto sull’autostrada”(1982), Bombolo, sempre nei panni di Venticello, è impegnato come allenatore di pugili, con i quali nel finale del film aiuta Giraldi ad avere la meglio su una banda che terrorizza i camionisti: ingerita una fiala di sostanza dopante, destinata ai suoi atleti, prima di scatenarsi nella scazzottata contro i cattivi, esclama una delle sue battute più conosciute: “Mò che ho bevuto Vigorello, ve faccio un culo come un ombrello!”. Ma Bombolo è utilizzato in quasi tutte le operazioni “commerciali” e “popolane” del cinema comico anni ’80, perché la sua presenza attira parecchio pubblico in sala, così ad esempio è utilizzato anche per innervare di comicità i film sentimentali del cantante Nino D’Angelo, di cui Bombolo è la spalla. Ne ritroviamo le performance in “Un jeans e una maglietta”(1983), di Mariano Laurenti, e in “Giuro che ti amo”(1986), diretto da Nino D’Angelo, e in cui si notano i primi segni della sua malattia. In definitiva, a tanti anni dalla sua morte, il gergo di Bombolo è diventato di gran moda tra le nuove generazioni, che imitano la sua dialettica sconclusionata, i suoi tic verbali, e dunque la sua popolarità al giorno d’oggi è davvero molto vasta, tanto che in giro per l’Italia si posso trovare numerosi fan club a lui dedicati.

bombolo
Bombolo alias Franco Lechner, uno dei caratteristi più conosciuti e amati dalle nuove generazioni. Il cinema popolare anni ’80 era roba sua, un personaggio curioso, comico, popolare e popolaresco, rimasto indelebilmente nell’immaginario comune.

-Enzo Cannavale. E poi c’é il grande Enzo Cannavale, uno dei più famosi caratteristi del nostro cinema. Esordisce negli anni ’60, ma la sua verve comica sembra quasi sacrificata nella ristrettezza dei ruoli e solo negli anni ’70 riesce ad emergere in tutta la sua incontenibile forza. Soprattutto accanto a Bombolo ha modo di dare il meglio di sè, grazie ad una spalla di assoluta eccellenza. I primi grandi successi nel cinema li deve a Steno, che lo vuole nella parte del bonario brigadiere Caputo nella serie di Piedone, al fianco del commissario Bud Spencer, di cui è l’insostituibile contraltare comico. Cannavale si trova spesso a interpretare integerrimi e un pò pasticcioni tutori dell’ordine, il suo personaggio è quello del napoletano di animo buono e un pò sfortunato, che conquisterà fin da subito i favori del pubblico. Tra le sue interpretazioni più note e riuscite, quella dell’ex carabiniere assistente di uno scombiccherato detective privato in Agenzia Riccardo Finzi praticamente detective (1979) di Bruno Corbucci; quella del cronista Bracalone ne Il soldato di Ventura (1976); e quella del pittoresco produttore di cinema nel film Il domestico (1974). Dai primi anni ’80 l’abbinamento con Bombolo diventa un must delle commedie dell’epoca: spesso Cannavale è il superiore e Bombolo il dipendente un pò tonto e indisciplinato, quasi una replica di Stanlio e Ollio. Insieme compaiono in 14 film come La settimana al mare(1980) di Mariano Laurenti; E’ forte un casino!(1982) di Alessandro Metz; Vacanze d’estate (1986) di Ninì Grassia. Ma passando da un regista all’altro e cambiando le dinamiche produttive, la coppia funziona sempre, a prescindere dalla qualità complessiva della pellicola. Naturalmente i due ottengono vasto consenso nei film con Tomas Milian- dove compaiono sia singolarmente che in coppia- tra i quali merita di essere segnalato Delitto al ristorante cinese(1981) di Bruno Corbucci, diventato con il tempo un cult movie. Dopo la morte di Bombolo, con il quale l’attore napoletano aveva formato un’affiatata coppia comica, il cinema lo scopre attore impegnato. Cannavale infatti, interpreta due film che sono due fiori all’occhiello della sua lunga carriera: il tenero padre dello psico-paralitico Troisi ne Le vie del signore sono finite(1987); e il povero napoletano che non può comprare i botti ai figli per Natale in 32 dicembre(1988) di Luciano De Crescenzo, ruolo che gli vale in Nastro d’argento come miglior attore non protagonista, e lo issa quindi, indelebilmente, tra i grandi del nostro cinema. Continua a fare cinema anche negli anni ’90, celebre il ruolo del portiere truffatore in Pacco, doppio pacco e contropaccotto, di Nanni Loy del 1992. Sempre all’altezza, con l’avanzata maturità Cannavale acquista un senso della misura invidiabile, abdicando all’effervescente comicità degli anni ’70 e degli anni ’80, ma aderendo con più equilibrio ai personaggi di volta in volta interpretati, sempre con grande umanità e finezza psicologica.

EnzoCannavale
Enzo Cannavale, tra i migliori caratteristi del nostro cinema, è stata una delle più amate anime popolari di Napoli, a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80.

3. Gli altri

Tra il vasto mondo dei caratteristi, non si posso comunque scordare altri volti indimenticabili del nostro cinema: Nietta Zocchi, la celeberrima contessa “Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare” della serie di “Fantozzi”; o lo stesso Gigi Reder nel ruolo del leggendario “ragionier Filini”; e poi Marisa Merlini ,e Tiberio Murgia e Carlo Pisacane strepitosi nella serie de “I soliti ignoti”. Non si può scordare neanche la napoletana Dolores Palumbo, la madre per eccellenza dei cosiddetti “musicarelli”  e spesso spalla di Nino Taranto. E poi c’è la grande arte interpretativa di Virgilio Riento, di Luigi Pavese, di Alberto Bonucci, ma anche di Vittorio Caprioli, di Franca Valeri o di Mario Castellani. I caratteristi sono dunque attori sempre disponibili a qualunque ruolo, ad ogni parte o particina, pronti a supportare in modo umorale e sanguigno la presenza dei primi attori. Una carrellata di volti noti e meno noti, ma che hanno un posto indelebile nel panorama storico del grande cinema italiano. I caratteristi, sono, come si è detto, la vera ossatura del nostro cinema, della nostra commedia umana, della nostra vita. Con loro si ride, si piange, si riflette. Notare, riflettere e leggere le loro storie tutte quante insieme significa ripercorrere la memoria di usi, modi, comportamenti che sono nostri e che loro hanno interpretato al meglio. Del resto già nel 1953, sulla rivista “Cinema”, il critico Ermanno Comuzio offriva del caratterista questa pertinente definizione: “caratterista vuol dire per noi quell’attore che riveste un carattere umano, che incarna un personaggio vivo e non una macchietta, quell’attore che abitualmente non ricopre parti di protagonista, ma che è dotato di eccezionale forza interpretativa, con o senza sottolineature tipiche, abbia o non abbia la barba, o la pancia”.

Il grande Aroldo Tieri
Il grande Aroldo Tieri.

Domenico Palattella

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